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HANDBOUND AT THE
UNIVERSITY OF TORONTO PRESS
ARCHIVIO
GLOTTOLOGICO LTALIANO,
DIRETTO
DA
Gr. I. Js^scai^j.
VOLUME DECIMOQUAKTO.
\;
TORINO,
CASA EDITRICE
E pai ANNO LOESCHER,
1898.
Riservato ogni d.iritto di proprietà e d.i traduzione.
V 1/^
MILANO, TIP. UEKNARDONI DI C. KEBESCHINI E C.
SOMMARIO
Parodi, Studj liguri (continua) Pag. 1
Flechia, Atone finali, determinate dalla tonica, nel dialetto pi- veronese (pubblicazione postuma) » 111
GuARNERio, I dialetti odierni di Sassari, della Gallura e della
Corsica (continuazione) » 131
Salvioni, Annotazioni sistematiche alla 'Antica Parafrasi Lom- barda del Neminem laedi ecc.' (continua) » 201
n^Nigra, Note etimologiche e lessicali (prima serie) » 2G9
Bianchi, Storia dell' i mediano , dello j e dell' i seguiti da vo- cale nella pronunzia italiana (continuazione ; di pubblica- zione postuma) » 301
Ascoli, Di un dialetto veneto, importante e ignorato; e di ccqwr
capare » 325
NiGRA e Ascoli: toccare, laccare, ecc » 337
Ascoli: truextu ed altro; sampogna e caribo; coslario e co-
CLAEIO > 339
NiGRA, Note etimologiche e lessicali (seconda serie) .... » 353 OuARNERio, I dialetti odierni di Sassari , della Gallura e della
Corsica (continuazione e fine) » 385
IV Sommario.
Pieri, A proposito d'uno spoglio di nomi locali. Note fonetiche. Pag, 423
Salvioni e Ascoli, Etimologie » 436
y Salvioni, Del posto che spetta al sanfratellano nel sistema dei
dialetti galloitalici ; e lomh. pras'i » 437
^ Ascoli, Un problema di sintassi comparata dialettale .... » 453 Ascoli, Due parole di anticritica (cdpor càpore, coslario;
toccare ecc.) » 409
Salvioni, Indici del volume » 473
STXJDJ LIQ-XJRI,
DI
E. G. PARODI.
Sommario. — § 1. Le carte latine: A. Spoglio; B. Documento latino-genovese del- l'a. 1156; con annotazioni lessicali. — .^ 2. Il dialetto nei primi secoli: A. Testi; B. Spoglio fonetico e morfologico; C. Lessico. — § 3. Il dialetto di Genova dal se e. XVI ai nostri giorni: A. Fonetica; B. Morfologia; C. Lessico. — g i. Gli altri dialetti liguri.
1. LE CARTE LATINE.
Avvertenza preliminare.
Questo primo paragrafo contiene un breve spoglio delle più antiche serie, 0 inedite nell'Archivio di Stato genovese o già divulgate per le stampe, di carte medievali latine , d' origine ligure ; e lo scopo esclusivo della ri- cerca è quello di giovare alla storia del dialetto della regione nei sec. X> XI e XII, ai quali dette carte risalgono. Per quanto concerne in ispecie il lessico, un maggior profitto si sarebbe potuto trarre, mercè un'indagine più estesa, dai nomi personali, d'origine romanza, che nei documenti meno antichi e nelle cronache ci vengono innanzi in tanta copia; ma codesto è uno studio che per varj motivi non poteva ancora qui esser fatto con quell'ampiezza che si meriterebbe.
Le raccolte da me esaminate nell'Archivio genovese, son queste due: Carte dell'Abbazia di S. Siro (SS), e Carte dell'Abbazia di S. Stefano (SSt). Comincia la prima con una carta dell' a. 960, la seconda con una del 965, e scondono poi l'una e l'altra fino a tempi assai tardi. Io perù non le seguo oltre la fine del sec. XII. — Citerò assai poche volte una terza rac- colta, intitolata delle Materie politiche (MP).
Molto numerosi sono i documenti a stampa, e si contengono nelle pub- blicazioni che ora dico :
Cartario genovese, edito dal prof. L. T. Belgrano negli Aiti della So- cietà ligure di storia 2ia(ria, voi. II, parte I (C). La carta più antica di questo Cartario è, per quanto si può congetturare, dell' a. 965. Vi si com- Archivio glottol. ital., XIV. • 1
2 Parodi ,
prendono non pochi àoi documenti di SS o di SSt, da me esaminati sul- l'originale, e io l'avverto con la doppia citazione; per cs. : SSt 1045 (C 156).
Registro della Curia Arcivescovile di Genova, edito dal medesimo, Atti ecc., voi. II, parte II (R); — Il secondo Registro della Curia Arcivescovile di Genova, pur del medesimo, Atti ecc., voi. XVIII (R*). — Con R e R* non si risale più alto del sec. XII.
Liber luriicm reipublicae lanuensis, in Monumenta historiae patriae, VII (LI). Il più antico documento di questa raccolta porta la data del 958.
Il Cartolario del notajo Giovanni Scriba, ibid., Chart. II (Scr.). L'origi- nale si conserva, primo della serie notarile, nell'Archivio di Stato, e la grande scorrettezza dell'edizione mi indusse a ricorrervi più d'una volta. <Juosti atti vanno dal 1140 al 1166.
Nel citare i documenti inediti e i raccolti in C e LI, mi parve sufRcente indicar l'anno a cui risalgono. A questo feci precedere anche il numero della pagina, per R" e per Scr. Citai invece, nella più parte dei casi, sol- tanto la pagina di R, che è bensì una raccolta che abbraccia tempi diversi e spesso molto antichi, ma compilata, quasi per intero, nell'a. 1143. Alcuni tratti sono però aggiunti un po' più tardi, e di questi, come di altri pochi, segno pure la data.
Cito finalmente per 'Rimo' entrambe le parti delle 'Rime genovesi', edite iieir 'Archivio glott. it. ', voi. II e X; e se la distinzione è necessaria, ri- mando, colla sigla: ri, alla prima parte, e colla sigla: rp, alla seconda.
A. Spoglio.
Appunti fonologici. Vocali toniche. A. 1. In e davanti r complicato: cum erbore uno C 1016, erboribus SSt 1019, erbores SSt 1028, de Erchis R- 95, 1172, cfr. LI 1128. — 2. -ariu -ari.v : Albario SSt 1012 (C 82), ni., ora Arbà, super Altario SS 1019, ni., ora Artà, Martinus campanarius SSt 1104, calegarius SSt 1108, oto fornarius SSt 1109, barrilarius SS 1180; campo de canale clario R 171 (ante 1083);- de Fe- raria SSt 1108, cf. § 2 B, terra caualaria SS 1147; coli' z internato: de ri- naira LI 1128, carbonaira LI 1134, in aira R* 93, 1172 'nell'aja', Rolandus bnrlaìra R^ 45 e 46, 1174, in Coriiaira R* 56, M75, cum terra Rodaire R^ 57, 1156, acc. a Rodar, de uulpaira SSt 1196, Barbauaira R" 353, 1214, ecc. — Altro esito: blancus panateì-ins LI 1102, oberti caualerii SSt 1109 (ma dal frc. : terra ziualerii R* 356, 1211, due volte), foresterii R 38, Petrus alferiiis
Studj liguri. § 1, A. Carte latine: Fonetica. 3
R 45, Wilielmus quarter R 82, in alio fercierio R 135, in senterio R 147, mons lanei'ius R 298, cancellerius R 388 (1153), harateì-ius SS 1173, Loei-ius R' 200, 1184, acc. a Loterii 201, 1180. Due altri nomi proprj, dei quali al- meno il secondo venuto di fuori: gnalterij SSt 1011, oliueri SS 1109, cliuerii SS 1137, ulmeriits ib. Per Teodoro C 969, Teoderus SSt 1026, cfr. Arch. X 357 390. Sarà una falsa ricostruzione lohannes maxelladrus R 154. — 3. Con r e così largamente diffuso (cfr. Ardi. X 168 ecc.): manso de casteneis R35, pecia que dicitur castegna bona R 167 (1018), iohannis riki de castegna R 236 (966).
E lungo. 4. Due esempj del dittongo: meise lunio C 969, méise Decenber SS 1035. Forse di puro valore ortografico mixi C 1017. Non par genovese Wilielmo paise SSt 1103, che Yoà. pàis'e è recente contrazione di paéis'e^.
E di posizione. 5. drictmn rendemus C 1028, prò dricto R' 287, 1205.
I lungo. 6. Puramente ortografico: aprelis C 1000, apreli C 1017; più notevole: ansaldi sardene R 47, plano de la sosena R 285 (1060), Gandulfus sardena LI 1146, opizo savdena Scr. 338, 1156, Pizena, se non al num. 14, cfr. § 3 A.
I breve. 7. streiaporcus 'Strigliaporco' npr. Scr. 357, 1156, lohanne Streiaporco R' 399, 1243, nel genov. stor. striga; de cellio bianco SSt 1173, fino a tempi vicini srgu, ora caduto, ecc. Ma Tigna L 1102, R 20.
0 lungo e p di posizione. 8. ad fucem SSt 1153, R' 35, 1173, halde- zun SSt 1118, baldizun SSt 1136 ecc.; mense octubris SS 1100, de la curie SS 1100, Casal de curie R50; pratum lungum C 999, ubi dicitur Munte IMoro C 1017, in loco et fundo Munte Mauro C 1017, Aqualunga C 1019.
T. 9. Iohannis qui dicitur bisxola R 342, lohannes bixola 343: 1' i proba- bilmente da ?V; cfr. num. 15 e il § 3 A.
AU latino e non latino. 10. Scrizioni non limitate alle carte liguri: ■octoris vocem C 965? e 1011 'auctoris'; aufcrsionis C 1017 'offersionis', auposita 'opposita' ib., octori ib., auberti SSt 1033 'Oberti', aiiliuas SSt 1037, cn'.ferimus SS 1039 'olferimus', aufersio ib. , cartula ipsa aufcrsionis ib. , aufertor SS 1041, dono et aufero, aunibus omnibus, aittulit obtulit, in uno stesso documento, C 1045, auglerius SSt 1097, due volte, 'Oggero'. Son
' K assai frequente miesi miexi npr.: 'de oredos quondam Oberti vico- comitis et de ìuiesi" C 1003, 'de eredes quondam miesi' SSt 1009 e 1014 (C 92), 'filius quondam miesi' SSt 1014 (C 91), 'nos ingo filius quondam uiiesii' SSt 1019, e cosi pure in carte del 1027 e 1029. L'edit. lo rende con *Migesio'; ma chissà che non sia da ricorrere alla baso médiu.
4 Parodi,
tutti casi (li au inizialo, per lo più atono ; e sareljbe forse troppo spiccio il tenerli senz'altro per 'scrizioni a rovescio'. Più chiari: Munte Moro C 1017 acc. a Munte Mauro, Casal de Loro R 51, Mainfredus de Lori ib., acc. a Manfredus de Lauro 53, Oberti de elodo SS 1158. Qui stieno anche: mali ocelli R 58, npr., frequentissimo in Scr., e Onedu R 266 *alnetu, npr. vivente 'Oneto'. In malahttus SSt 1109, oà. niarotu , s'ha una scriz. etimologica. E il ni. cadaplauma SSt 1027, Caaploma 1194, Caapioma 1194» Cadapluma 1196, *cataplauma, potrebbe risalire a '^cataplagma; ma come intendere un ni. di questa fatta?
Vocali atone.
11. Iniziali: e- da i-: en le sorte C 1066 (copia del 1201), emcarnacionis C 1100, embronus LI 1102, npr., sine enganno MP 1109, Guillielmus enganna deo R 52, cfr. Embriaci LI 1109, Embriaco R» 166, 1190. — 12. Finali. Allato al lat. Johannes C 1004, 1006, 1012, 1032, 1095, iohanne streiaporco R* 399, 1243, occorrono : Gotiza iugalibus et Ioani germano C 1006, iohanni qui dicitur bom fante SSt 1026, iohannis de landulfo SSt 1088 (C 193), io- hannis blancus SSt 1109. Oggi è G'uane. — La caduta delle vocali dopo n r non appare se non nel sec. XII: terra de baldeziin SSt 1118, de bai- dizun SSt 1136, frexon de langasco SS 1150, baldicion R 20, de caski- fenon 20, lohannes sierpon 43, Wilielmus ìnarenzan 82 ecc.; ogler sca- raglo SS 1120, Obertus de Rainer LI 1135, petrus calegar MP 1135, bonsegnor rnallun SSt 1136, in loco qui dicitur pradal SS 1137, guilelmus guardator SS 1141, sciicator LI 1142, sclaracor Scr. 14, 1143, petrus de- pauer SS 1150, dominicus cazator R 36, dominicus caciator 41 ecc. Nei nll. resta 1' ~i dopo Z, r: in ualle Banali C 990 e in Banali SSt 1159, ora Bàvai^ in Clauari C 980, SS 1136, Begàli R 12, SSt 1193, ora Begé ,. de Sori R* 146, 1190, ora Sài, Oliuii de Mari R* 34, 1178, ora de 3Iàii cfr. § 3 A. Ma dell' -i che cada dopo n e sia risentito nella sillaba prece- dente, quando questa contenga un « o un u (p. e.: genov. ant, cain cani, bucuin bocconi; od. Kurnigeh Corniliani ni.; ecc.), non è alcuna traccia sicura nelle carte latine. Si noti tuttavia: maugene 'in loco qui dicitur //;.' SSt 1145, maduzene R^ 98, 1173, de ynagur-eno SSt 1190, in magureno SSt 1196, che in LI hanno quasi una spiegazione: in locas et fondas matu- cianas 962, in... matutianensibus finibus 963. È egli però da credere cho *Magusain si fosse già ridotto a Magusen, quando le 'Rime' hanno ancora esclusivamente il dittongo aperto ? — 13. e da a. Lasciando Genarins G 999,.
Studj liguri. § 1, A. Carte latine: Fonetica. 5
abbiamo il noto monesterio C 997, 999 (tre carte), 1003, 1005, acc. a moni- slerio C 1005, monesterii SSt 1014 (C 92), monesterio 1016 ecc., caneuarius IV 23, 1173, caneuarius R^ 44, 1174;- tibi Rehemzoni monelli C 1055, cui •s'unirebbe, se spetta ad -a cu, de Comego R* 127, 1188, de Cumcgo R* 282, 1203, ni., ora Co' magic. Qui è normale dissimilazione in compera R^ 149, 1194; 155, 1196, e altrove, camerarius R* 406, 1255 e spesso altrove. — 14. e da i: in fundo caleniano SSt 1000, ora Calvjinàn (avrà veramente un e orig., ma pur serve), gotefredus ib., deiiixione SSt 1028, semenadura C 1028, macenabit SSt 1108, macenare ib., calegarius ib., SS 1141 e altrove, letigatores SSt 1109, Bonefacius SS 1137 e altrove, cfr. Bonefaci rp IV 3, Guil- Waìnwx?, polesin LI 1146 *pollicinu, frexon de langasco SS 1150, Bietesa- l'ie R 95, in besanio 101, de felippo 101, Gandulfo de uecino 103, de uexino 104, corezarius 105, besauus noster 237 'bisavolo', sempre vivo, costa de seluestro 243 (992) ecc. Variamente scritto il nome dell'od. Sestri: in insula Siestri R 79, de Sigestro 90, Segestri 114, de Seestri 133, fossato de cestri 274. — In penultima, allato a forme con i (come : in gaterico SS 1003, in loco et fundo gralanico SS 1100 ecc.), abbiamo Casalego C 1066, martinus de mazelega R 82, de persego 143, de carpsìio 254 (1010), campo denego 275, guidotus codega Scr. 476, 1158; Pizena mulier R 266, se l'accento è suU' ?", quondam Piceni R' 19, 1175. - Scambio di prefisso in premontorio Scr. 294, 1155, ora Premehtuh. • — 15, L' t di penultima deve forse la sua conserva- zione alla palatina, nei numerosi nnll. in -ici: niontdnisi SS 993, Cauàlixi C 1089, acc. a Cauàlexi R 82, Sauàrixi SS 1137; cfr. Celanisi Moconisi Pa- nisi Trepelixi nell" Indice' di R, e gli od. Siànezi Mucònezi Pdnezi ecc. Citerò anche Tunisini Scr. 301, 1155, ora Tunezi. - Un i da ù: a Bri- gnono R* 137, 1188, quatuor arboribus ficuum et unius brignoni R* 427, 1257, acc. a Brugnun Scr. 428, 1157; 434, 1157, a Lanfranco brugnone R^ 51, 1174: ora è briniaì. — 16. a da e, i, u : Saraftne Scr. 312, 1150, per assimilazione; [boni cordeanerii Scr. 327, 1156, coli' od. kurdané 'funajo' opp. con 'cordovano'?];- cum mdscaro LI 1127, filius datali (dattero; od. ddtou *dattaru) SSt 1138, Obertus siilpliarus R 316, acc. a sulferus 124, Oto sulfar R* 194, 1153, ansaldus sulfarus Scr. 411, 1157, ego garofalus Scr. 415, 1157, ogerius lugarus Scr. 418, 1157. — 17. u da o : lungobar- dorum C 992, 1000, funtenele SSt 1007, acc. a fontanele, in sorte de fun- tana C 1040, acc. a fontana, Custantini C 1055, uliuerius SS 1137, iohannis curtesi SS 1141. Più numerosi gli u da il lat.; ma qui mi limito all' -m : bruningu num. 35, do lu zerbu, de lu cerredu, Ugo magru LI 1135.
G Parodi,
Dittonghi. 18. Oltre i casi citati al n. 10, motto qui, per quel che val- gono, Todeuerga Toderada C 971 (ali. a tefredi SSt 1011, teberga 1022, teu- derada 1030 ecc.), ofrasia SS 1035. Poco c'insegnano inperator agitslus SSt 1031, Sancti Agiistini C 1003, cum i^vìore ... agustino SSt 1145; ma può notarsi: in loco qui dicitur Austana R 422.
Consonanti continue.
J. 19. Già citato Genariiis C999; e si aggiunge: meliorcntur non pego- rentur SSt 1097. Ma: Zoagii num. 20 e 42. Di nessuna importanza: mense rnadius SSt 1009? ecc. E: de lo poio R 146, de supra^Oio de leocaria R 184 (1018), ubi dicitur poio R 230 (1060), non sono che varianti pseudoetimolo- giche di 'podi uni', od. pohi. Di contro all'od. lilgii, luglio, SS 1039 lulius.
J implicato. 20. LJ: \n pelio SSt 1009? (C 72), ma pegli SS 1100, in uihi pegi SS 1175, ora Pegi, ubi dicitur maleolo SSt 1030?, ma usque in maglolo SSt 1145, de magloleto R 47, in loco Bergalli SSt 1027 (C 135), in hergaUi R 288 (1000), Bargagii R 298, in caniogi Scr. 257, 1145, monacus de camogi Scr. 288, 1155, de roca taiada R 105, in capella de rumallio R 14, capelle ramagii 320, Rolandus cegii blanci 349, corneiano SS 1163, ora Kurnigoii, de Zouaio R* 125, 1188, ora S'uàgi. Gli esempj più antichi per la ridu- zione in (j sono della metà del sec. XII. Cfr. -cl-. — 21. MJ: Se mugna- negasco 'in m.' G 1047, derivato del ni. che oggi è Mìnànegu, è da Mum- mianus, otteniamo un es. di mj protonico in n, cfr. Banali, ecc. § 3A e Settignano Septimianus, presso Firenze, Rom. XVIII 603 n. — 22: SJ : carta oferscionis C 969 (s); ubi dicitur falexiano SSt 1011, C 1012, occa- xione SSt 1022, ambroxius SSt 1027, deuixione SSt 1028, camixa una de dopso C 1055, ubi cerexa dicitur SS 1109, due volte, Turlexanus R 38 {:■). — 23. CJ : riuo Yernazola C post 987?, se non va al n. 24, baldezun num. 8 e 12, anselmo cauaza R 84, Rubaldus besaza 86, de brazamonte 146, in vico Molalo R*201, 1180, cfr. Molaciana R 11, ora Muasdha, Obertus de cannega SSt 1179, cogn. vivente Canossa; scalgauegia num. 30, in fossato de preda marza R 188 (1061) 'di Pietra Marcia'. — 24. TJ: Lasciando mense marciu.s SSt 1014, porcione SSt 1028 e pedala SSt 1031, due volte, abbiamo: ma' ziico p. 17, scurlamaze num. 34; anzanits R 29 'anziano', alzapé num. 48; de opizone struxolo R 13, 88, se è 'strutiolo', e più dubbj ancora: Johannes reza R 53, lanfrancus rezano ib. - PTJ : dominicus cazator R 36 e passim, Luxius cazabouem SS 1175. Le scrizioni come dominicus caciator R 41 di- pendono dalle apparentemente analoghe: molaciana ecc. — 25. DJ : Campura
Studj liguri. § 1, A. Carte latine : Fonetica. 7
mezanum C 1050, Wilielmus laiiezo R 88 *lapideu, ctV. Rom. XIX 484, de caìnporzasco R 266. Se in iohannes ragius R 39 s'ha veramente radius, ne risulterebbe una scrizione sul genere di caciator. Ma forse risaliamo a un i implicato. — 26. Per BJ ecc. ho soltanto: per caìuhlo SSt 1103, 'scrizione a rovescio', e probabilmente Zoblolo C 1023, diminutivo di 'Eusebio', cfr. l'od. Santii S'óyu.
L. 27. Tre esempj di -l- in r : a fcletore R 294, cfr. 'Filettole', Symoii do merello R 467, se con l'od. merelu melu, fragola, risaliamo a *melillu; Wilielmi de Datavo R* 362 e 363, 1210. Forse è una 'scrizione a rovescio' nel frequente Silus per Siriis : manibu» Johanni et Silo C 1023, Sancti Sili SS 1017 (C 98), SS 1026 ecc., e in caldelarius Scr. 458, 1157, tre volte, cal- delar 496, 1158. Allato a 'siluis biiscaleis" C 1089, occorre 'siluis buscareis'' SS 1085 (C 187); ma è alternazione che non si limita alle carte liguri. Per L^ in r: guilliennus Scr. 238, 1141, tre volte. — 28. ALT ALD ecc.: Ru- baudus SS 1180, Arnaudus SSt 1187, Wilielmus de Ando SSt 1187, Obertus baudigoìius SS 1193. Curiosi: Ansaido R218, Ansaida 220. Per ULT ricordo 'non mutnrn longe' SSt 1118, dubbio perchè isolato, quando s' hanno bnl~ zaneli SS 1158, de Bolqcnelo R^ 129, 1188, ora Bòsandm. In una carta di. SS 1138 è tra i consoli di Tortona nominato: Obertus scopellus; ma, sa pur c'è il signif. di 'scalpello', non sarebbe, io credo, valido esempio ift questo numero; cfr. § 3 A. — 29. L'N in II, nel sufi", -allo: de runcallo- R 47, fossado de ceredallo 178, costa de cernilo 235, fine roca qui dicitur nizalla 292 ecc. Ha notoriamente ragione sua propria: prò multone et agno R 45 (prò muntonibus duobus R 33, prò muntone 35 ecc.).
L implicato. 30. CL, GL. Il più antico esempio, ch'io abbia, por la risoluzione in a </, a formola inizialo, è de iarolo R 300 'do glareolo'; dov'è da confrontare la grafia corrispondente delle 'Rime'. Del resto, sempre intatta la formola iniziale: elusa SSt 1024 e 1103, clerico SSt 1109, clanica SSt ino, a mansione de lo clapacio R 164 (1068), ora: ou C'apàsu, lacus de la clapella R 213, ora C'apéla; glareto R 204 (992), glariolo 300 (1164),. in molendino glarie SSt 1170 ecc.; sclaraeor Scr. 14, 1143; cfr.: marchia de crauexana SSt 1196. Interno, dopo consonante: tordo SSt 1099, ma ad torchinm LI 1141, se esatto. Tra vocali: uegius arpini LI 1102, uegii ih., cfr. Petri uegii R 109, in uilla uegia Scr. 288, 1155, musso de scalqauegia SSt 1156 (autenticità incerta), musscus scalciauegic Scr. 324, 1156, Johannes uilla uegia SSt 1193; usque ad conigium R B9 ; damianus de fontanegio Scr. 336, 1156, acc. a de fontanegli LI 1128, fontanegio R 164 (1068), ora
8 Parodi,
Fuiitaneffi; fine lauaglo pagnano R 218, fine lauaclo R 249 (998). Una * scrizione a rovescio', significativa di molto, è quella per cui gì è nelle veci di g : oglerio SSt 1005, 'Ogerio', auglerius auglerio SSt 1097, Oglerius SSt 1173, R* 27, 1176; 80, 1170, ecc.; cfr. Ruglarius SSt 1167. — 31. PL BL. Iniziali, non offrono sicuri esempj di risoluzione. Abbiamo : blauas collegit SS 952, de blaua SSt 1097, bianco SSt 1103, Johannis blancus SSt 1109, de celilo bianco SSt 1173, ma Brundo R* 66, 1180, npr., Brondus ib., § 3 A. Interni: dublum C 999, 1000, in dublo C 1003, in dublum SSt 1014 (C 92), pena diibla SSt 1026, dublum SS 1065, fosato de ponpliaìia SSt 1049, ali. a fosato qui pergit a Ponpiana C 1077, in .uultablo SS 1003, uultahiimi Scr. 288, 1155, de Monte Obio R^ 138, 1188, che sarà Mons Opulus, cadaplauma SSt 1027 e caapioma 1194, num. 10; ma notevole sopra tutti: fosato de staliani SSt 1018, od. Stage'n (che non so staccare da stabulu, e risalirà perciò a *stabulani), Stniano LI 1128, ad Staianiim SSt 1173 ecc. Non popolare: uia puplica SSt 1011, 1027, uia plubica SSt 1074, uia pu- prica SSt 1100: cfr. num. 26. — 32. FL. Fulcus reflatus SSt 1173, Wi- lielmus reflao ib.
R. 33. Scempiata la doppia, come nel genovese storico : iera SS 1036 (C 82), ubi dicitur Sera C 1059, curii SSt 1069, ubi dicitur tocafero SSt 1081, terarusa C 1085, iusta tera Andrei C 1086, tre volte, ali. a terra, tera beloni SSt 1095, tera rustici ib., ugo de ture SSt 1109, de Magneri ali. a Magnerri R^ 63, 1177, Menaguera 80, 1170, Obertum Caparum R^ 336, Ì210, più volte, terucio p. 16. — 34. Metatesi: casalle preda strecta C 1019 *Pietra stretta', in preta streta C 1040, Preda strecta C 1047, filli scurlamaze R 17 'CroUamazza'; cfr. scorlando Arch. Vili 387, catthredam R 430 (1008).
S. 35. Il dileguo di s finale domina pur nella scrittura: (ego) Elde- prando... firmaui SSt 964, adelberto index ib. , cunrado rogatus ib. , Teo- dero C 969, ansaldo silueradus SSt 1000, est fosato ib., nos martinus et hruningu SSt 1007, ubi dicitur canpo zuconi SS 1012 (C 84) ecc.- Per l'i- niziale, oltre si- da si- in scindicus scindico R' 360 e 361, 1211 (cfr. su- scìdium SSt 1014), noterò lo :.-, come nell'italiano, di 'Oberti zocolariV SS 1177. Per : d'altre provenienze: in canpo zuconi SS 1012, C 1040, 1047, otto zopo ss 1138 (Tortona), zebaruni e ziriale p. 17, oltre l'oscuro Aqua zole C 987, od. gen. Akasó'a, nomo del pubblico giardino. Il suono z (e z) è ignoto al dialetto od. della città, ma forse non fu sempre così. Cfr. i numm. 19, 23, 24, 25 e 46. — 36. SCI: grexencius SSt 1099, se è 'Cre- scenzio', .Johannera Pexum R* 40, 1172 ecc.
Studj liguri. § 1, A. Carte latine : Fonetica. 9
N. 37. Pochi gli esempj della trascrizione nn : a porta superanna C 1000, donno nostro Ardoinno C 1003, in fontana de granna R 164, sancte marie patrannie R 274, in molaganna SSt 1187; di che vedi Arch. X 152 e § 3 A. Per l'uscita, aggiungi agli es. del num. 12: buccadasen Scr. 369, 1157, boccadasen 370, 1157, npr., cfr. l'od. Bukadas'e, ni., male italianizzato in 'Boc- cadasse'. — 38. La nasale, antica di certo, degli od. stranhic e s'ehbu, si riscontra in Strambus et consanguinei ejus R 18, Strambus Medicus R' 109» 1182, Guilienzono Zembo R" 32, 1178, cfr. Rom. xvii 52 sg., St. it. di fil. class., I 433 n.
Consonanti esplosive.
C. 39. Wilielmum Gamehctn R- 79, 1170, tre volte, con §- antico; Ilen- riffo rex C 1005, ubi dicitur ualle fiigaciaria SSt 1022, monagos SSt 1031, due volte, monagorum ib., due volte, ubi dicitur Yigo C 1087, in palaiia- nego SS 1088 (C 193) ecc.; fontana sagrada R 254 (1010). Notevoli gra- fìe sono h e he: ìnonahus C 971 , Waraho C993, raonahis C 997, mona- horum C 999, monahus C 1000, monahorum SSt 1018, 1029, marhio SSt 1033, monahcorum SSt 1100, monahcos ib. ecc. — 40. CT : saletis LI 958, C 965, 979, 1020, SSt 1049, ali. a salectis C 969, 993, SSt 1019, in preta streta C 1040 ni., ali. a preda strecia, cfr. num. 34, e a felecto C 1027; finalmente Dominicus de feleito R 82, in saleito R* 22, 1177, Oberto Peitenato R' 123, 1183; 140, 1186, coi quali manderemo Guaita tana LI 1142, filius guaita folio R 34, facit guaitam cottidie R 37. Di et che per falsa analogia prenda il posto di ?, sono esempj : imperactor C 1000, Ictalia, cecteri^ iota ut, prò ctempore,^ clune ib. , salectis practis G 1004 ecc. — 41. CS : nos saxo filius SS 1035, saxo et ofrasia ib., bisxola e bixola num. 9; e a; varrà di certo s.
G. 42. Caduto, ne' due soliti esempj jugu fagu: iuuo LI 962, C 979, 993, SS 1004 (C 62), de Zouaio R* 125, 1188, num. 20; usque ad Fauni Cascaui R 18, fine fao frigido 273; e sono scrizioni pseudoetimologiche: in fagido frigido R274 (1060), per fadum frigidum R 315 (1145). Di g non etimo- logico, ma di effettiva pronunzia, è notevole es : Rolandi pigoiarii R* 215, 1195, ali. a 'fontana pioglosa'' R 254 (1010), ora pi^ógu pigugus'u ; e proba- bilmente gli si aggiunge: de maguqeno SSt 1190, in magu^eno SSt 1196, cfr. num. 12. Metto qui il frequente saonese LI 1139 ecc.
QV GV. 43. quintanascum 'fogna' R* 234, 1193, per acquistum R' 269, •994; 19, 1175; Ogerio frenguello SSt 1164, Lanfranco frenguello SSt 1165. In 'Enricum Rustiguellmn' R' 372, 1218 si ha -gue- per -()e-, come tal- volta nelle 'Rime'. Si spiega coU'influonza di 'carro': cadrubius R' 83,
10 Parodi ,
1171, in carrubio R^ 362, 1210. — 44. W. uuido SSt 1005, uuaraco 1011 ecc., ma guardiam LI 958, gualterij SSt 1011, guiliehni SSt 1014, guilielmus SSt 1105, 1109 ecc., cfr. Gulielmo pezuUo R 19.
CE CI. 46. in alpe maxeria C 987, iusta pedem de maxerie ib. , costa albinoti maxenasco C 1066 (copia del 1201), in alpe maxeria SSt 1097, ad pedem maxerie ib., malauxelo SSt 1099, Rollandus de montexello LI 1142, baldus colexella R 37, fliimexello 225, de axereto ib. (male italianizz. in Assereto), baldi caulixelli R 315, molendini de piguixello SSt 1190, 1196 ecc. CtV. anche il num. 15. Qui stia pur Pizena num. 6 e 14.
6E 61. 46. zinestedo C 965, un pò* sospetto, in loco et fundo Zumin[ianiJ C 1017 Geminiani, cfr. in Zimignano SS 1120, uilielmus de zermano SS 1137, de zinestedo R 133, SSt 1171, Guilienzono Zembo K"^ 32, 1178, Ze- noardus R* 33, 1178; aproazenare R^ 275, 1201 'propagginare'; cfr. core- zarius num. 14, col quale manderò: Gazio C 1019, ubi dicitur Gaqum {q=~ 0 /?) R' 233, 1193, ali. a costa de gagio C 1010, od. gen. munte dii Gas'u, cfr. Arch. IX 409 sg. n. Ricordo ancora la scrizione t, J, benché già latina e frequentissima nelle carte medievali : Jenzior C 979, 980, lermani C 980, jermanis SSt 1005, jermanus SSt 1015, 1024, campis ierbis SSt 1049, jermanis SSt 1142; [a palis in iuso SSt 1108]; inieniurn ingenium SSt 1016 (G 98), leie SSt 1024, aiere SSt 1026 'agere' (C 132), in falò fri- gido R 277, cfr. num. 42, ecc. Da j- francese : de monte jardino R 26, in jardino SSt 1179, cfr. Moniardini R» 392 e 393, 1240. — 47. In dileguo nella protonica: a te oberto guaina Scr. 286, 1155; decem fossas proana- rum R^ 409, 1253, cfr. num. 46. Non hanno importanza i nomi germanici, rainardus SSt 1027, mainardo SSt 1037, reinaldos reinardus SSt 1045, ri- naldo C 1045, maginfredi SS 1064 (C 169), mainfredus SS 1137, R 51, Man- fredus R 53 ecc. Scrizione a rovescio: Eginriciis rex C 1004?, 1012, 1014, ali. ad Inricus 1006, Anricus SS 1008.
T. 48. nudalo et honorado LI 962, nudali honoradi ib. , Costa de Prado C 979, fossado ib., fine fossadus R' 269, 994, refudauimus C 1003, Mortedo C 1004?, fosudo SSt 1005, garsanedo ib., quondam Leda cuniux mea SSt 1009? (C73), cfr. nos lohannes... et Leta C 1012, in locas et fundas Codoledo C 1023, due volte, SS 1039 (oggi 'Cogoleto' Cugu), mortedo SSt 1025, 1060, 1099, ni., ubi dicitur pradello SSt 1031; uie publice qui nominatur strude SSt 1103, cfr. strue 'strada' ri xiv 454, xxi 12, e i §§ 2 e 3; de sosenedo... de mirtedo de cerreto... de prudello LI 1128 ecc. In cadiuu C 1005, se 'captiva', si ha una * scrizione a rovescio'. Palese il dileguo in: de uendea LI 1134, Carmaini
Studj ligiin. § 1, A. Cai't'3 latine : Fonetica. 11
Caivìiaino R 29, R^ 127, 1188, ali. a Idonis de carmadino R 31, do panie R 46, Guilielmii caiti R 60 'caduto', Citaini acc. a Citadinus K^ 83, 1171, Bruxaello R* 244, 1192; ubi dicitur pe de monte SSt 1018, Anselmus al- zapé R 82. — 49. TR : quondam Perus judici SSt 1009? (C 73), e il npr. madrona SS 1030, frequente più tardi. Non m' è chiaro : tibi Manzo de Molazana filio quondam Peironi l<? 364, 1209.
P. 60, in locas et fundas Riuariole C 969, de loco riuariole SSt 1011 (C 77), 1016 (C 97), a la louaria C 1016, pauariano C 1019, ali. a: in villa papariano SSt 999, 1022, ma de Pauarano R' 197 e 198, 1184, oggi Paviàh, Canarina C 1047, Wilielmus lauezo R 88, num. 25, Rubaldo cewo^te R^ 250, 1193 e 259, 1203; aproazenare proanarum num. 46 47; Martinus Baticaic R 235 (1039), se è 'Batticapo'. — 51. PR. Caurasco C 1019, in uilla Caurasco SSt 1033, de cabriata SS 1107, 1109, de cauriada SS 1137, aldeurandi R 286.
B. 52. Inutile citare esempj come 'de sancta sauina' SS 1039 e simili, e mi ristringerò a 'thome scatnni'' SS 952.
Accidenti generali. — 53. Qualcosa più che un esempio d'aferesi: per nimiam firmitatem SSt 1027, C 1029, SS 1039: cfr. l'od. fennàja infermeria. Siamo allo stesso caso di 'fante': Bonafante C 1047 ecc. E qualcosa più che un esempio d'apocope è il solito ca: terra de ca subtana de ponte R 48. Qui metto anche Giromus Scr. 432, 1157 'Gerolamo', od. G'omu. — 54. As- similazione vocalica, oltre che nel comune salamonns K^ 72, 1168, più tardi Saramun, e in Sarafìne num. 16, pure in centatiario R*441, 1254, ora sentano.. — 55. Dissimilazione di consonanti , non specifiche : Vicoicius R' 79, 1170, Sancti Vicencii 101, 1173, ora Visensu, propietas R 183, od. propÌK. Non oso aggiungere galea R 118, R" 269 e 272, 1194, cfr. Rom. IX 486. — 56. Metatesi sillabica, non specifica: de padttle R 237 (966), de paule R 46. Par che rimanesse tuttavia, nella disposizione etimologica , snraffo, oberto sarago Scr. 472, 1158, obertus de sarago 479, 1158, sargus, ora sà()ou, anter. sàgaru. Agg. Rainarolius R' 256, 1194, ni., cfr. l'od. rcsna rana. — 57. Commistione di temi, oltre che nell'ant. rendere C 1006, anche in bergamena C 1005 'pergamena', acordio R'' 412, 1254, od. akórdhi, su 'concordia', in eius terratorio R* 383, 1228, cfr. Schuchardt vok. II 103. Ma contangit R 162 e 224 (972) rientra nella generalo tendenza a reinte- grare il verbo composto.
Riassunto. 58. I fenomeni più caratteristici del dialetto genovese del 300, si può dire che appariscano già tutti nello più antiche nostro carte. Per
12 Parodi,
alcuni pochi, cho non si mostrano se non alquanto più tardi, possiamo talvolta restar dubbj, se ciò sia da attribuire alla scarsità del materiale che dalle carte ricaviamo (così per la caduta delle uscite vocali dopo «, r), o se piuttosto non sia da ammettere, che, fenomeni secondarj come sono, essi spettino a età seriore. A ogni modo , ha la guarentigia di una ben rispettabile vecchiaja ogni caratteristica dialettale che in codeste carte si riveli ; e qui è riassunta la nostra esposizione, indicandosi per ogni feno- meno l'anno dell'esempio più antico. — Vocali: d in e davanti r com- plic, 1016, num. 1; -erius per -arius, 1102, num. 2; e in e/, 969, num. 4; -INA in -ena 1060 (copia del 1143), num. 6; p in ?(, 999, num. 8; àu in o, 1017, num, 10; — e vocale atona predominante, 997, num. 13 e 14. — Consonanti: -LJ- in g, 1143, num. 20, e questo è veramente l'ultimo esito, a cui dovette precedere la fase del j, serbata da gran parte dei dialetti liguri. Un g- da GL- è del 1143, num. 30, cfr. Qoendam a p. 21; e -CL- -GL-in^ sono indirettamente attestati da Oglerio, num. 30, fin dal 1005. -PL- -BL-, ridotti prima nell'unico -bl-, danno pure g fin dal 1018, num. 31 ; cfr. num. 26. E poiché, nei dialetti liguri, LJ, CL, PL si sono svolti cia- scuno per diversa via, § 4, non sarà caso fortuito che la fase g s' abbia più tardi nel primo, che non negli altri due. -ALT- ecc. in -aict- 1180, num. 28. Doppio R scempiato, 1023, num. 33. N 'faucale', 1000, num. 37. -C- in -g-, 1005 e 1022, num. 39; -CT- in jt: feleito 1143, num. 40, e quivi insieme si confrontino le 'scrizioni a rovescio'. -CE- -CI- in ;;, 987, num. 45; GÈ Gì in se s'i (o ze ziì), 965 e 1017, num. 46, cfr. num. 19 e 25. -T- caduto, 1134. num. 48; -TR- in -r- 1009?, num. 49; -P- in -y-, 969, num. 50.
Appunti morfologici.
Articolo. — 59. da uno capite . . . da alio capite SSt 999, a perticas de pedes XII a pedes liuprandi quond. regis SSt 1011; in loco lo mulinello C 1089; a la louaria C 1016, carta... ostensa et « Z ordine lecta SS 1039, in lo casale C 1040, in la fontana ib., quinta pecia da l oliua C 1086, per lo tonninus SSt 1142 ecc. Curiose scrizioni: da buno latere (due volte)... da balio latere R 218 (1019), 220. Notevolissimi e non facili a spiegare: in 0 polo R 164 (1068), in a costa ib. , in o runco 171, in o broglo ib., usque in a plano 195 (1096), in o roncallo 219, in o brolo 254 (1010), in 0 planello ib. Vedi § 3, s. 'Articolo'.
Nome. — 60. Come altrove: ipses pecies C 1013, calendes genarius SS 1017 (C 98), omnes pecies de terra C 1029, a suprascriptes dues porciones C 1030.
Studj liguri. § 1, A. Carto latine: Morfologia. 13
In 'filii selueradi de le iiallV R 265, è V -i che ci aspettiamo pel fem, plur. di 3% ora -e. Nei nomi di tipo germanico, la differenza tra il nominativo e i casi obliqui sembra osservata un po' meglio che nei latini ; ma non no- terò se non 'quondam aldani' SSt 1027, quondam gazani SSt 1088. — 61. Genere ecc.: in eadem monesterio C 1003, SSt 1016 (C 97), SSt 102G e altrove, in locas et fundas Riuariole C 969 e spesso altrove, anche in locns et f Linda SSt 1019; nepota mea SS 1089 (C 194), nemina persona SSt 1045 (C 157), SSt 1100 (C 204). Si fonda sull'uso volgare, tuttora vivo, oltre * suprascripto pedo" C 1031, anche 'uinea et fìcas'' SSt 1026, C 1079, od. gen. fi^e. Pel neutro, oltre i citati ^ locas et fundas\ sieno addotti ancora: de jam dieta mobilia SS 1039, ubi noncupatur Campora C 1006, SSt 1085 (C 188), 1095 ecc.; dna milia mancusos aureos SS 1039, tuttora dna-mìa. — 62. Com- parazione : de plus propinquioribus parentibus nostris SSt 1019 (C 115).
Pronome. — 63. Unico ma doppio es. di pron. congiunt. nel npr. Deilo- mede R' 155, 1196, Deilomedis R* 226, 1198, cioè Be-lu-me-dé {Bei per De anche in Qualdeivol Scr. 404, 1157), 'Dio-lo-mi-diede', cfr. Bemerodé § 2 A, num. 4. Ed è di particolare importanza, perchè il solo esempio genovese in cui si mostri la condizione, secondo me originaria, cioè il pronome atono accusativo che precede al dativo ; di che ho toccato nel Giorn. stor. d. Iettar, it., X 189 sgg., e in Rom. XVIII 20 sg.
Verbo. — 6i, Conjugazione mutata: libellum petire SS 1004 (0 64), C 1012. — 65. Desinenze: rendemus C 1028, iiendemus Scr. 300, 1155; de- heunt SSt 964, concambiunt R 11, che ci riportano alle 3* plur. tuttora vive in parte della Liguria, cfr. § 3; sie data 'sit' SS 1039; de uilla henestai R 264 (1170). — 66. Tempi. Presente con accento di terz' ultima nel. sng. : pizeffa formatico R 405, cfr. iohannes bizegans formatico 392, di certo pì- zega 'pizzica', ora pesiga. Imperf. cong. : debesset SSt 1024 (C 124). Per- fetti: tradedit SS 1019 (G 161, male attrib. all' a. 1049), tradeditis ib., ma è carta scritta a Tortona, uindedimus C 1003, SS 1004 (C64), probabil- mente già latini, offersimus offersistis SS 1019 (C 161). Participj : Johannes pento R 82, Nichela Caitiis R», 160, 1197; 223, 1198 ecc.
Indeclinabili. — 67. de superiore capite fine iuuo cerexole C 979, e spesso; a palis in iuso . . . et a molendino in suso SSt 1108; da la ripa in la SSt 1142. Frequentissimo è siue que 'sia che': sibe que alii sunt coe- rentes C 997, siue que alii sunt coer. C 999, sibe que a. s. e. C 1013 ecc.
Suffissi. — 68. Mi fermo al caratteristico e frequentissimo -asce: casa nouasca SSt 1018, in locas et fundas Langasco C 1019, Caurasco ib., terra
14 Parodi,
seninasca C 1029, in miignanc(jasco C 1040, 1047, in cagensasco C 1040, Aznensasco C 1047, Maxenasco C lOGG, fossato Lcuassco C 106G, de casta- neto stropasco C 1087, ubi dicitur horlasco SS 1100, usque ala sorte vata- ridzasca SSt 1142, in emdidasco R 18, in terra campasca ib. , de seuasco (siepe, cogn. od. Cevasco) 19, in laco htgasco 148, terra pradasca 174, terra uallasca 190, castaneto uallasco 223, de campar zasco 266 ecc. — Di -allo, al n. 29. — E sia ancora notato: deccmtm R* 368, 1198, cfr. l'od. gen. deze'ii, specie di misura.
Appunti lessicali.
Son tenuti in confini assai ristretti : per altro materiale, meno caratteristico o più in- certo, si possono veder gli indici delie varie raccolte. In fondo sono uniti alcuni nomi proprj, che hanno per il lessico una certa importanza.
amhlatorium R 263 : '■amhlatorium quod liabebitis super elusa et super uia ista ... in suspense, quod nuUomodo impediat uiam liane neque euntes et redeuntes per eamdem viam, neque impediat quolibet modo clusam molendini'. Cfr. R 288: '■ambulatorio de uinea', e sopratutto R' 36, 1173, ove si descrive un vero pergolato. E dunque il gen. od. ancjòu, ligure occid. ahgav! 'pergolato', che già ricondussi ad ambulatorium in Giorn. ligust. 1885, p. 247, prima di conoscer le forme basso-latine. Si veda anche Due. s. ambulatorium-2, dove si cita Giovanni da Genova.
harhanus: 'de harhnnis seu parentibus meis' C 973. Cfr. CIL IX 6402.
bedum: 'uia decurrit iusta bedum istius eluse none' R 262, cfr. 263; 'da una parte bedo et aqua ductile' R 294. E l'od. béu canale, gorello. Cfr. Due. s. bedum bediura, Kòrting n. 1101.
binellus, od. gen. binelu gemello; 'in molendinis illis binellis' SSt 1149, 'in molendinis binellas" SSt 1172.
hlaua biada. Per gli esempj, v. il num. 31. Anche il verbo derivato: 'ita tamen ut possint runcare de bosco et imblavare' R^ 229, 1201.
bosco: 'insuper dare debeant mcdietatem de bosco quem ibidem coltum fuerit, excepta murta' SSt 1097. La raurta myrtus è il 'bosso', cfr. l'od. gon. murtih mortella; e bosco vai 'legno' in generale, come tuttora nel piemontese e in qualche dialetto ligure.
buscalea: 'terris arabelis et erbis silvis busioleis^ C 1089. L'od. gen. bu- skaga vale 'bruciaglia, fruscolo', ma buskaga boscaglia è negli scrittori de' secoli precedenti. Cfr. n. 27, dove è già citata la forma secondaria buscareis SS 108-5, e Due. s. v.
bucins; 'in galoam vel bucium vel in aliquo ligno quod non sit navis magna' R* 454, 1228; 'quia medietas honoris seu carrici unius bucii
Studj liguri. § 1, A. Carlo latino: Lessico. 15
«st ipsius Raimundi Restagni, et in ipso bucio marinari! xv fuerunt" R* 352, 1214; 'prò qualibet persona veniente in nave, sive bucio, sive tarida, sive galiota, sive sagitea' R* 432, 1256, e così altrove. Per altri •esempj, di tempo e luogo diverso, è da vedere, oltre a Jal, Archeo- logie navale, Parigi 1840, II 249, sopratutto Belgrano, Documenti inediti riguardanti le due Crociate di S. Ludovico ix Re di Francia , raccolti ordinati ed illustrati, Genova 1859, pp. 312 sgg. , ov' è anche data una minuta descrizione del 'bucius'. I documenti, noti al Bei- grano, in cui si parli di questa sorta di nave, non scendono oltre il sec. XIII ; io la trovo però ricordata nello Statuto dei Padri del Co- mune della Repubblica genovese, jìiibblicato per cura del Municipio, illustrato dall'Avv. C. De-Simoni, Genova 1886, p. 93, all'a. 1436. E cfr. Due. s. bussa, buzia, bucia. — Le 'Rime' ci offrono buzo huzi, •che rimasero enigmatici al Flechia, VIII 335, ed altro non sono se non la voce che ora studiamo. La pronunzia, come dimostra 1' u ben fermo, doveva essere biisu, da unire coll'ant. frc. buce busse, che il Kluge Etw. * 47 deriva da una base germanica, ant. nord, biiza, angl- sass. busse, ingl. buss, od. ted. bilse. Cfr. Mackel, Die german. elem. in der franz. u. provenz. spr. 20 e 174 ; e aggiungi l'od, spagn. buzo e il catal. bussò.
calare: 'et abbas non possit inferius ponere scilicet calare inferius sua canalia^ SSt. 1187. Cfr. § 2 e, e Due.
cabnus colle: 'prò calmo Asegnino' R 280 (1039; cfr. 'de Monte Asignano' R 267, 'de Montasignano' ib., che è lo stesso luogo, oggi Muntes'inàn, Mons Asinianus); 'usque in calìiio de Carello' R 279, R' 56, 1175. Cfr. Rom. XXI 9 n.
■erosa: 'uia que dicitur erosa' SSt 1011, cfr. 1026, 1118; 'in fossato eroso R 272 (966). E l'od. gon. cròs'a viuzza, e cros'u, più raro, in frasi come ihtu cros'u da man 'nella concavità della mano.' Cfr. Arch. I 545, Kòrting 2280.
inserere: 'pastenatum et inseritum non habuerimus' SSt 1007; 'atque annis singulis viginti busmos inserere' R'243, 1192. Vaio 'innestare', gen. od. inséi. Non so invece che significhi busmos.
nauclerius R» 269 e 272, 1194; 440, 1228, nnucherius R' 454, 1228, bis, nau- cherus 451, 1228, bis, naucherios R'^ 449, 1228 ecc. Il noihé nozhé nozhér delle 'Rime' non è da leggere, come il Flechia propone, nocér noce, che sarebbe anormale, bensì, come anche la grafia dimostra, no(jrr nogr'. Né mi pare verosimile l'oscillazione supposta dal Pieri, Arch. XII 158. Si potrebbe invece ammettere un doppio tipo per una voce affine, an-
16 Parodi,
ch'essa studiata dal Flechia, Arch. Vili 400, tigé voghe, così che la prima forma {vuge') rispondesse a *vog''lariu, la seconda a *voga- riu. Potrebbe darsi però che in voghe Vh fosse puramente ortografico; efr. vocherius del Continuatore di Caffaro a. 1244 e vochieri in DeSimoni, op. cit. , p. 271. — Quale uffizio avesse il 'nocchiere' sulle navi e in che si distinguesse dal ' pilota', espone il Belgrano, op. cit., pp. 23 sg.
paxonadas R 300, palizzate, gen. od. ;:)rt.sV</i palo. Cfr. Kòrting 5970.
phiolam unam olei LI 1128. È notevole, per la vocale che ha comune col ri- flesso francese. All'incontro: fialas C 987. Cfr. St. it. di fil. class., I 421 n.
giiintanascum R' 234, 1 193, fogna. Altrove quintana, che vive noU'od. gen.
kintaha, di scarso uso, tranne in qualche frase stereotipa. Cfr. Due.
s. quintana quintanea e Arch. VIII 381. L'etimo è incerto. Con lo stesso
suffisso: forana, Forster, Galloital. Predigt., X 18, riana od. piemont,
che valgono tutti e due 'chiavica, fogna'.
rexentarmn unum R* 368, 1218. Cfr. rexentar, pag. 21.
scincUda: 'facit palos prò vinea . . . et scindulas . . . et stringit butes et tor- cularia et tinam' R 37; assicella; cfr. Due. s. schindula.
seràbula: 'surexit in serabulis cum rapagulo in manu' R* 330, 1218. Cfr- Due. s. saraballa sarabola.
sene siepe: 'fine seue de pradello' R 150 e 204 (992); anche setiale: 'fine- seuale de persego' R 143, e seuasco, 'de seuasco' R 19, n. 68.
spitum spiedo: 'Turtexanus dat fascium unum spitorum'' R 38 ; cfr. Due.,, e Kòrting 7688. L'od. gen. spldu è importato; e spitum riviene forse a un dialettale *spéu; cfr. imspea § 2 e.
terucio terrazzo: 'ego salivi in terucio" R' 328, 1218, 'super quodam teru- cio ubi habebat granum' ib. 330. Cfr. Due.
topia pergolato: 'topia una de vinea' R 164. E vocabolo non popolare, con- servato tuttora nel contadinesco tópia, e diffuso piuttosto largamente.
trexenda 'intercapedine tra due case', onde poi anche 'ricettacolo di im- mondizie': 'non possit facere vel habere latrinam in trexendis iusta domum eius positas' Scr. 256, 1145, e inoltre SSt 1181; più tardi è molto frequente; cfr. Due. s. transenda.
iritina: 'iuxta ortum qui est post truinam sancti Laurentii' R 100, 1180. È la 'tribuna' o abside delle chiese medievali e ricorre spesso in altri documenti genovesi. Cfr. Due. s. tribuna truyna trofina. Due esempj,. relativamente moderni, ho dalla 'Cronaca di Giovanni Antonio di Faie' (Lunigiana), edita negli Atti d. Soc. lig. di St. patr. X : 'Del mese de
Studj liguri. § 1, A. Carte latine: Lessico. 17
Luglio 1443 s'è fatta la troyna dela chiesa de S. Maria de Ghotola' p. 544; Tano del 1452, del mexe d'agosto, fo depiiito la troìjìin dela Chiesa de Croia' p. 572. L'etimologia corrente fra i cultori degli studj storici è 'tribuna'; ma non è agevole dimostrarla.
zebanim unum R^ 368, 1198. E l'od. gen. srbrii bigoncia. Cfr. pag. 21, s_ rexentar.
zirlale : 'ortum seu zirlale'' R* 312, 1215, anche ciriale 313. Cfr. il ni. Ce- rlale. Sarà cereale.
baconus Wassallus 292, 1197; cfr. Kòrting 980 e il num. seg.
baffadosso, 'Andrea b.\ R 406, due volto. Probabilmente ha fa irosu, cfr. Arch. X 12 n, Kòrting 988, 989. Giovanni da Genova ap. Due. : 'Perna: baconus vel baffa porci'; cfr. § 3 e.
bisxola: 'lohannis qui dicitur bisxola'' n. 9, od. gen. bùsua 'bussola' e 'portantina', bisunta salvadanajo.
boletus: 'Ingo b.' Scr. 332, 1156, 'Johannes boleium' R- 202, 1185; cfr. § 3. calabronus: 'Otto e' R 29. I dizionarj danno all' od. gen.: gravalùn, che- io però non ho sentito mai.
crusetus, 'Wilielmus cr.\ Scr. 329, 1156. Sarà l'od. gen. kum'eiif, specie di pasta da vermicellajo.
faollus, 'marescotus /", Scr. 434, 1157; par l'od. genov. fòuln granchio.. Cfr. § 3 C.
flaono, 'lohanni fl.\ R* 296, 1207; risponderà all'it fìadonc, Kòrting 3175-
grita, 'Bonus lohannes gr." R^ 205, 1186; od. gen. f/rlta granchiolino.
gri(r/m(s, 'Obertus gr.\ R^ 214, 1195; ital. grugno, gen. grinotu colpo sul viso.
hcstaliboi , 'Petrus /(.', Scr. 316, 1156; sarà: 'osta-i-buoi'; cfr. Ardi. VII 523-24.
lauezo 'Wilielmus l.' R 88, num. 25.
maimoni'.s 'Vasallus m,\ e anche ìnaimonij, R* 46, 1172; va coU'it. gatto rnammone, gen. gatu ìnahnuh, Kòrting 5033.
manente, 'filius martini mancntr R 405. Potrebbe anch'essere nome co- mune; vivissimo tuttora: ^nanrhte mezzadro. Forse riviene qui il ni. Manese'h, variamente scritto nelle carte: manezani SS 1100, de Ma- neniiono R 21, Manegano li^ 127, 1188, Manengano R' 130 e 131, 1188.
An^hivio trlottol. ital., XIV. 2
18 Parodi,
margon 'Rainaldus )».' Scr. 303, 1155, 'rainaldus margomis ib. ; gen. ma-
grùii *mergone 'palombaro'. mazucQ, 'Aubertus m.\ SSt 1105, cognome tuttora vivo, Masucu, nura. 24.
olicedo R 148, oliceto 272 (966), de olisceto 1.57, de Olexedo R- 40, 1172; ni. che deve risalire ad ulex, del quale non si citano che riflessi spa- gnuoli, Kòrting 8466.
pantaxadus, '■ \ià\a.n\\m. pantaxadum\ R 71 ; cfr. prov. jwntets^r ecc. Kòr- ting 6106 *p[h]antasiare e l'od. gen. spantCìzima fantasma.
peto, 'Gandulfus pelo de lupo', R 154. Non andava perciò messa in dubbio r antichità del vocabolo, Rom. XIX 486.
picamilio, 'a te p.\ Scr. 413, 1157, frequentissimo nelle cronache. Se ne ricava un verbo pikó, probabilmente col senso di 'beccare'.
polesin, 'Guillielmus p.\ LI 1146, ' Ansaldi pidicini' R^ 195, 1153; cfr. § 2 e.
fachinus, 'Bernardus t.\ Scr. 417, 1157. Ora solo bibiii.
tafur, 'Obertus t.\ R 25, cfr. Kòrting 2384, e § 3 e.
B. Documento latino-genovese dell' a. 1156.
[E propriamente un inventario, annesso al testamento di Raimondo Piccenado, del 5 marzo 1156, e contenuto nel già citato 'Cartolario' del notajo Giovanni Scriba. Dopo la convalidazioni d'uso, 'Testes arnaldus tolose ]\[artinus peoolus lonbardus sancii Effidii' ecc., si passa nel testamento ad afTerraar l'esistenza d'una carta supplementare, ore, da un certo seg'oo in poi, devon trovarsi enumerati gli og'getti spettanti alla ve- dova: 'omnen raubam que scripta est in papiro ilio a i'^ inferius iiossit accipere uxor mea quomque voluerit et iubeo quod absoluatur'. Difatti, accanto al testamento, fra un rjuaderno e l'altro, è inserita di traverso e cucita insieme una carta, di carattere diffe- rente, dove si trova il segno indicato. Sopra questa carta scrisse inoltre alcune parole, di propria mano, il notajo stesso, nell'inchiostro rossiccio del cartolario. L'autenticità non n'è dunque dubbia. — Fu naturalmente pubblicata, col resto, anche la nostra carta, e trovasi a p. 309 della citata edizione: ma, pur troppo, non meno scorrettamente del resto. Né so, d'altronde, che finora abbia richiamato l'attenzione degli studiosi. Trat- tandosi d'un testo così antico, io mi attengo strettamente all'originale, e sciolgo bensì -le abbreviazioni, ma rendendo in corsivo le lettere aggiunte.]
Duos sospeales. una archeta pania, septe;;^ tabulai de aueto. diias botas. una mastra, et duas bancas de maniar. et duas ta- bulas de maniar. et quatuor bancas de sedere in ])utega. et coendam de cosina, seiar. fogolariu^y^ tabulas fenestre de cai- 5 mara. clauatura de camara. latina, duos lectos. coendas balco- mim de caimera. duas tendas de canauacio qnarum coope^iu;^-
Studj liguri. § 1, B. Doc. lat-gonovese. 19
tur pannos. mmm mantellum de coniculis coop^/'tum de scar- lata. unum mantellu^i uulpis. duas segias ^
Unu;yi morter de ramo. II pestelos ^. duas catenas ab igne, una graica de ferro ad ponendu/;^ scutellas. una arpa de ferro, io una conca de ramo. HIP'' senauerios. mmm pede?n de candeler de ramo, duos candelerios de ramo, unum scutellam picta«z de almaria. et una scutella de ramo, duos bacinos de ramo, duos lebetes. et duos pairolos. unum rexentar de ramo, duos anelos de auro, et unum cuiar argenti ruptum. quatuor ca- 15 tenas de pertega. un[a] lucerna de ramo, et unum docol de ramo cwa penditore. unum ìectui/i inpictum. duas coceras de piuma, duo.? cosinos unus de corre, et alius de carpita de •" lana, et unum auriger. unum col^erer de cor. duos coopertores. duos lenQoles. et una.m uellata;n. unuwi orinale, quatuor meia- 20 role de oleo. et una orca, et una.m secure;/z. et unam haìanquì/i cum. y. libris de ramo, et unum marcum de ramo, et unam cupam de terra, et unam amolaw^ cum aqua nanfa, et una«^ cacam de ramo, et unum coiar de ferro, unum uaxellum de ure[to. u]nu;;?. enaper cum uno enapo de ureo, una enaper 25 cum una cupa de ligno. unam botam. una;;i mecena//i de porco, una bota ub{ ponuntur omnes minutas res. duas almusala.?. duos baracamos iauni. una pelle uaira pellatas. una/;^ cooperturam de cendal uetera *. omnes res istas qiias hic scripte sunt raciono uxori jnee p>'0 x. Uh. (IIII et coYmum et padella//^ et ueru)^'. 30
Noto lessicali. <'l,naria 12, Almeria.
«Imicsalas 26. E certo lo sp. almogala, Kòrting 5522, Due. s. almucium, al- mucella. Dirà: 'coperta', forse da letto.
* Con questa linea finisce la prima parte della carta, che è divisa dalla seconda, contenente l'enumerazione degli oggetti spettanti alla vedova, per mezzo d'una riga in inchiostro nero, sulla quale appare il segno voluto, e poco lontano da esso la valutazione : Ib. in.
^ // pestelos, sopra la detta riga. ' dr, ma il r è espunto.
* Seguono dopo uetera, ma cancellato da chi scriveva, le parole : in domo montis lìCsiUani expendi, xxxx. sol. una arca ferrata que ualet xx. sol.
'" Le parole fra parentesi sono scritte in rosso, dal notajo stesso.
20 Parodi,
mnolam 22, od. gen. fimua, misura di liquidi, poco inferiore al litro, it,
atnola. Cfr. Arch. I 486. archeta 1, arca, cassa.
arpa 10. Va forse coU'it. arpione, prov. aria artiglio ecc., Kòrting 3893.. Non oso proporre che s'abbia a leggere arca\ v. però la nota a 1. 23. aneto 1, abete, ora perduto.
auriger 18, od. gén. uége origliere. '
baracamos 27, 1. haracanos? Ognuno sa che 'barracano', nel senso d'una specie di tela e d'una specie di panno, è voce tuttora vivissima e molto diffusa; ma qui si tratta piuttosto di uno 'stragulum', denomi- nato dalla materia ond'era fatto. Cfr. Due. s. barracana. Circa il m, vien da pensare all'it. bar vacarne; ma il genovese ha solo harakah. botas 2, botam 22, bota 23, botte.
carpita 17: 'et alius (col^erer) de carpita de lana'. Ducange s. carpita: 'panni villosi vel crassioris genus, et vestis ex eo panno'. Cfr. lo sp. carpita carpeta, che è forse il vocabolo originario (< = tt). Nello 'Statuto dei caravana' (genov.-bergam.) trovo ima carpila (a. 1391). caqam 23 'romajuolo', Kòrting 1838. clauatiira 5, ora cavò'ja, anter. cawaura. colinum 29, colino.
colgerer 18. Ci dà un * culcitr arili; cfr. coceras. corre 17, cor 18, cuojo. La forma genovese schietta è da riconoscere in'
cor, cioè cor; ora non abbiamo che un semiletterario hcìju. coceras 16. Parrebbe dire 'materasso'; e la forma conviene coU'ant. sp. cozedra. Cfr. colqerer e rexentar. Nel cit. 'Statuto', trovo culcidera, e più notevole: ^strapointa una, cosereta una\ allato a cocei'eta. cuiar 14, coiar 23, cucchiajo, od. gen. kugd, il cui u pare adombrato nel
primo esempio. doQol 15, quasi 'doccinolo'? L'aggiunta 'cum penditore', dimostra trattarsi
d'uno strumento che si può appendere in alto. enaper 24 ; enapo ib. ; Kòrting 3967. fogolarium 4. Nel nostro contado fugua focolare. Qui però si tratta di
cosa che può muoversi, e perciò molto semplice. gratta 10. L'od. genov. ne manca, ma possiede due vocaboli affini: greisiu
'graticcio', del contado; grizela 'graticola'. iauni 27 gialli. E dal francese ; ora gami, mastra 2, madia. meiarole 19, 'mezzaruole'. Come misura, la mezzaruola equivaleva a due
barili. meQenam 25. Par difficile separare questa voce da mezena 'succidia' che il Ducange illustra con esempj di Galvano Fiamma e d'altri, benché
Studj liguri. § 1, B. Doc. lat.-genovese. 21
sarebbe, nella nostra carta, il solo termine estraneo agli arnesi o uten- sili domestici. E voce sempre viva e molto diffusa.
morter 9, mortajo, od. mia-td. La desinenza -er non so se abbia valor reale. Complemento indispensabile del mortajo sono i pestelos ib.
orca 20.
pairolos 13, pajuoli.
pertega 15. Non è chiaro cosa significhi 'catenas de pertega', poiché le 'catenas ab igne' son già ricordate di sopra, 1. 9.
ramo 9, 11, 12, 15, 21, od. ràmu, ramo.
rexentar 13, cfr. Flechia Arch. II 29-30, Korting 6718. Ritorna il nostro vocabolo in R^ 368, 1188: 'culcidram unam, cussinum unum, cooper- torium unum, linteamina tria, sarabolam unam, interulam unam, toa- giam unam,... calderam unam, lebetem unum, concam rami unam, banchetas duas,... iupum unum, situlam unam, caciam unam ferri, zebarum unum, rexentarum unum,... decenum unum'. Per sarabolam e zebarum, vedi pp. 16 e 17; per decenum, num. 68.
seiar 4 *sit'lariu; segias 8; oggi sega e srga\ cfr. Arch. I 485.
^enauerios 11, forse 'recipienti per la senapa', ma, avuto riguardo al loro numero, più per conservarla che per imbandirla sulla mensa. Acquista cosi valore il senaperius del Ducange, eh' egli vorrebbe correggere in henapet'io. Cfr. il Due, pur s. senape.
cendal 28, zendado.
goendam 4, goendas 5 'chiudenda'. Fa difficoltà il f-, che dovrebbe va- lere e-, ma probabilmente lo scrittore si trovava impacciato a rendere il suono palatino. E un cl- in e-, che va aggiunto all'esempio dei num. 30 e 58.
sospeales 1, cfr. Due. s. suppedaneum.
tiaira (pelle) 27; l'aggiunto pellatas varrà 'spellata'.
uaxellum 23; cfr. l'od. vaselcea tofìania.
uellatam 19; di certo: 'coperta vellosa'. Cfr. Due. s. vellata.
ureo 24, due volte, 'vetro', ora vffdru, vocabolo tardo. i\Ia vrèu era an- cora vivo nel quattrocento, § 2 e.
Parodi,
2. IL DIALETTO NEI PRIMI SECOLI.
A. Testi.
N. 1. — Istruzioni politiche a Segurano [Salvago?], inviato dal
Comune di Genova a Cipro.
Circa il MCCCXX. [Dall' originale, neW Archivio di Stato genovese; Materie politiche. Mazzo
Vili.]*
A uoi, Segurnn, cometamo per aregordo e a memoria redugamo, si corno se dira de seta, primo :
Quando voi serej in Famagosta, presenterej la letera a li mercanti, la quar Xoi u'auemo dajta. In apreso informajue de l' intendo» de lo rej, e se li nostri 5 mercanjnti an reguardo de si. Ancor se a la nostra questiu» elio n'e fauoreuer o no, e segondo che uoj trouerej in la uoluntae e in lo 8enbia[n]te de li mer- canti, lantor ve porrej conseiar in lo descaregar de la mercantia et in la nostra segurtae ^ Chesto digamo inperzo che noi no sauemo corno li seruixi de la stan. In atto che uoi v'acorzesi che dubio fosse, a uoj e a li mercanti, che ben no 10 uè parese star seguri , lantor porresi cerchar la nostra segurtae e de lo nostro aner, segondo che a uoi e a li altri parrà.
E per auentura porreua esser che lo rej aspejterea archunna anbaxa secreta,
0 parese in questo pasagio per tractar d'aconzo; e se e Ilo fesse sentir inter l[i}
mercanti o per alcum de li nostri, poresi dir che uoj crej che li grandi seruixi
15 che noi auemo a far de questa guerra no e stao prouisto a tae cosse, segondo
che uoi crej.
In casso che perigo parese de descaregar le garee per sospezon — intendaj la
quar sospezo;; paresse dubiossa, e che per questo dubio no uè parese segur lo
star — , lantor si poresi presentarne deuanti lo rej con la letera de [cjreenza-
20 che noi v' auemo dajta, e seando dauanti da lo rej, saluarlo per parte nostra, s[i]
comò se dexe, e in apreso dir cosi comò e diro de seta :
" Segnor Rej, noi mercanti senio vegnuj in la nostra terra con gra;< segurtae a far mercantia e[n] lanna, [per] la nostra terra e per nostro ben; per che sea
* Questa carta fa giù pubblicata, secondo la mia copia, da C. Desimoni, neir' Archivio Storico italiano' XIX 106 ^gg. Senonchè, non avendo potuto l'illustre uomo rivedere le bozze, usci così malconcia, da non far troppo onore al mio nome, sotto la cui responsabilità essa era posta. Circa il Sfi- gurano, a cui le 'Istruzioni' sono consegnate, vedasi l'articolo stesso del Desimoni, pp. 91 sg. n. — Di qui innanzi, nello sciogliere le abbreviazioni, non mando in corsivo le lettere aggiunte, se non quando l'oscillare del- l'ortografia possa render dubbia la restituzione.
^ Sìffurtae è meno probabile. - Il e di creenza manca per un guasto della carta.
I
Stiulj liguri. § 2. Testi : 1. Istruzioni ecc. 23
uoetra marce de darne si^artae de star e de andar, si corno noj eomo usaj, e in pero che alcun[e] re eospezo» son ìnter noj per alcune cric o comandi, fajti per 25 la nostra majstae, che se alcunua ìiaciun farà dapno etc.
" Per che lo duxe de Zenoa e lo so conseio uè manda a dir per mi, comò elio intende de uiuer cnn benna paxe e pacificamenti con tuti li principi de lo mondo, e che per la gracia de De la citae de Zenoa e Io destreto e in grau iustixia e paxe; per che da chi auanti non e da dubiar che per li soi destrituaj sea fajto 30 offesa, saluo a li soj innimixi.
" E in perzo per alcunne discordie chi suu stae inter la eoa coronna e li Ze- noexi — chi no deuerea ' esser staita, chi considerasse l'antigo tewpo de li soi strapasaj e ancor de li nostri, do lo grande amor e de la grande affetiu?z; e da l'unna parte a l'atra no ghe deuerea- esse altro che bonn amor — , por- 35
rena esser che per lo mar stao, lo quar gran tempo ^ fa la citae de Zenoa a sostegnuo, intcr lor gra[n]de guere e grandi dalmagi — e donde non e unitae no pò eser iustixia — , che questa ne serea parte * de caxo», e ancor li faci ci- tajn, chi per la lor specialitae auera». portao ree parolle e somenao zinzanie, sor per esser i» gratia, si comò trajtor de so Comun e ancor de li nostri bor- 40 ghesi semeieue menti.
Perche, Segnor, quando piaxese a la uostra Corronna d'auer firn \n bonna paxe, houore[u]8r per l'unna parte e per l'atra, si come se deuerea raxoneuer ■' menti far, lo nostro Duxe e desposto a uiuer pacificamenti e amoroesa menti cù:i tuti quelli de questo mondo e special menti con la uostra Coronna. Per che, 45 quando ve piaxesse da mandar la uostra ambaxa \n corte de Roma, lo quar e logo comuu e honereuer per voj e per lo nostro Comu>i, elio ne serea monto contento; e de zo ne prega che gi dsbiai mandar la uostra uoluntae, azo che tanto beu se possa compir, a honor de De e de crestianitae. „
N. 2. — Proposizioni fatte dal Comune di Genova al re d'Un- gheria, per un'alleanza contro i Veneziani. 3 luglio MCCCLII.
\_DalV originale , neW Archivio di Stato genovese ; Materie politiche, !Mazzo Vili. ]
Sumus contenti de far liga cum lo segnor Rey, ala^ offension de lo Vene- ciam, secondo l'orde» parlao cum maistro Freyrigo, in questo modo:
Primera menti che noi se troueremo a nostro poey Inter lo gorfo, lo pu tosto che noy porremo, a ogni offenssion de le terre, le quae tennen li Venecia/;, Beando lo dito segnor Rey per terra, cum le soe gente, per uia ordenaa, quando l'ordem sera dayto inter noy e lo dito Segnor Rey, abiando in le terre de lo dito Rey, chi gum a la marinna, aparegiao refrescamento per le nostre garee, azo che per defecto de victualia le nostre eralee no perdcsem lo te«/po, o che la via e la speysa, chi sera monto grande, no fosse stayta inderno.
^ Molto dubbio. " Dubbio. Forse la lettura più rigorosa sarebbe deiueraia o deniereia. ^La finale può anch'essere un /. Spurie è molto incerto, faci anche peggio. ^ raxonouer. ® alo.
24 Parodi,
10 Itom che por lo Seg'nor Rey secreta menti sea dayto in tractao a lo nostro sindico presente Io modo e la coudicion de quele terre, chi seam pu afabel a deueir conquistar, e unde lo galee poessem meio auer reducto e refrescamento, per pu segurtae de le diete galee; e ancor quae sum quele terre, donde elo a pu amixi, eciamde quar sum quelle le quae pu lengeramenti se porream inuagir.
15 E questo digamo per pusor raxo». La primera si e che quando de vegnua se inuagisse un logo, li altri se inuagissem poa pu lengeramenti. L'atra raxo» si e, che possando tosto inuagir un logo e speciarmenti cum galee, se eli s'apayran de proueir, monto e poa grande afano in star in proa cum galee, comò mani- festa menti se sa, sea per li temperai, sea per le grande speyse che menna galee,
20 e per altre raxo;? asay, chi se porrea?; dir. Per che à meste che queste cose se fàzan cum grandissimo ordem e secreto, e che la caualaria fose asi tosto alo opoxito, corno le galee se demostrasem, o forsa auauti se mostrase la caualaria, mostrando de dar atento a un logo, per ferir sagazamenti a un altro.
Semo contenti che ogni terra che tene» li Venecia» sea de lo Rey, roma-
25 gnando noy franchi e liberi in lo so tegney. La roba e li prexo» conquista per le galee, scade le galee. La roba conquista cum l'oste de terra e cum le galee inseme, sea per meitae.
Se per auentura fazando questa ligha elo requerise tempo, questo lasemo a uoy. Semo contenti alo pu longo per agni doi , e per questo tempo semo con-
"80 tenti de no far paxe, fim a doi agnj, senza soa voluntae; e questo poi pi'ometer seguramenti, e da li auanti no, et versa vice.
Semeieyuer menti abia per inimixi li Catala» et sequaces ipsorum. Item ne sea in memoria de aregordar a lo segnor Rey, de defender che li mercanti toeschi no zeysse» a Yenexia. In questo iuprincipio no serea grandis-
S5 Simo fauor.
N. 3. — Lettera del Capitano e Luogotenente Del Verme al- l'ammiraglio di Turchia.
20 novembre MCCCLVIIL
'^BaW originale, neW xìrchivio di Stato genovese, cod. 5 San Giorgio, inti- tolato: 'Regulae Coraperarum Capitali', f. 304 b. ]*
A l'aoto e magnifico et possente Segnor honoreyue frae nostro e de lo ho- iiorao Comun de Zenoa messer Orcham, grande armiraio de la Turchia, lo quar lo Segnor Dee lo mantegna in grande honor et possanza, sicomo voi dexirai. Noi BÌ receuemo le vostre lettere, faite in Nichia, a di vinti doi de lo meise passao de Setembre, per le quae letere noi vimo et cognoscemo la vostra sanitae e lo bon stao; de la ^ quar cessa noi auemo grande alegreza, sicomo de nostro frai e chi e stao payre de li nostri de Peyra, e speremo che cossi serei da chi auanti
* Questa carta fu già pubblicata dal L obero, Memorie storiche della Banca di S. Giorgio, p. 22, e poi, seguendo il Lobero, dal canon. Olivieri nell'introduzione al suo dizionario genovese. La poca accuratezza dei miei .due predecessori mi consigliò questa ristampa.
Studj liguri. § 2. Testi: 2-4. Proposizioni ecc 25
e si pregemo lo Segnor Dee, chi a faito lo ce e la terra, che elio ve guarde e uè defenda. E etiamde viiuo lo bom amor e piaxer de la nostra paxe; do che noi ve referamo gratia e si semo apareiai a tuto lo vostro piaxer e honor, lo 10 quar e nostro proprio. Ancor si inteisemo in quella vostra letera de lo seruixo de Filipo Demerode e Bonefatio da Sori, seruioi e amixi vostri; e pero, ancor che sea centra honor e bem de lo nostro ComuM e dano grande zo che elli voren, noi si corno quelli chi semo a tuti li vostri piaxer et seruixi apareiai, si mandemo comandando a li nostri de Peyra ch'i fazam la dieta francheza a quelli 15 Filipo et Bonifatio, corno voi comandai, si che la dieta francheza sera faita per lo vostro amor e per lo vostro honor. Noi ve pregemo che uoi ne mandei de le vostre letere e de lo vostro bom stao e si ve recomaudemo li nostri de Peyra, chi sum vostri figi e seruioi e veraxi. Lo Segnor De si uè guarde aera e sempre. Per parte de noi Luchim de lo Verme capitan e lego tenente in la citae de 20 Zenoa per li grandi e magnifichi Segnoi de Miram, de Zenoa e de tuta la Lom- bardia, e lo Conscio de li doze Antiam de la dieta Citae de Zenoa. Data in
o o o
Zenoa M CCC LYJ die xxj Marcii.
N. 4. — Proposizione fatta al Consiglio degli Anziani e all'Uf- ficio di Provigione del Comune di Genova, per ottenere fondi occorrenti a scopi diversi.
12 Aprile MCCCCIIII.
l Dall' originale, neW Archivio di Stato genovese, Registro 6 dei 'Diverso- rum Cancellariae', f. 88'» e 89^]*
Como voj" sauej-, Segnoy, el e fermao accordio cum li Yeneciaym, ratifficao et approao per este ComuH. Per caxom de lo quar acordio se de far alcanne cosse ali A''eneciaym, per le quae fa mester auey certe quantitae de dynay.
E auuo meuro exame»? in este cosse, per lo officio de la prouixiom, lo quar a pu per mam e pu mastegay questi seruixi, apar che de neccessitae so couegna 5 pagar le quantitae che voy odirei, e per le caxoim che e dyro, per obseruaciom de lo dito accordio.
Primeramenti li dynay proinisi l'ano passao d' acordio a meser Zacharia
o Trluixaw, lo qua fo ambaxao per li Voneciaim in està cytae. fo Ili CCC.
o
Anchora lo dano de la naue preyza in Eiiiza, lo quar P 111 se auisa che eea. 10
* In questo testo abbiamo una dello solite 'proposizioni' o 'proposto', che si presentavano ai Consigli, perchè discutessero e deliberassero in- torno ad esse. I Cancellieri solevano trascriverle nei loro Registri in vol- gare, come realmente erano state lette, mentre della discussione conten- tavansi di dare un sunto in latino. Il giorno 12 aprile [1404], — si legge bell'indicato volume — , « conuocato et congregato Consilio vocatorum in sala magna Palatii ut moris est, et lectis et vulgarizatis in praesentia vener. Consilii Antianorura et Officii Prouisionis ecc., tener propositaruni lalls est>. E seguo il nostro testo.
26 Parodi ,
[f. 89a] Anchora lo dano de la naue e de la p:areara preise per le nostre garee, e menae a Zenoa cum la arma(r) ; lo qua dano se auisa che eea f.» d.
Anchora lo dano t'aito a Monsegnor lo Gouernaor per li Veneciaim per lor reeza e maruaxitae; lo quar Monsegnor no vor ni gi par coueneyuer, che li diti 1^ Veneciaim se debiam poey iactar ni vantar, che abiando lor faìto dano e mar- uaxitae a Monsegnor e elio abia auuo in soe maym e in soa vertue de lo auey e de li beim de li Yeneciaim, elio no se ne sea pagao e satisfaito. Ben che elio no abia may vossuo ni voia remerteghe ^^ si uor, corno e debito e coueneyue^ che lo dito dano a elio sea a lo mem bn parte satisfaito. E bem che lo dito
o -0 dano de lo dito Monsegnor se possa raxoneiuer menti extimar in pu de Villi fyrim, nientemem lo dito Monsegnor, considerando teneramenti ohe questo tar
o
dano de insyr de borssa a li citaim, no uor meter quello dano no ma ini f. V;- Anchora lo souradito officio de la prouixiom si bezogna per li soday, o sea per la gente chi som oltra zouo e a j^oue, e per satisfar a altri lor debiti e per
o
25 cosse a lo bostuto neccessarie — f V.
Le quae quantitae, comò voy vey, montani a soma de circha f. XVII. Ma perzo che esti dynay couennem tuti manuatim , e perzo che sempre in prestey e ini atri nostri moy de trouar monca, e rey debitoy e noxe rancee, si par a Monsegnor e a lo Consegio e a lo officio de la prouixiom i)redito che se besogne
o
30 trouar moo de auey per la caxoim souradite — f. xx.
E perzo piaxa a voy, Segnoy congregay coci a conscio, conseiar e auisar unde e per che moo se debia recouerar e auey questa monca presta menti, per zo che fini che a questi pagamenti no sea dayto co;«pimeuto, li nostri prexoim, chi som in Venexia, no poni auey liberaciom ni esser rellaxai , ni se porreyua obseruar
35 le cosse ])romise.
L'atra caxom per la quar o sei requesti a conscio, si e che, comò voy sauey, ell'e monte fiay scheyto e anchora pò schaze, che per chosse tochatiue a la Segnoria e alo stao de nostro Segnor lo Rey, e a lo bem e a la saluaciom de questo Comuni, se e couegnuo e forssa couei-ra spender secreta menti alcunne
40 quantitae de dynay. Le quae per la secrereza fam bom fructo, zo che serea de grande dano parezarle, e per esto moo si se e obuiao per lo tempo passao a monti dalli e iiiconuenienti de questa cytae, e cossi se e visto per ihayra proa. Per che par bem e ^ cossa neccessaria, che tuta fia che ^lonsegnor lo Gouernao e lo Consegio cognosceram o veyram esser uter o neccessario per bem de la Se-
45 gnoria o de lo stao de nostro Segnor lo Rey , o saluamento e bem de ' questa cytae, che se spenda secreta menti alcunna quantitae de dynay e che elli lo dc- liberem. In quelli caxi lo dito Monsegnor cum lo conscio o cum quella parte de Io dito consegio che a Monsegnor parrà, o etiamde elio tanto possam e abiani bayria de far quella tar speysa secreta menti, de la nionea de lo Coma;», in le
50 cosse predite; pur che per elio e per lo Consegio sea faita la deliberaciom, e de la quantitae.
Su le quae cosse lo dito Monsegnor ne vor sauey le intencioim e le voluntae de voi citaym, aora coci requesti.
E perzo piaxaue su està segonda posta assi consegiar e dirne li nostri pare}'.
' remerteghe potrebbe essere un errore per remetephe rimetterci, ma non pare: che questo si accordi del tutto bene col senso. - Forse 1' e va tolto. ^ che.
Studj liguri. § 2. Testi: 5. La Passione. 27
N. 5. — La Passione.
Ho estratto questa Passione da un manoscritto della Biblioteca civica di Genova, che porta la segnatura 1. 2. 7 ed il titolo : Cronaca di Jacopo da Varagine. È un bel codicetto in foglio, cartaceo, legato modernamente in pergamena, scritto quasi per intero da una medesima mano e a due co- lonne, con iniziali rosse e turchine. I fogli sono QQ, di cui 4 bianchi; il recto del primo ò circondato d'un fregio, ed ivi comincia, con una grande iniziale, la Cronaca del Varagine, in latino, dalla quale il cod. s'intitola. In fine di essa, al f. 39*=, Y Explicit, in rosso, ci conserva con tutta esat- tezza la data della trascrizione : Explicit cronicha communis lamie, quara compilauit venerahilis pater dominus frater lacobus de Varagine de ordine fratrum predicalorum , Januensis archiepiscopus , anno domini millesimo diicentesimo nonagesiìuo quinto. Scriptam manu mei leronimo de Bruno Ebredunensis dyocesis, anno domini millesimo CCCLIIJ, de mense februa- rio. In carceribus Yenetoruni, incarceratus cum lanuensibits , prò nimio dolore repjletus. Questa data vale a un dipresso anche per la Passione., che segue subito dopo, dal f. 40^ al f. 47'', scritta dal medesimo e adorna ancor essa, nel recto del primo foglio, d'un fregio e d'una grande iniziale.
Terminano il codice la leggenda di Tundalo in latino, f. 48^-55''; 1'' Epi- stola beati Bernardi' al cavalier Raimondo di castello Ambrogio f. 56-57% già pubblicata dal prof. Vincenzo Crescini, Giorn. ligust., X 351 sgg.; in- fine alcuni frammenti di non molta importanza.
Per la trascrizione, nulla ho da aggiungere, tranne che ho sempre resa con m la nasal finale delle abbreviazioni, eccetto in e non. Interrompo la stampa verso la fine del f. 43".
[f. 40»] Pensando in mi mestesso che he som ordenao e misso in lo campo de Criste, quamuisdee indegno, couienme houerar e lauorar lauor clii sea ac- ceptao dauanti da Dhee. E vegando in questo campo e in questo mondo monte pyamte non far fvucto per deffecto de hiimor e de aj'gue, he si me som metuho a prender de quella celestial fontanna viua della scriptura saynta, segundo la 5 mea possibilitae, e menarla ^ per conduyto a quelle iaue chi som lonzi da quello aygue, a zo che quando sera vegnuho lo tempo delle messoym, non me diga lo Segnor de questo campo che lo so fruyto sea perio per pigreza in le mee maym e me togla la bayrìa de questo lauor e me zicthe - for de la soa terra, e a desonor me conuegna mendigar. Lo fruyto lo qual requere Criste delle soho 10 piamte che elio a pyamtao, zoe delle nostre anime che elio a creae, e si e amor e caritae a Dhe e allo proximo. E questo testimonia lo sauio Salamom, chi parla a noy in persona de Criste e disse: FiliJ, da iiiichi cor tuitm. Conueu doncha a queste pianto adur aygua che le faza^ acender in l'amor de Dhee e render fnicto do caritae. Trey cosse me parcm intor le aotre che specialmenti ne aduem •* 15 in l'amor de Dhee. La primera si e apensar lo beni che elio n'a fayto, la se-
mernaìa, - zicche. ^ la faza. * !Xon si legge con sicurezza se non ad.
28 Parodi,
e:imda si e lo bem che elio n'a promisso, la terza ui e lo mal dello qual elio n'a liberay e echampay. Quamuisdo che lo nostro Segnor ii'abia faito monti grandi bem, che quasi som senza nomerò, solamenti um ben n'a fayto, e anco e si excellente che nissum non pò astimar, zoe ch'elio n'a rehemuy e rechatay dello 5 so sangue, per la soha i)assiom. E inperzo YOglo questo bem conyntar auangi.
Segundo che noy lezamo, in lo sabao de ramo d'oliua lo nostro segnor messer Ihesu Cristo si era a una menssa a un disnar im la casxa de Sj^nom lo leuroso. E Fapiando la Magdalena queste cosse, si corse inconte[/;]nente cum una bussula d'inguento monto sprecioso e monto olente e si lo spansse su in la testa de Criste.
10 A quello meysmo disnar si mangiauam li discipuli, Inter li quay si era luda Scharioto, lo qual era procuraor e rcceueyua tuto zo che era dayto a Criste e alli discipoli. E questo Inda si era layro e traytor e de tute le cosse che gue eram dayte si inuolaua la dexena parte. Quando questo vi la Magdalena chi spansse quello precioso inguento su la testa de Criste, elio a\ie monto grande
15 dolor, e inperzo cum grande indignatiom si incomenza a mormorar e disse : " Questo e monto grande perdiciom, que questa femena a fayto. E no era monto meglo vender questo inguento, chi varca bem. ecc. dynay, e dar li alli poueri, ca spander lo? „ E zo non dixea elio miga per compassiom, ch'elio auesse delli pdueri, ma perzo ch'elio ne ^ uorea inuorar la dexena parte, cossi come elio
20 i'axea de le aotre cosse. E Criste respoxe alla soa mormoratiom e voze se alli soy discipoli, chy tuti paream consentir in le parolle de luda, e disse: " Segnoy, per che se voy cossi molesti a questa femena, chi m'a spanynto questo inguento adesso? Ella si l'a fayto in memoria della mea sopultura. E my si ve digo una cossa: voy si auere sempre con voy li poueri, ma voj' non auerey sempre my. „
25 E lantor fo [che] un delli soy apostoly, odando queste parolle, si pensa incon- tonente la iniquitae dello traymento o jmmagina comò elio poesse auer li. xxx. dina}"^, che elio aueyua perduo dello prexo de l' inguento, chi valea. ecc. dinay. Elio incomenza a pensar soura questa iniquitae e aregorda se che li Zue si aueam rea voluntae incontra Criste e che elli lo cerchauam d'ocier per inuidia. Per zo
30 se n'anda incontenente a lor e si gue disse: "Segnoy, e so tropo bem che voy corchay de prender Ihcsu Criste. Ma se voy me vorey bem pagar, e ve Ho darò in bayria. Che he si som so disscìpulo e non se guarderà de my, e ordenaro lo tempo e lo logo, unde voy porrey lengeramenti prender lo. „ E quelli respoxem : " Che voy tu che noy te dagamo? „ E luda gue disse: " Voy me darey. xxx.
35 dj'nay de bom argento. „ [e] E elli si gue inpromissem alla soa voluntae. Allaora se parti Juda dalli Zue e - retorna a Criste. E Criste si comanda alli sol dissi- puli che elli penssassem de apareglar la Pascha, e elli si fcm segundo che Criste comanda. La zobia sanynta cena Criste Inter quella casa con tuti li soy dissipuli, e li si era la donna in la compagna dello figlor, e ella conseruaua
40 tute le cosse e le soe parolle. E seando Criste alla menssa in la ceyna, elio si lireyxe lo pam e si lo beneyxi, e lo calexo dello vim atressi, e ordena in quella meyssma ceyna quello sagi'amento sprecioxo, zoe lo corpo e lo sangue so, e si lo de a mangiar e a beyuer alli soj' discipuli. E apresso incomenza a parlar e disse: " Vorej' voy odir meraueglosa cossa? Segnoy, he ve digo che un de voy
4ò si me de trayr e dar me in lo maym delli pechaoy. Aora poei veyr e sauer e cognosser, che lo figlo de l'omo si va segundo che la scriptura testimonia. In
* no. * Sembra ei.
Studj liguri. § 2. Testi : 5. La Passione. 20
veritae he si ve digo, che gay a quello per chi lo figlo de l'omo sera trayo; che ben era per si che elio non fosse zamay nao in lo mondo. „ E lantor li dissipuli incomenzam tuti a scuzar se e a dir: "Maystro, chi e quello chi te voi trayr ? he non som desso „ dixea caschaum. E Juda se voze a Criste e disse : " Maistro, som he desso, chi te dom trahir ? „ E Ihcsu Criste si gue disse : 5 "Ti mesmo l'ay dito. „ Meseer sam Zohanne si era alla menssa de Criste, in- perzo che elio era fantini e Criste si l'amaua monto tenera menti, che za l'a- ueyua elio ordenao de lassar lo in camgio so alla mayre; e mcsser sam Pero si Bczea a llao de sam Zohanne e era monto pim de dolor de lo parelio, che Cristo auea dite in la menssa, de lo so traymento. E [in per] zo se voze a sam Zohanne 10 e si gue disse: "He te prego, Zohanne, che tu demandi allo to maystro chi e quello de noy chi lo voi trayr, e quando elio te Ilo auera dito, ti lo diray a my. „ E questo dLxea sam Per, inperzo ch'elio volea ocier quello chi volea trayr Criste, che monto amaua grandementi Criste e tropo aueyua grande dogla che Criste deuesse esse morto. E messer sam Zohanne se voze a Criste e si li demanda e 15 disse: " Maystro, he te prego che tu me digui chi e lo traytor. „ E Criste si gue disse pia[fZ]namenti: "Elio e quello a chi he darò lo pam bagnao. „ E allaor Criste si de lo pam bagnao a Juda. E quando messer sam Zohanne aue visto zo, si fo monto smarrio e vosse responder a sam Pero so che Criste gue auea dyto, ma lo Segnor non vosse inpaihar ^ la eoa passioni, che si sam Zohanne 20 auesse ^ dito a sam Pero , Juda si e quello chi do trahir lo Segnor , sam Per l'auerea morto incontenente, e Criste non voleyua. E inperzo sam Zohanne si cayte in schosso a Criste e si se adormi monto forte, e non poe responder a sam Pero zo ch'elio voleyua.
Quando Juda aue preyso lo pam della mam de Criste, incontenente gue intra 25 lo demonio in lo cor. Inperzo caschum si de prender assempio in queste paroUe, de non receuer lo corpo de Criste com pechao, per zo che lo demonio si e ap- pareglao de vegnir apresso, conio fé a Inda, chi aueyua preLxo indignamenti lo pam che Criste aueyua beneyxio. Per zo incontenente se lena lo faozo dalla menssa e si ze a ordenar com li Zue, ch'elli s'apretassem ^ e apareglassem de 30 vegnir a prender Criste. E lo Segnor chi bem saueyua donde elio andana, si gue disse: " 0 Juda, zo che tu dei far fa tosto. „ E li aotri discipuli se pensam che lo Segnor lo mandasse a procurar alchuna cossa per la Pascha; inperzo non se maraueglam che elio se leuasse dalla mensa. Quando Juda se fo partio dalla mensa della compagnia de Criste, si se nne ze incontenente alli Zue e disse: 35 " Segnoy, appareglay uè, ch'elio e aera tempo de compir la cossa vostra, che aera me som partio da Criste dalla menssa, unde e o mangiao e beuuo com elio. E sapiay che elio andera questa seyra a horar in monte Oliucto, corno elio e usao. Appareglay uè monto bem com le arme e vegni com mcgo; che se voy andassi senza mi, voi non faressi niente, che elio si a un so discipulo, chi e so 40 coxim zermam, chi a nome Jacomo, chi se gue semegla * monto, e per auentura voy prenderessì quello in camgio de Criste. Ma he verro com voy, che monto bem lo cognoseo, e si ve dago questo segno, azo che voy lo cognossay. Elio si a usanza com li soy discipuli, che quando nissum de lor ven de fora, che elli [41] lo saluam e si lo baxam per la bocha. E in per zo he si faro cossi, che quello 45 allo qual he diro, Maystro, Dhe te salue, e che he baxero per la bocha, prendi quello e sapiay lo tegnir forte, in pcrzo che tropo bem s'asconderea, se voy non
' irtpactihar * aiiesiic ripetuto ' sapreseniefassem * scgmegla
30 Parodi ,
gue auessì la mente , cossi comò elio fé quando voy lo volesti prender in lo tempio. „
Quando lo fauzo discipulo aue tute cosse ordenao, seg^undo che o dito, e si remase ])er compir lo traymento, lo Segnor qui era remaso alla mensa, 5 quando Juda se fo partio ^ si garda alli soy discipuli e si gue disse : " He ve so dir, figioy mey, una nona monto ferma, che voy serey tati scliandaliza}' per my in questa noyte. E zo che se troua scripto per lo Propheta, sera verifficaho de my. Yoy eauey bem che o scripto, che ferio ^ lo paator e Ile pegore fuziran. „ E allaor sam Per, chi era de grande ardimento, si respoxe : " Maystro — disse
10 sam Per — non pensay che he feysse tanta falla. He te imprometo, se tuti li aotri te habandonassem e se partissem , he non te habandonarea ^ firn che he fosse vino. „ E lo Segnor si respox' a sam Per , per senior da li aotri e si gue disse: "He te digo, Pero, in veritae in questa noyte, auanci che lo gallo caute, tu me renegaray trey fiae, che tu non me cognossi. „ De queste cosse fo monto
15 torbao sam Pero e in per zo respose e disse : " Maystro, non me dyr pu queste parolle, che te imprometo, si e bexogno, e som apareglao de morir coni tego, auanti che te abandonasse. „ E li aotri dissipuli dissem lo semegieute. Quando Criste aue dito a li soy discipuli tute le parolle che o dite, e allaor se lena dalla menssa e si aparegla e si lana li pie alli soy dissipuli. E quando elio fo a sam
20 Per, si non se volea lassar lauar li pie, e si gue respoxe: " Sapi, Maystro — disse sam Per — che tu non me lauaraj' li pye. „ E Criste respose: " Se non te lauero li pie, tu non aueray parte com mego in vita eterna. „ E lantor disse sam Per: "Messer, se non te basta li pie, si me lana le maym e la testa. „ E Criste si respoxe : " Elio basta ben delli pie. „ Apresso queste parolle iucomenza Criste
25 a ordenar lo so testamento e si piama li soy discipuli e si gue disse: "Figioy me, elio e tenpo che he vaga a quello chi m'a mandao. Sapiay che he si an- dero e si staro un jjoco che voy non me veyre, inperzo che he vago allo me payre. Infra questo tenpo voy si auere tribulatioym e peyna e pia[n]zere. Ma he ve digo che poche tempo andera [h] apresso, e poa me veyrey e lantor si ve al-
30 legrarej' e la vostra allegreza non ve porrà esser toUeyta. He ve dago — disse Criste — un novo comandamento, che voy debiay amar l'um Taotro, cossi corno voy sauey che amo voy, e questa si e la hereditae la qual era perdua per lo pecchao dolo primer parente, chi conscentando allo demonio, si perde l'amor de Dhee; e mi som quello chi combato contro lo demonio per far uè render questo
35 amor. E vey si Vo bem trouao e che peyna gue ho durao e quanto me costa questo amor e questa vostra hereditae. Che. xxxiii. agni e che la som andao cer- chando e finalmenti, azo che quello amor dello me payre che voy aueyui perduo * ve sea renduo^, si me couem dar la mea vita e sostegnir orribel morte e tuto lo me sangue spander. Doncha, figioy me , ve prego — disse Criste — che voy
4Q gardei beni questa hereditae, che me costa cossi cara, e sapiay che ogni gente cognosseram che seay mey figioy, se voy avere amor e caritae inseme. „
Quando lo Segnor aue conpie " queste parolle, si se parti dala casxa com tuti
li soy discipuli, e seando za la noyte scura, si vegne a uni fyome, lo qual avea
nome torrens Cedrom, e passa dotra dallo fyome con la soa compagnia e vegne
4j in su lo monte Oliueto, e de tuti li soy discipuli si ne preyse solamenti trey.
Questi si fom sam Per e sam Jacomo e sani Zohaune, e questi si mona coni
^ se for 2)Cì'ti. -ferirò. ^ Itahundonarea. ^ 2>erduci. '"rendita. ^ conpiee.
Studj liguri. § 2. Tosti: 5. La Passione. 31
seguo e dauanti da Uor si inconienza a doler ee monto e a contristar e disse: " Trista la mea vita firn alla morte „ disse Criste e si se parti da lor tanto comò « lo trayto d'una prea. E allaor comenza a considerar e a contemplar la peyna e la crudera morte, che se aproximaua alle carne, e incomenza forte a tremar per lo grande spauento. Preyxe Criste a horar lo so payre e a dir : " 0 payre 5 sue celestial, he te prego che tu debi veir aotra via, se te piaxe, azo che non beyua questo calexo. Ma tuta fiae, payre me , sea la toa voluntae. „ E quando ■elio aue cossi orao, si retorna alli soy discipuli e trouali che elly dormeam bem forte. E si li deuegla e disse gue: " Per che se voj^ cossi tosto adormi':' non poeyui voy una hora veglar coni mego?„ E quando elio li [c\ aue dessiay, si 10 torna anchor a orar e disse quelle mestesse parolle, che elio auea dito auanti. E apresso retorna anchor alli trey dissipuli, li quaj si eram tornay a dormi se. E lo segnor si li desuegla e si gue disse: " Se voy non poey veglar per niy, allo mem veglay per voy, azo che voy non intrey in temptatiom rea, che lo demonio ei e monto sollicito de mesihar l'animo delle persone, cossi corno se mesihia lo 15 gram Inter lo criuello. „ Apresso queste parolle , Cristo retorna un' aotra fia a l'oratiom coni grande afiictium e disse: " O Payre celestial, e so bem che ogni cossa e possibel * a ti, e inperzo te prego che questo calexo tu non me Ilo fazi beyuer. Ma tuta fiae sea fayta la toa voluntae e non la mea. „ E quando elio aue compia questa oratiom, la soa carne vegne in monto grande spauento, che per 20 nissunna cossa la carne non consentia alla morte, ma lo spirito e la raxum si consentiua. E de questo si n'aceyze in Criste una si grande batagla, zoe Inter lo spirito e la carne, ch'elio si gue vegne un suor de sangue da la testa fim alli pye, che sgotaua forte menti. E alla[o]r descende l'angelo da cel, mandao da lo 80 payre e si lo conforta. 25
In questo se deuemo apcnsar, quando noy sostegnamo alchunna tribulatiom, quante Criste ne sostegno per noy, che quello chi e rey de lo cel e della terra, e allegreza e conforto delli angeli, vegne a tanta miseria che lo couegne esser l'onfortao da l'angelo. Qual e duncha quella persona, che per l'amor de Criste no debia voleyr portar ognunchana peyna in paciencia per lo so amor? E quando 30 (lueste cosse fom compie, si se leua Criste de l'oratiom e si retorna alli dissipuli e troua che eUi dormeam. E allaora li dessia e si gue disse: " Segnoy, voy non auey possuo una hora veglar com mego per lo me amor. Leuay su tosto, che ccha me Inda, lo qual me vem a prender e a dar me in le maym delli pechaoy. Yej'ue che elio non a dormio, an^y e staito più sollicito a veglar per far lo 35 traymento, che voy non sey stayti a orar. „ E cossi comò elli fom desuegla j- e leuay susa, echa Juda e con esso vegnia monti scruenti armay e com siiae e com lance e com bastoym e aueyuam lanterne atressi, e tuta quella gente stauam da una parte occultamenti [d]. E Juda si so ne ze a Criste, comò de zo non fosse niente, e destexe le soe brace e sì lo abraza e poj' si lo baxa i>er la bocha e si 40 gue disse: '" Maystro, Dee te saluc; bem possi tu star. „ E lo Segnor si go re- spoxe com grande umilitac e si gue disse: "Amigo, a che sey tu vognuho? „ Incontenente la gente che Juda aueyua menao com sego si corsem tuti adosso a Criste com grande remor, e Criste si parla e disse: " Segnoy, che demanday Toy? „ E quelli si gue resposem: " Noy si demandemo Ihesu nazareni, a chi fo 45 dito Criste. „ E Criste respoxe e disse: " Segnoy, e som quello. „ E quando elio
^ i)>2)0Sfsihel.
32 Parodi,
aue C088Ì respoxo, quelli si caytem tuti in terra e non gue fo alchum chi in pie- se poesse Bostegnir. Allaor li discipuli si respoxem a Cristo e si gue dissem: " Messer, voy tu che noy li ociamo tuti?„ E Criste disse de non. E sam Per non atexe alla responcium de Criste e mete mam a um so coutello e dene eula 5 testa a um, e tagla gue iuza l'oregla. E Criste si lo repreyxe e disse: " 0 Pero, Pero, alloga lo to cotello e guarda che tu non tochassi più nissum, che te so dir una coesa, che chi ferirà de cotello, de cotello sera ferie. Pensite tu, Pero — disse Criste — si me Toresse delFender, che lo me payre no me mandasse più de. XII. legioym d'angeli? Ma non uoglo impaihar la mea passioni. „ E laor prexe
10 l'oregla, chi era cayta in terra, e si la retorna in la testa de quello a chi sam Per l'auea tagla, e si gue Ha sana. E poa disse anchora alli seruenti un atra fiae: " Segnoy, che demanday voy? „ E quelli se leuam da terra alla soa voxe e si gue dissem : " Koy demandemo Ihesu nazarem, chi a nome Criste. „ E Criste anchor respoxe e disse: "Segnoy, he v'o dito che som desso. Se voy me de-
15 manday, lassay andar questi mey discipuli, inperzo che he remagno per lor. „ Lantora questi miseri cegui e essorbay si prexem Criste e si Io ligam fortementi, conio se ligam li layri. E quando elli l'auem ligao, si corssem soura alli disci- puli, chi tuti fuziam, saluo messer sam Zohanne, chi era fantim e non poeyua forza cossi fuzir, e in per zo fo piglao e retegnuho per lo mantello. Ma elio si
20 lassa lo mantello in le maym de quello chi lo tenea e se ne fuzi poa in gonella.. E vegando lo nostro Segnor messer Ihesu Criste queste cosse, [42] si respoxe alli Zue e si gue disse : " Voy sey vegnhuy ^ a prender me, cossi conio he ffosse un layrom. Per che non me prendeyui voy, quando he ve amaystraua continua menty in lo vostro tempyo? Ma he cognosso bem che questa si e la vostra bora,
25 la qual e poestae e vertue delle tenebre. Voy auey fayto questo mal, che lo de- monyo chi e stayto vostra guya si ve a obscurio lo vostro cor, in tal guisa che voy non poey sostegnir la luxe della doctryna , la qual ve daxea. „ Quando messer sam Zoanne se fo partio da le maym de li Zue, chi l'aueyuam preyxo, cossi despoglao, comò elio era, si se n'anda alla casxa donde la uergem Maria era
30 reniasa, in la compagnia de la Magdalena e de le aotre Marie, e bate alla porta, cossi spauentao e tuto pyamgorosamenti.
Quando la donna inteyxe pianxer sam Zohanne, tuta se smarrì. Ella s'are- gordaua bem le parolle che Cristo aueha dyte in la ceynna, conio elio deuea esser trayo e dayto in le maym delli Zue, e monto eciande aueyua in memoria
35 zo che auea dyto Symeoni propheta in lo tempio, quando ella l'auea portao a offerir, ch'elio gue disse: " O donna, questo to figlor si sera niisso quaxi corno lo segno chi e misso allo berssaglo, a chi caschum fere. „ Ancora disse: " Final- menti questo to figlor si sera ferio d'um glayo e d'un coutello, lo qual strapassara l'anima toha de dolor. „ Tute queste cosse la donna conseruaua in la mente
40 soha, e si saueyua bem che la Scriptura non poeyua mentir. Si che ella era in grande spauento, aspectando che queste cosse se compissem, e inperzo ella era tuta esmarria. Quando ella aue oyo la voxe de sam Zohanne, si respoxe e disse: " 0 figior Zohanne, che none som queste che ay tu, figlor me? unde e lo to maystro ? „ E sam Zohanne si respose e disse: "Madonna, sapi per certo che
45 elio si e preyso; che Juda, un delli dissipuli, si l'a venduo per. xxx. dynay alli Zue, chi l'am fortementi ligao e si Fan menao, e non so dunde se seani andayti
^ ueghuy.
Studj liguri. § 2. Testi : 5. La Passione. 33
com esso. „ Lantor si preyxe alla donna nn dolor cum pyanto sì crudel e si forte, che ella non aue bayria ni possa che ella se poesse sostegnir su li pye, ma cayte in la terra conio morta, ni non aue vertue de responder a sam Zo- hanne. E allaor le donne chi eram com ella si la releuam [ò] da terra. E quando lo spirito gu e reuegnuho, si se reforza de parlar a messer sam Zohanne e si 5 gue disse: " O figlor Zohanne, perche e stayto preyso lo me figlor e che aueha elio fayto alli Zue? Za li sanaua elio li soy infermi e gue ressucitaua li soy morti. Za no e usanza che se renda per beni mal. O figlor me Zohanne, donde eram li discipuli, quando lo maystro fo preyso? Non gue era nissum chi l'ayasse e chi lo schampasse de lor maym? „ E sam Zohanne gue respondea: " Sapi, ma io donna, che tuti li discipuli si fuzim, quando lo maystro fo preyso, che l'um non aspectaua l'aotro. „ E lantor la donna si pianzea coni granyndi sospiri e si dixea: " O figlor, or te ^ abandona ogni persona. O Pyero, chi ìnprometesti de morir, auanti che tu abandonassi lo to maystro, e aora si l'ay i^erduo e si te e stayto cossi leuao e preyso! „ E poa dixea: " O Juda, figlor crudel, tu ay mal j5 meritao lo me figlor, chi te auea perdonao lo pechao della toha mayre, e tu si gue ay procurao la morte soha. Oy me dolenta, tu non lo achatasti cossi charo questo me figlor, conio my. Che he som quella che lo portay noue meysi e che lo norigay conilo me layte proprio e cum fayga lo alleuay, e tu si l'ay venduo e dayto per cossi vii prexo, conio e. xxx.*'' dinay. „ Apresso queste paroUe se lena 20 la donna e insi for della casxa, e apresso gue Tegne la Magdalena e le aotre Marie e andauam per la terra pyanzando e criando e digando : " Chi auerea visto lo me figlor? „ Spesse fiae cazea e spesse fiae se leuaua, comò quella chi auea lo cor e lo vigor pcrduo, per li grayndi sospiri e per li grayndi doloy e lamenti che ella faxea. 95
Quando li Zue auem cossi preyxo e ligao Cristo, comò e ve 0 contao, elli si lo nicnam a casxa d'um ch'auea rczuo lo pouol, ma allora ^ non rezeyua pyu. E quando Cristo fo a casxa de quello, si gue ze sam Per do derrer. Ma cossi corno una ancella dela casxa vi sam Per aprouo, si l'aue recognossuo e incomenza gue a criar adosso e a dir: " Veraxe menti he te cognosso, che tu si e delli di- 39 scipuli de questo homo. „ E sam Per aue grani paor e si respoxe tuto spaucutao e disse: " O femena, tu non di veritae de nyente, ny non say che tu to digj'. „ E parti se sam Per delle parelio de questa femena, lo più tosto ch'elio poe, e ze se ne a'ssetar ape de lo fogo e si se aschadaua, inperzo che era freydo. Quando lo pontifficho Anna aue uisto Cristo, [e] che li Zue auoyuam preyso, si se Ilo fé 35 menar dauanti e si lo incomenza a demandar e disse : " Or me di, che doctrina e questa, la qual tu vay predicando per ludea e per lerusalem, e vay preuari- cando la gente e ingannando lo mondo ?„ E Cristo lantor si respoxe e si disse: " Frac, la mea doctrina no e mea , ma e dallo me payre. Tu say beni — disse Cristo — che he si 0 parlao pareyxementi per lo mondo 0 non ho parlao in jq aschozo, ma dauanti ogni gente. „ Quando Cristo aue zo dito, si vegno un delli serui de quello Anna, e si lena la mam e si de a d'iste una grande maschaa su la massella, e com grande ira gue cria adosso e disse : " Duncha respondi tu cossi allo pontLffico ? „ Alaora Cristo se voze cum grande humilitae a quello chi l'a- ueha ferio 0 si gue disse : " 0 frae, si ho mal dito si me reprendi de lo mal, ma ir- si he no ho dito mal porche me feri tu? „
fu ^ alloro Archivio glottol. ital., XIY.
34 Parodi,
In queste cosse n'amaystra lo segnor Ihesii Criste, che noy debyamo le iniurie che ne som fuyte portar in paxe e pacienti monti, per lo so amor, cossi corno elio le a porta[e] per lo nostro. Quando Criste aue respoxo allo seruo chi l'auea cossi ferie, si comanda Anna che elio fosse menao a casxa de Cayphas, iuxe in 5 quello anno e zuegaua e rezeyua lo pouol. Laora ei fom li seruenti appareglay com le arme, e si preysem Cristo e si ne Ilo menam e si lo aprescntam a Cay- phas. E sam Per si gè andana apresso e intra dentro della porta de Cayphas. E incontenente gue cria(m) adesso ^ e si gè disse(m): " Yeraxementi tu sey de Gal- lilea e si sey discipulo de questo homo.,, E sam Per gue respose e disse: " O
10 femena, tu te inganny, he no som de quelli. „ E ze sam Per e si se mìsse allo fogo. E lautor un de la famigla de Cayphas si l'aue visto, e si era de quelli chi eram stayti a prender Criste. E quando elio l'aue recognossuo, si gue cria adesso monto forte e si gue disse: "Che homo sey tu? No sey tu delli dissipuli de questo homo? Pensi ^ tu che he non te cognossa? „ E sam Per si se excusaua
15 a quello seruo, e lo seruo gue disse: " Como te poy tu eschusar, che la toa pa- rolla si te fa manifesto? Non te vi he coni questo homo inter Torto? Non fosti tu quello chi tagliasti l'oregla a me f[r]ay Marche ?„ E sam Per chi se veyua cossi compreyse, com grande penser disse : " He te zuro scura tuti li sacramenti della leze, che zamay questo homo he non vi ni gue parlay. Or varda se tu
20 m'ay bem piglao in camgio. „ E quando sam Per aue cossi parlao, in[(/]conte- nente odi cantar lo gallo, e le Segnor Ihesu Cristo si gue guarda per le vixe. E incenteneute s'apensa sani Per in le parolle che Criste gue auea dite, e come elle aueyua impremisse a Cristo de non may abaudenar lo. E allaor se partì e iusi for deUa casxa e ze in una fessa li presso, e incemenza a pyauzer monto forte lo
25 se pechae, e zamay in lo tempo della soha vita quasi non stete senza lagrime; si
che conuegne che olle portasse continuamenti ^ un sudario per essugar se li ogi.
Quando lo nostro Segnor fu apresentao dauanti de Cayphas, chi era segnor
de far juexio in quello anno, sì comenza Cayphas a interrogar e a demandar
Criste de monte cosse. E li farixey si auem apareglae monte faoze testìmo-
30 nie, le quae testimonie si incemenzam a'chusar Cristo e dir: "Noy si auemo odio de la bocha de queste homo, che elle si pò destruer le tempio de Dee e rehedifficar lo in trey giorni. Garday che presemtiom e questa che dixe, che pur de queste e degne de morte. Anchora si a dito che chi non mangiera la Boha carne e beuera lo so sangue non auera ulta eterna, e mostra se che eUe
35 sea figlor de Dhe payre. Guaiday, segney, si questo e da soffrir. „ E Criste non respondca a nessunna de queste cesse. Cayphas si gue dixea : " Non odi tu queste cesse, che dixem queste testimonie in centra ti? Per che non respendi tu a queste raxoym, che questi te dixem? e perche non te escuxi tu? „ E Criste pur se taxea. E lantor Cayphas si gue cria forte e si dixea: "He te sconzuro per Dee viue,
40 che tu me debi dire la veritae, se tu sey Criste figlor de Dhe beneyte. „ Allaor non vesse lo nostro Segnor che le nome dello so payre fosse schonzurao in vam, e si respoxo a Cayphas e si gue disse : " Certamenti he te digo che voy veyrey vegnir lo fìgier de l'omo, zoe lo figlor de la vergem Maria in le niuole deUo cel a zuegar le mondo. „ E quando lo Segnor aue dito queste paroUe, Cayphas
45 se scharza tuta la cabezana e crìa forte: " Segney, no auey voy odio iastema, che questo homo pechaer a fayte a Dhe? Perche andeme noy cerchande aotre
1 È da leggere: quella ancella gue cria o simile. - non lìcnsi ^ conti- nuar menti
Stadj liguri. § 2. Testi: 5. La Passiono. 35
testimonie, da poy che noy l'auemo odio parlar? Che ve une par, segnoy, de far? „ E quelli chi erari li si criam tati, digando tut'a una voxe : " A''eraxe mente elio a bem meritao la morte. „ E allaora Caj^phas bì fé despuglar Criste nuo e si lo fa ligar a una colonna, e si gue fom de 'utorno aotri cum correze, aotri cum ba- stoym, aotri cum channe; aotri [43a] gue dauam cum le maym, aotri gue pelauam 5 la barba e la testa e aotri gue zithauam lo lauaglo per lo viso e per la carne, aotri gue spuauam per la bocha Cossi staua lo nostro Segnor ligao alla colonna e aueyua li soy ogi fassay e inbinday cum una binda, e daxeam gue delli ba- «toy su per la tosta e poi dixeam: "0 Criste, adeuina chi e quello chi t'a feryo. „ E in questa maynera siete lo Segnor tuta quella noyte. O misero i^e- 10 •chaor, chi non say sostcgneyr un pocho de peynna in seruixio dello to payre, chi a tanto approbrio ^ e vituperio sostegnuo per aurir te la porta de vita eterna, quando porressi tu satisfar a cotanta benignitae? Va, leze, o pechaor, quante iasteme lo Segnor butaua a quelli chi gè faxeam cotanto mal, guarda che elio dixea : " Payre me celestial, questi non cognossem lo mal che olii me faxem. 15 Perdonay gue, si ve piaxe. „
Stagando lo nostro Segnor in lo tormento, che o conintao, in la casxa de Cay- phas, la mayre soa si andana per la terra criando e querando chi dello so fijor gue diesse none. E comò ella s'aproximaua allo paraxo de Cayphas, ella aschota e odi lo remor e la voxe delli Zue. E allaor la donna ^ si pyama la Magdalena 20 € si gue disse : " Za figlerà, za tosto, che he creo che lo to maj'stro seha in questo logo. „ Acosta se la donna allo paraxo e aschotaua, e ella si odi tropo bem comò li Zue lo biastemauam, e le menaze che elli fauam. Laora incomenza a criar alla porta e a bater, perzo che gue fosse auerto. Ma la soha voxe era fayta per lo Ijiamto si debel e si rocha, che ella non poeyua esser odia. Bem era vegnua ve- 25 riteuel la parola de leremia propheta, chi disse : " . . . pianxando e lo pyanto in la noto e ^ le soho masseile e non gu e chi gue daga consolatiom de tuti li soy chari. „ E anchor fo compio in ella zo che David propheta gue auea dito, eciam dee de ella : " He o lauorao criando pyanzando, tanto che la mea voxe fayta o rocha e sorda. „ Or pensa, pechaor, in che guisa la donna staua de fora dello 30 paraxo, e odiua le acuse che faxeam in centra lo so figlor e li colpi che elio eostegnia, e no intendeyua ni odyua nissum chi lo schusasse ni chi lo deffeu- desse, ma odiua la voxe forte criar : " Mora mora questo maluaxo pecchaor. „ Or qual e quella mayre, chi compassioni non debia auer alla mayre de Criste e pianxer com ella de cotante crudelitae, [b] chi fom fayte allo so figlor senza 35 colpa e pechao? Tuta la noyte stete quella dolenta maire in angustia e sospiri, aspectando e contemplando la peyna che lo so figlor portaua. Quando la note fo compia, che za se fazea lo iorno, e echa lo remor vegnìr de la gente alla casxa de Cayphas, che Pillato mandana a prender Cristo. Noy deuemo intender e sauer che alli Zue non era licito ocier nissunna persona, e quando elli trouauam 40 alchum degno de morte, si lo dauam in le maym de Pillato, lo qual rezeyua la segnoria e era comò iuexe de mal officio, e a elio s'apprtcgnea de dar morte e ocier quelli chi falliam e faxeam cura de morir. E questo faxoa in persona de l'imperaor de Roma, chi sognorozaua per tuta ludea. E inporzo Cayphas aue Criste in bayria. La noyte, comò he o dito, si manda a Pillato, come elio aueyua 45 un homo prcyso degno de morte, e Pillato si aspcyta fini allo iorno, e allaor fé
Od oj)probno? ^ danna ^ Andrebbe qui: io pianto in; cfr. Threni, I, 2.
36 Parodi ,
armar li Boy chaualeri e li soy eerucnti e si li manda ala casxa do Cayphas, donde Criete era preyxo. Questa gente vegnia a som de trumbe e de corni. Quando elli fora vegnuy alla casxa de Cayphas, si fom auerte le porte e si andam tuti dentro da lo paraxo. La donna chi era de fora, vosse andar apresso per 5 trouar lo so figlor, ma ella no aueyua possanza ni Tertue d'andar in la casxa, per la grande spressa della gente, si che ella ne fo rebuta de fora com grande angossa. Quando Cayphas aue uisto la famigla de Pillato, si gue de Cristo in bayria, e quelli si gue ligam le maym forte, e cossi si lo manda fragellao a Pillato, E quando elli insim for della porta de Cayphas, la donna se leua comò
10 ella poe e guarda si ella poesse veyr lo so figlor, e ella non lo recognossea, in- perzo che elio era tuto caugiao. Elio aueyua lo so viso tuto nizo , li ogi e li meroym neygri e lo vixo e la faza tuta pynna de spuazo e la testa tuta peraa e lo corpo era tuto pym de lauaglo e da monte parte pioueyua tuto sangue, si che elio non poeyua ^ più auer figura humana. Bem era compio zo che Ysaya
15 propheta auea dito in persona de Criste: Non est in eo species- neque decor. La mayre che se guardaua intorno, questo so figio non sauea cognosser, e inperzo ella se voze alla Magdalena e si gue disse: " 0 figlerà, [f] guarda so tu inter questi cognossessi lo to maistro. „ E la Magdalena laor lo gue mostra e disse : " Sapi, madonna mayre, che quello che tu vey cossi fragellao si e lo to figlor. „.
20 La donna si lo guarda e si lo recognosse e incomenza do corre apresso, cossi comò olla poeyua, e a cresser la voxe più forte che ella poe o cria : " Donde e andayta cotanta belleza? Tu eri lu più bello homo che [e] visse may e aora sey cossi camgiao! 0 figior, a te cossi abandonao lo to payre, che elio non te deffenda de cotanta peyna? 0 figior me precioso, per che voresti tu retornar in
25 Iherusalem ? Za saueyui tu bem che li Zue to procurauam la morte. „ Monto so abriuaua la donna in la spreyssa per prender lo so figlor, ma li sementi si la rebutauam e si la deschazauam, che ella non se poeyua aproxiniar.
Quando Cristo fo menao a Pillato, si fom apareglay li farixey e li Zue e si co- mensa(m) d'axaminar lo. E quando elio fo bem examiuao, si lo retorna de fora alli
30 Zue e si disse : " Segnoy, voy m'auey menao cozi questo homo o me l'auey acusao per mal factor e per rey. Echa me che l'o sotirmenti esaminao, e si ve digo che non trono in elio caxum alchunna, per la quar elio sea degno do morte ni de peyna. Per che doncha vorey voy che e spanda lo sangue insto de questo homo insto senza corpa e pecchao ? „ E laora li Zue si respoxem a Pillato e si dissoni :
35 " Sapi per certo che si questo homo non fosse mal factor, noy no te l'auereamo acuxao. iSToy seme gente a chi Dee a dayto la leze per Moysen, e per cessa che fosse noy non fareamo tanta falla. Ma noy te dìganio per veritae la reeza do questo homo, che elio non a lassao persona do Galilea tam fin coci, che elio non abia preuarichao da la nostra leze. „ E allaor si demanda Pillato alli Zue donde
40 Criste era nao, e elli si gue dissoni do Galliloa. E allaor si rospoxe Pillato e si gue disse: " Segnoy, si questo homo e de Galliloa, voy sauey bem che non lo dom zuegar, che non o iuexio de sangue in quelli de Gallilea chi som in Iheru- salem. Anday doncha, — disse Pillato — e si lo menay monto bem a Herodes» a chi s'apertem de zuegar quelli de Gallilea. „
1 pareiua ? - szms ; cfr. Isaia lhi, 2.
Studj liguri. § 2. Testi : 6. Da una Cronaca universale. 37
N. 6. — Da una Cronaca universale.
Il presente brano e la traduzione di Boezio che segue, sono estratti da un medesimo codice, appartenente alla Biblioteca delle Missioni Urbane di Genova S dove porta il num. 46. Per l'età, si può assegnarlo alla prima metà del sec. XV; cartaceo, legato in pergamena, di mm. 275 per 190, man- icante del primo foglio e di alcuni in fine. La numerazione è in cifre ro- mane, della stessa mano che il codice; comincia col secondo quaderno e va poi senza interruzioni fino al f, 391, col quale il cod. ora termina. Ec- cetto, a quanto pare, un breve tratto del primo quaderno, materia forse ag- giunta alquanto più tardi sulle pagine lasciate prima bianche, il cod. è tutto d'una stessa mano; ha iniziali maiuscole in rosso, ma rubriche nere; scritto, a cominciar dal Boezio, in due colonne, per motivo dei versi, quantunque il copista, una volta preso l'abbrivo, continuasse poi fino in fondo.
Ho detto che manca il primo foglio. Esso conteneva parte della 'Ta- vola', il séguito della quale occupa ancora la metà anteriore del primo quaderno, cioè 5 carte, tranne il verso dell'ultima. Ma la carta, che ora dovremmo incontrare per la prima, si trova per uno spostamento ad es- sere la quarta. Nel verso della quinta, nelle 4 seguenti e nel recto della decima è contenuto il tratto, che abbiamo detto parer d'altra mano. Co- mincia: «In quelo tempo sapiando lo redemptor de la humana generation messer Jhesu Criste quello chi deueiua esser, cognossando za esse)" preuegnuo tanto presso ala soa ynorte e p)assion quanto era lo mercordi santo ...» e termina : «... e la dolce niaere lantora no lo cognosce, tanto lo aueiuarn hatuo e desfigurao. E cossi fini lo raxonamento de la gloriossa Vergem 3 f aria cum lo so glorioso figio messer Ihesu Criste, la grada de lo qua semper sea com noi. Amen. »
Col secondo quaderno comincia propriamente il codice. Esso contiene : dal f 1* al f. 89^ una specie di compendio del Vecchio e del Nuovo Te- stamento; poi alcuni capitoletti sulla Vergine, 89*^ sgg-) a cui s'accompa- gnano 28 miracoli di lei, 104^-118'', e uno dei noti 'Pianti' 119^-124''; una lunga serie di 'Vite di Santi' e di 'Sermoni', che occupano non meno di 172 fogli; la leggenda di Barlaam e Giosaffat, 298*-313''; il primo capitolo della vita di Giuda Iscariota, 313''-314'', che non è se non un pezzo stac- cato della 'Cronaca', con cui il volume comincia; poi: Cotno se comenssa lo sancto batessmo in Roma, e: Como la ueroniclia fo trouaa e portaa in roma in lo tempo de iiberio Cessaro Imperao . . . 314''-318''; una leggenda di Santa Margherita, che va fino al f. 321''; la Vita di S. Giovanni Evan- gelista, 322^-356'*, altra copia di quella pubblicata dall' Ive, Arch. Vili 30 sgg. ^; de le questioim de Boccio, 357^-386^, per le quali è da vedere il
* Fu già brevemente descritto dal Banchero, Genova e le due Riviere, 513 sg., e dal prof. L. T. Belgrano, 'Giorn. Ligust. ', a. 1882, 344 sg.
^ Per rendere possibile il confronto, riferisco il principio della leggenda, secondo è dato dal mio codice:
38 Parodi,
numero seguente; infine l'epistola di fra Bonaventura da Bagnarea ad un suo amico, 386'''-391'', che resta incompleta per la mutilazione del codice.
Uno studio particolareggiato delle fonti, a cui attinse il nostro compi- latore, sarebbe qui fuor di luogo. Ci basterà accennare che il compendio biblico, di cui riportiamo il principio, non è che la traduzione dell'antica 'Cronaca universale', probabilmente d'origine catalana, che fu studiata dal SucHiER, Denkmàler der provenz. Literatur, pp. 495 sgg. , e dal Rohde, ibid., pp. 589 sgg. ^ Tuttavia il traduttore s'è anche valso, in almeno due luoghi, della Passione, da noi pubblicata al n. 5, inserendone nel suo testo, al f. 58^, il breve tratto introduttivo. Pensando in ini tnesmo ecc., ed un altro capitoletto al f. 84^ : Or staxea la uerrjem madona sancta maria inter xmna caxa in lerusaleni . . .
Per la correzione dei passi evidentemente errati, io ho tenuto a riscontro della traduzione genovese il testo catalano del cod. Laur. Red. 149, già studiato dal Suchier (R) ".
Dixe in lo libero de Grenexis, che in lo comensameuto de lo mondo crea ^ Dee lo cel e la terra. E la terra era uoa e tute lo mondo era tenebrozo e lo spiricto de Dee andana soure le aigoe. E era tuto lo mondo corno unna pilota reonda, chi fosse fayta de monte cosse, cossi conio de puci e de pree e de fogo, chi fosse possaa in unna conca de aigoa. E cotale era tuto lo mondo. Disse lo nostro se- gnor Dee : " Sea fayta la luxe. „ E quando la luxe fo fayta, foni li Angeli creai. E ui Dee che la luxe era bonna e desparti la luxe da le tenebre e apela la luxe
Coci comenssa la nassìom e la ulta firn a la morte de lo bìao messer sani Zoane Batesto, corno noi odirei apresso.
A lesso de Dee e de la docissima vergem madona Sancta Maria e de lo biao e gloriosso messer sam Zoane Batesto, de lo quar noi vogiamo dir alcunna cossa a lo so honor e a delieto e conssoUaciom de le annime, le quae sura soe deuote. E no intendo dir de le soe aotissime virtue , per so che e no sauerea , che an- chora sum beneite da li sancti ; si che e no intendo de dir cossi soma alteesa,. ma uoio dir de la soa uita meditandolla e penssandola, aso che piceni e grandi chi la lezem si gè ponnam mente a le maini {sic). Che se la soa mente fosse denota a meditar la uita de Criste e penssando de elio piceni e grande cum la morte e ressurressioni soa e gloria, non e da lassiar per questo. Persso che penssar de elio e amar elio e l'otima parte, e questo de messer sam Zoane fassamo per dar recreatiom a le monte infierme e unna ouera fantiolescha, si che queste an- nime fantiole[s]che abiam unna leticia spirictual e cossi apparram a medictar, si che poa possam e sapiam intrar a meditar la vita de Criste e de la Dona nostra, soa maire. E se eUi (no) troueram leticia in penssar la uita de li sancti in cotae cosse fanciolesche, quanto maormenti in penssar la uita de Criste, unde e tuta perffetiom? E auezando la mente a queste meditacioim bassete, saueram possa mogio penssar e intrar a le graiude cosse de li sancti ; e cossi intreram a. penssar de messer Ihesu Criste, chi a faiti cossi boim li sei sancti ....
^ Cfr. Studj di filol. rom., II 292 sg., n.
^ In questo codice, al f. 163^, ossia nella seconda colonna del recto, co- mincia un componimento ascetico, catalano, che certo ha da fare con quel 'Ragionamento della Vergine col figliuolo', che dicevamo parere d'altra mano nelle prime pagine del nostro manoscritto genovese.
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Studj liguri. § 2. Testi : 6. Da una Cronaca universale. 39
di e le tenebre nocte. E cossi fo conpia l'onera o li comensamenti de lo primo iorno. Disse lo nostro segnor Dee lo segondo iorno : " Sea fayto fermamento in mezo de le aigoe, chi partissa l'unna da l'aotra. „ E cossi fo fayto e fé lo no- stro segnor Dee firmamento e possa le aigoe, clii eram soura lo firmamento, de sota, e apella lo nostro segnor Dee quello firmamento cel. E cossi fo faita Fo- 5 nera de quello segondo iorno. Disse lo nostro segnor Dee lo terso iorno : " Seam amasay ^ le aigoe, chi stam sote lo firmamento, in um logo e apaira secha ^. " E fo fayto cossi, e apella Dee quella secha terra e lo amassamento de le aigoe aijella lo mar. E ni lo nostro segnor Dee che tato era bom e disse: " Inzcnere la terra erba e erbori chi fassam fructo, segondo lo lor linaio. „ E uì lo nostro 10 segnor Dee che tuto so era bom, e cossi fo compia l'ouera de lo terso iorno. Disse lo segnor Dee lo quarto iorno: "Seam faite luminarie in lo firmamento de lo cel, chi partissam lo iorno da la nocte e seam in segnai de lo di e de lo tempo e de l'ano, e si resplendem in lo firmamento de lo cel e aluminem la terra. „ E f o faito cossi , e fé lo nostro segnor Dee doi gramdi ^ luminarij , e lo 15 maor chi segnoi'ezasse lo di, e questo si e lo sol, e lo menor segnorezasse la noite, e questa si e la lunna, e tute le stele, e misele lo segnor Dee in lo firma- mento de lo cel e che elle aluminassem la terra e che elle segnorezassem lo di e la nocte, e departi * lo di da le tenebre. E ui Dee che tuto era bom e cossi fo compia l'ouera de lo quarto iorno. Disse lo nostro segnor Dee lo quinto 20 iorno : " Congregemo pessi in lo aigoe e tuti uiuam , e li oxelli in le ayre. „ E crea lo nostro segnor Dee possi graindi e ballenne e de atre generacioim, e aotressi li oxelli uiuessem in le aire segondo lor linaio. E ui lo nostro segnor Dee che era bom e benixilli e disse : " Cressi e multiplicai e impij le aigoe de lo mar „ [P] e semegieiuementi [disse] a li oxelli che elli cresessem e multi- 25 plicassem soure la terra. E cossi fo compio l'ouera de lo quinto iorno. Disse lo nostro segnor Dee in lo sesto ° giorno: " JTorige la terra cosso uiue, bestie e tuti animai chi uagam soure la terra, piascunna de soa figura. „ E f o faito cossi. E ui lo nostro segnor Dee che so era bom e disse : " Fassemo l' omo ala ymagem e similitudem nostra, chi segnoreze le bestie de la terra e tuti li animai chi 30 seam soure la terra. „ E bem sauemo noi che in quello tempo Dee no auea figura de homo, ma elio profocta de si mesmo chi deuea esser [in] figura de homo*', quando elio disse: "fassemo l'omo a la ymagem e similitudem nostra.,, Ma per so tuti li Zue e li pagaim no uosscm in so crer. E forma lo nostro segnor Dee l'omo de lo pu uil alimento, so fo de terra, e no de la pu formaa terra, anci lo 35 fé de la pu uil, e so fo per lo trauaiamento de lo diano, e crealo perche elio deuesse goardar quella sancta gloria, che lo diano auea perdua per lo so orgoio. E quando elio l'aue creao, si misse in elio spiricto de ulta e possallo in lo pa- reyso teresto ; e felli uegnir uolentay de dormir e traeselli unna costa do lo co- stao, e de quella costa forma Dee la femena. E mentre che elio dormia, fo montao -10 in cel e ui in spiricto tuti quelli chi deueam insir de elio. E quando elio fo dessao, profetiza e disse: " Queste osse e queste carne si sum de le mee. „ E poa disse lo nostro segnor Dee a Adam e a Eua soa moier: " Ueue che e uo dago a uoi atri tuti li aotri arbori, chi fam fructo soure la ferra e semenza ^; e si uè dago la segnoria de tuti li animai e de tuti li oxelli, in li quai e o possao spiricto de 45
^amesai/; E, ajustades. - Cfr. R: e aparescha sedia. ^gramdi piuttosto che graindi. '' Forse departiasem ; cfr. R. : e que deiriasen. ° quinto " que deuia i^endre forme de home R. ' chi semode; cfr. R: que fan friii/t e sament.
40 Parodi,
Ulta, che uoi abiai che maniar e che uiue. „ E ui lo nostro seg'nor Dee che tute le coBse che elio auea faito eram tute bonne, e cossi fo compia l'ouera de lo Bexem iorno. Or auei odio corno lo nostro segnor lo prumer ìorno fé la sustancia de lo iorno, soe la luxe, e tute spirictuai creature; lo secondo iorno fo lo cel 5 per che le spirictuai creature gi habitassem, e im li aotri trei iornj fé lo segnor nostro le cosse chi sum emtro li alimenti: ini lo ijrumo de quelli trei fé tempe- ralitai de lo iorno, soe lo sol e la lunna, e im lo sogondo fé li pessi, e im lo terso iorno fé le bestie e l'omo, e possallo in lo pu fermo alimento chi sea, [eoe] in la terra, [e] allogallo im lo pareyzo terreste. E se [2aJ Adam no avesse peccao,
JO auerea inzenerao l'omo sensa peccao e sensa luxuria carnai; e la femeua auerea inzenerao in quella maynera e sensa dolor auerea partuio, e seream staiti sensa boxie. E im pareyzo terreste De auea possao erbori, che quando elli ne aue88e[m] mangiao, zamai no aueream auuo see ni fame, e uni aotro erboro, che quando elli ne auessem mangiao, zamai no aueream auuo see, e lo terso orbo \ che za-
25 mai nisum no li auerea possuo noxer. E a la i)er firn mauieream de lo erboro de ulta, e da poa auanti zamai no seream staiti uegi ni no seream staiti ma- roti. E conio aora la generaciuni passa e more, seream staiti in lo tempo de trenta agni receuui in la pu ata gloria, zoe im lo pareizo celestiar, e zamai no aueream cessao de far cossi, tam fini che no fosse compio lo nomerò de li angeli
20 chi cheitem de cel. E fo cossi creao l' omo per compir quelli logi de li angeli. Or stagando Adam in lo pareizo terreste, disse lo nostro segnor a Adam e a eoa moier Eua: " E ne dago parola che de tuti li erbori chi sum in lo pa- reyzo, che uoi ne possai mangiar ^ e uzar a tuta uostra uoluntay, saluo quello ' in lo quar e la sciencia de lo bem e de lo mar. „ E si gè mostra l' erboro. " E
25 qual bora uoi ne mangerei, uoi morrei per morte. „ E lo diano chi fo de quello pareizo butao, de so aue inuidia, e pensa conio elio lo porrea inganar; perso che elio sauea che lo linaio de l'omo deuea montar im cel, soe in la sancta gloria, donde elio e caito per la soa superbia. E pensa in che meo elio lo poesse in- ganar, aso che l'omo perdesse lo hereditagio de quella sancta gloria. E lo ten-
30 taor preize forma de serpente e ze ala moier de Adam Eua e si gè disse: "Per che u'a comandao lo nostro Segnor che uoi no maniai de l'erboro de scientia de beni e de mar?„ E ella respoze: "Perso che noi no moriamo.,, E elio gè disse: " Creiuoi morir*? Anti aerei uoi semeianti ali dee, chi sam lo bem e lo mar. E per atro no uè a elio deueao, se no che elio no uoi che uoi sapiai tanto comò
25 elio sa. „ E de so menti lo diano, chi may no disse ueritai; unde per la soa boxia fé tanto, che Adam mangia de lo fructo e sape bem e mar. Possa che Adam aue mangiao quello fructo, [2''] vi che auanti che elio auesse peccao si auea lo bem de sciencia ^ e possa che elio aue peccao sape lo mar, per che elio crete ala parola de lo diauo. E cossi Eua preize de lo fructo e si ne mania e si ne de a
40 so marie. Elio ne mangia per amor de quella, e de presente, come elli ne auem mangiao, elli fom aceixi de lo fogo de la luxuria e fo nao Inter quelli uni peccao, lo quar eresse Inter noi tuto tempo, e fom le lor annime morte, perso che quelli chi peccani le lor annime sum morte e iaxem sote terra, cossi comò lo corpo morto. Ma per penitencia l'annima resussita da morte a uita, cossi comò
45 resusitera lo corpo nostro per la uoluntai de Dee alo di de lo zuixio.
Coci incomcn;a le sete peccay, chi nassem per lo bocon che Adam mangia.
^ Questo terzo albero non appare in R. ^ man ìiiangiar ^ in quello
no morir ^ sciecia ; R saòe òe 2)er sciencia.
Studj liguri. § 2. Testi: 6. Da una Cronaca universale. 41
Adam fé um peccao mortai, chi tuto lo mondo impij de sete peccae mortae, in lo quar fo imbocao ^ tuto lo so linaio. Lo primo peccao fo superbia, quando elio uosse [esse] in^oar alo nostro segnor Dee e uosse esse soure tute le atre gente -: imperso fu posto pu basso cha nisum aotro. E de quello peccao dixe lo libero de Salamon, che non e dauanti da Dee ^ chi exalte lo so cor per peccao de su- 5 perbia. Lo segondo peccao fo dezobediencia , quamdo elio passa lo comanda- mento de lo nostro segnor Dee, e per so perde tute le cosse chi li eram reco- misse, e poi che elio pecca si gè fo[m] de presente dezobediente. Lo terzo peccao fo auaricia, che elio daxea men che elio no deuea dar^, e per quello pecca e perde per gram drito tute le cosse, le quai li fom donai. E de questo peccao 10 dixe lo apostoro messer sam Poro, che F auaricia si e seruitudem de le ydole. Lo quarto peccao fo sacrilegio, quando elio preize la cessa la quar li era deuea de lo logo sagrao; e de questo peccao dixe lo profeta: "Chi defora mostrerà santitay ^, de esser cassao fora de lo pareizo. „ Lo quinto peccao fo de la gora, che per um bocom passa lo comandamento de lo so segnor. Lo sexem peccao 15 fo fornicaciom, per so che l'annima de Adam fo e era aiustra a Dee e elio l'aiustra*^ a lo diano, unde perso elio mori per colpa e per penna; e in so elio cernisse auolterio com um stranger e perde l'amistansa de la ueritay ^, e de quello peccao fo omicida, che si mesmo cum tuto lo so linaio misse a morte. E de questo peccao dixe [3»] Moisses profecta: "Quello chi ocira, sera morto in 20 corpo e in annima. „
IL Coci se cointa so che lo nostro segnor disse a Adam.
Incontenente che Adam aue peccao, uegne lo nostro segnor Dee e si lì disse : ** Adam, tu ai peccao, che tu ai falio lo me comandamento e ai faito a seno de la toa moier. E in perso auerai penna cum tuto lo to linaio e cresseraì de iorno in iorno, e con suor e con faiga mangierai lo to pam, e quando tu lauorerai la 25 terra lo di, ella no te^ darà so fructo, e a uiner auerai grande travagio e cressera tuto iorno lo affano in lo to linaio. „ E poa disse lo Segnor a Eua: ^ Imperso che tu obedisti a lo diauo e conseiasti a ^ to mario che elio passasse lo me comandamento, e tu apartuirai li toi figi cum dolor e lo dolor multipli- chera per- tuto tempo in lo to linaio.,, E imperso lo nostro Segnor disse a Eua: 30 "tu apartuirai li toi figioi cum dolor „, possamo noi intende che se ella no auesse peccao, ella auerea infantao con alegressa e senza penna. Possa se zira lo nostro segnor Dee in uer lo serpente e si gè disse: "Imperso che tu iuga- nasti [la donna] ^^ e la feisti peccar per passar lo me comandamento, tu serai marcito ti e tuta la toa semensa e si tirerai tuto tempo lo peto per terra; e si 35 metero inimistai Inter lo to linaio e lo linaio de la femena, e tuto tempo goar- derai alo pee de lo so linaio e guarderai a la toa testa ^'. „ E imperso che lo nostro segnor Dee disse alo serpente, che elio anderea per terra strassinandoso lo pecto, possamo noi intender che elio auea pee, auanti che Dee lo marixisse.
^ iinlocao; R emholcat. agente; correzione di coss?, che l'amanuense aveva prima scritto. R sohre tots Ics altres. ^ Cfr. R: que no es he deuant deus qui leua soìi cor. * Cfr. Il : com elio cobega mes gite no li era atorgitaf. ^ Cfr. R: qui desottra los santuaris, ^ìo itistra; R ajustala. ''del 'uerdader
espos R. 8 ella noctete ® conseiastato '" la donna agg. secondo R, che ha la fernh-p. " Cfr. R : e ton liìtatge tois temps guarderà al falò de la femhra e l seu al cap.
42 Parodi,
E faite questo cosse, lo segnor Dee descassa Adam e Eua fora de lo pare3'zo teresto. E quando elio ne l'aue zitao, si gc disse lo nostro scg-nor Dee, che elio uerea tempo che elio li manderea lo orio de la misericordia. Quando Adam fo butao fora de lo pareiso teresto, si se ne ze in la valle de Ebronzo.
III. Cocl se cointa quando Adam fo zitao fora de lo jxox'izo tei'esto e corno ze in Ebron.
5 Quando Adam fo in la ualle de Ebron, comensa a uiuer de lo so affano o suor e aue doi figi , so fo Abel e Chaim. E per raxou de lo sacrifìcio de le bestie, elio inuea ' [3''] Cairn in uer Abel, per so che Abel offeriua de le meior bestie che elio auea, e Chaim, chi lauoraua la terra, e offeriua de le pu finne [frute] che elio auesse ni recoiesse. Ma per so che Dee goarda a la offerta de
10 Abel e a quella de Caim no uosse goarda, si ne aue Cain dolor e ocisse so frai Abel. E dapoa che elio l' aue morto, disse lo nostro segnor Dee a Caim : " Dime, nnde el e to frae Abel?„ Respoze Caim: "Segnor, za no son e goardiam de me frae. „ E lantora disse lo nostro segnor Dee: "La voxe de lo sangue de to frae, che tu ai spainto su la terra, si a criao a mi, ma li darò ueniansa, quanto *
15 a mie„. Per quello dolor de Abel pianze Adam cento agni e in quelli cento agni no uolse andar ape de soa moier, perso che lo nostro segnor De no uoleiua nasse de la maruaxe semensa de Caim. E quando Adam aue sete cento trenta e doi agni, si uegne l'angero e comandagi che elio deuesse uzar cum soa moie. E lantora elio aue um fijo, alo quar elio posse nome Seth. E questo Seth fo in
20 logo de Abel, e de lo linaio de questo Seth nasce la nostra dona ^ sancta Maria, de la qual nasce lo nostro segnor messe lesu Cristo. Quando Seth aue cento agni, Adam era * uegio e recreseagi la uita. E um iorno elio era monto stanco, che elio auea derochao monti erbori, e butasse cum lo pecto sum unna iapa e comensa a pianze e pensa in li graiudi mai che elio veiua nasce in lo mondo,
25 e cognoscea beni che tato so era per lo so peccao. E piama lo so fijo Seth, lo qua li fo de prezente dauanti, e disseli: " Yatene alo pareiso, alo angelo che- rubim chi e li e goarda l' intra de lo pareiso e° l'erboro de uita, e a in man unna spa de fogo. E quella goardia fo faita, da poa che toa maire e mi fomo cassai defora de lo pareizo per li nostri peccai. „ E Seteh respoze a so paire :
30 " Mostrame la uia, unde e debia andar a lo pareizo, e éo '^ che dom dir alo an- gelo cherubim. „ E Adam li disse: "Per questa via, auerta dale ' peanne chi fom de li me pee e de * toa maire, chi sum seche e marce , tanto fo grande lo nostro peccao, fo[mo] zitai^ de lo pareizo, e Ili ^'^ unde noi scarchizamo com li nostri pee, mai possa no gè nasce erba zamai. Per quelle peanne tu an-
35 derai in lo pareiso, e dirai alo angelo cherubim che me incresse de uiuer e che eUo me mande de Torio de la misericordia, che lo me segnor [4a] Dee me im- promisse, quando elio me cassa de lo pareiso. „ Quando Seth aue inteizo lo co- mandamento de lo paire so, elio comensa de andar, e quando elio fo alla fim alo cauo do la ualle, si trova le peanne de so paire e de soa maire, le quai
40 eram seche e marce, corno so paire li auea dicto, e fo spaventao de lo splendor chi insiua fora de lo pareizo. E acostasse a lo angelo cherubim. E l'angero
^ Cfr. R: e per raho del sacrifìci de les hesties crehec a Cat/in envega contra abel. Io ho soppresso chaim chi, davanti a per raxon. - quando ^ dono
* e za ^ si e ^ e e so '' cde ; R : oberta deles pejades. '^ dee ^ Cfr. R : com fom gitats. ^'^ e Ili: que la on nos ccdciguanem R.
Studj liguri. § 2. Testi: 6. Da una Cronaca universale. 43
uegTie; si li disse: "Che demandì-tu? „ E Setli gi respoze: "A me paire Adam incresse de uiue ; si me [manda] a ti a pregarte clie tu gì mandi de l' orio de la misericordia, che lo nostro scgnor De li impromisse, quando elio lo buta fora de lo pareizo. „ E Tangere gè disse: "Meti la testa dentro e goarda beni so che tu ueirai. „ E Seth fo ala porta de lo pareizo, comò lo angero li auea dicto, e 5 misse la testa dentro e goarda, e ui in mezo de lo pareizo unna foutanna grande, de la quar insiua quatro fiumi, chi sum pfincipai, ali quai noi di game per nome, alo primo Giom, al' atro Cum ^, al' atro Trigus, l'aotro Auffratres, e quelli quatro fiumi ani inipio tuta la terra de aigoa. E aprono de quella fon- tanna era uni erboro monto grande e monto pini de rami e no auea foie ui 10 scorsa. E Seth goarda a quello erboro e disse infra si mesmo, che questo erboro era cosi scorsao per lo peccao de so paire e soa maire, e cognosce le lor penne. E poa se ne torna al' angero e disseli tute so che elio auea -visto. E l' angero li disse che elio tornasse un'atra fìa firn ala porta. E misse dentro la testa, comò elio auea faito dauanti, e ui che quello erboro tocaua de la cima ^ fini a lo cel, 15 e in la cima de l'erboro ui star um fantini, chi parca chi pianzesse. E Seth asbasa li ogi e so fé per l'erboro, e aue uergogna, e [ui] le rame ^ de l'erboro chi pertusauam la terra e tocauam dentro da l'inferno, e cognosse l'annima de so frai Abel. E poa torna al' angero Cherubim e cointagi so che elio auea uisto. E Tangere gi disse: "Aita uisto quello fantini? Quello si e lo fijor de Dee, chi 20 pianze lo peccao de to pajre e de toa mayre, e elio lo de destruer quando sera tempo. E quello si [e] l'oi'io de la misericordia, che lo nostro segnor Dee pro- niisse a to paire, quando elio lo buta fora de lo pareizo. „ E quando Seth se ne uosse andar, l' angero li de tree granne de la semensa de quello erboro e de lo fruito, lo quar auea mangiao so paire, e disseli: " Quando tu serai a to payre, [4'] 25 a lo terso ioruo, che tu lo sotererai, nietige queste tre granne Inter la bocha, sote la lengoa. „ E Seth se ne torna a so paire cum queste tree granne e coin- tagi tuto so che F angero li auea dito. E quando Adam aue odio che elio deuea morir, si fo monto alegro e incomensa a rier, chi in tuto lo tempo de la soa ulta zamai no auea rizo, e lena le maim a cel e disse: "Segnor Dee, prendi 30 l'annima niea, se elio ne piaxe, che e sum asai viscuo. „ E a cauo de trei ìorni Adam mori e Seth so fijo gè misse quelle tree granne sote la lengoa, corno Tangere li auea comandao, e poa lo sepeli. E a cauo de pocho tempo quelle tree granne nasseni e fe[m] tre uerge , le quai auea piascunna um braso * de lon- gessa, e de quelle uerge l'unna era de cedi'O e l'atra cipresso e l'atra palma, e 35 significauam lo paire lo fijo e lo spiricto sancto. Lo cedro e Io pu aoto erboro chi sea, e quello significa lo payre; lo cipresso e lo pu oritozo erboro chi sea e lo pu spesso de rami, e quello significa lo fijo; la palma chi e spesa de fogia e fa lo fruto doce , significa lo spiricto sancto. E steteni quelle tree rame in la bocha de Adam tam fini alo tempo de Noe. Aera auei odio corno mori Adam, -10 e de poi elio roraaze Seth so fijo maor in la generacium.
IV. Cocì coììiensa le ^ generacium de Seth, le quae foni none. — La prlniera etae.
Seth aue um so fijo, lo quar auea nome Enos, e fo la aita de Seth octo cento e trenta e doi agni. Enos aue um fijo, lo qua aue nome Malusel, e fo la aita de Enos octo cento e cinque agni. Mallasel aue um fijo chi aue nome Caiuna, e fo
^ Clini 0 ciun\ R: Si'f/ron Fn'soìi tigris eufratcs. - cini ^ Cfr. E: iiiu les raells del dit arbre. ■* Iroso; R: tina brassa de lonch. ^ la
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44 Parodi,
la Ulta de Mallasel mille agni. Cbaiima aue um fijo lo qua aue nome Jarech, e fo la Ulta de Chainna octo cento agni. Jarech aue um fijo chi aue nome Enoch, e fo la uita [de] Jarech octo cento e quaranta e doi agni. Enoch aue um fijo chi aue nome Matnsalem, e quando Enoch aue trexenti sisanta e cinque agni, bì lo lena lo nostro segnor Dee e mÌ8sello in lo pareizo terresto. Matusalem aue um fijo chi aue nome Lamech, e fo la uita de Matusalem none cento e uinti doi agni. E cossi fo compia la prumera generaciom, la quar aue generacium none.
[f. 5a] Y. Como io nostro segnor Dee comanda a Nohe che elio feisse V archa. E incomensa la segoncla etae.
Quando Noe aue cinque cento agni, inzenera trei figi, Sem Chaim e Iffech. E in quello tempo eram cressui monti mai in lo mondo , tanto che lo nostro segnor Dee disse, che elio era pentio che elio auesse faito lo omo im lo mondo. E disse a Nohe : " E uoio abissar tuto lo mondo e destruer tuti quelli chi uiuem soure la terra; ma ti solo uoio salua, che te porto grande amor per so che solo e te 0 trouao insto in questa generacium. linde e te comando che tu faci unna archa de bom legname, chi sea bem acetaa ' e beni inuernisa dentro e deffora,
15 e sea de questa grandessa, per longessa goa trexenti e per largessa goa sisanta. E farai in questa monti sorai e monte camere e intreraige ti e toa moier con trei toi figi e con soe moier dentro, che solamenti ti e lor o trouai iusti soure la terra, e meteraige dentro de tuti animai, cossi de bestie comò de animai^ e oxeli, in li quai e spiricto de uita; de piascum um par, masiho e femena, aso
20 che elio ne romagna semensa, imperso che tuti li atri morram per le aigoe de lo deluuio. „ E lantora Noe misse mani a l'arca. E quando ella fo liura de far, segondo che Dee li auea comandao, elio se gè recogie dentro com soa moier e com soi figioi e com le lor moier e com tuti li animai. E quando elio gi fo dentro bem serrao, lo nostro segnor Dee auri tute le fontanne de abisso e pioue
25 quaranta di e quaranta nocte, per si grande forsa, che tuto lo mondo fo pini de aigoa, in guiza che ella monta soure lo mondo quaranta goa e soure le mon- tagne chi eram in terra. E l'arca andana soure le aigoe corno unna nane. E quando le aigoe sessam, l' archa romaze in Erminia, soure unna grande mon- tagna, chi e ata pu cha nisunna aotra che homo sapia. E quando Noe aue co-
30 gnosuo che monti iorni era che l'arca era staita ferma, elio auri unna de le fenestre de l' archa e goarda, e ui che elio era in logo aoto e ui che la terra era couerta de aigoa ancora. E manda um corvo deffora, lo quar troua la terra tuta couerta de carne morta e ma[n]gia e no aue cura de torna anche ^. E quando Noe vi che lo coruo no ternana, l'atro iorno manda unna columba, la qual
35 trona a elio a l'ora de uespo e adusse in becho unna rama de oliua uerde [S**]. E quando Noe la ui, si regracia Dee de quelle marauegie. E poa stete trei iorni e in cauo de trei iorni manda la columba unna atra fia, e torna a elio de presente e nolana in ato e no uosse intrar dentro, per dar a intende a Noe che asai tro- uaua da mangiar. Alaora pensa Noe che beni poiua insir fora de l' archa e cassa
40 fora tuti li animai e tuti li oxelli, chi eram in l' archa. E alaora incomensa a
^ acetao; potrebbe rispondere ad 'assettato', ma sarà da correggere acementaa con R, che ha simentada. - Cfr. R: toies aniììicdies axi com reptilies com de hesties com deles volataires. ^ anche \ credo sia sbaglio di lettura per a nohe; de tornar a nohe R.
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multiplicar (;um li soi figioi, che elio impij tuto lo mondo de gente; unde per questa maynera lo nostro segnor Dee recouera lo linagio de la humanna gene- racium, chi era perduo per lo diluuio. E cossi incomensa la segonda etae.
YI. De la generaciuin de Noe.
Possa che ISoq insi fora de l'archa e aue compio se cento agni, inzenera uni fijo forte, lo qua auea nome Gerico; e questo lerico fo grande homo corno um 5. zagante. E odi parlar de lo logo, unde iaxea lo nostro paere Adam soterao, e ze in la uale de Ebron; e quando 0 fo in la ualle unde era Adam, elio ui quelli irei rami che noi auei odio dir sa derer, chi nassem in la bocha de Adam, e preizeli e pozeli Inter lo deserto e alarga l'um da l'atro. Ma per la uoluntay de Dee e per quella cossa chi deuea uegnir \ questi ^ trei rami s'acostan tuti in um io logo e fem de tuti questi treei rami um grande erboro, e no aue Inter l' erboro arcum partimento, saluo de le fogie, chi eram de cedro e de cipresso e de parma. E stete quello erboro in quello logo tam firn alo tempo de Moisses. Or de soura auei odio corno Noe compi se cento agni [prima] che uegnisse lo diluuio, e apresso niue trexenti cinquanta agni, e fo la ulta de Noe noue cento e cinquanta agni. 15' E mori Noe e romaze so fijo Sem maor in la generacium. Sem aue un fijo chi aue nome Alchìsacam, e fo la vita de Sem agni se cento. Alchisacam aue um fijo chi aue nome Salac, e fo la uita de Alchisacam agni trexenti noranta e oto agni. Salac aue um fijo chi aue nome Abel, e fo la uita de Salac trexenti agni. Abel aue um fijo chi aue nome Sallog, e fo la uita de Abel trexenti agni. Sallog 20 aue um fijo chi aue nome Nachor, e fo la uita de Sallog duxenti e trenta e octo agni. Nachor aue um fijo chi aue nome Tarech, e fo la uita de Nachor ^ [f. 6"] duxenti e quaranta e octo agni.
VII. Coci contem conio Tarech fé unna monea, de la c/uar font li trenta dinai, per li guai fo uenduo lo nostro segnor messer Jesic Criste.
Questo Tarech fé unna monea monto grande, per lo comandamento de Brioro ^ rei de Babilonia; e questo Brioro acata de quella monea trenta dinai per so 25 nome. E per quelli trenta dinai fo uenduo Josep ali Egispiain, cossi comò voi odirei de chi auanti. E quando la renna Sibillia uegne de Oriente in Jeruealem per odir lo seno de Salamon, intra in lo tempio per orar e offerì quelli trenta dinai. E alaora ui lo fusto de la croxe e profetiza corno noi odire apresso. E quando ^ Nabuc-de-nossor deroba lo tempio de Jerusalem , si leua questi trenta 30 dinai, e quelli foni possa daiti a um rei de Sabaem per sodo. E quando lo no- stro segnor Dee messe Ihesu Criste nasce in Bethelem de la uergem glorioza madona Sancta Maria, li trei rei chi la uegneni a orar e offerim quelli trenta dinai, comò voi odirei in la istoria de li trei rei de Sabaem. E quando la nostra dona fuzi de Bethelem in Egipto, questi trenta dinai li caitem a la riua de um 35 fiume cum atre cosse, lo quar fiume auea nome Nilo, e trouali um pastor de Ermenia. Quello pastor sauea de astrologia e coernosse per l'arte de astrologia la uirtne de quelle quatro cosse e goardale monto bem e no le mostra a alcum, tam firn che lo nostro segnor messe Jhesu Criste no pricha ini lo tempio. Alaor lo pasto se gè acosta a lao e si gè de queste quatro cosse, le quai fom soe. E 40-
^ chi deuea uegnir è nel ms. dopo trei rami. - quesfrì ^ Nachor ripetuto in principio del veiso. * Brioro, R hiuero. ^ quanda
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46 Parodi,
messer Jhesu Criste le cognosco monto Lem, e uestisse la camixia, e per tuto che la camixia fosse pissena, la qual li uegne da cel la uocte che elio nasce de la uergera Maria, e quando elio la uestia ella si fo sì grande, comò li faxea meste. E quando fo la zobia sancta , Juda uende messe Jhesu Criste per quelli trenta dinai ; li quinze foni daiti a Centurio e ali sci uassali, chi goardam [6''] lo morimento de messer Jhesu Criste, e li aotri quiuze fom daiti per um campo, comò uoi odirei in la passioni de lo nostro Segnor. E de li auanti no fo nissum chi sauesse de che metalo eram queli dinai. E alcum dissem e pensam che elli fossem de argento, inperso che li Euangelista li apellam de argento, ma perso era che in quello tempo tuto lo metallo era apellao argento; cosi comò [aora] ^ per questo nome, metallo. Ma quelli dinai no eram se no d'oro. Uoi aueì odio comò Tarech fé quelli dinai, chi fo paire de Abram, e per quainte main elli pas- sam; e aora torneremo ale generacioim.
TIII. Coci comensa la tersa etae.
Tarech aue un fìjo chi aue nome Abram. E questo Tarech adoraua le j'dole
15 e era saccrdoto e seruiua in lo tempio, unde eram monte idole. Ma a Abram agreuaua monto quella ulta che faxeiua so payre. E auegne um iorno che Ta- rech andaua alo bosco e lassa la iaue de lo tempio a so fijo Abram e coman- dalo che elio inluminase le lampe de lo tempio. E quando lo paire ne fo andao, Abram intra dentro de lo tempio cum unna manaira in man, e li era asai idole,
20 inter le quae ne era unna chi era maor de tute le atre. E Abram si le taia tute cum la picossa, a l'unna taia lo braso,' a l'aotra la testa e a l'aotra la gamba, in tar guissa che no li romaze arcunna chi no auesse taiao quarche cessa. E quando elio le aue cossi tagiae, si anda a quella chi era la maor de tute le aotre, e degi tree ferie de la. picossa in la fassa, ma no gè taia arcum menbro
25 a deliuro, e possa li apeize la picossa alo collo e insi fora de lo tempio. E quando 80 paire fo uegnuo, si gè disse: "Illuminasti tu le lampe de lo tempio ?„ E Abram disse: "Paire, no, che no li ossai intrai', e si creao che li toi dee seam ree cosse e si creao che elli abiam auuo inseme quarche breiga, che elli am faito si grande bruda insenie, che e ne sum morto de poira. „ E Tarech ze alo
30 tempio cum Abram, chi li ze derre, e quando elio fo intrao in lo tempio, si troua tute le idole despesae e fo forte menti spauentao. E Abram li disse : " Che e so, che tati questi toi dee sum cossi taiai? Per auentura quello dee maor a auuo desdegno che tu ori quelli atri dee. Unde e no creao che nisum debia orar se no [7a] un solo dee. „ E so paire Tarech de so aue grande desdegno e no li
35 uolse responde. Yisque Tarech setanta agni e possa mori, e alaora fo compia la segonda etae e comensa la tersa etae, in la quar ni uè Abram.
IX. Como Ahram aite um fy'o de la soa sihaua, chi aue nome Issmael.
Quando Abram aue compio setanta agni, elio aue um fijo chi aue nome Ismael, de unna soa sihaua, chi auea nome Agal, de la quar uegne lo linaio de li Saraxim. E auelo conio e ne lo diro. Abram si era uegio e no poeiua auei 40 fijoi alcum de soa moier, chi auea nome Sarra. E Sarra li disse: " Poa che la mea uentura e tanto forte, che Dee no me uor dar arcum fijor, abine de la no- stra sihaua. „ Quando la sihaua - fo ingrauea de so segnor, si se insuperbi e no
MI traduttore non intese. Cfr. R: axi com los apella hom ara. ^ sihauo
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uolea far li comandamenti de soa dona, auanti se contrastaua cum ella; perche la dona se ira e cassala fora de caza. E Agar ze aprono do unna fontanna e li so aseta e comensa a pianzer. E l'angero li aparse e lì disse: "Agar, che fai tu coci e perche pianzi tu? „ Ella respoze: "Imperso che niea dona si m' a feria e si m' a cassa fora de caza. „ E U' angero respoze : " Tornatene a caza de toa 5 dona e seruila beni do chi auanti e no fossi dezobedicnte ali soi comandamenti. E goarda beni che tu si e grauea e apartuire fijo chi auera nome Ismael, e quello sera homo monto fero, e le main de tuti li homi serara centra le e soe niain centra tuti. „ E lo angelo poa se parti da ella, e Agar se ne torna a caza de soa dona e fogi obediente ^. E cossi Abram aue um fijo de la soa sihaua. E 10 poa Sarra per la gracia de Dee mua uentura e ingraueasse e aue um fijo chi aue nome Issach. E quando Abram aue noranta e noue agni, circoncixe si e tuti li soi fijoi e tuta la soa masua. E ["n] quello tempo faxease tanto mar in lo mondo, che no era alcum homo chi cognosesse Dee. E Abram goarda e cognosce che no era alcum Dee, se no quello lo quar auea creao tute le cosse de questo 15 mondo. E quando lo nostro segnor Dee aue uisto lo bom pensamento de Abram, si li manda la soa gracia, conio uoi odirei coci apresso.
X. Como l'angero comanda Abram che elio feisse sacrifìcio de so fìjo Isach.
Quando Abram aue cento agni, si aue doi figi^ de soa moier [T**] l'um, qu'elli aue nome Issac, e lantora aue Sarra noranta agni. E quando ella aue compio cento agni, si mori im Ebrum e lassa la terra a Abram in lo cauo de abria^. £0 E lo nostro segnor ui lo bom cor de Abram e si lo uosse proar e si li disse: "Abram Abram. „ Elio respoze: "E sum coci. „ Disse lo nostro segnor Dee: '■ Prendi lo to fijo Issach, che tu ami, e fané sacrificio a mi sum um monte che e te mostrerò. „ E leuasse Abram de nocte e insela so azem e preize lo so fijo Issach e doi seruenti e zesene su lo monte, cbi l'auea comandao "^ e mostrao lo 25 nostro Segnor. In quello tempo era costume che se faxea 'Sacrificio a Dee de le bestie, e ociualem sum um pozo monto aoto e bruxaua[n]le in quello monte, a so che lo fumo montasse a lo nostro segnor Dee. Or quando Abram fo sum lo monte cum so fijo Issac, disse alaora ali soi seruenti: " Aspeiteme coci, mi e me fijo anderemo un pocho auanti, e poa torneremo a uoi, quando e auero faita la 30 mea oracium. „ Alaora se parti Abram e preize so fijo, e quando elio fo loitano da li aotri fantim disse Issac a so paire : "Echa le legno e lo fogo: unde e lo sacrificio? „ Respoze Abram: "Fijor, lo nostro segnor Dee proueira de la offerta e de lo sacrificio. „ Possa Abram fé um otar de terra e aceize su lo fogo, e preize 80 fijo e ligallo e misselo sum lo fasso de le legno e preizelo per li caueli: si 35 lo uolea ocier, tegnando lo brasso leuao cum lo cotello in man. E l'angero da cel cria a grande uoxe: "Abram, Abram, no tochar lo fantim, che lo nostro se- gnor Dee a cognosua la toa fé e a uista la toa uoluntai e lo to cor, che tu no pianzeiui lo to fijo ni gè uoleiui perdonar de ocirlo, per amor de Dee. „ Abram leua la testa e ui uni montoni Inter um spineao, chi staua apeizo per le come, 40 e Abram si lo preize e de quello fé sacrificio a Dee, in lo lego de so fijo Issac. E quello lego apella de li auanti lo nostro segnor Dee Uc. E lantora disse lo angero: "Abram, lo nostro segnor Dee dise: imperso che tu ai obeia la mea
L
1 ohedienti - doi figi; forse errato, cfr. E: hac fili de sa miiller qui hac noni Issach. 3 R: e soterala Abram en la coua doble. Cfr. Genesi xxiii, 19. ^ comanda
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parola, zuro per mi mesrao che e multiplichero lo to linaio, si comò le stelle de lo cel e comò la arenna de lo mar; e lo to linaio poseera ^ le porte de li toi inimixi e li lor logi. „ Tornasene Abram e so fijo a li aotri fantim e zensene a caza. E possa mori Abram e eoteralo Issac so fijo in quella ualle, unde era so- 5 terra Sara, e romaze lesac, chi auea trenta e cinque agni, quando so paire mori. Issac aue unna moier chi auea nome Rebecha, e era sor de um chi auea nome Labam. [S*»] E quando Issac aue noranta agni, si aue doi fìgi de eoa moier Ee- becha, li quai nassem a um i^arto; lo maor auea nome Exau e lo segondo auea nome Jacob.
XI. Como Issac de la henissium a Jacob, in cambio de Excni so frai.
10 Dixe in lo libero de Genexis, che in quello tempo disse Rebeca a so fijo Jacob r " E 0 odio to ^ paire, chi a dito a to frai Exau : pija lo to ercho e uà a cassar, e de quella cassa che tu pigerai apareiemela, che e uogio maniar e poa beni- xirte, auanti che e mora. „ E Rebeca per lo amor che ella auea in Jacob, uo- leiua far in guiza che elio auesse la benissium, e disse: "Fa, fijo, so che e te-
15 diro. TJa de presente a lo etabio e pija doi de li meioi creueaoi e de li maoi chi gè seam, e si li apareiero tosto e li porterai tosto a to paire a maniar, e si te benixira auanti che elio mora. „ Respoze Jacob: "Maire, comò se porcina so- far, che me frai si e tuto perozo e mi sum tuto liuio, sensa pei e sensa cauelli? E se per auentura me paire me cognosesse, e temo che elio no me deisse la
20 soa marixom, in cambio de la benissium. „ Disse la mayre: "No temi, fijor» lassa questa cossa soure de mie, fa pur so che e te o comandao. „ Jacob se ne ze ale bestie e adusse doi craueaoi, e Rebecha li apareia comò ella meio sauea,^ che pur piaxessem a Issac so marie, e preixe la pelle de li craueaoi e si ne fassa lo coUo e le main de Jacob e uestige le robe de Exau, chi eram monto
25 nober e benne. Jacob ze a so paire e disseli: "Paire me, lanate su e mangia de la mea cassa e beni^me, auanti che tu mori. „ E Issac, chi era tanto uegio che elio no ueiua quasi niente ni^ cognoscea archum per uista, inteize che quella no era la uoxe de Exau. Dotasse e disse : " Chi e tu ? „ E Jacob disse : " E sum lo primo fijor to Exau e o faito zo che tu me comandasti. „ Disse Issac : " Como
30 pò esser che tu abij si tosto troua la cassa e che tu sei toruao si tosto ?„ Diss& Jacob : " Elio e stao la uoluntae de Dee, che o si tosto trouao so che uoleiua. „ Disse Issac: "Acostate a mi, fijo me, che e te uoio tocar, se tu e lo me prime fijor Exau. „ E Jacob se accosta a elio e troualo perozo su lo collo e su le maìm. Disse Issac: "Le maim e lo collo sum de Exau, ma la uoxe si e de lacob. „
35 Alaor li disse che [S*"] elio li deisse a maniar, e quando elio aue mangiao^ si demanda a beiuer. E quando elio aue maniao e beuuo si gè disse: "Fijor, aco- state a mi e si me baxa. „ E lacob se acosta a elio e si lo baxaua. Senti Issac lo odor de la roba de Exau e disse : " Cossi me uem de le robe de mee fijo, comò uem de lo odor de lo prao fresco, lo quar a benixio lo nostro segnor Dee. „ E
40 disse: "Dee te dea de la roza de lo cel e de la grassura de la terra e abun- dancia. Sei segnor de li toi frai e se inzenogem dauanti da ti li fijoi de la toa maire, e chi te marixira sea marcito e chi te benixira sea beneìto e pim de he- niseioim. „ E poa se ne ze a caza e insi defora Jacob, quando elio aue receuua
^ Cioè posseera ; R : e xjosseyrcai les ìxirtides de tos enamiches. - a to *■ mangio
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la benixium. E intanto uegne Exaa e adusse la uianda, che elio auea apareiao in caza soa, e intra a so paire e si gè disse : " Paere, leuate su e si mania de la cassa che o preiza, corno tu me comandasti, e benixime auanti che tu mori. „ Disse Issac: " Chi e tu? „ Eespoze Exau: "E sum lo to prumer fijo Exau e sum staito in caza e si o faito so che tu me comandasti. „ E quando Issac inteize so, 5 fo tuto spauentao e maraueiase monto comò poeiua esser quella semeiansa o disse: "Chi me adusse a mauiar, auanti che tu uegnisi, e si me disse che elio era Exau e si ne maniae de quella uianda, che elio me adusse, e si lo benixi e sera beneito?„ DixeExau: "Pregete, paire, che tu me binixi. ., Disse Issac: "E no te posso benixi, che to frai m'e uegnuo monto inganorozamenti e si t'a lena 10 la toa benixum. „ Disse Exau : " Per certo drito e apelao lo so nome lacob, chi za me a inganao aotra fia, quando elio acata lo nome de lo me primo genito; e aora me a inganao e inuorao la mea benixum. „ Questa fo la conpera che lacob de a Exau \ so fo de lo primo genito. Che Exau uegniua da lauora da lo campo e era monto stanco e auea grande fame; e lacob stana a caza e apareiaua a 15 maniar e coxinaua lentigie. E Exau disse: "Frae, dame quarche cessa che e manie, che e o grande fame. „ Disse lacob: "E no o niente che e te possa dar. „ Disse Exau : " Dame de quelle lentigie che tu coxi. „ Disse lacob : " Dame la toa prima genita e te darò de le lentigie. „ Che disse Exau ? " Che me fa la mea prima genita? Sea toa. „ E lantor lacob preize unna scucila- de lentigie, si gè la 20 de sete quella conueniencia; e in questa mainerà acata lacob la prima genita de Exau so frai. E perso disse Exau unna atra fia a so paire : " No me ai tu seruao, paire, alcanna benixium ?„ Ilespose Issac: "E o daito a to frai abuu- dancia de pam [f. 9^] e de uim e de olio e si l'o faito segnor de sol frai; e de chi auanti che te posso e far, fijor mee?„ Disse Exau forte menti pianzando: 25 " Pregote, paire me, che tu me dagi alcunna benixium. „ Respoze Issac : " In la rozaa de lo cel e in la grassura de la terra sea ^ la toa benixium. „ Yisque Issac agni trexenti e poa mori in Ebrum. E possa lacob, per la poira che elio aue de so frai Exau, fuzi in Soptania, e Exau pensa de ocier lacob per lo ingano che elio li aueva faito de farse dar la benixium. E lantora auea lacob agni setanta. ?,o
X. 7. — De le questioim de Boccio.
La traduzione di Boezio, che presento ai lettori dell' 'Archivio'', traendola dal codice sopra descritto, non è fatta sull'originale latino, ma bensì, come anche appare dal 'Prologo', sulla versione francese attribuita a lehan de Meung *. Nel codice va dal f. 357* fino al f. 386% e qui rimane interrotta, sia perchè l'amanuense se ne fosse stancato, sia piuttosto perchè trascrivesse egli pure da un esemplare incompleto. Il luogo, dove la traduzione s'arresta, trovasi nel testo latino verso il fine della Prosa IV dell'ultimo libro.
1 Cfr. R : questa compra que iacoh feu de Esaù del priiner engendrament fo en aquesta manera. E forse da leggero fé da Exau. ^ faiélla ^ sea sea.
* Si veda, intorno a questa, un articolo del D elisi e, Bibl. do l'Éc. des Oh., XXXIV (1873), pp. 8 sgg.
Archivio glottol. ital., XIY. 4
50
Parodi,
La straordinaria scorrettezza del 'Boezio', posta a confronto colla suf- ficonte accuratezza del resto del codice, dimostra che l'amanuense aveva sotto gli occhi una copia assai guasta. Io mi sono adoperato in ogni modo per restituire al disgraziatissimo testò, fin dove era possibile, le primitive sem- bianze ; nel che mi furono naturalmente di grande vantaggio il testo latino (ediz. Teubner), e l'originale francese, nella redazione del cod. frane. L. IV. 9 della Biblioteca Nazionale di Torino (F). A questo codice non mi fu dato ricorrere cogli occhi miei proprj ; ma pienamente m'assicura l'opera pre- statami, colla consueta gentilezza, dal mio ottimo amico prof. Vittorio Gian, che si assunse di confrontare i due testi. Gliene sieno dunque rese pubblicamente vivissime grazie. Dove né il latino, né il francese, per le sue peculiarità ed imperfezioni, mi venivano in ajuto, dovetti contentarmi di congetture, pur studiandomi di sempre contenerle nei limiti della più rigorosa prudenza; ed ognuno potrà accertarsi di por sé, riscontrando la lezione del ms., che si conserva nelle note, se io mai abbia mancato a questa norma.
10
15
[f. 357«]
A lo nome de lo nostro Segnor ueraxe
e de la grani corte de cel
e de la uergem Maria,
chi noia esser nostra guia
in lo so sancto reame:
chaum chi ode diga amen.
Questo libero in Pania,
ornao de phUlossofRa,
fé Boccio in prexom
per soa conssollaciom;
unde elio fo descapitao
e sani Seuerim fo apellao,
per la uita uirtuossa,
che cum Elpes soa spossa
fé, e imperso che elio porta
la soa testa [e] pressenta
sum lo otar, poy che tagia
sì fo fora in lo piassar;
SI corno expoxiciom
a faito loham de Meoni, 20
chi lo uosse translatar ^
par la maiste real
de Fillipo quarto '^ de Franssa.
E le merauegie de Irlanda,
e d'amistae spirictual, 25
e la uita de Bellart,
e * lo libero de la Eossa,
in chi l'arte d'Amor e indossa,
chi castelli insegna aquistar
e roxe cogie per oritar, 30
trasse de raam de Gilloxia,
Bellacoille e Cortexia:
poi le millicie de Yegecio.
Aora trateremo de Boccio,
de che elio a preisso la fior 35
de la sentencia de 1' aotor.
' I versi precedenti son fattura originale dell'anonimo traduttore, e di qui incomincia il Prologo dedicatorie di lehan de Meung; al quale accennai nel- 1' 'Esordio', ed è in prosa, laddove il traduttore continua in versi. Eccone il principio, secondo che è dato dal Delisle, loc. cit., p. 6 : " A ta royal majesté, très noble prince par la grace de Dieu roy des Francois, Phelippe le quart, je Jehan de Meun, qui jadis, ou rommant de la Rose, puis que Jalousie ot mis cn prison Bel acucii (v. 32), enseignai la maniere du chastel prendre et de la rose cueillir, et translatay de latin en francois le livre Vegece de chevalerie, et le livre des merveilles de Hyrlande, et la vie et les epistres Pierres Abaelart (v. 26) et Heloys sa fame, et le livre Aered de esperituelle amitie, envoie ore Bocce de Consolacion „. - de qtiarto Fillipo ^ e in
Studj liguri. § 2. Testi : 7. Boezio, prologo. 51
Chaum chi a iutelleto, de saueir che tute cosse tandem a beni e schiuam so che li noxe, e so mostreremo per raxom e [b] per experìencia; che tuti naturai dexiderij mostram uolleir so saluamento e perffeciom e fuzir so contrario e corruptiom. Che se um alboro e piantao inter doe terre, l'unna benna e l'aotra rea, noi lo negamo meter tute soe raixe in la benna terra e no in la rea; e li 5 picem alboxelli chi nassem sote li grandi, semper si se inchinnam a lo callor de lo sol, comò a beni, e schiuam l'ombra, segondo lo libero de le piante. E le bestie saluaige fam lo semegieiuer, chi se apriuaxani fassandolli beni, e per farlli mal le domestege insaluaigissem. E lo humam linagio per benefficij re- ceuui e seruixi meritae ama e segue l'um l'aotro, e per torti e otragij discrepam 10 lor bemuogienssa e compagnia; e li alimenti per nostro bem se reduem a lego de saluamento e fuzem li strannij comò coruptiom. Si che tute cosse tendem a bem terminao e senssa error; anchor que Ili homi souenzo se mouem senssa ter- minaciom ordenaa a ' diuerssi bem, per conffuxiom chi li menna a falir de lor perffeciom, per error de bem senssiber - in li quai elli sum norij, chi leuementi 15 li fam lassar lor proprij bem e cerner li strannij. E sentenciam che per si sea boni chi r e ^ per accidente, auanti che elli uegnam a discretiom de partir li bem faoci da li ueraxi, per cognossenssa de [r] bem intendaber; a lo quar li couem menar per doctrinna de drita experientia; e a so uegnui, ioissem in le cosse chi sum a delletar, unde quando e tanto corno se de. Lo contrario de pussor, 20 chi se dolleam de so che per raxom se de ioir, e se delletam de so che [per] raxom se [de] doler*; si che la lor vita e arrossa e amara, comò menai da li bem senssiber, li quai sum de picena duraa e no senssa tristessa. Per che a tai e proffeteiuer la translataciom de questo libero, per la disputaciom chi insegna comò chaum se de contegnei in li prosperi auegnimenti e auerssi. 25
Questo Boccio, comò leal citaym de Koma, semper procura de sostegneir lo bem comuni cum raxom e uirtue, si franchamenti centra le tiranie e felloim statuti de Theodoricho, rey de li Romaim, in guissa che elio cheite in so con- tumacie. Si che no possando Theodoricho cum raxom acaxonarllo, studia conio cruder malliciossamenti de destruerllo cum faosse boxie de letere apostice, che 30 fé far da parte de l'imperaor de li Grexi a Boccio, inffenzandosse che fossem uegnue a- le soe maim, de thenor che de lo uolleir era aparegiao in tuto de se- [r/] corre lo pouo romam centra Theodoricho. Per le quae elio mostra che Boccio fosse in traissom, chi de so era monto inocente e ignorante ; e no seando presente, lo fé sentenciar a mandar in prexom in Paula. Unde ueraxe uirtue 35 senssa uicio sostene e tormento e aspere fortunne sauiamenti, corno sauio e de gram cor, sentando gran dol de soa desauentura, comò apar in so parllar. Unde elio statui e penssa si esser homo demenao per passiom senssiber, e per che elio stabilii fillossofSa a confforto de soi doUoi per bem intendaber; per che lo libero e apellao de ConssoUaciom per fiUossoffia. Che turbaciom de cor assende in li 40 homi seyui per beni temperai, ma confforto e constancia se apertem a nober e perft'eta intcnciom. Or mostra Boccio soi doUoi, comò ueiram li lezaoi.
Explicit prollogus.
' e - scrisaiòer ^ a * dor
52 Parodi ,
Libro I.
I. E ' chi prudencia solleiua insegnar Morte me fa gram torto,
de gram materia e bem ditar, chi no me prende tosto,
e de studio portaua ^ la fior, e pu che ella me assataua 15
or me compiansso cum gram doUor. quando e me delletaua,
5 Le MuBsete chi indicio aora si me abandonna,
eum a rissmar e principio, che ella me parca si bonna
che e impresi in zouenessa, a trame de l'angustia,
[358a] me restoram in uegiessa ; nnde e sum per industria. 20
che aotra cossollaciom Amixi, per che apellao
10 no me ual a goarixom me auei uoi bem agurao?
de langor, in che e sum uegnuo, Che me stao no era certo,
deber, descarnao e chanuo. quando fortunna m' a somerso ^
I. Hic ostendit, Proffeta quomodo uenit ad consoìlando\m] ijìsum in hahitu pulcre imdieyis.
25 Comtemplando me dollor, parceme ueir unna dona monto ancianna, da aueir v in grande reuerencia, cum li ogi monto ihairi, mostrandosse per-fiaa de grau- dessa de dona, e aotra fia cresser tam firn a lo cel, tanto che li mei ogi no la poeam ihairi. Vestia de uestimenta delicatissima e duraber, che monti za for- Bsam de strassar, in la qual era [h\ scripto de sota in su, comò a scharim, in
30 parolla grega, chi signifficha Proffeta, so e Praticha •* e Teoricha. Quando ella ui le Mussete chi me confiortauam, ella se ne mostra de corossar, digando : " Vagam uia questi rubaodi chi no dan remedio a dollor, ma lo acresscm, cum dollsor inueninao e spinne d'africiom ^ trayando li cor de li homi, strenzando lo gram fruto de raxom per soe luzenge. „ E disse: " Lassenme goarir questo
35 maroto, chi e stao norio de nostri costumi. „ Laor quelli repreixi inssim deffora uergognoxi, e mi chi auea li ogi turbai e lacrimoxi no cognossea bem soa grande aotoritae, e comò xboio atendea pur a ueir so che ella farea. E ui-lla aprossimar a mi, remirando mea fassa angossossa, digando la infFrascripta rìxma per nostra turbaciom :
IL Boeciom skud mirabillifer docttini ^ hic laudai Proffeta, quod vidit ìpsum, tantì's scientiis innumerabilìihus exj^ertnm et approbatum, granari dolloribus et mente.
40 0 raxom, d'omo lumera, mantenente che te cura
chi deschazi in tal marnerà de terrennc affliciom !
e deue neigra e oschura,
^ Se nel cod.; ma ho corretto col testo francese, che ha le. Certo è uno degli errori soliti nelle majuscole miniate, aggiunte dopo. - portaiii ^ Il cod. ma f omertà. Si confronti il testo francese nel Delisle, loc. cit. : N' estoit pas certain nion estat Qitand si bas fortune me abat. L'assonanza in luogo di rima non può fare difficoltà. * Patriarcha ^ de fereciom ^ Il ms. dolce, più sotto tante scientie. Del resto sarebbe fatica sprecata il tentar la correzione di simili rubriche: tutt'al più si può cercare di renderle, quando riesce, intel- ligibili.
Studj liguri. § 2. Testi : 7. Boezio, I, ii, iii. 53
[e] Chi Bolleiui cel contemplar, sol, chi la eeira stramonta,
Bol e lunna uixitar, lo matim da aotra parte monta; 10
le stelle e le planete, primo tempo chi fior fa,
lor cerculli, corssi e mete(r) cotoni, royxim e pome da.
5 per certi numeri proauì, Homo sauio e inssegnao
caxom e raxom trouaui or e uegnuo in lo contrario,
conio le unde se mouem per uento che cel no sa più contemplar 15
e lo cel se uoze in lo centro; ni de trìstessa cessar.
II. Eetrìbiiit Propheta medicinam BoeciJ, ut per Ulani reclinai samtatem.
" E tu quello chi e etao norio de nostro laite e passuo de nostre uiande, a chi noi aueoio dao tai arme, che se tu no le zitassi, alcuni no porrea uencer toa fermessa ? cog-nossime-tu ? taxi-tu per unta o per xboimento ? Men mar serea i)er unita, ma o par che tu sei xboio. Ko dubitar, che noi te goariremo 20 de li ogi, che tu ai oschur[a]i de la niuolla de le cosse oschure e terenne ^ e de la malotia de to cor, inganao pu(r) che tu no cognossi. „
III. Hic Boecius ostendit se conssollatum aduentu - Prophetae, ipsi fideliter me- dicantis ^.
[d] Como perturbao * s' aniuollisse cossi bonna cognossenssa
e bello iorno s' afosschisse, e uirtue e paciencia
25 senssa parei sol ni lunna tram lo cor de osscuressa
ni de note stella alchunna ; e lo rendem a proessa,
se da tess»/era '" esse la bixa In tar guissa li me ogi, 35
la niuolla cassa e debrixa, chi auanti eram scuri e molli,
si che lo sol sodanamenti ° am recouerao la uista
30 zeta li radij planamenti; piaira, bella e prouìsta.
III. Hic jionit questione^ BoeciJ et P., dicentes qiiod maUorum est bonos et sa- 2}ientes per vim inffestare et eo[s]de»i si(c) possunt offendere '' sine caussa.
Or se .parti la niuolla de mea tristessa, si che e ui lo cel e preixi cor e coniforto, e cognossei la ihera de mea fixicianua, e acertaime che ella era mea 40 noriza Proffeta, in la maxom de chi e repairaua in mea inft'ancia, e dissi : '' O maistressa de uirtue, comò e tu uegnua de lassù aoto in logo de nostra exilla- ciom a esser faossamenti biassma conio my ? „ Phillossoffia : " Dilieto fijor me, e sum [f. 359o] la caxom de to trauagio ; a mi se apertem de aiar la to inno- cencia. Or no dubitar, che saueir dei che li maluaxi seniper se forssam de bater 45 sapiencia. Membrar te deuerea che souenzo scriuamo centra lo error de follia, per che Socrates, maistro de nostro Fratoni, mori in nostra presseucia senssa colpa. Herei ® de lo quar uossem esser li Pichori e li Stoizi, chi a forssa me tiram e rompim la roba, thessua de mea mani, chi tuta se cretem aueir, per um bochom de nostro habito che elli portauani. E penssandosse esser de nostra 50 massnaa, ne ocissem unna gram partia. De la fuga de xiaxagoras te de soue- gnir e de li tormenti do Z[en]om; anchor de Chanio e Sotom ^, chi e cessa
^ cerenne - aduentus ^ medica ntes * cel t.? ^ tessmera; F de sa tesmere, ì. tesniere. ^ sodornamenti '' osfendere ^ hereo ;- Pichori sta. per Epicurei. ^ B. 9, 30 eg. 'at Canios at Senecas at Soranos... scire potuisti'.
54
Parodi,
noua e pubicha ', li quai aotro no menna e[n] destructiom, che so clie eraiu inebriai de nostri costumi e desemegieiui a li maluaxi. Si clie no te marauegiar se tempesta n'asaota, che nostra special intenciom e in despiaxeir ali maluaxi. E se elli sum monti ni assembiam lor cauallaria contra noi, nostra conffaronera, chi in tuto li desprexia , atra '-' soa gente in so dominio e inzenze(r) de tai mure, che semo a segurO) de lor bruzo e li scriemo e metamo a derixom de lor bubanza e uanitae. _
IV. [b] Hic ponii Propheta quallem sedem sajn'eus sì[hì] debeat facere, ut per- secuciones non timeat.
Chi l'or[go]gio d'auentura sopeditasse [e] la cura ^ 10 e semper raxom obeisse in tuto so che li auenisse, no doterea za tempesta, formen ardente ni mollestia.
Folli, no dotai menassa che re tirano uè fassa. Paor de cor, faossa speranssa per * couea sta in dotanssa de so, chi poeir no a e chi tosto fallirà.
15
IV. Hic notai Boecius qiie fecit poimllo romano, ut per hec ostendat quod ipse non meruerat condempnari.
20 Hic dicit Proffeta: "Intendi tu? o e corno l'assem a l'arpap^ — " No te compianzi contra de mi? Sum iu la carrega, unde tu me soUeiui assetar e de- uisear le cosse , chi a Dee e a li homi aperteneam ? o e[n] tal ihera e habito, corno quando e cerchaua lo secreto de natura e la uia de le stelle, che tu me inssegnaui a unna brocha, asemegiando li nostri costumi a 1' ordem de lo cel ?
25 E questo lo guierdom che noi auemo de seruite ? Za sentencia Platom per to comandamento, che li sauij e boim som tegnui a gouernar lo bem comuni, a so che elio no uegna in le maini de li mainasi. Per la quar [e] aotoritae e per la saluaciom e proffeto de tuti me amixi, [zei] a incontrar ^ li tirani disscordanti de paxe e de raxom, senssa curar de so corrozo. Quanta fia sum e stao con-
30 trarlo a Congasto, chi tuto iorno assataua li fieiui ? E corno o e faito souensso demete a Triguile lo preuosto li torti che elio interprendea ? E quanta fiaa o e deffeisso li catini, preixi a torto da li barbari per lor auaricia, che alchum no puniua, metando mea aotoritae si souensso a grandi perigi, per no pocir lo drito abandonar ni conssentir a torto far, habiando si gram dollor, negando ramar lì
35 bem de li tirani, conio li otragiai ? E quando la grande famia e destructiom fo, che elli uoUeam agreuar la uendea de la biaua, e preixi lo piao per lo bem comum contra lo rey e lo preuosto, e fey sentenciar che no fosse e trassi de bocha ali chaim de paraxo, comò elli deuorauam, le richesse de Paollim con- Bsollo. E aso che Paollim conssollo no fosse a torto agrauao, me mixi in F ayna
^ 1. prubicha o pubricha. ^ aotra ; ma sarebbe forse meglio correggere retrcc ritrae. Il cod. torinese legge: Nostre goffanonniere retrait ses gens en son donion; e l'ultimo vocabolo fu malamente reso dal traduttore per domiìiio. ^ F. : Qui pourrait V orgiieil d auenture Mettre soubz ses pies e la cure * chi per
^ Sembra mancare il verbo reggente, andai, mi mossi, o simile. Ma confron- tando il testo frc, che fu male inteso, può anche venire il sospetto che sia da correggere : o incontrao. Ecco il frc. : por ce ay ie eu ancontre les mauvais griefs discordes sans tonte 2>('ix.
Studj liguri. § 2. Testi: 7. Boezio, I, iv. 55
de Cepriara. 0 e bem percassao grande disscordia centra mi, per amar pii(r) la dritura e raxom cha la gracia de li cortexaim? Ma sai tu chi m'acassa? Baxille, per la neccessitae de so debito, chi fo nm de quelli che Io rey descassa, quando Opilliom e Gaudencio fom condempnai a [d] andar in conffinnie, per la multi- tudem de lor barati. Li quai per no uolleir obeir, se misseni in la franchixia 5 de la zexia; e quando lo rey lo sape, si fé bandir che inffra uni termem zeissem a Rauena, o che elio li farea segnar in lo fronte e cassar uia : lo iorno che la ^ crudera acussaciom fo receuua centra my ! Che pò so esser? An so desseruio li nostri aifar, che fortunna no a umta de l' acussaciom de nostra inocencia, ni de la uiotai de li accussaoi ? chi me biasmam d' aueir schampao li Senatoi de morte, 10 e m'acaxonnam che e o impaihao lo portaor de le letere, chi conteneam che li Senator aueam faito crimem centra la real maistae, a perchassar la fran- chessa de Roma. O maistressa, che te sembia ? Che certo lo messo no impaihai e za, ma li Senatoi uossi e bem saluar ; . . . . no possando per lo merito de cosse ^, segondo lo decreto de Socrates, ueritae negar ni coffessar boxia. Ma tute mete 15 in toa sentencia e de li sauij e scrino per ordem, aso che lo sapiam quelli chi uerram apresso. A.nchor che bem aueream(o) ^ sapuo lo barato, se noi auessemo auuo copia de la conffessiom de li acussaoi; e bem uorrea aueir re[s]posso corno Canio, a chi Graiuo, fìjo de Grermanico ^ disse che lo era stao accussao de la coniuraciom faita contra lui, chi resposse : se e lo sauesse, tu no lo [f. 360a] sa- 20 ueressi. Anchor che e no me lamente, se li maruaxi se forssam contra uirtue, ma forte me merauegio che elli possam compir so che elli interprendem; che uolleir malliciar contra inocencia uem da nostro deffeto, la quar a chaum de- slear s:mbia interprender a l'aya de Dee ^. Per che e no biassmo uni de toi fa- milliar chi demanda : se De e unde uem lo mar, e se Dee no e unde uem lo 25 bem? Questo digo e bem, persso che li maluaxi am percassao la nostra destru- ciom per inuea de la Senatoria ^ e per so che auenio deffeisso li boìm de lor crudellitae. Za te souem che tu me dixeiui corno e deuea dir e far, se lo rei Theodoricho incorpasse a torto tuta la Senatoria ^ de lo crimen de chi elli acussam Albim. So che e fei tu lo sai e lo perigo in che e me missi, per def- 30 fender la innocencia. Xo digo zo per uanto, che guierdom de lesso diminuisse demerito .de secreta conssiencia, ma per so che chaum nega a che fini e uegnuo lo innocente, chi sostem penna de maloflficìo per faossa acussaciom, abiando meritao gui[e]rdom de ueraxe virtue. Chi vi umcha li zuxi tuti cossi in acordio a punir uicio, senssa che alcuni fosse alquanto atemperao o per zo [che] inzegno 35 d'omo pò arra, 0 per fortunna, che homo no sa umde possa tornar? Che se noi auessemo confFessao aueir [ò] occisso preui e bruxao zexie, si no se deuerea dar la sentencia che elli am dao contra mie, no Beando pressente, d'andar in con- finie lonzi cinquecento migia; unde e sum, per la dilligencia de deliberar^ la Senatoria, no possando demandar odiencia a scussarme de lo biassmo. De che 40
^ h>'? 2 Forse: ^jcr/r Io m. d. e, ni; F: Ceries ie confesse qiie les senateiirs
rueil ie estì-e saufz mais cerfes en droit d eulz auoient ilz tmit vera ììioi/
meffait par leurs faulx iuc/emens qu il me semble que ie feisse mal de leur bien rouloir. Mais la menconge de folte ne peiit changer la uerite (1. merité) des choses ne il me loist pus selou le decret Socrates uerite nyer ou confesser menconge. "' on eiist bien sceii F. ■* de German chi ^ Errato. F: mais pouoir contre innocence contre la quelle cheun desloial emjjrent au sceu de Dieu Qui tout voit semble estre monstre et grani merueille. ® senotaria ^ senatoria s ^^p^ liberar
56 Parodi,
alcuni de nostri innimixi per so merito no pò esser accussao ' ! Per senbianti de menor mallicia, am boxardamenti dicto che noi auemo ussao de nigromancia per aueir Iionor, la quar cossa ti, cbi eri cum noi, cassaui de nostro cor comò maluaxi eperzuri e sacrillegij, e aregordaui a le nostre oregie so che disse Pita- 5 goras : semi a um Dee e no a pussoi. Ancor che e no auesse mester de aya de spiricti, seando in la excellencia che tu m' aueiui misso quaxi senbiant' a Dee, e per mea innocencia e la honestae de me amixi e la sanctitae de lo paire de mca mogier, chi grandementi noi deffende de la sospessom che am de noi, [Ma] per toa dotrinna e costumi, de che noi senio imbeuerai — - E no sufficia d'aca-
10 xonarme, ma voUem dir che tu sey participeiuer in questo crimen. E so e che lo zuegar de pussor no se deprende(r) tanto a lo merito de bem corno a l'amor de fortunna, chi penssa che so sea bom tanto comò uom bem temporar. Per che li mal auenturoxi se departem [e] da bonna opinioni, per le diuersse e con- trarie scntencie de lo pouo, le quai me fa(m) mal aregordar ^, uegandome descas-
15 sao e despogiao de tuti mei bem e dignitae per faossa renomaa. De che li ma- luaxi ouerer m' acaxonnam, li quai me senbia(m) ueir cum loia fellounamenti frugar mallofficij, studiando a tuta destruciom, e li boim esser bassi e aterray per paor de nostro perigo. Per che li marfatoi prendeni "* ardir de mal, no seando punij de lor mallofficij; de che ne conuem criar. „
V. Hk Boecias conguen'fur de Deo 2>f>' modum exclamacionis, quia videtur sibi quod Deus ^ facta hominiim derellinquat et de ipsis non curet, quoniam multi pessimi dominantur bonis et eos acriter j^ersecuntur. Boecius querit Prophcta[m] :
20 Tu chi sezi in to trossno [d] uuerno nuo de fogio
seiissa alcum mouimento, l'ai ramar e brochir,
e fai che troni e loxno (e) la stai pinna ■■ de fogie,
sum a to comandamento, e poa fructo cogie;
e le stelle menar comenssar e finir ® 40
25 senssa desuiamento lo prumer stao che tem
a lo cel, che uirar chaunna creatura,
fai sum 80 fermo contro, si che ogni cossa uem
chi più dolce uiollar a so tempo e dritura.
fa in so andamento Ma de li homi par
30 che mai per musicar che tu no noi auer cura,
organasse strumento; O rei cellestial,
eresse lunna e iorni atempera toa messura;
fai adiminuir, fa raxom dominar
tempi e cosse ® adorni e cor senssa iaceura.
35 a maurar e fiorir;
45
50
1 II frc: 0 com grani est la inerite de noz ennemis doni nulz ne peut estre accuse de tei blasme. Cfr. B. 15, 122 sg., che non è in tutto ben reso. ^ Lacuna. Si confronti il testo latino, 16, 137 sgg., ed anche F : Cc(r 2)aurce gue nos sommes embue de ta doctrine et enformez de tes meurs il cuident que nous soions ioins a tei maleffice comme a user de lart de nygromance. Et encore ne leur souf-
fit ^ B. 16, 148: piget remtmsci. * prender ^ eius ^ cossa ' Il
ms. ha il masch. pim. ^ Qui il punto e virgola? In tal caso si sopprimerebbe il che del verso seg., d'accordo con F.
Studj liguri. § 2. Testi: 7. Boezio. I, v, vi.
57
10
Lo merir de mallicia inocencia indura ; uicio sea iu atura; uertue, chi per natura de tu inluminar, sta bassa e oscliura. Li iusti uei menar a grani disconfStura; faosso eagramentar no noxe a chi lo zura, pur che o possa trouar collor per couertura.
Xo uogiai che traizom
regne ni fellonia,
ni che ree pu cha bom
possa per maistria,
za che alcum secreto
no te se pò crouir,
e che a chaum tal seto ^
dai comò e so merir.
Voi li meti in uia
e in corsso ueraxe,
De, chi no desuia -
[f. 361 a] de raxoni e de paxe.
15
20
Y. Hic ostendlt Projjlieta quanta sit iiiffifmifas Boecij et qua de causa fiiit iii- ffirmatìis.
" Cossi tosto conio e te ui, si cognosseì che tu te tegneiui exilliao. Ma tu ressisti in to penssar ^. Che aotri cha ti no te pò exilliar; che se tu t'apenssi, 25 tu e pur in lo reame, unde tu nassesti, de lo souram Segnor, chi alcuni no de- scassa, ma fa receiuer citaj-m a grani ioia per soa francha lei. Che ancianna- raenti stai tu in soa citai, in la qual chi uol so stallo fondar dentro da la iho- ssura, no dubia esser exilliao. Per che no m' e cura de lo logo, unde tu e, pur che to cor possa assetar e far cessar lo bruzo de toe atfecioim, de so che tu 30 m'ai dito che te'tormentam. A che aora usseremo leui remedij, firn a tanto che tu possi receiuer più forte meLxinna. „
VI. Hic 2Mnit P/-02)hefa modiim
Quando lo sol e in cancro chi forte scampissa d' antro *, rscr-?^^ chi laora semenera za beni no recogiera alcunna biaua ni grani. Cossi se trauaia in uam chi uioleta cercha in boscho, 40 quando la bixa guza lo rosto '. Se bom uim voi costumar temporir no uendiniiar,
facilhm trìhuendi Boccio medicinam.
che li roxini no am saxom firn a lo tempo d'aotom. Dee uosse le cosse ordenar e no niguni intermesihaa. Caunna sa lo so tempo " assi in fini comò a [l'ajuento. Cossi fé Dee lo cor humam, che se elio uor uiuer certam, se 0 no deslengoa ni desuia, tute penne cassa uia.
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YL Hic ostendit Proffeta quomodo iti f fimi ifas Boecii sii lonrja 2)er duas qne- stiones, quas Proffeta sìbi fecit et quibus Boecius nessiiiit debite- respondeve.
Propheta dicit: " Crei tu che lo mondo sea faito da uentura o per raxom ? „. B. : " Scmper foi do opinioni che Dee chi lo a faito lo gouerne. „ Propheta : " Doncha za che Dee a faito li homi, saueir dei che elio a cura de lor, cossi
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^ seti - Si potrebbe anche intendere e scrivere : de chi ecc. Però il latino mi par che stia por la interx)rctazione che adotto; fors' anche F: 5*/ coni de soii doulz cours Le eie! uè se desiiie. ■* Lacuna? E il tutto è frainteso. * Che vuol dire? F non serve e dev'essere alterato: Qnant le souleil se ntoìiie oh cancre Qui art toiit de chauìt et dcstrempe. ^ Si può leggere anche roseo. E F qui
puro non serve; s'allontana dal latino più che il genovese: Qui riolete qiiiert es hois Quant ìa lise amaine Ics noifz. '^ AlcJn.ouia sa Io tempo so
58 Parodi,
corno do le aotrc cosse ; de che tu no dubij. Sai tu a quai gouernaoi Dee go- uerne li homi e lo mondo, ni a qual fim ogni cossa a intenciom de uegnir ? „ Dixe B. : "E lo eollea bem saueir, ma langor m'a turbao la memoria. „ Dixe Propheta : " E sai tu chi e lo principio, da chi tute cosse sum uegnue ? „ [e] B. 5 dixe : " Si. „ Propheta : " E chi ? „ B. : " Dee. „ Dixe Propheta : " Como e so, che tu sai lo principio, e la firn no sai tu che tu sei homo ? „ Dixe B. : " Bem eo che 0 sum animai raxoneiuer e cossa mortai. „ Dixo Propheta: " Sai tu che tu sei aotra cossa? „ Dixe Boccio: " No. „ Dixe Propheta: " Or so e la raxom de toa mallotia e la uia de toa goarixom, chi no sai la fim de le cosse in che tu
10 sei, e te te per exillao e despogiao de tuto to bem, e penssi che li maluaxi seam possantì e bem auenturoxi, e no t'aregordi a quai gouernao lo mondo se go- uerne, e crei che le auenture de fortunna ucgnam senssa raxom e sea[m] caxom non tanto de marotia ma de morte. Ma e regracio lo Segnor, che natura no fa anchora abandonao de tuto, per che noi auemo grani fondamento de goa- '
15 rirte, za che tu sentencij che lo mondo sea gouernao da la prouidencia de Dee. Che de questa picena stazella ^ te faremo noi uegnir a callor de uita, minuando per leni remedij le faosse opinioim, de che lo ^ cor se infortunna per tenebria de turbaciom; si che le affecioim se partam e che tu receiui pia^'ritae de ue- raxe lumera.
VII. IIì'c Pj-oj)he(a oiffferf omnem osscuritatem de mente B. et de corde suo.
20 Si comò lo niuollao sapi che l'è de to coi;.
de l'aire e carregao Se claramenti noi ueir 30
[d] affoschisse la lumera e departir faosso da ueir
de le planete ; la ihera e per via drita caminar,
de l'aire chi se rellugaua, tuta mallicia dey schiuar;
25 che quaxi iorno semegiaua, che unde toe afflicioim
si turba e per lo uento regnam e fam lor maxom, 35
che ueir no se pò per entro ; lo cor e preisso e niarraenao,
in tal guissa e in tal fuer comò auogollo e inchainao.
Libro II.
I. Incipit liber seconduf^, in quo ostendit mutabili itatem fortune et quod in rebus mondanis nequid esse beatitndo.
A lo sembiante che tu fai, le affecioim de toa prumera fortunna e lor mu- taciom sum quelle chi te metem a messaxio e chi turbam to cor, e no aotro,
40 per li diuerssi mouimenti in che fortunna t'a misso, corno quelli che a uol in- ganar per moi de dumestegessa, chi conuertissem in dollor quando ella se de- parte. Che se tu conssideri soa natura, tu ueirai che mai no te da ni lena cossa chi tassa a loar; sapiando che faita ella era, quando ella'' [f. 362rt] t'alussen- gaua e betfaua cum f[a]oci sembianti de bianssa, che tu desprexiaui, e persse-
45 guiui in le sentencie che tu prendeiui de nostri secreti. Ma per so che [per] tuto mutacioim sodanne canzellam li cor, uoio e che tu prendi alcunna lengera mei- xinna e doce chi te cofforte, per melo prender poa più forte beueragio. Vegna
^ Corrisponde al frc. estiìicelìe e forse ne è un'alterazione. - li:, potrebbe
anche mantenersi, ponendosi il verbo al plurale. ^ ella te t
Studj liguri. § 2. Testi: 7. Boezio, II, ii. 59
doncha auanti l' amuniciom de retoricha, chi uà cossi drita, quando segoe nostri costumi e statuti; ue.a^na auanti muxicha cantarixe, la camayrera de nostra maxo ^ ComfFortate, o homo; crei tu esser lo prume, che fortunna abia inganao? che 60 e soa mainerà. Or ai trouao la faossa deessa auogolla, chi a li aotri se aseconde, e aloitanna da ti li dexiri de soi faoci zogi. Che se tu ay in orrezo 5 eoa trayzom, tu ioyrai de li barati che ella t'a faito; che ella t' a lassao cessa, de che mai nissum no poe esser asegurao. Te tu a preciosea la prosperitae, chi si tosto se departe, ni per chara quella [fortunna], che homo no a segurtae de reteneir, e chi aduxe doUor, quando ella se parte? Doncha se l'omo no la pò arrestar, e quando ella falle lassa catini quelli chi l' aueam, che cessa e-lla aotro 10 cha mostra de messauentura chi de[i]bia vegnir? Si che remirar le cosse presente no sufficia, anci - e seno conssiderar la firn e la mutaciom de fortunna, per no dubiar soe menasse ni prexiar soe luzenge; che chi se mete in soa seruitudem, de esser paciente a sofFerir so che se fa in soa corte. Che chi desse lei(r) de andar o de star a quella che elio auesse preisso a dona, o gi farea torto. Se tu 15 destendessi toe ueire a lo uento, tu no anderessi miga unde tu uollessi, ma unde lo uento te menasse ; e se tu semenassi in terra, aueressi benna naa o rea. Tu te e misso a la gouernaciom de fortunna; obeir te conuem a soa mainerà. Penssi tu per forssa reteneir lo corsso de la roa, chi torna si uiassa ? So e follia, che [se] a se tenesse in uni esser o in um pointo, ella no serea fortunna. 20
I. Hk ostencìit forUina[m] esse mutabillem et noiiquam in eodem stata manere,
sed cotidie mutare.
Quando soa desterà pinna d'orgogio '' e li retorna in pocho d'ora,
uol soi serui meter in restoio, [e] si che la flota * uen dessoura.
si prestamenti lo sorprende ^ Quando [e] più dol, e piaxeir [n'] a(mì,
aotro cha zugar e rie no fa(m). 30
25 Or e baso so che era in aotura. Tal ioya in piceni tempo
e de so pianzer no a cura fa lo biao tristo e dollento.
II. Hic Fropheta in x>erssona fortune disputai cuni Boccio, osiendens eum non debere conqueri de fortuna, cum omnia temporallia sub fortuna laborent.
" O homo, per che te biassmi tu de noi ? che torto te fassemo noi ? quai bem t'auemo noi leuao ? Prendi tal zuxe conio tu uoi a piaezar contra de noi de la possessiom de richesse de honor e diguitae; e se tu poi prouar che mai homo 35
^ raxom -Od anti. 'È scritto onc/, più un segno abbreviativo; ma il frc. toglie ogni dubbio: Quant sa destre plaine d orgueiì. * lo può valer 'loro'; sorprende è scritto sor prende. Il verso che dovrebbe rimare con questo e com- pierne il senso, fu saltato dal copista per inavvertenza. Il frc. ha : Si sondaine- ment les surprent Que le flot de me.r ne si prent. * Xon oso correggere lo basso, come vorrebbe il senso ed il testo francese, perchè ogni cosa qui è tanto travisata e confusa, che la colpa potrebbe anch'essere, anziché del copista, del traduttore. Nel verso seg. potrebbe pur leggersi quanto, invece di quando; soggetto è naturalmente la fortuna. Del resto, ecco l'originale: Et si les tre- stourne en lìoa de heure Que les bus viennent au desseure Et bas viennent qui • erent hault Ne de leur plorer ne lui chault. Quant plus dolens sont et jilains d yre Si n en fait que iouer et rire. C est sa ioie qu en pou d espace Chetifz et beneurez face.
60 Parodi,
mortai n'auesse propria segnoria e orerò che so che tu ay perduo fosse to. Quando natura te misse for de lo uentre de toa maire, nuo de ogni beni, e te receuey e te nory de mee richesse. E so te fa impaciente centra de mi, che e te foi tropo fauoraber e t' aministray più dilligentementi, cha monti aotri, e avironai 5 ti de gloria compia. Or no te compianzi za che no te fassemo alcum torto. Ri- chesse e honor e bem sum de nostro drito e me seruem, conio camairere lor done; quando e uegno elle uennem, quando e me parto elle se partem. E [d] affermo che se li bem che tu pianzi perdui fossem staiti toi, tu no li porressi perder. Lo cel a gram poeir de menar lo bello iorno e poi de cassarllo per te-
10 nebrie de noite; e l'aire d'aimpir la terra de fior e de fructo e poi de conffon- derlla de lassa e de zer, e lo mar a so drito de esser unna fia dellecteiuer e Buaue e aotra fia oriber per uento e per tempesta. Cossi e de nostra maynera, unna fiaa montar e aotra fia dessender. Monta sum la roa se te piaxe, a paio che quando e reuozo no te tegni ^ a mal se tu dessendi. No te menbra(r) de
15 Cressio, rey de Lidorio, che Litullus ' dotaua tanto, chi poi lo misse a tal con- ditiom e destruciom, che elio fo menao a lo fogo per arder, se ^ no fosse unna gram piobia chi lo deliuera? Ai tu obliao che Paulles, rey de Perssia, uegne a si gram misseria che elio piansse de pietae ? * De che sum le canssoim de li ingollai, d'aotro cha de fortunna chi tanto se stramua e serue ^ si improuista-
20 menti? Za ay tu lezuo clie in la porta de lupiter eram doi tonel, l'um pim de bem e l'aotro de mal, e [f. 363«] za t'amo noi dao più de bem cha de mal, ni anchor te amo abandouao, per che tu dei sperar de megio, e no xmarite in de- mandar unna leze per ti sello, chi' e in comum reame de tuti.
IL Propheta in perssona fortune arguii hominum voluntates, qui nunquam pos- sunt tliessauro vel pecuma(m) saciari.
Se tante ® comò [in] lo mar ma pu(r) semper aueir uorream,
25 e [in] l'aire oxelleti e serenne, che se tuti fossem infibxi
fossem stelle in lo f rmamento, no seream per so saolli.
chi aministrassem tuto tempo Aotra guissa de più aquistar
fortunna [a] li homi coueoxi, cercheream e in terra e in mar, 35
oro, argento e doim precioxi, che quando couea e più richa
80 za per so no cesseream, assai e più auara e trista.
III. Mie ostendit Prcffeta Boecio[m] dehere gaudere et no[n] de admìssione re- rum temporalìium contristari.
" Se Fortunna ts parllasse in tal guissa, tu no saueressi che contradir ; e se de lui te noi lamentar, noi te daremo logo {b) de dir „. B. dixe : " Le toe raxoim
40 Bum belle e pinne de dossor de retoricha e de muxicha, tanto comò elle duram. Ma lo mar e si inracinao^, che a pressente corno elle faUem e dol reuem „. Dixe Propheta: '' Veir e che so no e lo remedio de cor, ma e preparaciom centra la duressa de toa mallotia; che quando saxom sera, noi te daremo meixinna chi to sanerà e farate cognosser Uo esser mal agurao. E no digo quando to
45 paire mori, che asi tosto li maor de la citae te preissem in cura e te zonssem
^ tegneir - Ciriis F, ^ e se * Un po' meno bizzarramente F : Aussi as tu oublie comment paulus quant il otpì-is le roy dejìSìse ('Persi regis'!) et il le vit a si grani misere qu il en ploura de pitie. ^ soruein? '-' tanto "' inracionao
Studj liguri. § 2. Testi : 7. Boezio, II, iii, iv. 61
a lor per mariagio ^, chi e unna bella mainerà difBnitiua-. Le dignitae, che no uolleamo dar a li anciaim, demo a ti, in guissa che se le cosse mortae poni aueir prexio ni bianssa, chi porrà canzellar la memoria de to bom agur ? Xo te menbra che tu uisti li toi doi fìgi, faiti conssoUi a gram compagna e loia de citaim, menar e assetar in carrega? Che tu preponeiui da to gloriosso in- 5 zegno lo losso real in la piassa comunna de pouo, chi attendeam che gloriossa- menti li saollassi de toa loquencia ? Per che te biasmi tu de fortunna, chi t'a- luzengaua e noriua, corno [e] so dilleto fantini ? Se tu fai soma de li beni e de li mai che a t'a faito, tu no porray negar che tu no sei beni agurao. E se so no te par, per so che le cosse chi te piaxeam suni passae, cossi te de sembrar 10 che so che te despiaxe passera. Rassesti tu nuo aora nouamenti in la uiotae de questa vita ? Crei tu che in le cosse terrenne, che li homi am, sea certam stao ? Xo nei tu che li homi messmi defialleni in poche d'ora? Se poesse esser che fortunna auesse fermo stao, si fallirea ella a la morte. Che quando l' omo [en] so bom agur de fortunna mor, che differencia fai tu, o che a te lasse in toa 15 ulta, o che tu la lassi a la morte ? „
III. Hic ostendit Proiìheta mutabillitatem esse in i-ebiis mondaìiis, per tres simil- litudines, silicet soìlis ^ nemoris et man's.
Lo matim che lo sol e nao chi rosse abate e fior debrixa.
bello *, uermegio e affiamao. Or e lo mar suaue e dar, 25
a le stelle lena soa lumera or asperessa per uentar.
20 e fa pallidar lor biancha ihera; Cossi se cambia natura
alle fior da so condimento [(Z] chi no fa per auentura,
e a le roze dolce olimento. anti a[ura]"corsso certo e staber
E poi uem la freida brixa, fortunna, chi [e] si muaber? 30
lY. Hic asserii Propheta Boeciofm] esse fellìceni per multas raciones , quarimi jyrima est bonitas soceri, seconda uxoris castitas, tercìa fiìiorum prudencia et honestas.
Boecio: " E no posso negar lo gram corsso de prosperitae che e o auuo, ma so e chi più me conffonde, che la souranna pestillencia e esser stao in boni grao e poa dessch[a]ir. „ Propheta: " Doncha uen toa ° messauentura per lo to penssar e no da li dani. Or no te lamentar de fortunna, za che Dee te saluo so che tu pu prexiaui in toa prosperitae e chi meior te e. Xo uiuem anchor le dee pre- 35 ciosse ioie de to linaio, chi sum conssoili, lì quai anchor che elli seam zoueni, lo seno de lo ano e de lo paire relluga in lor? e toa mogier si sauia e casta, chi tanto se dol per to amor? e Simacus so paire, homo pìm de tuta uirtue, in chi seruixo tu te abandonerexi a morir? Se la uita e la [f. 364f/] più cara cossa che homo agia, tu te dei tegnei per beni agurao, habiando queste cosse chi te 40 Bum più care cha la uita. Or cessa de pianzer, che fortunna no t'a anchor si tempestao, che le cosse chi te romannem e speranssa de tempo chi pò avenir no te possa conffortar. „ Dixe Boecio: "E prego Dee che so sea fermo, che tanto comò so sera noi pensseremo de scampar. Ma tu uei corno e sum desguarnio de me ornamenti. „ Dixe Propheta: " Or negamo noi che tu e alquanto meiorao, za 45
' marraro. Correggo col testo fre. - Intendi, col testo latino 0 col frc, 'di affinità'. * solle * berllo ^ da toa
62 Parodi,
che tu cognossi no auei tuto perdilo. Ma forte me peissa de la uiotae de to cor, lamentandote tanto de so, che alcunna coesa te falle de to boni agur. Chi e quello chi e si beni agurao, che alcunna cessa no gè falla e tuto se contente? Questa e la grande angossa do la condiciom de li bem humaym, che i no poni 5 uegnir insenie o y duram pocho. Li um(de) am abondancia de richesse e unta che elli seam nai de uillam; li aotri sum renomay de gentillessa e sum si po- veri, che elli no uorream esser cognossui e no [b] trouani mogier segondo lor; li aotri am mogier bonna e bella e no pom far fijor e araassam richesse a li strannij; li aotri am fijoi dessconci, de che elli se dollem; e per so a greue [e] '
10 che alcum acorde za bem la condiciom de so seno a soa fortunna. Se o poesse esser che alcuni fosse in tuto bem agurao, elio serea si lamgorosso -, che se al- cunna cessa gi fallisse, in lui no serea remedio de confForto, per so che pocha cossa togie(r) la perffeciom de boni agur. Monti sum aera chi creream ^ de to- char lo cel, se elli auessem um pocho de so che gi falle. Lo logo che tu apelli
15 exillio e paixe a li habitaoi; per che alchum no e mal agurao, saluo chi se lo penssa esser, e per contrario boni agur uem da paeiencia; che alcum no e si bem agurao, chi no uoUesse cambiar so stao, se o no e paciente. Grande ama- ritudem e in bom agur, anchor che elio paira dece, per so * che retegneir no se pò, ma se ne uà quando elio uol. Per che cerchi tu bom agur, chi l'ai assiso
20 in ti*? Ingnorancia te conifonde. Voi tu che e te mostre la porta de boni agur?„ DLxe Boecio: " Si. „ [e] Dixe Propheta: "Ai tu più preciossa cossa de to cor?„ Dixe B.: "No. „ Dixe Propheta: "Tanto comò tu [loj segnorezeray , for- tunna no te porrà noxer. A so che tu eapij che in le cosse de fortunna no pò esser fellicitae, dirote corno fellicitae e lo souram bem de natura chi va per
25 raxom % chi no se pò perder, per soa magnifficencia ; per che la mutaciom de fortunna no pò tochar a ueraxe bianssa. Anchora più che quelli chi a faossa fellicitae cercha, che o elio sa' si che ella® possa cambiar, o elio no sa. Se so no sa^, conio pò elio esser bem agurao, chi e si auogollo '"? Se so sa che elio" segoa, 0^- gè couem dubiar de perder so che perder se pò; per che o no pò
30 esser bem agurao. E se de so no cura, doncha e catino bem quello che homo no cura de perder. E za che le anninie no moi-eni cuni li corpi e bianssa de fortunna falle quando lo corpo nior, se a fosse ùeraxe bianssa, poi che li corpi sum morti le anninie seream mar agurae. Ma tu say che monti am cerchao beatitudem, no soUamenti sostegnando tormenti, ma receuando morte. Doncha
35 no pò dar questa uita bianssa, za che a no fa mar agurai [d] quelli a chi ella falle. „
lY. Hic docet Propheta hominem vollentem esse vere fellicem sibi eìligere ìeclam scdem e[f] abitare ^^ /;/ constante.
Chi zerchar uol logo aueneiuer che lo uento gè greuerea.
bom e bello e maneiuer, E semegieiuer mal farea
no fassa in lo dominiom " se o la fondasse in lo sabiom,
40 de montagna soa maxom, unde bate lo mar felloni,
^ Cfr. f. 366r^: a grette e che ecc. - laìugerosso. ^ cercham; ma resta a ogni modo frainteso l'intero periodo: Moidt soni ores de gens qui cuideroient estre jusques au cirl s ilz aiioient nng tres poti du remanant de tes biens. * a so ^ in fi in ti •' B. 34, 74 sg. : nafurae... ratione degentis. ''fa ^ ola ^ fa '^^ agonollo " o/Zo; il c/ie è di accusativo. ^'' che o ^^ abiterc ^* donion?
Studj liguri. § 2. Testi: 7. Boezio, II, v. 63
che l'onda la ^ bosticberea, e bom fondamento fassa: 5
si che ella no se sosterrea. si no doterea menassa
Ma aso che semper romagna, de mar ni uento, ma in paxe
metassc in mezo de montagna stara per bom tempo e maruaxe.
Y. Hic ostendit Propheta quod dona fortune faciunt hoìninem heaUim, dicens quod fortune - asperitas utiìlis est, et docet diuicias honores faniam gloriam et po- tenciam non optandafni).
" Se li beni de fortunna fallem, che cossa e in lor chi no si[a] a desprexiar? Se bem conssideremo, le richesse sum preciosse da noi o da lor? Che apre(i)xi'r' 10 [f. 365 «] Aprexi tu soma de dinai, chi no dam uallor saluo quando olii se partem spendanslo, e penna quando e.lli s'amassam? O catiue richesse e sofFraitosse, chi no sei aotro cha inffieura d'oregie! Le quae alcum ni pussor no pom tute aueir, ni eciamdee quaxi alcum n'a, sensa apouerir aotri. La iharessa de le pree preciosse e loro de li homi? Grram meraueia ^ e che homo chi agia raxom agia 15 81 gram deuociom in cosse, chi no am ulta ni seno. Anchor che soa bellessa sea formaa da lo Creator, elle sum più basse de noi, per che elle no merissem nostra amiraciom. Deletite tu in bellessa de canpi^, chi e unna de le porticioim ^ de lo mondo, ni ai ioia de uerr lo mar suaue, e sol lunna e stelle luxir? Ossite tu glorificar de la bellessa de le cosse? Nassem de ti le fior de primo tempo? la 20 habondancia de le frute uem da ti? Per che te sorprendi tu de faossa ioia? per che abraci tu li aotr[o]i bem? Fortunna no te darà za li bem che natura t'a alargao. Li bem de terra sum ordenai per uianda a li homi e a le bestie. Se tu ay so che sufficia a toa sustentaciom, elio no te conuem demandar la superfluitae de fortunna, che natura e sostegnua [ò] de poche, e se tu la constrenzi a otragio 25 ella te farà dano e doUor. Sembiate che aueir diuersse cosse e preciosse te fas- Ba(ra) bello. Se elle sum piaxeiuer a la vista, loeram la gente la materia de la cossa e lo inzegno de l'ouerer^. O ti te te de la grani rota de li sementi fan- celli bem agurao? No, che se elli sum mal inssegnai, zo e gram carrego a la maxom e perigo a lo segnor, e se elli sum boim reputerai tu la lor bontay in 30 ti? „ Dixe B. : ** No. „ Dixe Propheta: " Doncha li bem che tu apelli per toi, no lo sum propriamenti; per che tu no li dei cubitar ^, ni aueir doUor se tu li perdi. Per che couey tu tanto prosperitae de fortunna? Penssi tu per so schiuar sof- fraita ? No, che chi più a, da ayna pu gi couem goardar, e lo prouerbio dixe che chi più a più gè falle, e a quello falle poco chi cercha la sufficiencia de na- 35 tura e no la superfluitae de couea. Le aotre cosse se contentam de so che re- quere natura, e ti chi ay intendimento e e semegieiuer a Dee, quanto sea in an- nima, no te par '' aueir uallor senssa le cosse foranne, basse e uir, senssa ulta, che tu demandi, e no comtempli^ [l'iniuria che fai] in quello chi a tute faito, sote- misso e ordenao a utilitae de l'umani linaio; e meti toe dignitae sota li pee do le 40 basse cosse per to zuegar, obeyando a lor chi ani men uallor de ti, per [e] chi elle sum faite. Che quando l'omo se cognosse, elio e più aoto de tute aotre cosse, e quando elio no se cognosse, si e più basso cha bestia, a chi per natura no s'a-
^ lo - fortuna ' tneuricia. Il frc si scosta assai. * canti, ma è
probabile sia error del traduttore. ^ peficioim; cfr. la nota 4. ^ aueir; F de rouurier. ' cantar \ il fr.: et puis qu il n y a point de beante que fu doies comtoitier j)Our quoy as tu dueil se tu les pera cu ioie se fu les as. ^ par pair » Lacuna; cfr. 13. 38, 72 sgg.
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Parodi,
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pertein aueir cognossenssa. So e aror a Ioar li ornamenti foraim ; che ee olii sum belli, so chi e dentro roman laido. Ma li mainasi no penssam che aotra cossa 8e[a] cha oro, per che elli uam monta fia mal segurì quelli chi lo am; so che f a ^ chi se contenta de lo couegneiuer, chi po;u andar cantando inter - li lai- roim. „
Y. Hic Projjheta arguit inmoderato [m] dexklerio[m] haheìidi et laudai pris- sco[s], quorum vita simplex ° erat et contenta rebus qtie ìiatiirafmj tantum substentarent.
Boym fom li prumer anciaim
e li antixì paixaim,
chi no cerchauam dellieie
e s'aloitauam da uicij.
lande era lor prouenda,
e aigoa era la soa beuenda;
sum l'erba se acoregauam
e a questa guissa stauam.
No cognosseam poxom
ni aueam affeciom
d'alchum* drapi de coUor,
ni saueam lo doUor
per couea, che li mercanti
sostenneni si forti e tanti.
Alchum no faua a lor guerra 20
in lo mar ni in la terra.
Piaxesse a Dee che retornasse
tal maynera e no manchasse
in li cor chi sum ardenti,
[d] uennemd' a ree mouimenti ^ 25
Chi primer la terra auri
zeme e oro desscroui,
assay meio poea far,
che tuto couerti a mal.
Monto e da esser repreisso 30
chi perigo a misso e compreisso.
VI.
Hic
Proplieta
vult
ostendere
dignitntes
et
potencias