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r SOVIATORNABUONI

ATTI

DEL

CONGRESSO INTERNAZIONAJ.E

DI

SCIENZE STORICHE

(ROMA, 1-0 APRILE 1903)

Volume IV

Atti della Sezione III: STORIA DELLE LETTERATURE.

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V e [

ROMA / \ ^

TIPOGRAFIA DELLA R. ACCADEMIA DEI LINCEI "] j

l'BOPBlHTÀ DKL lAV. VISCES/O SALVll'CCl

1904

PARTE PRIMA

VERBALI DELLE SEDUTE

PRIMA SEDUTA

Venerdì 3 aprile 1.903.

Presidenza 'provvisoria del prof. D'Ascosa.

Il 3 aprile 1903, in una sala del Collegio Romano, sede generale delle varie Sezioni del Congresso internazionale di scienze storiche, si radunano i membri iscritti alla Sezione III (Storia delle letterature).

Sono presenti buon numero di congressisti, d'Italia che dell'estero ('). Sono rappresentate o iscritte al Congresso, e in particolar modo alla Sezione, VAccademia della Crusca (Firenze), la Società Dantesca Italiana (Firenze), la Società Bibliografica Italiana (Milano), la Società Filologica Romana (Roma), e molte altre.

Alle ore 15 il prof. Alessandro D'Ancona, della R. Università di Pisa, nella sua qualità di membro del Comitato ordinatore, dichiara aperto il Congresso per la Sezione di Storia delle letterature,

D'Ancona, assumendo la presidenza provvisoria, si dice lieto di inaugurare 1 lavori della Sezione; e rivolge un caldo e nobile saluto a tutti gli intervenuti. Lamenta la recente perdita dell'illustre Gaston Paris, che sarà commemorato da Paul Meyer, e si duole che a questo dotto ed eletto convegno manchi, per infer- mità, chi consacrò tanta parte dell'attività sua anche agli studi storici della let- teratura, chi per noi, italiani, come poeta e scrittore, è la maggior gloria vivente :

(1) Dall'albo posto all'ingresso della sala durante le varie sedate possiamo raccogliere le segnenti Arme di congressisti intervenuti ai lavori della Sezione:

Almagìì (signora) A.. Ancel (signora). Barbèra P., Bandi di Vesnie B., Beklemicheff (signora) E,. Benndorff K., Berlingeri A., Bertoldi A., Biadene L., Bocca G., Bonnard J., Bottlicher G., Bouché-Le- clercq A., Bovet E., Brizzolara G., Brown H. F., Cann H., Canti G., Casini T., Cesareo G. A., Checchi E.. Gian V., Chiattone D., Croce B., Crocioni G., Da Cunha-Qerson (signora) A., D'Ancona A.. Daridsohn R., De Gubematis (contessa) C, Dejob C, Della Giovanna 1., Derenbourg H., De RothschiH (baronessa ) J., Ehrlich E., Feuillade P., Flamini F., Foerster W., Gabrielli A., Gallenga-Stuart K., Gilletti A., Gai- landaF., (inoli conte D., Hallberg E., Harnack 0., Hassert A., Hauvette E., Hirriot E., H!rsch-GereuUi (»on) A., How W. W., Ive A., Jablonowski W., Jebb .K^ Kurth G.. Librone E., Lindau M., Litio G.. Lnchaire I., Luiso F. P., Macé A., Maddalena E.. Mantovani D., Martluenche E., Masi E., Magioni G., Medin A., Mestica G , Meyer P., Monod G., Morfei M., Muret M., Novali Fr. Oehler Q., Ovidi E.. Padula A., Papa P., Pélissier L. *ì., Piaget A.. Picot E., Pierantoni-Mancini (signora) Grazia, Romano P., Rossi G., Salazar-Sarsfteld L., Sanesi L, Schept-levitch I.., Schueider R., Segré C. Sforma O, Sorbelli k^ Tancre di G Yianey G.. Vossler C, Wiese B., Wretschko (von^ A., Zamboni F., Zenattl A, Zuccaro L.

Prendono parte, inoltre, ai lavori della 111 Sezione molti altri congressisti iscritti in particolare modo in altre Sezioni.

Giosuè Cardi'CCI. Propone eli sia inviato un saluto : tutti i presenti applaudono vivamente e calorosamente, e approvano unanimi la proposta.

D'Ancona invita la Sezione ad eleggersi un jìresidente ]<er questa prima adunanza: sopra sua proposta, vien chiamato per acclamazione alla presidenza il prof. Pani Meyer. di Parigi, e sono eletti a ^nce-presidenti i professori Hauvette, Landau, Bovet. Mazzoni e Novali; a segretari si elep^ono i professori Della Gio- vanna, Otto Harnack e Lisi'».

Presidenza del lìrof. P. Mi.yr.n.

Il presidente Mever, parlando in francese, commemora con nobili ed elevate parole Gaston Paris, che fu tra i primi ad iscriversi al Conj^resso, e che molto probabilmente, se la morte non l'avesse troppo presto rapito agli studi, avrebbe avuto l'onore e la soddisfazione d'inauijurare i lavori d(jlla iSezione.

L'affettuosa ed efficace commemorazione è accolta con generali applausi. Vedi: Temi e comunicazioni, n. III).

Il PRESIDENTE in seguito la parola al prof. dott. Otto Harnack (Darmstadt).

Harnack legge in tedesco la sua comunicazione Goethe und die Renaissance (Vedi: Temi e comunicazioni, n. IV) È ascoltata con molto interesse, e, alla fine, ap])laudita.

Hanno quindi la parola :

Piaget prof. Arturo (Neucbatel), che parla in francese sul poema di Pierre Chastellain: Le temps recouvré, composto a Roma nel 1451 (Vedi: Temi e comunicazioni, n. V). (Approvazioni).

ZuccARo prof. Luigi (Alessandria), che discorre delle Colonie provenzali della Capitanata (Vedi: Temi e comunicazioni, n. VI). (Approvazioni).

P. Meyer, chiesta la i»arola, fa alcune osservazioni, ed esprime l'augurio che sia rijiresa la questione, per stabilire se quelle colonie siano provenzali o francesi.

Padula comm. Antonio (Napoli), presenta e distribuisce il suo lavoro Teofilo BrcffO e la Visione de' Tempi {^); e nvvcttc cha ncWe comunicazioni ch'egli deve svolgere nella sezione II accennerà brevemente anco alla storia letteraria del Por- togallo. (Ringraziamenti e approvazioni).

Il PRESIDENTE, ringraziati gli oratori, invita l'assemblea a voler designare chi debba presiedere la successiva seduta : sopra sua proposta viene eletto il prof. Charles Dejob, di Parigi: e subito dopo è dichiarata sciolta la seduta alle ..r.' 17r:rt'

(1) Il comm. radula diatribui ai presenli, in questa e In altre Sezioni, alcuni esemplari di tale ano Ntodio (Appunti di critica e saygio di Iraducione dal portoghese), edito in omajfgio al Congresso (Napoli. 1902).

SECONDA SEDUTA

Sabato 4 aprile 1903.

Presiden:ia del prof. Dfjoh.

Prosiede il prof. Dejob, che apre la seduta alle 15,15', e fungono da segre- tari i prof. Lisio e Gallenga-Stuart, quest'ultimo nell'assenza degli altri due segretari eletti nella precedente adunanza.

Il PRESIDENTE subito la parola al

Prof. W. Forster (Bonn), che legge la sua comunicazione: Sull'autenticità de' codici d'Arborea (Vedi: Temi e comunicazioni, n. VII). Egli conferma la fal- sità di tali codici, in seguito ad esame fatto da lui stesso, avvalorato con altri documenti sardi, e in base ad elementi esteriori e interiori non dubbi. Prova, tut- tavia, che una parte di queste carte ò realmente autentica, ma che è posteriore al 1438: cosicché rimane per lui indiscutibile la condanna pronunziata dai dotti berlinesi e dai professori Vitelli e D'Ancona (Vivi applausi).

Casini (Modena), avuta la parola sull'argomento, riferisce d'aver veduto a Oristano, nella biblioteca di quel Ginnasio, vari grossi volumi dalle cui rilegature il frate Manca, probabile autore delle falsificazioni, ritagliava le pergamene.

Forster annunzia che questi volumi, con le carte d'Arborea, furono, in se- guito a lodevole richiesta del Comitato ordinatore, e por gentile concessione del Ministero della pubblica istruzione, richiamati provvisoriamente dalla Biblioteca di Cagliari e depositati alla Biblioteca Nazionale di Roma, insieme alle altre carte possedute dalla famiglia Bandi di Vesme, pure gentilmente concesse: egli invita i congressisti a una breve conferenza che terrà lunedi, 6 corrente, in una sala della Biblioteca Nazionale, per dimostrare meglio, valendosi dei codici stessi, quanto ha ora comunicato alla Sezione (').

11 presidente quindi la i)arola al pruf. D'Ancona per svolgere la Rela- zione da lui preparata insieme al dott. Fumagalli, che è assente, per la proposta di una Bio-òibliografia italiana (Vedi: Temi e comunicazioni, n. I).

D'Ancona lettura della Relazione, la quale termina dimostrando l'oppor- tunità « che il Congresso faccia voti aflìiichè 1' iini)resa veramente nazionale della bio-bibliografia italiana sia direttamente assunta dal Governo ".

Terminata la lettura, si apre subito una viva e animata discussione. Ha la parola dapprima

(1) La conferenza ebbe laogo, infatti, dinanzi a numeroso uditorio il giorno 6 nella B. Biblio- teca V. E. Il prof. FOKRSTER, in questa occasione. Illustrò più ampiamente e più rainatamente l'argo- mento della sua Comunicazione, e aggiunse molti nuovi particolari e complemi-nti. che saranno oggetto

di speciali' pubblicazione.

vili

Mazzoni prof. Guido (Fironzc). il quale ricorda che il prof. Solerti, in un altro Conpresso, aveva proposto, d'accordo col dott. Fumagalli, una stampa in schede e in /opli sciolti. Espone il metodo, da estendersi anche ai minori e ai minimi scrittori. Quel Conpresso, che tenne a Torino, approvò questa forma, ma l'opera, dopo un primo sappio, non ebbe sepuito per la mancanza di aiuti supe- riori. Oonsiplia alla Seziono di far voti che il Governo s' incarichi dell'esecuzione della proposta, affidandola aW Istituto Storico o ai Lincei, che, sotto la loro sor- veplianza. facciano curare il lavoro da insepnanti delle nostre scuole secondarie 0 da funzionari delle nostre biblioteche. Così l'Italia avrà l'inventario del suo ricco patrimonio letterario.

Gian prof. Vittori" (Pisa) piudica ottimo il fine, ma vorrebbe escluso tutto ci'' che sa d'uflìciale, altrimenti non se ne farà mai nulla. Crederebbe oppor- tuno .'ii formasse una Commissione di persone tecniche, che si ramificlii in tutta l'Italia; tutti pli enti locali dovrebbero mandare i rispettivi elenchi degli scrit- tori alla Commissione centrale. I mezzi dovrebbero poi esser dati da un editore 0 da una federazione di case editrici: epli crede tale idea l'unica pratica.

1)'.\ncona non è di questo parere; perchè, in tal caso, chi provvederebbe alle ingenti spese d'impianto e di compilazione? Perciò si chiede al Ministero che istituisca un ufficio apposito ed assuma esso l' impresa, che ha carattere na- zionale.

Barbèra (Firenze) opina che l'opera del dizionario bio-bibliografico sia di tal mole e di tale difficoltà, da richiedere il concorso di molti cooperatori, e da non potere essere assunta, nelle attuali condizioni del commercio librario italiano, da una Casa editrice; e non solo per cosifatte ragioni, ma anche perchè le pro- babilità di smercio non sono tali da far sperare, anziché un guadagno, neppure un introito da bilanciare le spese di compilazione e di stampa. Ciò premesso, plaudendo anche in quest'occasione all'idea del dizionario bio-bibliografico, come già vi aveva fatto plauso quando fu oggetto di discussioni in recenti riunioni della Società bibliografica italiana, egli afferma l'opinione che una siffatta iniziativa si addica alla Società stessa, e che ad essa spetti di attuarla, facendone il compito principale della sua operosità; ma poiché i mezzi finanziari di cui la nascente Società può disporre sono assolutamente deficienti, il bilancio nazionale deve for- nire tali mezzi, trattandosi di opera di pubblica utilità e che non ha cai"attere commerciale. Coglie frattanto l'occasione i)er presentare quale omaggio alla Sezione il saggio del Catalogo ragionato delle edizioni Barberiane: (Vedi: Temi e comu- nicazioni, n. II), parendogli che esso possa dare qualche ajuto al dizionario di cui oggi si discute.

Casini lamenta e biasima che sempre ci si rivolga al Governo: vorrebbe invece che il Ministro della pubblica istruzione imponesse alle Società di Storia Patria la continuazione almeno della bibliografia del Settecento.

D'Ancona riprende la parola per stabilire la differenza tra l'opera proposta da lui e dal Fumagalli e quelle d'Istituti speciali, delle quali è pur cospicuo esempio il recentissimo saggio modenese, che fa seguito all'opera del Tiraboschi e dei suoi continuatori, e si augura che altrettanto facciano gli altri consimili Istituti. Ma qui si tratta di altra cosa: è necessaria roi)era nazionale, non regionale; è ne- cessario fondere tutto; al Mazzuchelli, repertorio generale che arriva solo alla letr tera li, ed è arretrato di un secolo e piìi, e agli altri repertori speciali di regioni, Provincie o municipi, bisogna che si sostituisca un repertorio nazionale e che tutto

comprenda, unificando il già fatto, correggendolo, e aggiungendovi quanto manca. Insiste perciò nel senso che si preghi il Ministro di studiare se la proposta D'An- cona-Fumagalli possa e debba essere attuata.

Gian parla nuovamente sui mezzi per compiere l'impresa: ripete che la Com- missione centrale dovrebbe diramare circolari, assicurare cinquecento sottoscrittori: dal Governo egli è convinto che non si possa ottenere nulla di concreto, ove ad esso si lasciasse il compito di dirigere l'opera; tutt'al più al Governo si potreb- bero chiedere soccorsi pecuniari e nient'altro.

MoRici (Firenze) ringrazia il prof. Mazzoni per aver accennato a una sua antica proposta con la quale esprimeva il desiderio che il Ministero della pubblica istruzione facesse cenno, nell'annuario degli insegnanti delle scuole secondarie, delle pubblicazioni di questi ultimi. Ciò gli sembrava e gli sembra tuttora un buono e largo contributo alla bibliografia degli scrittori italiani viventi.

Parlano ancora, in vario senso, il prof. Mazzoni, che riassume le proposte dei relatori in un ordine del gionio, e il Barbèra; e, infine, ha la parola il

Prof. PicoT (Parigi), che in ottima lingua italiana, sostiene con nobili parole che tra i progetti sottoposti al presente Congresso di scienze storiche ninno sia forse più importante di quello della Bio-bibliografia italiana. Aggiunge che questa intrapresa ha un interesse di primo ordine per tutte le nazioni dell'Europa, ed il promuoverla dovrebbe essere scopo di tutti gli studiosi. Non crede perù che sia possibile di discutere adesso, in un'adunanza intemazionale, i particolari della esecuzio^ie: essa è una cosa proprio italiana. Gli pare che non si debba altro fare se non votare le proposte degli illustri colleghi signori D'Ancona e Fumagalli. I membri stranieri del Congresso potrebbero poi lavorare alla progettata Bio-bi- bliografia, sia formando Comitati per ricevere sottoscrizioni, sia radunando docu- menti nelle Biblioteche estere.

Chiusa la discussione, la Sezione approva ad unanimità, e tra vivissimi ap- plausi al relatore prof. D'Ancona, l'ordine del giorno, con qualche lieve modifica- zione suggerita dal proponente stesso ; esso è il seguente :

« La Sezione III del Congresso Internazionale di Scienze storiche in Roma, « plaudendo alle proposte fatte dal prof. Alessandro D'Ancona e dal dott. Giu- « seppe Fumagalli intorno a un Piepertorio bio-biliografico italiano, fa voti a S. E. « il Ministro dell' istruzione pubblica perchè con ogni possibile aiuto procuri che «l'opera sia attuata secondo le norme della Relazione letta dal prof. D'Ancona-».

Hallberg (Tolosa) legge in seguito una sua Nota sulla genesi delle quattro grandi epopee cristiane (Vedi: Temi e comunicazioni, n. Vili), dimostrando come si sia conservato l'elemento greco-romano, e più particolarmente virgiliano, nella Divina Commedia, nella Gerusalemme Liberata, nel Paradiso Perduto, e nella Messiade (Approvazioni).

Il PRESIDENTE da poscia la parola al dott. Leon Schepélevitch, consigliere di Stato, professore nell'Università imperiale di Kharcoff (Russia).

Schepélevitch riassume, in lingua italiana, una relazione sugli stadi cui egli attende da tempo intorno al Cervantes e alle sue opere e sulla letteritura dell'argomento. In particolar modo egli si riferisce ai due volumi di recente da lui stesso pubblicati (I. La vita del Cervantes; IL // Don Quixote del Cervantes), che sono l'unica opera edita in Russia sull'argomento.

Le pubblicazioni fatte dallo Schepélevitcli, e gli studi cui egli attende, di- mostrano che l'architettura interna, la cronologia e il legame intrinseco delle opero

del Cervantes non sono ancora abbastanza noti, mentre la maggior parte de' bio- grafi del Cervantes si è finora occupata, anche troppo, degli avvenimenti esteriori della sua vita.

Lo Schepólevitcli. addit;i, conchiudendo, i risultati più importanti de' suoi studi: il Bojardo e l'Ariosto sono fonti di alcune commedie del Cervantes; l'in- riusso dcWOrlando Furioso è notevole nella prima parte del Don Quixote, ma nullo nella seconda parte; le tragedie del Cervantes derivano dai romanzieri po- polari; il Don Quixote è un romanzo essenzialmente realista; il Cervantes, volendo demolire l'ascendente allora esercitato dai romanzi cavallcresclii, fece un romanzo sublime, avente le sue radici nella vita umana ; l' iconografia del Don Quixote manca di buon gusto e di originalità; lo scrittore russo di genio che più si av- vicina al Cervantes è il celebre Gogol. Termina facondo una comparazione fra il Don Quixote del Cervantes e le Anitne morte del fìogol (Vivi applausi e con- gratulazioni).

Il PRKSIDENTE rileva, dopo ciò, brevemente l'importanza della odierna discus- sione, e ringrazia gli oratori: e, dopo che è stato designato ed eletto alla presi- denza per la successiva adunanza il prof. W. Forster, di Bonn, toglie la seduta alle ore 18.

TERZA SEDUTA

Lunedi 6 aprile 1903.

Presidenza del irrof. W. Foerster.

Presiede il prof. W. Foerster, che apre la seduta alle ore 15 ; fungono da segretari i professori Lisio e Gallenga.

Il PRESIDENTE la parola al

Prof. Paul Mkyer, che parla sulla Di/fusione della lingua francese in Italia durante Vetà di mezzo (Vedi: Temi e comunicazioni, n. IX).

L'illustre letterato espone per quali cause e per quali vie la lingua francese si è propagata in Italia, e dimostra in qual tempo essa divenisse quasi di uso comune, arrecando a conferma numerose ed esaurienti prove (Vivi applausi).

Jablonowski (Varsavia) legge quindi una sua comunicazione sullo Stato presente della letteratura in Polonia (Vedi: Temi e comunicazioni, n. X), trac- ciando un quadro della vita intellettuale, storica, artistica e filosofica di quella nazione ; accenna allo sviluppo che questa ha preso a contatto della civiltà e della scienza contemporanea, e s'intrattiene sopratutto sull'originalità della letteratura polacca, non ostante l'influenza che esercitarono sopra di essa le letterature stra- niere in generale, e l'italiana in particolare (Applausi).

Ha quindi la parola

Croce Benedetto (Napoli) che riferisce intorno a un disegno di Storia della critica letteraria in Italia (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XI) indicando, anzi- tutto, quali differenze corrano fra storia vera e propria della critica e quelle del- l'estetica, dell'erudizione e delle vicende del gusto; e fermandosi poi a discutere lungamente sul triplice problema che la storia della critica deve, a suo parere, risolvere (Vivi applausi).

Lisio (Como), avuta la parola, plaude all'erudita ed acuta comunicazione del Croce, ed è lieto di poter confermare, per suoi studi iniziati, ma ancora non ma- turi, le conclusioni a cui è giunto il dotto oratore; si permette, tuttavia, di retti- ficare alcune lievi asserzioni che non gli sembrarono del tutto fondate.

Le rimanenti comunicazioni sono rimandate alla successiva seduta, a presie- dere la quale è designato il prof. Picot, di Parigi. (Applausi).

Il PRESIDENTE dichiara quindi sciolta la seduta alle ore 17,30'.

XII

QUARTA SEDUTA

3Iarte(li 7 aprile 1903.

Presidenza del "prof. E. Picot.

Si apre la seduta alle ore 9, sotto la iiresidenza del prof. Picot, che fa «mesta cortese dichiarazione : <• Prima di aprire la seduta voglio ringraziare i va- lenti maestri, colleghi ed amici italiani del grande onore che mi hanno fatto, chiamandomi alla presidenza della Sezione. Quest'onore lo potevano fare a più degno, ma a nessuno che più di me amasse l'Italia n. Funge da segretario il dott. Gallenga, a cui si aggiunge poscia il prof. Lisio.

Lisio, avuta la parola, legge una comunicazione intorno ai suoi studt sul- l'Ariosto, dando notizie e giudizi sui rifacimenti generali e parziali àoWOrlando Furioso e su le carte autografe esistenti nella Biblioteca di Ferrara e nell'Am- brosiana di Milano. Dimostra come si potrebbe ricostruire criticanaente il testo del Furioso, e s' intrattiene sulle correzioni ai fogli di alcune copie dell'edizione detìnitiva del 1532; parla quindi del tempo in cui furono composti i primi canti, tra il 1502 e '3 non tra il 1506 e '7, come si crede, e della ragione politica ed artistica che mosse il poeta a sostituire al frammento epico sulla storia d'Italia la prima parte del canto 33° (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XII) (Vivi applausi).

Il prof. Flamini (Padova) riferisce alcune nuove osservazioni intorno alle imitazioni e ai plagi da poeti italiani nel Canzoniere di Giovanni Antonio De Baìfenelle Poésies Francaises di Giovatini Passerai, ed espone varie consi- derazioni generali sull'efiicacia esercitata dalla letteratura cinquecentistica nel •lifFondere il culto della forma presso le altre nazioni (Wnli ; Tetni e comunica- zioni, n. XIII) (Vivi applausi).

A tal proposito chiede la parola il

Prof. ViANEV (Montpellier) che cita altre imitazioni del Bai'f, sia dalle Rime diverse edite dal Giolito, sia dal Pontano, dall'.Vriosto, ecc.

Ukjob legge poscia la sua comunicazione inturno agli esuli italiani in Francia al tempo di Luigi Filippo, e particolarmente si ferma a discorrere di Guglielmo Libri e della varia fortuna sua; conchiude augurandosi che gli Italiani esplorino iiccuratamente gli Archivi di Francia (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XIVj (.\pplausi vivissimi e prolungati).

NovATi prof. Francesco s'intrattiene quindi sopra /t' or/f^ini musicali della lirica cortigiana della Provenza. Giovandosi di recenti studi sulla storia delle forme metriche musicali de' secoli IX e X, il Novati mette in evidenza che la irrande fioritura musirale iniriatasi in S. Gallo, si trasporta, già nel secolo X, in

XIII

Aquitania, dove S. Marziale di Limoges diviene per tre secoli focolare di simile cultura. S. Marziale si trova nel cuore di quella regione, dove alla fine del se- colo XI vediamo sorgere la lirica occitanica. Per questo, e per l' interesse che i nobili laici di Germania e di Aquitania dimostravano verso la musica, l'oratore conchiude che la questione dei rapporti tra la musica ecclesiastica dei secoli X e XI e la musica trovadorica del secolo XII vuole essere riesaminata da capo con diligenza (Vivissimi, ripetuti applausi) (').

Il PRESIDENTE quindi la parola a

Maddalena prof. Edgardo (Vienna) che parla su Lessing e V Italia, accen- nando al viaggio da quegli intrapreso nel 1755 in Italia, alle relazioni tra la let- teratura italiana e le opere del Lessing, e facendo un largo esame del suo teatro in confronto a quello italiano e straniero (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XV) (Vivi applausi).

Si annunzia la comunicazione del prof. E. Martinenche (Bordeaux): A propos dea études comparées des littératures méridionales, che, presente ieri alla seduta, nella quale essa avrebbe dovuto essere svolta, si scusa di essere stato costretto a partire oggi improvvisamente da Roma: e si delibera che la comunicazione sia inserita negli atti della Sezione (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XXIV).

Chiude la seduta il presidente prof. Picot alle ore 12, presentando prima la raccolta completa del Bulletin italien di Bordeaux con queste parole:

" Ho l'onore di presentare alla Sezione le prime dispense del Bulletin italien, rivista trimestrale pubblicata dalle Università della Francia meridionale, e stam- pata a Bordeaux a cura del signor prof. Radet. Il Bulletin è entrato nell'anno terzo della sua esistenza, e se non può vantarsi d'essere un organo importante, attesta però il progresso degli studi italiani al di delle Alpi ?».

Per la successiva seduta è acclamato presidente il prof. Wiese, di Halle.

(1) Il prof. NovATi, come già ne aveva prevenuta la Sezione, volle semplicemente dare notizia preliminare di studi da lui avviati, ma non compiuti; e perciò la sna comunicazione non si pubblica in questi Atti.

XIT

QUINTA SEDUTA

MeiToledi 8 aprile 1903.

Presidenza del prof. lì. Wìese.

La seduta è aperta alle ore 0,30'; fungono da segretari i professori Lisio e Gallenqa.

Il PRESIDENTE invita a prendere la parola il prof. Zuccaro, che comunica una stia nota sopra V. Balaguer, autore de'' Recuerdos de Italia, dimostrando tutto l'amore di lui all'Italia e le relazioni del poeta catalano con la Provenza (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XVIl Segue il

Prof. Galletti (Cremona) che parla sulla Storia del concetto scientifico della critica letteraria, ed espone quale sia, a suo parere, la vera fonte del giu- dizio estetico (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XVII) (Applausi).

Luiso (Lucca) riferisce poi su un commento inedito alla Divina Commedia, di Jacopo Alighieri, figlio del poeta, e sostiene che quelle note gli furono pro- babilmente ispirate dallo stesso Dante (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XVIII) (Applausi).

Tancredi (Cosenza) espone la sua comunicazione Su tre personaggi dei poemi del Pulci, del Folengo e del Rabelais, volendo dimostrare la derivazione del Cingar dal Margutte, e del Panurgo dal Cingar (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XIX).

Chiattone (Saluzzo) legge la sua comunicazione: Per V u autobiografia ■" e per i « Costituti » di Silvio Pellico, e per una recente riabilitazione ; egli rivela l'esistenza di un'autobiografia conservata in un archivio privato a Saluzzo; e sulla scorta di questa e dei costituti difende il Pellico e il Maroncelli dall'ac- cusa di debolezza verso la polizia austriaca e verso il Salvotti (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XX) (Vivi applausi).

hkVDi DI Vesmk (Torino) parla sopra La leggenda di Aleramo, sostenendo come essa abbia fondamento in fatti storici (Vedi: Temi e comu7iicazioni, u.XW).

Infine, il prof. Mazzoni presenta il sunto d'una comunicazione che avrebbe dovuto fare il j>rof. V. Crescini (Padova), il quale è assente, intorno ad Alcune lettere del '.700 in volgare padovano (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XXII).

Prima che si tolga la seduta, il prof. Kla.mini chiede la parola, e, anche a non. e dei professori Vossler e Hauvette, propone si voti il seguente ordine del giori.o:

u La Sezione III del Congresso internazionale di scienze storiche, fa voti u che il prestito dei Codici tra Stato e Stato, che ora si fa pel tramite dei Mi- « nisteri della pubblica istruzione e degli affari esteri, sia fatto direttamente tra « le Biblioteche ».

Esso è approvato all'unanimità (').

Il PRESIDENTE propone, e l'assemblea approva, come presidente per la pros- sima seduta, il prof. (j. Mazzoni ; ma questi, ringraziando, si scusa di non poter accettare: propone invece, che si designi il prof. A. D'Ancona. Così si stabilisce per acclamazione; e si leva dopo ciò la seduta alle ore 11,30'.

(1) Tale ordine del giorno fu parimenti proposto e votato in altre Sezioni del Congresso.

XVI

SESTA SEDUTA

Giovedì y aprile 190a.

Presidenza del prof. IImuwh, Di.nEsiuvm..

Si apre la seiliita alle ore 9; e, sopra proposta del prol'. D'Ancona, f,'ià de- signato quale Presidente il giorno innanzi, ma che dichiara, pure ringraziando, di non potere accettare, è chiamato a presiedere il prof. Haktwig Derenbourg (Pa- rigi), che pronunzia, ascoltato da tutti con deferente simpatia, il seguente discorso:

" Avant de donner la parole à M. le professeur Giuseppe Lisio, votre pré- sident, non pas seulement du dernier jour, mais de la dernicre houre, vous domande la permission de vous adresser ses remercìments pour le grand honneur que vous lui avez fait en l'appelunt à diriger à peine « l'espace d'un matin n vos savantes didcussions. Dans votre dernière séance, vous n'aviez pas nommé, vous aviez ac- ciaine nion éminent ami, M. le professeur Alessandro D'Ancona de Pise, pour oc- cuper aujourd'hui ce fauteuil. Je vois à mes còtés une autre gioire littéraire de l'Italie actuelle, M. le professeur Guido Mazzoni de Florence, qui eùt été plus designò- que moi par sa compétence et son autorità pour conduire vos débats. Cesi à votre courtoisie, toute italienne, envers vos hòtes, trop passagers à leur gre, que j'attribue la faveur de votre choix et je vous en exprime ma vivo gratitude.

u Une considération qui, dans cette section, vous a guidés particulièrement à lui donner, de propos delibera, méme par des indices extérieurs, un caractère ré- Bolument international, c'est revolution de la critique qui ne se laissc plus arrèter par les frontières d'un pays, ni d'une langue, mais qui devient de plus en plus comparative, psychologique, synthétique. Ce n'est pas l'uniformité, c'est l'unite de l'homme pensant qu'elle recherche dans ses manifestations variées, c'est l'influence des esprits les uns sur les autres qu'elle surprend avec une perspicacité toujours en éveil, ce sont les sillons approfondis, creusc-s par les roues ótrangòres, dont elle découvre les traces dans les champs cultivés par chaque peuple. Que nous importeraient les langues en elles-mémes, sinon comme des phónomènes linguistiques, si elles n'avaient pas été, si elles n'étaient pas des instrumcnts maniés avec art par les penseurs et les écrivains pour la noble propagande des idées et de leur expression ideale? Il y a eu des embryous de tentatives au WIII*^ et dans le pre- mière moitii} du XIX'- sièclc pour rcchercher la diflTusidn au dehors de ce qui paraissait l'apanage exclusif et fermò de chaque groupe isoK-, mais un signe des teuips c'est que l'histoire de chaque littérature ne peut plus se comprendre que camme un chapitrc, artificiellement détaché de l'ensemble, débordant sur les autres par des rajtprochements, par des dissemblances et par des actions réflexes, dont

XVII

la constatation constitue un progrès marque sur les ancìennes statistiques, volon- taireraent bornées et étroites, de nos prédecesseurs immédiats.

u Mais ce ne sont pas seuleraent les littératures occidentales dont l'eipansion a entraìné des contacts, des efFets réciproques et des répercussions anx chocs bienfaisants.

u La coiitinuité des échanges commerciaux entre les populations maritimes depuis la plus haute antiquité et le mouvement des croisades au XII« siècle de notre ère ont eu pour résnltat que, si la lumière n'est pas venue de l'Orient, l'histoire littéraire de l'Europe ne peat se dèsintéresser des apports qa'elle a reyua de l'Inde et da monde musulman. Les migrations des fables, des contes et des légendes, leurs parcours capricieux, leur apparition subite à fleur de terre sans qu'on ait pu suivre de l'oeil leurs méandres, voilà des problèmes que n'a pas dé- daignés la curiosité geniale d'uu Gaston Paris. C'est sur le nom de ce grand maitre, de cet ami de l'Italie, de ce patron, aussi cher que regretté, qui m'avait fait la gràce de ra'admettre parrai ses clients, que je termine cette allocution »» (Grandi e ripetati applausi).

Funge da segretario il prof. Gallenga. Si subito la parola al

Prof. Lisio, che legge ana nota in cui dimostra la necessità di integrare la storia delle letterature con l'analisi del periodo, elemento precipuo della bellezza formale. Comprova l'utilità di tale stadio con i risultati storici che egli trae dal- l'analisi del periodo negli scrittori delle origini, in Dante, nel Machiavelli, e negli scrittori moderni, dal Parini al Carducci (Vedi: Temi e comunicazioni, n. XXIIl) (Vivi applausi).

Non essendo presenti gli autori delle poche altre comunicazioni che sareb- bero ancora all'ordine del giorno, e fatta qualche riserva per la loro inserzione negli Atti, il presidente Derenboirg riprende la parola, e chiude la seduta cun questo discorso, non meno applaudito del precedente, col quale presenta alla Se- zione alcuni suoi libri, come contributo alla storia delle letterature comparate:

u En assistant à l'autopsie de la période oratoire, telle que l'a pratiquée M. le professeur Lisio avec un sens esthétique si prononcé, je ne pouvais m'erapé- cher de me rappeler la phrase sémitique hachée, menue, sans incises ni conjonc- tions, dont les propositions sont parallèles, juxtaposées, nuUement subordonnées, incapables de faire figure dans une période, et je me demandais s'il n'y avait pas une indication précieuse pour l'observateur.

« Mon intention, avant de lever la séance. était d'offrir silencieusement au Congrès quelques-uns de mes travaux et d'exprimer seulement mon regret de ne pouvoir, faute d'exemplaires, y comprendre les trois articles que. l'an dernier, j'ai consacrés à votre illustre historien, arabisant et patriota, Michele Amari {Journal des Savants de 1902, p. 209-222; 486-498; G08-C22). Si Allah le veut. j'esjHjre reprendre un jour et terminer cette publication interrompue par des circonstances indépendantes de ma volonté.

a Puisque personne ne demande la parole, je risqae un commontaire expli- catif des truis opuscules que j'ai déposés sur le bureau. IIs rejiréseiitent en petit les trois grands ópoques: l'histoire ancienne, l'histoire du moyen àge. l'histoire moderne. A la première se rapportent mes Nouveaux tex'tes y^me'nitt's inédits (Paris, 1902, avec 2 pi.). Des cinq textes qu'ils renferinent. le premier et le cinquième sont sabèens. Ics trois autres enrichissent l'ipigraphie. pauvre jusqu'alors, de Katabùn. L'inscription royale de Saba' (I) n'a pas moins de 20 lignes, peut ì'tre

considérée commo du III""-' siòcle de notre ère environ et contient à la fin tout un panthéon do dieux, de déesses, que termine une couple inasculine inséparable, 'Athtar et Sakar, dea ^'óineaux analogues aux Dioscures. Le monument 11 est la dédicace reconnaissante d'un roi-prètre à ses dieux, avec invocation à ses déesses et à ses ancótros diviiiisés.

u Je transcris le titre étendu de nion deuxiòme liommage: Souvoiirs histo- riques et récits de chasse par un émir syrien du douzihne si?cle. Autobiographie d'Outnma Ibn Mounkidh intitulée: L' instruction par les exemples. Traduction francaise d'après le texte arabe par H. D. (Paris, 1895). Ce texte arabe, je l'ai publié en 1886 d'après le mainiscrit unique que j'avais découvert à l'Escurial en 1880 et je l'ai mis à la base do ma Vie d'Ousdma, (Paris, 1889-1893). La traduction intégrale n'est veime qu'ensuite. Vous m'autoriserez, je l'espère, à vous en lire le passage suivant (p. 187-188), vous comprendrez aisément pour quel motif. Cela se passait vers 1140 de notre óre. « Je m'étais rendu, dit l'émir Oasàma, avec l'émir Mou'ìn ad-Din [Anar] (qu'Alh'ih l'ait en pitie !) à Acre ('Akkà), auprì's du rei des Francs, Foulques fils de Foulques. Nous vìmes un (Jénois, ré- ccmment arrivò du pays des Francs, qui avait avec lui un faucon de grande taille, ayant mué dans la maison, faisant la chasse aux grues, et une petite chienne. Lorsqu'il làchait le faucon sur les grues, la chienne courait au dessous; puis, le faucon avait-il saisi la grue et l'avait-il posée à terre, la chienne le mordait, sans lui laisser la possibilità de s'échapper. Le Génois nous dit : " Chez nous, le faucon, pour chasser la grue, doit avoir sur la queue treize i)lumes «. Nous fimes le compte des plumes sur la queue de ce faucon. Il y en avait treize. L'émir ^lou'in ad-D!n (qu'AUàh l'ait en pitie!) demanda ce faucon au roi. Celui-ci le prit, ainsi qae la chienne, au Génois qui les possédait pour en faire présent à Mou'ìn ad-Dln. Ce faucon, sur le chemin, sautait sur les gazelles comme sur une pmie. Une fois arrivé à Damas, il n'y vécut pas longtemps, n'y prit point part aux chasses et y mourut bientòt n. Les spécialistes italiens encadreront sans doute cet extrait dans des témoignages locaux concordants.

«Cesi un contemporain que Maximin Deloche, mort le 12 février 1900, et le hasard des ólections, qui a fait de moi son successeur à l'Académie des inscrip- tions et belles-lettres, a fait de moi par le méme vote son biographe. J'ai été ainsi amene à écrire et à vous soumettre une Notire sur la vie et les travaux de ce savant, à la fois musicien, administratuur, historien, géograjìhe, numismate, glyptologue, sigillographe, épigraphiste. Il vous interesserà d'apprendre que, dès 1860, Deloche, dans son Principe des nationalités, 6'est déclaré un ap-'-tre enthousiaste de l'unite italienne, à l'epoque les idées de fédération prévalaient mfime chez nombre d' Italiens et des meillcurs. J'ai eu beaucoup de plaisir et de profit à m'échapper de mes recherches habituelles d'orientaliste pour examiuer et pour décrire cette figure originale d'autodidacte passionné pour la géographie du Li- mousin, pour l'ótude des monnaies et des anneaux tant earlovingiens que mérovin- giens. Sa vaste érudition acceptait sans défiance les débutants et les nouveautés et ne se montraitsccptique qu'à l'égard des orientalistes et de l'orientalisme. J'ai mis, dans ma Notice, une certaine cuquetterie à ne pas iiniter à rebours ce pré- jagé incurable n. (Grandi e calorosi applausi salutano la fine dell'eloquente di- acorso).

Il iMiESiDENTE. dopo ci<'), ringraziati tutti coloro che hanno eflicacemente partecipato o contribuito all'opera della Sezione, dichiara chiusi i lavori della Se-

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zione di Storia delle letterature del Congresso intemazionale di scienze storiche, e alle ore 11 toglie la seduta (■).

(1) Delle Relazioni e Comunicazioni contenute nel presente volume, col consenso della Presidenza del Congresso, furono editi : il n. I e relativa Appendice nella divista delle Bibliotoche e deoU Archivi, voi. XIV, anno XIV, n. 5; il n. X (tradotto) e XVIII nella Rivista d'Italia, fase, marzo-aprile 1903; il n. XI negli Atti dell'Accademia Pontaniana di Napoli, tomo XXXI II. Il testo qui pubblicato venne dai rispettivi Autori qua e lievemente ritoccato; e furono aggiunte alcune note.

Ha qualche attinenza coi lavori della -Sezione III la comunicazione che il prof. V. Waille (Algeri) lesse nella Sezione IV (Storia dell'arte) col titolo: Xote sur les Voyafjes de Rabelais à Rome, che sari inserita nel volume VII degli Atti del Conyresso.

PARTE SECONDA

TEMA DI DISCUSSIONE

COMUNICAZIONI

Seziono 111, ,sv ->-•.., .{^Hg Lfttei;itHrt.

T.

TEMA.

PROPOSTA DI UNA BIO-BIBLIOGRAFIA ITALIANA.

Jtelazione di Alessandro D'Ancona e Giuseppe Fumagalli.

Chiamati a riferire sul tema: Proposta di ima Bio-bibliografia degli scrittori italiani, vi sottoponiamo queste considerazioni. Che agli stu- diosi in generale di qualunque disciplina sia, sopra ogni altro, pre- zioso un repertorio, il quale dia sicure e sufficienti notizie biografiche e bibliografiche sugli autori che scrissero su qualunque argomento, è ovvio : come è ovvio che di froute alle enormi difficoltà di istituire dei repertorj universali, si sia sentita la convenienza che questi re- pertorj siano fatti con criterio nazionale, vale a dire che ogni nazione pensi a compilare i repertori della propria letteratura. Al bisogno di questi repertorj bio-bibliogratìci degli scrittori nazionali si è nei diversi paesi provveduto o tentato di provvedere con espedienti diversi.

Il tipo più antico e più semplice è quello di compilazioni prin- cipalmente biografiche, fatte in sussidio diretto della Storia letteraria e quindi con designazione speciale degli autori più noti. Abbiamo perciò le grandi storie letterarie del genere ^q\Y Histoire littéraire de la France ('), cominciata dai Benedettini della Congregazione di S. Mauro, continuata dall'Accademia parigina delle Iscrizioni e Belle Lettere, e di cui la pubblicazione non è ancora compiuta ; e citiamo soltanto questa, perchè, pure avendo un fine essenzialmente letterario, racchiude abbondanti e precisi ragguagli bibliografici, e perchè è ve- ramente opera nazionale; omettendo intenzionalmente di parlare delle innumerevoli storie letterarie di compilazione personale e privata. Ac- canto a queste grandi storie letterarie disposte in ordine sistematico.

(') Histoire littéraire de la France. l'aris. 17:vM808, voi. ;V2. In corso tìi pubblicazione.

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stanno i Dizionarj alfabetici generali degli scrittori, come il nostro Mazzuchelli ('), pur troppo appena iniziato e nondimeno così prezioso, il Qut'rard, che nello notissime opere La Fraace leltéraìre e La Lit- téralure francaiae contemporaine (quesf ultima solo cominciata da Ini, continuata e compiuta da altri) (-), registra con diligenza gran- dissima gli autori francesi dal 17<>o al 1849.

Vi sono poi le compilazioni prevalentemente o soltanto biblio- grafiche, il cui carattere sta non solo nella scarsità o mancanza asso- luta di informazioni bio;,'raficlie sugli autori citati, ma nell'accogliere tutte le informazioni bibliografiche venute a notizia del compilatore, senza cernita alcuna di importanza. Poiché uno dei criterj seguiti finora più generalmente in bibliografia (ne staremo qui a discutere se bene 0 male) era che il bibliografo dovesse raccogliere diligente notizia di tutti i libri, buoni o cattivi, che rientravano nel quadro dell'opera da lui vagheggiata, senza escluderne alcuno per misero che fosse. E un'altra differenza di non poco momento fra le opere dei due tipi, è questa: le prime sono composte in servizio specialmente della storia letteraria, e quindi s'indugiano con preferenza a parlare dei letterati: le seconde raccolgono indifferentemente tutti gli scrittori in qualunque ramo della coltura si siano esercitati. E di queste compilazioni biblii»- giafiche si hanno pure tipi diversi, ma due principalissimi, e in primo luogo i Repertorj bibliografici generali, di cui è splendido esempio la Bibliogra/ihie gcnórale des Paf/s-Bas (■^), pubblicata a Gand dal 188<> in avanti per iniziativa e sotto la direzione di Ferdinando Van der Haeghen. bibliotecario capo di quella bibliotheca universitaria, opera lodatissima e sulla quale dovremo tornare più avanti. Ma anche altre nazioni po>:sono vantare opere simili, per quanto inferiori per coraple-

(>) Mazzuchelli <>. U.. Gli scrittori d'Italia, rioP notizie storiche e cri- tiche intorno alle vite e agli scritti dei letterati italiani. Brescia, 175.3-1763. V'il. 2, in 6 parti.

(«) QiJERA.Ro .1. M., La France littéraire ou Dictionnaire bibliographique des savants, historxens et gens de lettres de la France, aitisi que des Uttérateur.', Hrangers qui ont écrit en Franca is, plus particuli^rement pendant les XVI li' et XIX' sifclrs. Paris, 1827-39, voi. 10 et 2 de suppl.-nient, 18.')4-64.

La Litti'ratitre Francaise contemporaine (1827-1819). Continuation de In France littéraire. Ouvrage achevé par Ch. Lfiuaiulre. V. Bour(|ueIot et A. Maurv l'uris, 1842-57, voi. 6.

(3) liibliotheca /{rigira. lìihliographie generale des Pays-Bas, publióo j'ar le bibliotlnicaire en olief et les conscrvatoiirs de la biblintlièquo de l'Universit- de «J.ind. K completa la jirima serie in 27 volumetti: tìaiid-La Haye, 1880-1890. In corHo di pubblicazione la seconda.

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tezza, per esattezza bibliografica e per novità di metodo, all'opera dei bibliotecarj di Grand; cosi il Belgio stesso lia la sua liibliographie nationale ('), che offre l'indice degli scrittori belgi dalla creazione del nuovo regno (1830) sino al 1880, e il catalogo delle loro pubblica- zioni ; la Danimarca ha la splendida Bibliolheca Daaica del Bruun (-), che prende le mosse dal 1482; l'Ungheria la bibliografia generale della letteratura ungherese, dal 1441 al 1876, raccolta da K. M. Kertbeny (3), e via discorrendo ('). Abbiamo in secondo luogo i Repertorj ad uso del

{}) Bibliographie Nationale. Dictionnaire des écrivains belgea et catalogne de leurs publications. Bruxelles, 1882-96. voi. 3.

(2) Bruun Ch. V., BibUotheca Daaica: systematisk Fortegnehe over den Danske Literatur fra 1482 til 1830. KjObenhavn, 1876-96, voi. 3.

(2) Kertbeny K. M., A Magyar nemzetì és nemzetkózi irodalom Konyveszete. Budapest, 1880. Il solo primo volume (1454-1600). È anche da consultarsi util- mente la bibliografìa dei libri pubblicati in Ungheria sino al 1711 di K. Szabó, Règi Mdgyar-Konyvtar. Budapest, 1884-85, voi. 2.

{'') Senza pretendere di dare in queste note una completa bibliografìa dei repertorj bio-bibliografici nazionali, nondimeno facciamo seguire qui appress<i una breve scelta dei più importanti e più utili, non ricordati in precedenza, compren- dendovene per comodità anche qualcuno di carattere puramente bibliografico:

Armenia: Zarpanalian R. P. C, Bibliografia Armena (1565-1883). Ve- nezia, 1883.

Boemia: Hanus I. J., Quellenkunde und Bibliographie der bòhmisch-slo- venischen Literaturgeschichte vom Jahre 1348-1868. Prag, 1868.

Chile: FiGUEROA P. P., Galeria de escritores chilenos. Santiago, 1885.

Croazia: Kuruljkvic Iv., Bibliografija Jugoslavenska. I. Bibliografija hrvatska. Zagreb, 1860-63, voi. 2.

Grecia: Sathas K. N., NeoeXkT]ytxij 4>i'/.o'/.oyia ; BtoyQaqiiKi riòy éy Toìg yQicfifÀuat ótaXautpciyrioy 'EXXrjyiay (1453-1821). Atene, 1868.

Norvegia: Halvorsen J. B., Xorsk Forfatter-Lexikon (1814-1880). Chri- stiania, 1886-96, voi. 4. Botten-Hansen P., La iVorvège littéraire : catalogue syslématique et rai&onné de tous les ouvrages de quelque valeur imprim>'s en Norvège ou composés par des auteurs noroégiens au A'/.V*" siede. Christiania, 1868.

Olanda: Abkonde (Van) J., Naamregister van de bekendste Nederduitsche boeken (1600-1761): nu overzien en tot het jaar 1787 vermeerderd door R. Ar- renberg. Rotterdam, 1788. Vi sono poi degli ottimi cataloghi bibliografici, compilati da J. de Jong, da C. L. Brinkman e poi da R. van der Meulen, che abbracciano la produzione libraria olandese senza interruzione dal 1790 ai giorni nostri.

Polonia: Jocher A., Obraz bibliograficzno-historycsny litcratury i nauk w PoUce. Wilno, 1840-1857, voi. 3.

Portogallo: Da Silva I. A., Diccionario bibliografico portuguez. Lisboa,

1852-65, voi. 7. Con supplemento, 1867-93, voi. 9.

Russia: SoiMKov \'., Opyt rossiiskoì bibliografii. Pietroburgo. 18l;i-lS21, voi. 5.

comraeicio librario, compilati {reueraliuento cou minori pretese, e da fonti iusiitìicienti. e che abbracciano assai spesso un periodo limitato di tempo. Non è ignoto che in questo campo la letteratura tedesca è largamente provveduta, e l'abbondanza, che a noi può parere eccessiva, ili simili slrumeiiti di lavoro, è perfettamente spiegata dall'antica meravigliosa organizzazione del commercio librario in Germania. I grandi cataloghi dell'Heinsius ('). che comprende tutta la produzione bibliografica tedesca dal 1700 ai giorni nostri, del Kayser (-), che muove dal 1750, dellHinridis (dal 1851 in avanti), sono invidiati a ragione da altre nazioni, assai meno fornite, come la Francia, la quale

Russia: Mejov V.. Sislematitcheskiì katalog russkikh knig ( 1825-1 8G9). Pie- tr"l»iiri:(i. 1869. C<iii supplementi annuali sino al 1878.

Serbia: Novakovic S.. Srpska bibUjoijrufìja, za noviju Knijzevnost (1741- 18»ì7). lUognidii, ISGO.

Spagna: ultre i catalofjhi puramente bibliografici del «ìallardo e dell'Hi- dalgo (citato più avanti), si consulteranno sempre utilmente, benché vecchie, le due opere seguenti: Antonio N., Bibliotheca Ilispana vetus sire Ilispani seri- ptores (juì od annum lòOO fìoruerunt. Matriti, 1788, voi. 2.

Jiiòìiothera Ilispana nova sive Ilispanorum scriptorum (/ui ab anno lòOO ad ir,H1 /loruen' notitia. Matriti, 1783 1788, voi. 2.

Svezia: Klemming <t.. Anderson A., Sveriges Bibliografi (1481-1600). Stockholm, 1889-1896. voi. 2..

LinnstrOm H., Svenskt Boklexicon {IS80-\SG5). Stockholm. 1867-1884, voi. 2. Continuato .dallo Svensk Bok-Katalog sino al 1885.

Non possiamo passare sotto silenzio due opere, simili di genere alla Ilistoire litlérairc de la France. meno note di essa perchè si riferiscono a letterature minori, ma fors'anche più preziose per la ricchezza e la sicurezza delle informa- zioni bibliogr.ifiche, e sono:

Sakarik C, Oeschichte der sùdslawischen Litteratur. Prag, 1865, voi. 3.

.liNr.MA.vN J., //istorie literatury ceské. Praze, 1840.

Invece tralasciamo di necessità la infinita i»roduzione delle bibliografie e storie letterarie di scrittori regionali, fra le quali vi sono opere veramente clas- siche e preziose come quelle (per non parlare che di esempj italiani) dell'Argelati per gli scrittori milanesi, del Ginanni per i ravennati, del liarotti pei ferraresi, del Tiraboschi e suoi continuatori per i modenesi, del Fantuzzi per i bolognesi. deliWff'i e l'ezzana per i parmigiani, del Vermiglioli per i perugini, del Minieri- l'iccio per i napoletani, del Narbone pei siciliani, ecc., ecc.

(') Heinsius W., Allgemeines Biicher-Lexikon oder ooUstàndiges alphabe- tisches Verscichniss der von 1700 bis su l'Jnde 1810 erschienùnen Bùcher... Leipzig, 1812-1813, voi. 4. Continuato sino ai giorni nostri in volumi quinquen- nali per cura della casa F. A. Brockliaus di Lipsia.

(*) Kaysek C. C, Index locuplctissimus librorum. Leipzig, 1833-1835, voi. !'. Abbraccia la letteratura tedesca dal 1750 al 1832: continuato sino ai giorni nostri fon supplriiicnti periodici.

non può vantare se non il catalogo del Lorenz, continuato dal Jordell ('), che in più serie alfabetiche registra la produzione libraria francese dal 1840 in poi; dall'Inghilterra, la cui letteratura è elencata dopo il 1835 nei volumi del Sampsoii Low (-); dairAmerica del Nord ('0, e da altre nazioni anche più povere in sussidj bibliografici ad uso del com- mercio librario, fra le quali va pur troppo compresa la nostra Italia, che soltanto in questi ultimi anni, per iniziativa della benemerita Asso- ciazione dei tipografi e dei librai italiani, ha potuto arricchirsi di un indice della produzione libraria della seconda metà del secolo, compi- lato con lodevole diligenza dal bibliotecario Pagliaini {*).

Non si citano che per memoria i cataloghi generali di libri scelti 0 rari, come l'Haym {■') e il Pontanini-Zeno {^') per la bibliografia ita- liana, il Lowndes (") per l'inglese, l'Hidalgo (8) per la spagnuola, ecc., i quali non possono che imperfettamente, e solo in determinati casi, tener luogo di un vero repertorio bibliografico nazionale. Invece me- ritano di essere rammentati i cataloghi di certe grandissime biblio- teche, le quali rappresentano, per così dire, il tesoro letterario di una nazione, e che però sostituiscono fino a un certo punto i grandi re- pertorj bibliografici nazionali. Il gigantesco catalogo degli stampati del Museo Britannico ("). di cui la stampa non è ancor compiuta, benché cominciata nel 1881, sarà senza dubbio il più ricco repertorio biblio-

{}) Lorenz Otto, Cataloffue general de In librairie franfaise pendant ans (1840-1865). Paris, 1867-1871, voi, 4. Continuato sino al 1885 in 4 voi. (oltre le tavole per materie); poi da D. Jordell in repertorj quinquennali o decennali.

(2) The Enqlish Catalogne of books, London, Sampson Low. Il volume che comprende la letteratura degli anni 1835-1863, comparve nel 1864: continua con volumi ordinariamente decennali.

(3) The American Catalogne, founded by F. Leypoldt, compiled under the editorial direction of R. R. Boirker, by A. L Appleton and others. New-York. 1880 e segg. Il primo volume contiene l'indice dei libri americani in commercio al luglio 1876: continua per supplementi quinquennali.

(■*) Pagi-iaini Attilio, Catalogo generale della libreria italiana dalVanno 1847 al tutto il 18'J9. ^Milano, 1891 e segg. In corso di stampa.

(s) Hay.\i N. F., Biblioteca italiana o sia notizia de' libri rari italiani. Milano, 1771-73, voi. 2. È la migliore edizione.

(*) FoNTANiNi G., Della eloquenza italiana libri tre, con le annotazioni di Apostolo Zeno, accresciuta di nuove aggiunte, l'arma, 1803-t. voi. 2.

C) Lowndes W. T., The lìibliographefs Manunl of Engltsh L Cerature. London, 1857-64.

(S) HiDALfio D.. Diccionario general de Bibliografia espatìola. Madrid. 1862-1881, voi. 7.

{^) General Catalogue of the Hntish Museum Library. LonJli>n, ISSI segsr.

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grafico del moDdo; e lo studioso che può consultarlo (pur troppo in Italia non ce n'è nemmeno un esemplare), sa di trovarvi non soltanto la maggior parte dei libri importanti pubblicati in tutti i paesi su qualunque soggetto, ma principalmente l'indice più vasto della lette- ratura inglese che sia mai stato fatto. Perciò con l'intendimento di giovare più direttamente agli studiosi della letteratura nazionale, l'am- ministrazione del Museo l^ritannico ha pubblicato separatamente il ca- talogo delle opere stampate nel Regno Unito lino al 1()40 (').

Ed ugualmente il miglior repertorio per la letteratura francese sarà il catalogo generale della Biblioteca Nazionale di Parigi, la più ricca biblioteca del mondo, di cui è appena cominciata la stampa, da anni preparata con amorosi studj(-): esso si comporrà di 80 volumi di S(M) pagine ciascuno (circa 82,000 notizie bibliogratiche per ogni volume); e il più vasto e pressoché completo indice della letteratura tedesca consisterà in quel catalogo collettivo delle biblioteche prus- siane, alla cui preparazione attendeva con diligentissima cura il valente bililiotecario Dziatzko, pur troppo rapito agli studj nel gennaio di quest'anno. Per queste considerazioni, anche in Italia si è più volte suggerito che alla compilazione di un repertorio bibliogratìco generale degli scrittori dovesse precedere la pubblicazione del catalogo generale delle biblioteche italiane. Lo proponeva tìn dal 1882 Enrico Narducci. dandone pure in luce un breve saggio, limitato alla sillaba AB('*): e anche ultimamente, nel primo cojivegno a Milano dei bibliograti e bibliotecari italiani, trattando della opportunità di dar mano a una grande bibliogratìa nazionale, nell'antica proposta del bibliotecario ro- mano insisteva Gennaro Buonanno ( '). Non staremo a discutere se ve- ramente sia necessario ed opportuno che all'opera di una bibliogratìa nazionale debba precedere, come preparazione ed inizio, un altro lavoro non meno ponderoso, la stampa del catalogo generale delle biblioteche italiane, poiché una sola considerazione atTatto pratica ci obbliga ;i

(') Catalogne of books in the British Muscum printcd in Entjland, Scotland and Ireland, and of books in Entjlish jn-inted abroad to the year Utili. London, 1884.

(») Catalogne general des tivres im//nm':s ,ie la liìblioth?qne Nationalc. Au- tcura. l"»" voi. Paris, 1897.

(3) Nardu<ci e., DeWuxu <: della utilità di un catalogo generale delle bi- blioteche d'Jtalta. Relazione e propost», aeguita dalla prima sillaba dello stesso catalogo. Roma, 1882.

{*) Atti della prima Riunione Bihliografira. Milano, 23-25 settembre 1897, ].. 77.

mettere senz'altro in disparte la proposta. Un lavoro simile non po- trebbe essere per evidenti ragioni che lavoro di Stato; e dall'erario italiano, per ora e pur troppo ancora per molti anni, temiamo che sia difficile di ottenere i milioni che occorrerebbero alla compilazione e alla stampa di questo nuovo catalogo.

Ma, occorre di ricordare che la letteratura italiana, che pure tante altre supera per ricchezza, è disgraziatamente una delle più scarse in sussidi bibliograftci ? Perciò forse più vivo ed urgente che altrove è per noi il bisogno di un grande repertorio nazionale; e se dovremo averlo fra gli ultimi, ci sarà di qualche conforto il pensare che potremo profittare dell'esperienza fatta presso le altre nazioni, e farlo, se e pos- sibile, meglio che le altre. Se c'è scusa possibile per chi arriva tardi, è di superare coloro che furono più solleciti. Quindi il grande reper- torio che vagheggiamo per il paese nostro, deve per completezza di notizie, per correttezza di metodo, e anche per la novità e praticità della materiale disposizione, raccogliere quanto di meglio si è fatto altrove ; e, per prima cosa, non può essere solamente biogratico solamente bibliografico, ma riunire con sobrio accordo i dati più importanti dell'una e dell'altra disciplina.

Nel Congresso storico tenuto a Genova nel 1892 fu fatta formale proposta che l'opera del Mazzuchelli, rimasta interrotta sul principio, fosse ripresa e condotta a termine per cura delle numerose Deputazioni di storia patria e Società storiche regionali italiane. La proposta fu approvata nonostante che presentasse il difetto grandissimo di togliere ogni unità, anche materiale, al lavoro qual'era suggerito ('); e fu con- venuto che tutte le Deputazioni e Società vi cooperassero ciascuna per la sua regione ; ma pur troppo non se ne vide per allora in pubblico nessun frutto. Nel settembre 1897, adunandosi in Milano per la prima volta i cultori italiani degli studj bibliografici sotto gli auspicj della Società Bibliografica Italiana, novellamente sorta, il prof. Angelo So- lerti, facendo sua la proposta, già pubblicamente esposta da uno di noi, il Fumagalli, nel 189(3, in un articolo della Rivista delle Biblio-

(') Atti del quinto Congresso storico italiano (Genova, xix-xxvii settembre MDCCCXCii). Genova. 1893. A p. 110, la relazione del sig. Giovanni Sforza (pro- ponente) sul tema III: u bell'utilità di dir mano a una biografia degli scrittori " italiani, compilata por regioni con uniformità di metodo, e da stamparsi in uno « stesso formato dalle singole Deputazioni e Società storiche, tenendo prosente « l'opera del Mazzuchelli con le modificazioni richieste dai progressi ilella critica "; a p. 130, la relazione del bar. Ant. Manno, che riferì sul teina a nome della Commissione incaricata di esaminarlo, e la discussione.

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teche e defili Archivi {^), presentava una relazione intorno a un Dizio- nario bio-bibliogratico degli scrittori d'Italia, dalle origini al 1900, che avrebbe dovuto pubblicarsi a cura della Societii stessa (-). Il Solerti, come già il Fumagalli, suggeriva che ad imitazione di quel che si era venuto tentando con felice successo dalla liihliographie des Pai/s-Bas, il Dizionario fosse stampato in schede o fogli separati, ciascuno dei quali contenesse una distinta notizia bibliografica: e questi fogli po- tessero poi essere da coloro che li acquistano, distribuiti alfabetica- mente 0 secondo altro ordine, o in buste o in cassettine o entro legature meccaniche. E così la compilazione e la stampa avrebbero potuto procedere sollecitamente, senza che la necessità di seguire un ordine alfabetico o cronologico o altro, portasse a ritardarne di pa- irecchi lustri la stampa, e quindi la lasciasse troppo a lungo in pericolo che gli eventi umani sviassero dall'intento o disanimassero i compila- tori. Cosi si escludeva pure la necessità di appendici; e si consentiva, quando un articolo non corrispondesse piìi alle cognizioni accresciute per successive scoperte, di poterlo facilmente rifare e ristampare senza turbare per nulla la compagine dellopera. Ogjii articolo doveva com- prendere una breve biogratìa, la bibliografia dei manoscritti e delle stampe, e la bibliografia della critica: doveva portare la data della pubblicazione e la firma dell'autore che ne assumeva la responsabilità. Obbligo nei collaboratori di attenersi a quelle norme, anche esteriori, che per uniformità delle diverse notizie la Società avrebbe dovuto fissare.

11 progetto del Solerti fu largamente discusso dai bibliofili con- venuti a Milano, i quali finirono col deliberare che la Società Biblio- grafica assumesse la direzione del proposto Dizionario ; stabilirono che esso dovesse abbracciare tutti gli scrittori italiani, cioè nati o vissuti entro i confini geografici d'Italia, dalla caduta dell'Impero romano sino alla metà del secolo XIX; che vi avessero a trovar luogo non soltanto i letterati, ma tutti coloro che in una materia o nell'altra abbiano lasciato opere degne di nota, i legisti cioè, i medici, gli ar- tisti, ecc.; che più che agli scrittori grandi, si avesse mente sin da

(•) FiiMAGAi.M <J., La Coiiferi'nza internazionale òiòliui/ni/K n iti Bruxelles e. il Repertorio IjiòUofìra/ico universale. Nella Rivista delle Biblioteche e degli Archivi, anno VI, 1800, nn. 9-10. .specialinontc a j)}). 131 e 1:^2.

(•) Atti della prima Riunione Bibliografica. Milano, 2'.V2h settembre 1897. Vedi a pp. 64-67 la discussione; e in fine, allegato II. la Relazione intorno a un Dizionario bio-bibliotjrnfico degli scrittori d'Italia dalle origini sino al l'.ìflO, di A. Solerti.

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principio a ricordare soprattutto i minori ed i minimi, per i quali è tanto pili difficile che per altri il rintracciare notizie; infine invita- vano il Consiglio direttivo a studiare o far studiare da apposita Com- missione le forme della pubblicazione stessa e a presentarne un saggio alla futura riunione della Società. E coloro che presiedevano allora alla « Bibliografica», fecero il loro meglio per eseguire il mandato, che l'assemblea di Milano affidava a loro. Aprirono la sottoscrizione. in testa alla quale si vide il nome dell'Augusta Regina Madre, pa- trona della Società; studiarono e pubblicarono delle norme molto precise, che regolavano la compilazione, la stampa, la vendita, fin la legatura dell'opera; e finalmente prepararono e presentarono alla riu- nione bibliografica di Torino un fascicolo di saggio ('). che conteneva 21 monografie di scrittori diversi per tempo, per patria, per genere di studj, compilate da 10 autori.

La riunione di Torino, avvenuta nel settembre 1898, esaminò quel saggio, lo approvò (^) e dette ancora alla Presidenza ampio mandato di fiducia per continuare la pubblicazione; e la Presidenza infatti fece quanto stava in lei nominando una Commissione di compilatori (D'An- cona presidente, Celoria, Novati, Vittorio Rossi e Scherillo), assicu- randole l'aiuto di un gran numero di consultori in ogni regione d'Italia, stringendo accordi con librai : ma, per diverse ragioni, che lungo sa- rebbe di specificare, l'impresa non potè aver seguito. Le difficoltà ap- parvero non tanto nell'opera in sé, quanto nel fatto che essa superava le forze di una privata associazione ; fra le altre considerazioni, non ultima questa, clie un lavoro simile richiedeva^ l'assistenza continua di una o più persone che a lei dessero tutti stessi, ma che d'altra parte facendo sacrificio di tutte le loro forze ad un solo lavoro, dove- vano avere serj affidamenti di un onesto emolumento, ben sicuro, che •soltanto un istituto pubblico poteva ofi'rire.

Per queste ed altre considerazioni ci parve unica soluzione di pro- porre che il Governo stesso assumesse quest'impresa, veramente nazio- nale, sia direttamente, sia, meglio, affidandola a qualche corpo ricono- sciuto, come l'Accademia dei Lincei (che già dal Ministero fu delegata alla compilazione del Catalogo internazionale scientifico per quella

(') Soru'M Bibliof/ra/ira Itul'uina. Dizionario bio-bibliO;fra/ico degli scrit- tori italiani. Serie I, fase. I (fiiscicolo di sajjpio). Miluin., presso la sede tlellii Società (Itibliuteca di Brera), settembre 1808. l'.erL'aino, Olliciii." diiri>titut Ita- liano di Arti liratìche. In 8°.

(*) Società Bibliotjra/ìca Italiana, 2" nuniuit, ■iciinULr ((««kì .m ,.,.„.j (8-12 settembre 1898), processi verbali e relasioni. Firenze. 18«JS, p. 5 e sesrj»-

parte ohe coucerue l'Italia), o l'Istituto storico italiano, come era nella prima proposta del Fumagalli. Ad uno di questi istituti il Mi- nistero dell'istruzione potrebbe destinare in temporanea, missione, con lieve agi,'ravio del bilancio, due o più valenti giovani, tolti dal per- sonale insegnante delle scuole secondarie o da quello delle pubbliche biblioteche, forse meglio uno dalle prime, l'altro dalle altre, i quali sotto la sorveglianza diretta dell'istituto prescelto o di un comitato eletto nel suo seno, avrebbero l'incarico della compilazione del Dizio- nario da continuarsi nelle forme già stabilite dalla Società Biblio- gratica, e che sembrano in generale buone ('). E anzitutto non si do- vrebbe trascurare di invocare la coopera/ione tanto delle Deputazioni e Società di storia patria, quanto delle altre minori società locali, le quali sollecitate dal Ministero (e il Ministero soltanto potrebbe farlo autorevolmente, non una privata società: altra grave ragione che ci indusse a proporre la soluzione presente) potrebbero, ciascuna per la parte che interessa la loro regione, fornire ricchissimo materiale. Ma l'opera collettiva di questi corpi andrebbe sostituita, ove mancasse, integrata dove fosse scarsa, da quella dei singoli studiosi, ai quali o volontariamente offertisi od opportunamente invitati dai compilatori, si affiderebbe la redazione delle singole notizie. Così il materiale per il Dizionario non mancherebbe mai, e ai compilatori resterebbe il compito, tutt'altro che facile, di coordinare tutte quelle notizie, e ragguagliarle alle norme stabilite precedentemente, sia nella forma letteraria, sia in quella materiale, e curarne infine la stampa.

Cosi soltanto noi crediamo che l'Italia potrà avere quell'inven- tario delle sue ricchezze e delle sue glorie letterarie, che gli studiosi invocano.

(') Il metodo tli stampa a inono^rafio staccate, proposto dalla Società Bi- bliopratìca, .suU'esempio della Bihliotheca Belgica, è sepuito all'estero in molle jrrandi ]itibblicazioiii biblioffrafìche. In Italia vi si è attenuto con buon resultato il 8Ìp. <ì. L. Passerini nella pubblicazione da lui diielfa. ma non ancora compiuta: Dantisti e danLo /ili dei secoli XVI II e XIX.

1 1> lo

APPENDICE

del prof. A. D'AiNcon a (i).

A questa relazione, che voglio pur dirlo per amor del vero concertata insieme tra il Fumagalli e me. fu stesa però da lui, e da me soltanto sottoscritfa. parmi opportuno aggiungere alcune notizie e considerazioni.

Essa venne letta nella III Sezione del Congresso Storico Internazionale di Roma, ai 4 dello scorso aprile; e dopo esser stata discussa, fu approvata col se- guente ordine del giorno, proposto dal prof. Guido Mazzoni :

« La Sezione III del Congresso Internazionale di Scienze Storiche in Koma, plaudendo alle proposte fatte dal prof. Alessandro D'Ancona e dal dott. Giuseppe Fumagalli, intorno a un Repertorio bio-bihliografico italiano, fa voti a S. E. il Ministro della istruzione pubblica perchè con ogni possibile aiuto procuri che l'opera sia attuata, secondo le norme della relazione letta dal prof. D'Ancona ".

E ora giova fare un po' di cronaca. La proposta non passò senza qualche contrasto. Pareva ad alcuni fra i presenti che con essa si intralciasse l'opera delle Deputazioni e delle Società di storia patria, e di quelle specialmente che già davano saggio di volere imprendere la propria bio-bibliografia regionale ; ad altri sembrava che si dovesse prescindere dall'aiuto governativo, affidando invece la parte del compilare ad una commissione, e quella del pubblicar l'opera ad un editore.

Il dubbio che si potesse colla nostra proposta, sopprimere, assorbendolo, il lavoro efficace delle singole Deputazioni o Società, è privo al tutto di fondamento. Notiamo, prima d'ogni altra cosa, che fra le tante Deputazioni e Società di storia patria del regno, una sola fino al di d'oggi si è prefisso di raccogliere una bin- bibliografia regionale. È dessa la R. Deputazione modenese: e il primo fascìcolo della « Continuazione « della Biblioteca, iniziata dal Tiraboschi e da altri segui- tata, mi stava davanti agli occhi quando leggevo la relazione, e la ricordai nel corso della discussione, cui la lettura diede luogo, rendendo all'opera e a chi la compila le meritate lodi. Ma se anche, con ottimo divisamento, altre Deputazioni o Società 0 Accademie locali si proponessero consimile lavoro, la nostra proposta di una generale bio-bibliografia italiana non sarebbe perciò meno opportuna; anzi, mentre dal lavoro altrui trarrebbe soiniiui vantaggio, punto non lo impedirebbe. Nel saggio offerto dalla R. Deputazione modenese, seguendo le norme del Tira- boschi e dei suoi continuatori, vien dato ampio svolgimento alle notizie biogra- fiche e bibliografiche; si discutono e si risolvono, quando è possibile, i punti oscuri della vita e deiroi)erosità di ciascuno scrittore, si ennmonino. e magari

(1) La presente Appendice, composta ilopo il Congresso, o pubtilicata, come fu avrertito, nella A*i- rùtii delle lìiblioteche t degli Archivi, voi. XIV, anno XIV. n. :>. servo >U commento alla discussione avvenuta nel Congresso. Abbiamo perciò creduto opportuno, col consenso della Dire/ione di delta .'.'cf.-' di inserirla in questi Atti.

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criticano, i friiidizj diversi i>r.iimnziati sul valere dell'uomo e deirantore: si offre insomma una bio-bibl io «grafia con ricchezza di particolari d'ojjni sorta. Che cosa invece, dovrebbe fare, secondo il veder nostro, chi compilasse la bio-bibliogratìa generale? Ricorrendo alle fonti, debitamente citate, trarrebbe, a cos'i dire, il succo dell'opera altrui, esponendo ciò che di ben certo resulta da quella, sia rispetto alla vita, sia rispetto apli scritti, rimandando a«l esse per ogni controversia di fatti e di giudizj chi avesse vaghezza o bisogno di maggiori ragguagli. Così all'opera prima rimarrebbe il pregio e l'utilità, non che la forma propria, che le spettano, e il nostro Repertorio risponderebbe intanto, e, nel più dei casi, sufficientemente, a un bisogno di conoscere date e dati, ben certi o sommamente probabili.

In una jiarola. e per bene intendersi, è certo che noi abbiamo quantità di libri bio-liibliografìci siìcciali; e basta dare un'occhiata al Catalogo della biblio- teca del dott. Diomede IJonamici, per conoscere quanta è la nostra ricchezza in simil geuere. Se non che pii» che vera ricchezza si direbbe ingombro; e ad ogni modo non è, e non può essere, in tutti gli scrigni. Diamo pegno che nessuna bi- blioteca pubblica possiede tutte le opere bio-bibliografìche raccolte nel corso di t.inti anni dal nostro amico, e da lui registrate in quel CataìocfO di oltre 200 pa- •rine. stampato nel 1803 e al quale egli potrebbe già far tante aggiunte. Goda l'egregio amico per molti anni ancora di quest'accumulato tesoro, del quale libe- ralmente concede l'uso agli studiosi, e voglia il cielo, e un po' il possessore stesso, che un giorno non vada disperso. ^la intanto, se ad alcuno che sta in Sicilia necessita aver notizie di uno scrittore nativo di Marostica, o ad un veneto di uno scrittore nativo di Sciacca, a nessuno dei due sarà facile trovar nelle biblioteche locali, e forse neppur sapere, che pei Marosticensi v'é un libro di Bartolommeo Franco, per gli Sciacchensi (dico bene ?) uno di Vincenzo Farina. E se poi altri volesse ragguagli di uno scrittore, del quale, com'è caso frequente, sapesse bensì il nome ma non la patria, dovrebbe andar consultando quantità di opere, che presso il dott. Bonamici formano una bella stanzata. e altrove sono disseminate in tutte le sale della biblioteca, perdendo così un tempo prezioso nella ricerca. Laddove, quando esistesse la nostra desiderata bio-bibliografia generale, a questa sola dovrebbe ricorrere e trovarci senza troppa fatica ciò che lo interessa.

A tante opere speciali, la proposta nostra vorrebbe dunque surrogare un'opera sola: in molti volumi, è certo, ma che condotta a termine, quando la sorte vo- lesse, e sempre continuata, registrerebbe lutti quanti gli scrittori italiani, dando di essi ragguagli bio-bibliografici. E quanto sarebbe agevolato il lavoro, se ap- punto ogni regione o provincia o municipio o ordine monastico o Accademia potesse, coll'opera sua speciale, somministrare materia abbondante e sicura al lavoro generale! Perciò se si venisse al momento, in che la cosa da noi propo.sta diventasse una istituzione creata e mantenuta dallo Stato, non si potrebbe se non desiderare che i varj sodalizi regionali avessero seguito il nobile esempio della Deputazione modenese.

Veniamo all'altra opposizione, della quale si fece intcrpetre specialmenl'' il prof. Gian, colla voce nella seduta del 4 aprile, colla penna nel Fanfulla della Dotìtt'nira del 12. Raccogliendo ciò che l'egregio amico disse e scrisse, ecco, se Ilo ben inteso, (jual è il suo concetto. Proporrebbe egli, che si costituisse una r'omniissione di studiosi, la quale si indirizzasse alle Deputazioni e Società ili .storia patria e ad altre consimili aggregazioni i»er formare comitati e sub-comitati: che mediante offerte di quegli enti e anche di private jiersnne si raccogliesse un

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fondo per le prime spese: che si compilasse da cotesti imclei di studiosi, entro un anno, un indice alfabetico degli scrittori, da mandarsi intanto al comitato cen- trale, che poi lo ritornerebbe ai comitati e sub-comitati locali, i quali entro tre 0 quattro anni dovrebbero presentare il lavoro fatto. Dopo di che si cerchereb- bero sottoscrittori per la pubblicazione dell'opera, rivolgendosi anche per sussidj al Ministero e alle Accademie ed Istituti storici, e si andrebbe in traccia di un editore.

Ma a questo disegno si può obbiettare: che il concorso dei corpi scien- tifici, Istituti, Accademie, ecc., sarebbe più sicuro, se procurato dall'autorità del Ministero, onde dipendono, anziché fatto per invito di una società privata; 2' che l'editore non sarebbe facile a trovarsi : e difatti due editori, fra i piìi cospicui, che erano presenti alla seduta l'Hoepli e il Barbèra fecero chiaramente intendere che non volevano saperne; dappoiché si tratterebbe di un impegno a lunga, anzi infinita scadenza con una società, che oggi può esserci e cessare do- mani ; 3" che è sfuggito al proponente come i mezzi ch'egli propone furono già sperimentati, e sperimentati invano, qualunque possa esserne la cagione. Si sa invero, e anche la nostra relazione lo rammenta, che vi fu un tempo in che la Società Bibliografica italiana pensò di assumersi la pubblicazione del Repertorio, e mandò attorno schede di sottoscrizione. Or bene? I soci della Bibliografica sou molti, e tutti brave e studiose persone; ma sa l'amico Gian quanti risposero alla chiamata? Non ricordo bene, ma furono verso la sessantina: cifra troppo esigua ad assicurare tanta impresa! Aggiungo ancora che fu dalla Società Bibliografica eletta una Commissione, ponendo me a capo. Si era nell'inverno : feci sapere che per le vacanze pasquali essendo allora professore universitario, non potevo disporre a volontà del mio tempo sarei andato a Milano, e credevo che facil- mente ci saremmo intesi su alcuni particolari, essendo in massima d'accordo su quanto più importava. Mi si risparmiò l'incomodo, perchè prima di Pasqua già tutti avevano rinunziato.

E si capisce. Si tratta di un lavoro lungo, faticoso, di grave responsabilità, e che perciò richiede forze giovani e libere. Quanti siamo in Italia, che atten- dendo agli studj, vedremmo volentieri attuato il concetto della Bio-bibliografia, siamo tutti in altro occupati. Qualunque di noi si assumesse l'impegno potrebbe far qualche cosa di suo e limosinare qua e qualche aiuto, anche compensato, come era nel disegno della Società Bibliografica; ma non potrebbe consacrarvisi tutto, e di lena; e cosi il lavoro procederebbe, di necessità, stentatamente; e dopo un po' si arrenerebbe. È pertanto inutile, e peggio che inutile, ripetere ciò che alla prova non è riuscito.

Ad una società privata è dunque da sostituire lo Stato. Io non sono di coloro, i quali vogliono che lo Stato faccia tutto, ma neanche di quelli che professano che lo Stato non abbia a far nulla, fuori della cerchia dell'amministrazione p'> litica; penso invece clie vi sono imprese d'interesse e d'utile generale, che spet- tano a lui, e a lui soltanto; e fra queste in materia di cultura e di aiuto agli studiosi, credo debba porsi il vagheggiato Repertorio. E infatti, non poche delle pubblicazioni consimili, che nella relazione si ricordano per ogni paese d'Europa. }ircvengono direttamente dallo Stato o da istituzioni ch'esso sovviene a tale scopo.

Che cosa adunque chiedereumu» al Ministero della pubblica istruzione? Chie- deremmo che creasse un uffizio per la compilazione della Bìo-biblioiìrafia, presso una primaria Accademia o presso un primario Istituto storico : che vi preponesse

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un Comitato di letterati e scienziati, i quali avessero attitudini e studj a ciò, e cui spettasse la resjiunsabilità dell'opera; che, infino, ele«rf;esse o comandasse al- cuni giovani capaci e jjagfliardi, i quali se ne occupassero esclusivamente, osser- vando le norme che la relazione accenna, e che potrebbero anche meglio specificarsi. Questi piovani due o quattro dovrebbero esser sicuri che l'uffizio loro fosse stabile, sicché se vorranno e sapranno fare il dover loro, saranno equiparati in tutto agli altri impiegati pubblici: cotesta sarà la loro carriera, non diversa da quante si aprono alla gioventù nell'insegnamento o nelle biblioteche. Il Ministero dovrebbe inoltre dar l'incarico ai varj corpi scientifici, che da lui dipendono, e che perciò non vi si potranno rifintare, di porgere soccorso al nuovo istituto in tutto ciò che occorresse, sia soniministrando nuova materia, sia rivedendo quella già nota per ridurla a maggior perfezione. Soltanto a spogliare e schedare quest'ultima suppellettile, sparsa in tante speciali jtubblicazioni, è facile calcolare che si richie- derebbe un lavoro assiduo di un paio d'anni, e più; ma tra materiale vecchio da rivedere e materiale nuovo, presto se ne avrebbe tal quantità, da potere in breve cominciare la stampa. La quale si ])otrebbe condurre innanzi, sia come aveva già fatto la Società Bibliografica, sull'esempio del Belgio, in schede voliinti, da rior- ilinar.si poi o per secoli o per paesi, sia per volumi, con o senza successione ]^er alfabeto: e in quest'ultimo caso specialmente, dopo un dieci o dodici anni si po- trebbe dare l'indice di tutti gli articoli bio-bibliografici fino al momento pubbli- cati, e rinnovarlo dopo altrettanto tempo.

Forse si dirà che ciò porterebbe una gran spesa; ma essa sarà minore di quello che appaia a prima vista. Le biblioteche, le accademie, gli studiosi privati, d'ogni disciplina, associandosi alla pubblicazione ne coprirebbero facilmente le spese, e allo stringer dei conti, forse lo Stato non ci rimetterebbe un soldo. Un illustre straniero ed insigne bibliofilo, l'amico prof. Emilio l'icot, che prese" parte alla discussione del di 4 aprile, ebbe a dirmi che se la cosa si effettuasse, egli cre- deva, ch<' ninna biblioteca di Francia vorrebbe far a meno del Hepertorio. e a ciò si sarebbe etìicacomente adojìerato. E così farebbero tutte le biblioteche del mondo civile, perchè l'iniziativa e la direzione dello Stato sarebbe sicura guarentigia ti.-lla serietà e della perennità dell'opera.

Dopo di che, si potrà soltanto obbiettare che questa nostra proposta, per la sua stessa ampiezza è un'utopia: e sia pure, ma sarà, come diceva il Manzoni a chi dubitava della ])ossibiIe attuazione dell'unità italiana, sarà un'utopia bella.

Del resto, non potrebbe asserirsi che mai potrebbe diventare realtà, quando abbiamo in contrario gli esempj di altri paesi, rammentati nella relazione. Anche quella del Mazzuchelli era un'utopia, e non poteva sperarsi arrivasse alla fine, perchè l'uomo le associazioni jirivate sono eterne. Ma un frutto lo diede, limitatamente al possibile; e lo darebbe rertamente. intero e copioso, un istituto fondato dal <ìoverno, e che perciò soj)ravviverebbe agli individui e al mutare degli eventi.

Voglio poi far noto come vi è stato un momento, nel ((uale il Ministero della pubblica istruzione vagheggiò quest'impresa. Narrerò un fatto che pochi sanno, ma che posso riferire perchè non è un segreto di Stato. Nel 188(5, quando Fi-rdinand" Martini era segretario generale del Ministero di ])ubblica istruzione. r<tt'> da Michele Oqipino, mi vidi un bel giorno arrivare un tlispaccio dell'amie" con preghiera <li andare a IJoma, perchè egli aveva bisogno di conferire meco, l'artii subito, ed egli mi disse che avrebbe voluto fondare qualche cosa di molto

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simile a quello che ora proponiamo, cioè un Repertorio bibliografico, e per ci?» dimandava il'parere mio e il concorso. Naturalmente, lui io ci nasconde- vamo le difficoltà dell'impresa, ma l'uno e l'altro riconoscevamo la utilità di una Bibliografia Generale Italiana: l'uno e l'altro eravamo persuasi che se la mossa non veniva dall'alto, dal Ministero cui è debito promuovere e compiere tutto ciò che ha carattere nazionale, l'Italia non avrebbe mai avuta per altro modo un'opera cosiffatta. Discussi pertanto i criteri fondamentali, si concluse che il Ministero eleggesse una Commissione per studiare la cosa, nella quale avrei avuto a col- leghi il dott. Bonamici e Salvatore Bongi. Ma ero quasi appena tornato a casa, quando il Martini dava le sue dimissioni; e di quel disegno non fu più parlato. Intanto il Martini governa l'Eritrea, il povero Bongi è morto, io sono invecchiato, e il Bonamici è piìi vecchio di me! Ma io sono incaponito nell'idea che la Bio- hihliografia possa e debba farsi, e mi è parso opportuno ricordare come a un ministro o semi-ministro italiano della pubblica istruzione, cadesse una volta in mente che l'esecuzione di questo nobile disegno non era fuori degli uffizj perti- nenti allo Stato, e che, sol che si volesse, si poteva attuare.

Ora, lo ripeto, sono in cogli anni, e con questi sono svanite molte illu- sioni; ma non mi stanco, r.è mi stancherò di combattere per una causa, che credo bella e giusta.

E la Società Bibliografica, nel prossimo biennale Congresso in Firenze, dovrebbe confermare la deliberazione votata dalla III Sezione del Congresso sto- rico internazionale, e ripresentarla al ministro, rendendosi per tal modo benemerita della cultura nazionale e dogli interessi degli studiosi ('). Ad ogni modo: pulsate, e, speriamolo, aperietur vobis.

(1) E questo realmente fu tatto: ina senza vederne, per adesso, alcun fratto.

Sezione 111. Storia delle Letteratnre.

IL

TEMA.

PER LA PROPOSTA DI UNA BIO-BIBLIOGRAFIA ITALIANA: INTORNO AL

'NUOVO SAGGIO DEL ('ATALOIIO RAGIONATO DELLE EDIZIONI DAKBÈKIANEM'

Discorso del comm. Piero Barbèra.

Quando la proposta di un Dizionario bio-bibliogratìco italiano fu due volte presentata nelle riunioni della Società bibliogratica italiana, a me parve utile e bella, e che dovesse sostenersi.

L'attuazione di essa è certo piena di difficoltà, trattandosi di raccogliere una infinità di notizie e di "dati che richiedono lunghe indagini e verifiche.

Pensai che il concorso degli editori sarebbe necessario per acqui- sire alla storia della letteratura, e quindi alla compilazione di reper- tori bibliografici, una quantità di dati e documenti che in altro modo resterebbero ignorati negli archivi delle Case editrici, almeno finché non passino per donazione od acquisto in archivi pubblici o biblio- teche, come è fortunatamente accaduto dei carteggi Vieusseux e Le Monnier.

Per parte mia mi accinsi a un lavoro sulla produzione della Casa editrice cui appartengo, che mi pare, se riuscirò a ben condurlo, debba dar lume ed esser di qualche aiuto alla storia della letteratura e alla compilazione di quel Dizionario bio-bibliografico che ha formato oggetto della relazione del prof. D'Ancona e del dott. Fumagalli.

Darò qui pertanto, poiché il Presidente m.' ne cortese assenso, breve notizia di quel lavoro, che non è forse assolutamente estraneo all'argomento che occupa la sezione in questo momento.

Si tratta di un Catalogo ragionato, per ordine cronologico, delle edizioni barbèriane, e il mio modo di ragionare questo Catalogo con- siste anche nel riferire ricordi personali, giacché, sebbene io limiti la

(1) Sopno l'I sviluppo iltM toma precedente (n. I).

_ 2(t

pubblicazioutì agli auni dal l8r>4 (fondazione della Casa sotto la ditta HarMèra. Bianchi e Comp.) tino al maizo 1880, in cui Gasparo Barbèra morì, fui così presto iniziato agli affari che i miei ricordi risalgono ai primi anni. Questi ricordi, del resto, sono confortati da documenti, da lettere degli autori e delTeditore, e larchivio della Casa è ap- l)arso così ricco dopo che fu riordinato, che io non ho in generale che l'imbarazzo della scelta.

Sicché, se la mia compilazione non avrà altra importanza, avrà almeno quella di contenere lettere inedite degli scrittori italiani più illustri del secolo XIX: Tommaseo. Gino Capponi, Massimo D'Azeglio, Vito Fornari. Bonghi, Padre Tosti. Augusto Conti, Cantù, D'Ancona, Mamiani, Aleardi, Carducci; di quest'ultimo specialmente, nel periodo dal 1858 al 1873.

Contido dunque che il libro darà un contributo non scarso, con le lettere inedite di molti letterati, alla storia della letteratura ita- liana nella seconda metà del secolo XIX, e allo studio del carattere (li molti letterati, che scrivendo al loro editore si mostrano, direi (juasi. in veste da camera, e taluni senza la posa con cui ad essi jiiacque di figurare in pubblico.

Ma specialmente si troveranno notizie biografiche intorno a let- terati che ebbero relazione con G aspero Barbèra, non già ai più il- lustri e noti, 'chè non vi è alcun bisogno e sarebbe come accendere un moccoletto dove splende il sole, ma intorno ai più modesti e dimenticati, di cui le storie della letteratura, i dizionari bio- grafici danno notizie; ma dovrà darle per riuscir veramente utile il disegnato Dizionario bibliografico, e lo potrà col sussidio di lavori come quello al quale attendo.

Oltre a quanto ho già detto, per ogni opera, aggiungo l'indica- zione veritiera di quante edizioni ne furono fatte, notando se furono juire e semplici ristampe, ovvero nuove edizioni rivedute e corrette, o rifacimenti. Indico altresì il numero di esemplari stampati, e quasi sempre i compensi pagati dall'editore all'autore; giacche mi è sem- brato che questi elementi possano servire alla storia della Libreria italiana, che indubbiamente si collega a quella della cultura nazionale.

Pubblicherò la prima parte del Catalogo ragionato il ottobre doll'aonu prossimo, quando la Casa compirà il 50" anniversario della sua fondazione. Questa prima parte comprenderà la prodazione edito- riale dal 1854 al 1880. Altri continuerà l'opera oltre quest'anno, in cui io assunsi la direzione della Casa, ed io stesso ne ho preparati e ordinati tutti i materiali ; ma avendo cominciato ad adoperarli, me ne

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distolsi presto, giacché se tal lavoro mi era riuscito grato nel periodo precedente, mi riusciva assai spiacevole pel periodo successivo, e se ne comprende il motivo. La maggior parte delle imprese editoriali non sono proficue, ed è doloroso a chi vebbe parte, e forse colpa, il riandare la serie di tante disfatte di fronte ad assai meno numerose vittorie, seb- bene l'esperienza professionale insegni che è legge naturale nell'industria libraria che su dieci pubblicazioni, forse cinque facciano ciò che noi italiani chiamiamo un fiasco, tre abbiano un esito mediocre, e solo di due possa l'editore compiacersi.

A Gaspero Barbèra, che si allarmava di una tale proporzione, il vecchio Enrico Brockhaus, padre degli attuali direttori della illustre Casa di Lipsia, disse che bisognava contentarsi quando la proporzione era quella che vi ho detta, che se fosse stata migliore, troppo buona professione sarebbe quella dell'editore e tutti vorrebbero esercitarla.

Ringraziando dell' attenzione che mi è stata concessa, prego la Sezione di accettare l'omaggio di un saggio del Catalogo ragionalo delle Edizioni Barbèriane.

Sono i primi due fogli stampati; e, riferendosi essi ai primi mesi di esistenza di Barbèra, Bianchi e Comp., che cominciarono con mezzi assai modesti, è naturale che siano i meno interessanti (').

Confido che il seguito lo sarà di più.

(') Il comm. Barbèra presentò, infatti, nella II seduta della Sezione alcuni esemplari dei due primi fogli di stampa del Catalogo.

III.

COMMEMORAZIONE DI GASTON PARIS.

Discorso pronunziato da I'all Meyer nella I seduta (3 aprile 190.SJ.

Mon premier devoir, en ouvrant cette première séance de la section consacrée à l'histoiie des littératures, est d'adresser mes remerciments à l'illustre Président de ce Congrès et ani Membres du Comité de di- rection pour riionneur qui m'est fait. Mais, en méme temps, il m'est difficile de ne pas éprouver un sentiment de mélancolie en songeant que l'an dernier, à pareille epoque, je me trouvais à Rome avec un des hommes qui ont le plus contribué, depuis quaranta ans, au pro- grès de l'histoire littéraire du moyen-àge, avec mon arai Gaston Paris, qne la mort nous a récemraent enlevé, en pleine activité d'esprit, alors qu'il était bien loin d'avoir épuisé le trésor de connaissances et d'idées qu'il avait commencé d'amasser dès sa prime jeunesse. C'est à lui que revenait de droit la place que j'occupe, et, toujours prét à répondre favorablement aux sollicitations qui lui étaient adressées par ses com- pagnons d'étude, nul doute qu'il eiìt enrichi le recueil sera résumée l'oeuvre de ce Congrès de quelque précieuse communication. Permettez- moi du moins, pour qu'il ne reste pas tout à fait etranger à cette réunion, d'indiquer sommairement, après bien d'autres qui, en Italie ou ailleurs, ont rendu un juste liommage ìi sa mémoire, quelques-uns des titres par lesquels il a mérité sa glorieuse renommée.

Jusqu'en ces derniers temps, à un àge les savants, pressés d'achever les travaux commencés, restreignent leur champ d'études, limitent de plus en plus leurs recherclies, et, devenus peu soucieux des oeuvres d'autrui, lisent ìi peiue ce qui ne leur est pas d'une utilite immediate, G. Paris, conservait pour tout l'ensemble de la philologie du moyen-àge l'enthousiasme de sa jeunesse. A l'epoque déjil loiutaiue il avait pris raug dans la scieuce, de nombroux champs d'elude étaient encore pour ainsi dire eii friclie. et on n'avait pas besoin, pour faire des découvertes, de se cantouner daiis un domaine étroit. Mais

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le inonitMit arriva oìi seni un liumiiie esoeptioiinellemeut doué pouvait dominer un territoire dont l'horizou s'étendait de plus eii plus. 6. Paris avait vu peu à peu s'élever autour de lui de jeunes gónérations d'éru- dìu, dont beaucoup étaicnt directement ou indirectement ses élèves, qui s'eufonyaieut ù l'envi dans U's régions il avait trace les pre- mières voies. Lui copeudant suivait leurs travaux, les encourageait, les critiquait au besoin, laisant i)n'uve en des sujets iiiHiiiment variés d'une ineontc'stablt' couipétence. Il s'iutéressait aux reclierches d'autrui tout autant qu'aux siennes propres. Il tiouvait juste qu'une partie uotable de sa vie fùt consacrée ìi taire counaìtre et il discuter les écrits de ses <^lèves ou de ses émules, C'est bien souveut dans un sinipl- compte- reudu qu'il faut chercher la trace d'études personnelles qui eussent sans doute abouti à quelque lumineuse dissertation, si une plus lougue vie lui avait été accordée.

Dans riiistoiro des littératures les intluences réciproques sont si t'ré- quentes et si variées qu'il est bien souvent impossible d'étudier un sujet sans se voir obligé de poursuivre la recberche sur des domaines voisins. Ce n'était point un obstacle pour G. Paris. Lorsqu'il entreprit ses pre- miers travaux sur la littérature du moyen-àge, il possédait une prépara- tion véritablement exceptionnelle. Au collège il avait appris assez bien l'anglais. En Alleniagne. son pére, Paulin Paris, l'avait envoyé vers sa dix-huitième anui'e. il s'était tamiliarisé avec l'allemand. A l'universiU' de Gottingue il avait poussé assez loin l'étude de la pliilologie ger- luanique. Il lisait le hollandais et les langues scandinaves. Il avait une teinture du russe, ayant passe quelques mois à Moscou. Quaiit aux langues néo-latines, elles étaient en quelque sorte la matière méme de ses études. Cette variété de connaissances linguistiques était eitré- mement rare en France vers 1860. Et de plus il possédait ces dons d<' nature que l'étude peut perfectionner, mais qu'elle ne donne pas : une intelligence très vive, un esprit clair, également apte à saisir les rapports et à constater les différences, une méinoire très tenace. Lors- que parut son Jlistoire jìoétique de Charlemagne, qui est une explo- ration generale des littératures du moyen-àge ìi un point de vue par- ticulier, on admira avec quelle aisance il suivait la legende carolingienne, non seuleraent en France. mais en Allemagne, en Angleterre, en Es- pagne, eii Italie. Pour l'Italie surtout. la matière était encore très neuve, ses recherches fureiit jiarticulièrement fécondes. Non que tontes les idées qu'il a émises sur la formatioii de la littérature épique ou romanesque en Lombardie, en Yénétie, en Toscane soient encore ac- ceptées : les travaux de plusieurs savants italiens, entre lesquels il suf-

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fira de nommer M. Rajna, ont conduit, sur certains points, à des cod- ceptions assez différentes des siennes. mais il n'est pas conteste qua les vues de G. Paris sur les poèmes franco-italiens, sur les romans toscans, en prose et en vers, ont été le point de départ des investigations qui ont amene la science à son état actuel, et que la solution détìnitive de questiona singulièrement complexes a été grandement facilitée par la netteté avec laquelle elles furent posées par G. Paris.

Lui-méme se rendait compte des moditications profondes qu'eùt exigées une seconde édition. Dans sa pensée l'ouvrage devait subir une complète refonte et aurait forme deux volumes. Il lui aurait fallu deux années pour refaire un ouvrage qu'il n'avait guère mis qu'un an à com- poser. Ces deux aniiées il ne les trouva pas, sans cesse préoccupé de recherches nouvelles, et de plus en plus absorbé par la préparation de ses cours, et par le souci de se tenir au courant de tout ce qui pa- raissait dans le domaine toujours giandissant de la philologie du moyen-àge.

Pour moi j'ai toujours regardé V Hisloire iwétique de Charlemagae comme le chef-d'oeuvre de G. Paris, peut-étre parce que je l'ai vue se faire, ou aussi parce que, occupé en ce temps d'études particulières sur quelques points du méme siijet j'avais pu apprécier la diffìculté des recherches qu'il avait entreprises. Plus que personne j'ai regretté que cette seconde édition, qui eùt été un livre nouveau, ne nous ait pas été donnée. Mais nous avons eu des compensations.

Je laisse de coté les éditions nombreuses d'ceuvres franyaises du moyen-àge que nous lui devons, celle de la vie de Saint Alexis. no- tamment, qui a fait epoque, et tant d'autres qui sont l'honneur de la Société des anciens textes fran^ais fondée en 1875, en grande partie par ses efforts. Je passe sous silence, parce qu'il s'agit de matières étrangères à l'objet de ce Congrès, ses travaux de linguistique franyaise, épars dans les mémoires de la Société de linguistique de Paris, dans la Revue critique, dans la lìomania, mais je veux au moius rappeler ses importants travaux sur les romans de la Table ronde, publiés en partie dans la Romania, en partie dans Y Hisloire littéraire de la France, dont il fut, pendant 25 ans, le collaborateur assida ; sa petite histoire de la littérature fran(,aise du moyen-àge, si nourrie de faits, si riche en idées et si parfaitement proportionnée ; entìn ses articles de la Revue de Paris et de la Reuiie des Deux Mondes, par lesquels son nom a franchi les limites uecessairement étroites du cercle des érudits.

Je veux aussi, en termiuaul cette brève allocution, insister sur le sentiment de particulière attection que G. Paris éprouvait pour l'Italie.

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Il l'aimait pour ;iou passe; il y ótait attirò par des amities préseutes. Il lui ilu uoiiihre de ceni qui sureut les preiniers reconuaitre et ap- précier le grand mouvement de renaissance critique qui s'est produit en Italie dans les sciences liistoriques par les efforts d'hoimues émi- nents dout qiielques-iins viveut encore et sont panni les organisateurs de ce Congrès. Il entretenait des rapports cordiaux avec toiis ceui qui en ce pays poursuivaient des études analogues aux siennes. Il tenait à honneur de présenter leurs travaux au public franyais dans nos revues savantes. Qnelques-uns de ses articles les plus approfotidis du Journal dea Sarants sont des comptes-rendus df travaux du cointe Nigra. de M. A. d'Ancona, de M. Toldo, de M. Rajna. Il avait visite l'Italie, jeune homme. avec un ami, il y a plus de quarante ans et en avait rapporté de durables iiupressions. 11 y était retourné plusieurs fois, uotamment ;\ l'occasion de congrès, à Palerme en 1875, à Bologne en 1888. L'au dernier, coniine je le disais en comnienyant, j'ótais avec lui à Rome. Ce fut son dernier voyage, et il en avait déjà le pres- sentiment. Peu après son retour, sa sauté subit des atteintes réitérées, et cet liiver, alors qu'ou s'efforyait de lui dissimuler la gravite de son état. tout en l'engageant à preudre du repos, il m'avait dit, avec un sentiment de regret, quii n'assisterait pas h ce Congrès. Il se survivra par ses oeuvres. Longtemps après que ceux qui l'ont connu, qui ont été ses arais ou ses élèves, auront quitte cette vie, on citerà et on discu- terà ses opinions partout oìi les études romanes seront en honneur.

IV.

GOETHE UNI) DIE RENAISSANCE. Comunicazione del dott. Otto Harnack (Darmstadt).

Die Stellung Goethes inmitten der litterarischen und geistigen Be- weguDg der Neiizeit ist eine so bedeutungsvolle. dass sein Verhalten zu den einzelnen grossen geistigen Machten zur Geschichte dieser Màchte selber <jehòrt. Wenn icli nini sein Verliàltniss zur Renaissance unter- suchen will, so habe icli hieljei niclit nur die grosse Ciilturbewegung im Auge, die im 15. und im Anfang des 16. Jahihunderts sich vollzog. sondern auch die aus dieser Bewegung hervorgegangenen geistigen und kiinstlerischen Anschauungsweisen, welche in den einzelnen Làndern zwar verschieden ausgebildet, im Ganzen aber doch einheitlich die Lit- teratur und Kunst Europa's bis in's 18. Jahrhundert beherscht haben, worauf sie dami durch die eigenartigen nationalen und spàter roman- tischen Stròmungen verdriingt wurden. Das Geraeinsame dieser Renais- sancelitteratur und- Kunst ist bekanntlich die Zuriickfiìhrung aller geistigen und kiinstlerischen AVerte auf die Antike, der Glaube, selbst von der Antike bestandig noch zu leben und in ihreni Sinn weiter zu schatten, vvobei natiirlich der wirkliche Eintluss das klassischen Alter- tums von sehr wechselnder Starke war, bisweilen ein lebendiger und machtvoUor, bisweilen ein schwiichlicber und conventioneller, bisweilen auch nur ein eiugebildeter. '

Die Universalitiit Goetlieschen Geistes liat ihn iiiit den verschie- densten Zweigen dieser Renaissancolitteratur und Kunst in niihere oder fernere Beriihrung treten las^eii, und eine Reilie seiner eigeneu Werke kann in diesem Sinn selbst nodi dor Reiiaissanoclittoratur zugerechnet werden. Aber seine innere Stellung, die weseutliche Verwaudtschaft zwischen ihm und jener gewaltigen Stromiing ist trotzdem oft verkanut worden. Gerade in neuester Zeit, wo liberali das Interesse tur volks- tiimliclie, tur national und lokalget'iirbte Kunst lebendig geworden ist. hat man oft den Dichter des Gotz von lierlichinuen in einseitiger

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Weise als einen Vorkampfer dieser Kmist hinstellen woUen. und hat ilin. wo er sicli ini Sinne der iiberlieteitou Keuaissancekunst aussprach uud wo er in ihr vtMwandter Art schuf, eines Abfalls von sich selbst, eines Riìckschritts beschuldigon wollen. Abor fiir eine objektive Be- tiaclitnni? eri,Mbt sich ini Gegenteil, dass Goethe diirch Anlage und duioh die Hilduiigseintiiisse seiner Jugend dazu getVihrt wurde, sich bewusst iind unbewusst auf die Seite der Renaissanceiiberlieferung zu stellen, dass es nur eine knrze Kpisode von f'iinf Jaliren ist. in denen er sich ihr gegemiber revolutiouiir verhiilt. Es sind bekanntlich die in Strassburg nnd Frankfurt /ugebrachten Jahre von 1770-1775, da er sich fiir Hans Sachs und Erwin von Steinbach begeistert, da er Got/ uud Werther dichtet und den Faust concipirt. Er wird hier teils durch die Kousseausche Euiptindungsweise der Zeit teils durch Herder's Ein- tiuss bestimmt, zugleicli aber getriebeu durcii don Drang der revolu- tiouiir gestimmten eigenen Seele, die sicli in oinera entscheidenden Entwichlungsstadium iiber alle ererbten uud iiberlieterteu Schrauken hinwegsetzen will. Aber auch wahrend dieser Sturni- und Drangperiode bleibt die unbedingte Verehrung des Griechentums unangetastet, und noeh in den siebziger Jahren des Jahrhunderts wird auch Gefiihl der Verwantschaft luit der Kenaissancekultur wieder lebendig, um danu in der italienisclien Reise sich luit alles besiegender Kraft durchzu- setzen.

Da Goethe die Renaissance durchaus als Erneueruug des klassi- scheu Altertums auffasste, so ist es unumganglich, Ihnen, wenn auch nur durch ein schnell geworfenes Streitiicht, zu zeigen, welch hohe Stellung in seiner Betrachtung vor Alleni das griechische Altertum einnahm. Er fand in ihni die Bewahrung gesunder nienschlicher Le- benskraft und Lebensentfaltuug; in den Aeusseruugen des griechischen (ieistes bewunderte er die « Gesundlieit des Moments " , und so koniite er sich zu dem Wort versteigen : « Wenn wir uns dem Altertum gegen- iiberstellen und es erostlich in der Absicht anschauen uns daran zu bilden, so gewinnen wir die EuipHndung als ob wir erst eigentlich zu Menschen wiirden. Die Klarlieit der Ansicht. die Heiterkeit der Auf- nahine, die Leichtigkeit der Mitteilung, das ist was uns entziickt; und wenn wir nun behaupteu, dieses Alles tinden wir in den ilchten grie- chischen Werken, und zwar geleisiet ain edelsten StolT, ani wiirdigsten (jehalt, init sicherer und voUendcter Ausfiilnung, so wird man uns ver- stehen, wenn wir imiuLT von dori ausgelicii und immer dort binweisen. .K*<ler sei auf scine Art ein G rioche, aber er sei's -. Und die kanonische Stellung, die er dem Griechentuni zuweist, spricht sich aufs klarste in

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den Worten aus: " Im Bedurfniss von etwas Musterhaftem mussen wir immer zu dea alten Griechen zuriickkehren, in deren Werken stets der schòne Mensch dargestellt ist. Alles iibrige mussen wir nur liistorisch betrachten und das Gute, soweit es gehen will, uns daraus aneignen » . Wir wissen, der weite und freie Geist Goethes nahm die veischieden- sten geistigen Schòpfungen mit voUstem Interesse aiif; aber sie alle mussten zusehen, wie sie sicli rechtfertigten ; das Griechische allein brauchte sicli uicht zu rechtfertigen ; es war ein fiir allemal legitimirt. Die Bewunderung fiir das Griechentum iibertriig Goethe nun zum Teil auch auf das Romertum, liier weuiger durch objektive Erwàgung als durch persònliche Sj'nipathie bestimmt. Alles liòmische, aeussert er mit halb ernster, halb scherzliafter Beziehung auf die Lehre von der Seeleuwanderung, ziehe ihn so sehr an, dass er glaube, er habe schon eiiimal als Romer, etwa unter Kaiser Hadrian, gelebt.

Bei soldi; r Aulfassuiig und Empfinduug ist es iiaturgemiiss, dass ihm das Mittelalter nur als Zeitalter des geistigen Verfalls erscheinen konnte, da « alle wahre reine Bildung in ihrem Fortscliroiteii fiir lange Zeit gehemmt worden »> . In der Geschichte der Farbenlehre, « die sich ihm zu einer Geschichte der menschlichen Geistesarbeit iiberhaupt er- weitert hat, erscheint das Mittelalter schlechtweg als die grosse Liicke -. Es ist hier nicht der Ort festzustellen, inwieweit dieses Urteil ein un- gerechtes ist; es handelt sicli hier nur um die Tatsache des Goe- the'schen Urteils.

Wie musste ihn nun jeiie Epoche fesseln und erheben, in der durch die Wiedererweckung des Altertums sich der neue Kulturgang der Menschheit entfaltete! Dodi gab es zu seiner Zeit nodi nicht eine ein- lieitliche Erkenntniss der eigentiimliclien Bedingungen uml Charakter- ziige der lienaissance ! Es ist dcslialb auch nicht eine auf bestiinuitr feste Punkte gerichtete Bewunderung, die Goethe dem Zeitalter des Humanismus und der Renaissance entgegenbringt ! Und wenn wir ihn in eiiiem kriiftigen Verse zuci Korypliiion des Humanismus bollaglieli

riihmen Inlren :

" Selbst Erasmus gieng den Sjuiien Deu Moria scherzend iiach Ulrich Hutten mit Obskiireii I)erbe Lanzeiikit'lo bradi n,

so liisst auch dies doch nodi nicht auf eingehende Boschiiftigung luit ihren Werken schliossen. Am wenigsten konnto natiirlich ihn jeue Lit- teratur anzidirn, die sidi rcin nadiahiiiond gegeniiber dem Altertuni verhielt, wie es die neulatoinische Poesie tat. Nur das seliistàndig Gè-

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woideiie. das das klassisclie Erbe nach i'i>j:uer Eiiisicht und eigner Aula^'e verarlteitete, kounte si'ine Scluitzun«r gewinuen. Uiid so sind es beson- ders dio uationaleu LitttMatiireu gowesen, dio auf deui Grunde der Re- naissaiH'i' sioh eiitwickelten, welche ihm als wertvolle Bestandteile der iieuereu Kultur ini h«>chsten Sinu eischieneii.

Vor Alleni gilt dies von der franzòsiscben Litteratur, deren eut- scheidi'iidcr niass<_febonder EiiiHuss so lange Zeit als nnwidorsprecblich galt, daiiQ endlicb als unertriiglicber Druck enipluiiden uud bekiiiupit wurde. Goethe, iu franzosischér, litterariscbei- Sphiii-e aufgewaclisen, hat abgesehn von jenen kurzeii Stuini- nnd Drangjahren, diese leidenschaft- liclie Antipatbio nio geteilt. Von Lessiiigs Kampfesstimniiing gegeii- iiber dein frauznsiscbi'U Tbrator ist er weit ciitfernt; cs eisclieiiit ihm in seinen Hauptvertretern wie in seiner feststehcnden Art verehrungs- wiudig. Ich will iiicht daraiif grosses Gewicht legeii, dass er Molière ira hucbsten Sinn bewuuderte; deiin diese Bewunderung gilt vor Alleni «ler Person, dem grossen Kenner nnd Darsteller der Welt nnd der Menschen. Aber anf eiiieni ganz anderen Blatt steht es, wenn er anch liacine hoch veiehrt nnd wenn er dies nicht personlich, sondern priii- zipiell begnindet. •• Glanben sie niir ^ aeiissert er ini Alter gegen eiiieii Bewunderer der franzosischen Roinantik, «^ wiinschen wir nns einen neuen liacine. aneli mit deii Fehlerii des alteii I Die Meisterwerke der fraii- zosisclien Bufane bleiben Meisterwerke fiir inimer. Ihre Darstellnng hat mich selbst in jungen Jahren noch in Frankfnrt hdchst interessirt, da- mals fasste ich znerst den Gedanken, Dramen zn schreiben. Die hentige Schnle (die sicli an Victor Hugo anschloas) kann fiir die Litteratur viel tnn. allein nienials soviel als die friihero getan hat-. Die be- geisterte Verehrung Shakespeare's hinderte ihn nicht an diesem Ur- teil. Sliak<'speare schiitzte er als Iiidividunm, die franzOsischen Dra- luatikcr aber wegen der allgemeiiigiltigen Form, der Tradition, der Schnle. So hat er ja anch trotz Schiller's Bedenkeii Voltaire"s Maho- nief und Taiicred mit der bewussten Absicht, daniit fiir die dentsche Bufane Nutzen zu stiften, iil>ersetzt; er liess den Mabomet" in Weimar selbst aulftiliren, nm dadurch die Scfaauspieler " zu eineni gemesseiieii Vortrag, zn einer gelialtent-n Aktion - zu veranlassen. Qud so betracli- tt'tc er aucfa die franzusisclie Bufane seiner Zeit ini Ganzeii mit aiiiM- kenncndem, in gewissein Sinn mit benei<leiidem Blick. Als Willudm von Humboldt mit seiner gewohnten Objektivitiit ihm aus Paris cine Schilderung des dortigen Tlieatcìlebens iibersandte, nafam er sie in seiue «• Projtylaen - auf, gab ifar aber /.ugb'icfa den cutscfaiedcn ancrkennenden Charaktcr durcfa den eiuleitenden Satz, jeder Freiind des doutscfaen

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Tlieaters werde wohl wimschen, « dass uiibeschadet des OriginalgaDges, den wir eingeschlageu haben, die Vorzuge des franzosischen Theaters auch auf das unserige herùbergeleitet werden mochten » .

Neben der franzosischen Litteratur war es vorzuglich die italie- nische, die fur Goethe hohe Bedeutuug gewann. Ausser der Zeit der ita- lienischen Reise ist es besonders das erste Jahrzehnt des neunzehnten Jahrhunderts gewesen, in welchem er der italienischen Litteratur ein eingehendes Studium zuwandte. Er beschàftigte sich mit dem Leben Pietro Aretino's, dem Leo's X, und um sich ganz mit den Lebensfor- men der italienischen Renaissance bekannt zìi machen, liest er den Cortigiano des Castiglione. AVahrhaft vertraut war er mit Ariost und mit Tasso, « dereii jeder uns nach Zeit und Umstànden, nach Lage und Empfindimg die herrlichsten Augenblicke verlieheu, uns benihigt und entziickt haben " . Sein eigenes Tassodrama, das zwar nicht die ^igent- liche Zeitstimmung widergibt, lasst doch genugsam erkt'nnen. svie das « Befreite Jerusaleni « dem Deutschen Dichter lebendig wai-, und gibt zugleich durch den Mund Antonio's eine iinùbertrettiiche Charakteristik des Saengers des « Rasenden Roland » . In jener spiiteren Zeit aber begniigt er sich nicht mit diesen weltbekannten Werken jener Dichter; er liest den « Aminta « des Tasso, eine Dichtung, die nur aiis dem \ Geschmack und dem Empfinden der Renaissancezeit heraus begreiflich ist; er beschiiftigt sich mit Ariost's Satiren und Sonetten. Die italie- nische Sonettendichtung interessirte ihn damals besonders, weil ilas Sonett durch die Bemiihungen der Romantiker zu jener Zeit heimisch gemacht wurde, und er sell)st sich, weiin auch nicht allzu eifrig, in seiner Dichtung dieser Form zuwandte. Auch die Gedichte des grossen Buonarotti hat er gekannt, und ich glaube eine unmittelbare Einwir- kung eines derselbeu in dem wun<lerbaren Preisliede. das Epimetheus in der Pandora' der Schonheit widmet, nachweisen zu kOnneii. Es handelt sich in Beiden um die Verehrung des abstrakten, platonisch aufge- fassten Schòiiheitsideals. Michelangelo dichtet (Madrigal VII):

Per fido esemplo alla mia vocazione Nel parto mi fu data la bellezza, Che d'ambo arti m'è lucerna e specchio. S'altro si pensa, è falsa l'opinione. Questo sol l'occhio jtorta a quell'altezza, Ch'a spinger e scolpir qui m'apparecchio. &'e giudizii temerari e sciocchi A\ senso tiran la beltà, che muove E porta al cielo ogni intelletto sano,

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Dal iriortale al diviii non vanno jjli occhi Infermi, e fermi sempre pur dove Ascender senza i^raz.ia è pcnsier vaim.

Und iJen Epimethens lassi Goethe ausrufen :

Der Seliijkeit Filile, die luib' ich nnipfunden,

Die ScliOnheit besass ich, eie hat mich gebunden ;

Im FrQhlinps gefolge trat herrlich sie an,

Sie erkannt' ich, sie ergriff ich; da war es getan.

Wie Nebel zerstiebte triibsinniger Wahn,

Sie zog mieli der F.rd' ab, zuin Hinniel hinan.

Diese ideale Autlassuiig der Scluiiihoitfaud Goethe aneli bei Wiiickel- mann ; der zu seiner Zeit der Schopfer eines Neuklassizismus, eiiier iieiien Renaissancebeweguns: wurde. Hohe personliche Verehrung wid- mete er ihm, wie es das eigne ihm gewidmete Biich heweist; das Hdchste aber, was er voii ihm aiiszusagen wusste, war, dass er sich selbst ebenbiirtig nebeu die Griecheiigestellt habe. « Eine solche an- tikn Natiir war in Winckelmann crschienen, die gleich aiifangs ihr iin- geheures Probestiick ablegte, dass sie durch dreissig Jahre Niedrigkeit, Unbehagen uud Kiminier nicht gebiindigt, niclit aus dem Wege ge- riickt, nicht abgestuinpft werdeii konnte. Hatte er nun im Leben einen wirklich altertiimliclieu Geist. so blieb er demselbeii auch in seinen Stndien getreu". In geringerem Mass, aber in gleichem Sinne hat Goetlie auch den Kiinstlergenossen Winckelmann's, Raffael Mengs ge- schiitzt, nicht iiur als Maler. sondern auch als Kuiisttheorctiker, von dessen Aufstellungen Goethe nianches, weiin auch in vertiefender Ver- arbeitung in seine eigenen Kunstanscìiauuiigen heriibergenommen hat. Und so war ihm auch in der zeitgenossischen Kunst die an Winckel- mann und Mengs gen;ihrte, der Aiitike nachstrebende Richtung die sympatliisclie und wcrtvoUt', sowohl was den Stotf als was die Form angieng. >- Die Kunst der Alten, betonte er, hat in dem Kreis, den Hoiner uinsclilie.sst, sich cine Welt geschalfen, wohiii sich jeder iichtc moderne Kiinstler so gern versetzt, wo alle seine Muster, scine hoch- sten Ziele sich befinden ". Und wie er selbst in « Hermann und Doro- thca - Homeride sein wollte, so rief er den Kiinstlern zu ; - Deutsche Hildhauer, es wird euch nicht schaden, nach deiu Knliiu der letztcìi l'raxiteliden zìi strebeii-.

Wie viel mehr alter imisstf ihii ln'i solcher Betrachtung jene Pe- riodi- der Kunst anzieiu-n, die nach seiner Auffassung die reinste und wahrstf Wiederboleliung der Antike «larstellte: die italienische Ucnais-

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sance. Nach sorgfàltiger Vorbereitiing l»etrat er 1786 das Land seiner Sehnsucht, iind der dort gewonnene fesselnde und festhalten<le Eindruck der grossen italienischen Kunst wirkte sein ganzes Leben hindurch nach. In seinen Zeitschriften « Propyliieu » und « Ueber Kunst und Altertum » legte er die Ergebnisse fortdauernder Studien nieder, die ihn dazu fiihrten, allmahliche mehr und mehr von dera Studium der spà- teren eklektischen Kiinstler hiniiberzugehen zu dem der friihem Mei- ster, denen das Verdienst an dcm miihevollen Aufsteigen der Kunst zu vollendeter Hòhe zukomint. Fiir die Art uie er die Vereinigiing von selbstàndiger Natur mit der ehrfurchtvoUen Erneucrung antiker Tradi- tion wahrzuuehmen glaubte und lebeiidig nachenQpfand. ist besonders charakteristisch sein Urteil iiber Andrea Mantegna, dem er cine um- fassende Untersuchung gewidmet hat. « Das Ideelle, Hòhere zeigt sich in der Anlage, in Wert und Wiirde des Ganzen ; hier offenbart sich der grosse Sinn, Absicht, Grund und Halt. Dagegen dringt aber auch die Natur mit urspriinglicher Gewaltsamkeit herein, >vie der Bergstrom durch alle Zacken des Felsens Wege zu finden wiss. Das Studium der Antike gibt die Gestalt, sodann aber die Natur Gewandtlieit und letztes Leben «. Mit sicherer Einsicht wiirdigte er die entscheidende Bedeu- tung Lionardo da Vinci's: « Wie ihra bei augeborener Kunstfertigkeit die Natur nachzuahmen leicht war, so bemerkte sein Tiefsinn gar bald , dass hinter der àussereii Erscheinung, deren Nachbildung ihm so gliick- lich geluiigen, noch manches Geheimniss verborgen liege. nach dessen Erkenntniss er sich unermiidet bestreben solite ; er suchte daher die Gesetze des organischen Banez " . Lionardo's - Musterschule - betonte Goethe vorziiglich, fand dann den « Gipfel ^ alles Grossartigen in Mi- chelangelo; sympathischer aber, mehr seinem eigenen Kunstideal ent- sprecliend war ihm Raftael. In ihm fand er das Griechentum niclit kiistlich angeeignet, nicht miihsam erworben, sondern iiaturhaft wie- dergeboren. ^ Er griizisiert iiirgends. tuhlt, denkt und handelt aber durchaus wie ein Grieche. Wir sehen hier das hochste Talent zu ebenso gliicklicher Stunde entwickelt als es unter ahnlichen Umstaudon und Bedingungen zu Perikles' Zeiteu geschah". Keiu neuor Kiinstler, ur- teilt Goethe, habe so rein und vollkommen gedacht als er und sich so klar ausgesprochen. Und so erhebt er sich bis zu dem Satze unbedingter Selbsthingabe: « Katlael hat wie die Natur jederzeit recht und ebenda ara Meisten, wo wir ihn am wenigsten begreifen " ,

In der Architektur der Renaissance ist Goethe vor Alleni nicht miide geworden. den grossartigen Totaleindruck der Petorskirche zu riihmen. Von eiiizelneu Kiiustlern gehurte scine Bewunderuni; vor Alleni

Stìiioiie III. Storia delle Lelleniture. "

:a

deni Palladio, i-iu Urteil, das iins, die wir beute in Palladio's Werkeii die uuiiiittelbare Lcbensfiille vt'iinisscn. niclit niehr ijanz ver^taiidlicli ist. Aber Goetlie, der iselbst deii Vitriivins - iiiit wahier Audacht " las, land bei dem Vicentine!' eine niit klareni iiiid festeni Wollen diirch- LTetìihite Einoiicrung der romisclieii Aichitektur. * Palladio war diirch- ans vou der Existeaz dor Alteu diirchdruD^fcu iiud luiilte die Kleiiilitit iiiid Enije seiner Zeit wie ein ^rosser Mensch, der sich nicht hinj^ebea, sondern das Uebliclie soviet als moglich nach seinen edeln Uegriffea umbiUìea will .

Nach dell Eindriicken, die dieser tiiichtige Ueberblick uns gegeben, wird es nicht iiberrascheii, wenn wir wahrnehmen, dass Goethe auch in seinen eigenen Werken dieser Elufiircht ver grosser Tradition, die- sem GetVihl iunerer Verwaudtschaft mit den Miichten dieser Tradition oftmals gefolgt ist, so dass von dieser Seite sein Schatten selbst noch als ein Glied in der fortlaufenden Kette der Renaissancekultur, sein Dichtcn als Renaissancepoesie erscheint. Die Wiedergeburt griechischer Dichtung erstrebte er am entschiedensten in der Achilleis', luit der er tatsiichlich in «He Bahn Homers eintreten wollte; auch in der - Iphi- genie - und in der ^ Pandora " rufr er die griechitiche Welt wieder hervor; dodi ist in dem ersten Werk der Stotì" stark in christlicheiu Sinue umgebildet, in dem zweiten die Formgebuiig stark mit roman- tischen Elementen diirchsetzt, so dass hier eine Verschmelzung antiker iind neuerer Elemente vorliegt. Ich will nicht des Weiteren von den zahlreiclien Werken Goethes reden, in denen nur ein antik-klassisches, àsthetisches Prinzip der Gestaltung des der Neuzeit angehorigen und modernen Stolles herscht, will auch andrerseits nicht auf das der Re- naissance-Welt, freilich der absterbenden, gewidmete Tassodrama ein- gehen ; aber mit um so grosserer Entschiedenheit muss ich daiauf hin- weisen, dass Goethe auch seinem Lebenswerk, dem Faust", dessen StotV und Gehal.t von der Antike soweit abliegt, doch fiir notwendig hiilt, die antike Episode, die sich um Helena gruppirt, einzngliedern. Wohl war die Erscheinuiig der Helena an sich sclioii durch die alte Volks- uberlieff'riing gegeben ; aber die Bedeutuiig. durch wolche die Episode zum nach alien Seiten gesehenen "• Gipfel " dos zweiten Faustteils wird. ist ganz und gar erst Goethes eigene Schopfung. Oline die Renaissance, die er hier den Menschheitsheldon durchleben liisst, wjire ihm desseu Lebensgaiig nur Stiickwork geblieben. Und tatsaclilicli erst nach Ein- fiigung dieses IJestandteils erfiillte die Faustdichtuiig tatsiichlich, was Wieland schon nach dem Erscheinen des ?]rsten Toils divinatorisch dar- iiber geurteilt. dass sic dio Tendenzen aller verwichenen .Tahrhunderti'

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seit Aeschylos bis auf unsere Zeit in sicli vereiaige. Wie Goethe in dem Helena-Akt ein Bild der eigenen in Italien durchilebten Renais- sance gibt, so zugleich ein Bild der im Zeitalter des Humanismus der deutsclien Kultiir zu Teil gewordenen Wiedergeburt, da sich das deutsche Volk einerseits durch die Antike beleben und befruchten liess. andrer- seits aber aiich sich ziim Herrn der Antike machte, indem es sie und ihren Reichtum sich zura eigenen Besitz umwandelte, wie Goethe es Faust seinen Recken zurufen lasst, indem er die griechischen Lande unter sie verteilt :

a Germane Du, Corintlius Buchten Verteidige init Wall und Schutz, Achaja dann mit hundert Schluchten Empfehr idi, Gote, Deinem Trutz. Dann wird ein jeder hauslich wohnen, Nach Aussen richten Kraft und Blitz .... AH einzeln sollt Ihr dort geniessen Des Landes, dem kein Wohl gebricht".

LE TEMPS RECOUVRE,

POÈME DE PIERRE CHASTELLAIN COMPOSE A ROME EN 1451.

Comunicazione del prof. Arthur Piaget.

Il paraitra sans doute téméraire d'entretenir la troisième Section du Congrès international des sciences historiqiies d'un poète aussi in- fime que Pierre Chastellain. Mais, d'une part. l'ouvrage sur lequel je voudrais attirer l'attention est encore inédit et personne que je sache n'en a parie jusqu'ici, et, d'aiitre part, il a été compose à Rome en 1451, lors du Grand Jubilé.

L'auteur de ce poème, Pierre Chastellain, que le manuscrit de Turin L. IV. 3 appelle Pierre Chastellain dit Vaillant ('), occupe une place très modeste, mais assez originale, dans l'histoire de la poesie fran- yaise au XV® siècle et soulève quelque petits problèmes intéressants. L'étude de sa vie et de ses oeuvres nous mènerait trop loin et j'en reste au poème special qui fait l'objet de cette communication.

Pierre Chastellain, quii ne faut pas confondre, comuìe ou l'a fait quelquefois, avec Georges Chastellain, est l'auteur de deux petits poèmes en rimes équivoquées. intitulés l'un le Temps perdu, l'autre le Temps recouvré.

Le premier a été publié en 1869 par M. Jules Petit pour la Société des Bibliophiles de Belgique d'après le manuscrit LV de la Bibliothèque de Stockholm (-). On le retrouve dans d'autres manus- crits à Paris (=<), à Turin (•<), à Londres (■•).

(') Voyez Romania, XXIII, ]ip. 257-259.

(*) Le Pas de la Mort, ponine inèdit de Pierre Michaut. piiblio par Jiile.s Petit. Bruxelles, 1869, pp. lxiii-lxxx.

(3) Bibliothèque nationale. lus. Ir. 220G. 24J42. ii. ani. <>■• 'i217; Arcuai, ms. 3521 et 3523.

(<) Ms. L. IV. 3 (Pasini. II, 1.^9).

(5) Brit. Mus. Ilari. 4397.

iìS

Le secoiid poème. le Tcmps recoitorr. long d'eiivirou deiix mille vers. est inódit et se trouve. à ma coanais;sauee. dans trois mauiiscrits: à Paris. Bibliothèque nationale, fr. 2266 et uoiiv. acq. fr. 6217;àStock- holm, ms. LV (').

Le Tempn perda a été inspirò à Pierre Cliastellain par un poème qui l'Ut au XV* siècle un succòs considérable. le Passe temps de Michaut Taillevent. Michaut Taillevent, qui de son vrai nom s'ap- ptdait Michaut Le Caron. dit Taillevent. était valet de chambre et jotieur de farces de Philippe le Bon, due de Hourgogne. On l'a souvent ideutifié, mais ;\ tort, avec Pierre Michaut, secrétaire du comte de Charolais. J*ai essayé de montrer. dans le tome XVIII de la Ro- t/ìddia, que Michaut Taillevent était un auteur de la première moitié du XV® siècle, qui ne manquait ni d'esprit ni d'originalité et auquel on n'a pas jusqu'ici suttisamment rendu justice, tout à fait ditférent de Pierre Michaut qui Horissait vers 1470 (-).

Michaut Taillevent avait passe tonte sa vie à la cour des ducs de Bourgogne et il ne s'3' était pas enrichi. Vieux et pauvre, il fait, dans le poème du Passe temps, un retour sur lui-méme. Il regarde eu arrière. Il se revoit tei qu'il était dans sa jeunesse, gai, insou- ciant, tout occupé ìi " rimoier », à faire des ballades et autres dits amoureux.

Helas! sVcrie-t-il, se j'ousse eu cognoissance De ce que j'ay depuis trouvé!

Passe encore de vieillir. mais ótre pauvre I Pauvreté, dit Taille- vent, est pire que mort. Et le poète iious décrit la triste situation d'un homme, comma lui, vieux, pauvre, sans parents et sans amis.

C'est ce poème qui a inspiré à Pierre Chastellaio son Temps perdu, intitulé dans quelques manuscrits le Coatre passe temps Michaut. Chastellain trouve que Michaut Taillevent a tort de se plaindre. Tu te plains, lui dit-il, de pauvreté et de vieillesse. Et moi donc? Ne suis-je pas aussi vieux et plus pauvre que toi? Et Chastellain laisse entendre que la misere du vieux joueur de farces du due de Bour- gogne est imaginaire. Dans tous les cas, s'écrie-t-il, je voudrais bien étre aussi riche que toi!

Nous savons d'autre part. ce qui vieudrait il première vue con- tirmer les insinuations de Pierre Chastellain, que Micliaut Taillevent,

(•) Voyez Cdtaloijut' de (Jeorge .Stei)lieii8. Stuckhulin, 1847, j). 188. {*) Homanui. XVIII. i-p. J.''.rt-ir,2.

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outre ses gages fixes de valet de chambre et de farseur du due de Boiirgogae, avait re9ii et recevait à chaqiie instant des sommes im- portantes, corame gratifications, en considération de ses loDgs et loyaux Services. En 1436, le due de Bourgogne lui fait don de cent francs « pour lui aidier à supportar les frais qu" il convient avoir à son Ser- vice ». En 1437, Michaut Taillevent re90it «la somme de cent livres, pour don à luy fait par mondit Seigneur pour une fois, en consideration des bons et agreables services qu'il luy a fais et pour luy aidier à supporter les frais qu'il luy convient avoir oudit service » . En 1439, Taillevent re90it trente livres <* pour luy aidier à vivre "et maintenir son estat en consideration des services qu'il a fais et fait chascun jour». En 1443. le due de Bourgogne fait don à Michaut Le Caron, dit Taillevent, son valet de chambre, de quarante francs, n pour lui aidier à ses necessités, à ce qu'il se puist honnestement entretenir en son service » ('). Toutes ces gratifications du due de Bourgogne à son valet de chambre et joueur de farces nous prouvent, contrairement à l'opinion de Pierre Chastellain, que Michaut Taille- vent avait réellement peine à vivre et à » maintenir son état » : Pierre Chastellain avait probablement tort de considérer son vieux confrère comme un homme de lettres particulièrement bien renté.

Pierre Chastellain nous raconte, dans le Temps perda, sa propre vie. Dans sa jeunesse, comme Michaut Taillevent, il n'avait fait que s'amuser. Il partageait son temps entre l'amour et la musique. Pos- sesseur d'une harpe, il ne faisait du matin au soir que jouer de cet instruraent. D'autres renseignements nous apprennent que Pierre Chastellain était entré au service du roi René en qualité de harpeur. En 1448, il reyoit, comme gratifica tion, une belle harpe achetée dix-sept tìorins six gros au marchand Véri de Médicis (-). La musique, plus encore que la poesie et la peinture, était un art eultivé à la cour du roi de Sicile. Les douze chantres de sa chapelle passaient pour excel- lents. Et quand le roi René, toujours à court d'argent, faisait des gra- tifications, elles s'adressaieut le plus souvent à des musiciens. Mais on ne volt pas que Pierre Chastellain, comme Michaut Taillevent à la cour de Bourgogne, ait souvent reyu des dons de cent francs du

(') Voyez CoMTE de Laborde, Les Ducs de BourcfOijne. Paris, 1849, t. 1, p. ILI, et JuLES Petit, Le Pas de la Mort. porrne inédU de Pierre Michault. Bruxelles, 1869, p. xiii.

(*) Voyez Extraits des comptes et niémorinu.v du roi fiené. piiM. par A. T.ECOY HK LA Marche. Paris, 187.1, p. 33t>.

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bou roi René '• pour lui aidier. comme diseiit les comptes, à ses ne- cessités et atìu qu'il se puist hounesteinent eutretenir » (').

Pierre Chastellaiu, coutinuant le récit véridique et sincère de sa vie, nous raconte qne, coinme tout le monde, il se maria. Il prit pour l'emme - la bouue Jehanuette », aniuióe d'excellentes iiiteutious mais peu habile à l'ouvrage. Aussi l'abondanoe ne régnait pas au logis.

'J'oujours povreté gouvernoit Demy le temps notre maison, Et iR'Cessité s'ivernoit Tout le beau lonj; de la saison.

Quand viureut les eufauts, force fui à notie musicieu de plauter sa harpe et de trouver un gagne-pain plus lucratif. 11 se tit «changeur", et, pendant un temps, n'eut que comptes et chiffres en téte :

Par cliiffrcs et par argorisme

Quatre ans je coiiiptay •■ saiis moiiiioye!

A unsf chascun je semonnoye

Faire de mes comptes service.

^laib les atfaires n allaient pas brillamment et le pauvre Cbas- tellain ne gagnait pas mème de quoi se nourrir au jour le jour.

Ainsi ii'eusse trouvt- mou compte, Car tousjours, de soir ou de maiii. Mettoye ung repas eii mescompte Et l'atteiuloye au lendemain.

La boline Jebannette u'avait pas lieu d'étre contente et *. ravaloit » sou bouime. qui tiiialemeut diit abandouuer la tiuauce. Le malbeureux tomba de mal en pis. Il se bouta, comme il dit, en l'alcbimie. Et il dépensa beaucoup d'argent, qu'il avait eniprunté.

Plus pauvre que devant, Chastellain se consola en pensant au Fils de Dieu qui sur terre ne possédait rien ; il se consola en pensant aux grands trésors qui l'attendaient dans le ciel.

Ce poème est date de 144U. Onze ans plus tard. en 1451, Pierre

(') L.j 5 décembre 14 18. l'ierre Ciiastellain reruit duux (iurius et six grog, u tant pour le louaige d'un cheval qu'il a loué pour .VI. jours entiers, venaiit d'Ali a Tharascon et en Avignon, en la compajrnie du dit Seigneur fle roi de Sicile], que pour la despense du dit cheval par le dit temps». Voyez Lecoy dk LA Marchk, Exlraits dex comptes et mémoriaux du roi René, p. 314.

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Chastellain, toujours misérable, composa un nouveau poèrae, le Terajjs recouvré, inspiré, cette fois encore, par sa pauvreté.

Maintes fois me suis debatu

En mon caeur, pour la grant aspresse

De povreté, et esbatu

En mes escriptz, car trop fort presse

Ceulx qu'elle veult tenir en presse,

Et encores ne rn'eii puis taire!

Pierre Chastellain commence le Temps recouvré par d'amères rétlexions sur sa propre misere, et sur « necessité » qui trop lui est dure. Il est vrai que les portes du paradis sont fermées à l'homme riche. Mais cette pensée ne suffit pas à lui donner la résignation. Il trouve, et cela depuis son t jouvent ", que la vie est « orde et immonde », et que tout ici-bas n'est que « neige ou vent " .

Ed 1450, Fan du Grand Jubilé, Pierre Chastellain vint à Rome, pour acquérir les indulgences et tàcher de faire fortune.

A Romiue, atout mes indigences, Fu acquérir les indulgences.

11 nous raconte quelques-unes de ses aventures. 11 était, nous dit-il, « vieil et casse », tourmenté à la pensée de ses deiix enfants qu'il ne parvenait pas à tirer de misere. Pendant dix-huit jours, il parcourut la ville, émerveillé de tout ce qu'il voyait, grands palais et vieilles tours, tautòt faisant des chàteaux en Espague, tantòt contem- plant sa bourse à peii près vide. Il nous fait part de ses rétlexions sur sa vie perdue, sur la mort, sur la richesse, sur Espérance, la bonne dame qui, dit-il, « jadis fu ma belle hostesse », et qui est remplacée depuis longtemps par Misere, t^ qui fait vieille troter - . Il nous laisse entrevoir ce qu'était sa vie de pauvreté et de servitude ìi la cour du rei René, oìi il était une espèce de souffre-douleur dont chacun se moquait.

Je pourroyi' Salomon estro; Si povro suis, checun se mocque, A court, de moy et de inon ostro. L'un me nicciue ot l'autre me nacque. Et puis l'iiutre me niequenooquo!

Chastellain était descendu dans un hotel tenu par un bourgeois de Sienne. et il prenait de uiaigres repas - comnie uug simple bergier -,

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Fante «l'arirent pouf prolonger son séjour, il allait regagner la Fianco, lorsiiiitì le patron «le l'hotel, qui avait pris Pierre Chastellain en atfection à causo de ses " gracieux mots " et de ses « joyeux nó- tables -, lui api)iit que daiis la maison se trouvait, inalade d'une ma- ladie iiicurable, un grand et riche personnage. Oliastellaiu n'hdsita pas une minute: il se ftt fort de guérir ce malade que tous les médecins avaient abandonné. Il prepara un breuvage qui eut, c'est du moius Chastellain qui le prétend, d'excellents résultats. Notre médecin im- provisi' fut généreuscment récompensó. Dans sa joie, il forma le projet de Taire un pèlerinage au Saint Sépulcre. Mais il n'alia pas bien loin. En parcourant les rues de Rome, il ^ s'afolla " un pied : *. un clou sul)til plus qu'une aleyne " le transperya de i)art en part.

Pour la guérison du grand personnage, Pierre Chastellain avait re^ni, comme honoraires, cent ducats. Sagement il n'en garda que deux dans sa poche:

Les autros furent poiiit pour jioiiit Bien cousues en nion pourpoint.

Chastellain crut posseder une fortune. 11 tit boune chère et vit la vie en rose. Il est plein de reconnaissance envers Dieu. le dispen- sateur de tous les biens. Et il nous apprend que c'est précisément parce qu'il est sorti de misere qu'il a compose à Rome le Temp^ recouvré :

Pourtaiit, l'an mil qiiatre cens Cinquanta et ung, ce petit livre De l'entenderaent et du sens Que Dieu souvent ìi l'onime livre Quand de misere le delivre, A lìomme fut fait et ouvró. Apelle mon Temps recouvré.

Mais sa joie ne fut pas de longue durée et les quatre-vingt-dix-huit ducats ne restèrent pas longtemps cousus dans le pourpoint. Le grand personnage que Pierre Chastellain avait guéri quitta Rome, ou, plus probableraent, mourut.

Adonques, dit Chastellain, le sire perdis Qu'a lluniine je ressuscitay.

Pour comble de muux, il tomba lui-méme malade et redevint plus misérable que iamais. L'amerturae au ca-ur. il quitta Rome et

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gagiia la Lombardie, Il y exer9a sa nouvelle profession de médecin et il trouva un autre malade à soigner qui. comme le premier, se montra généreux.

Mais qaant j'eu assez attendu

Uiig autre sire en cure pris,

De qui je fus bien entendu

Et dont j'eu los, hoiinenr et pris . . .

Dont uiig an ma puvre char mise

Fut trois fois en belle chemise !

En Lombardie, Pierre Chastellain avait retrouvé son maitre, le roi de Sicile, qui guerroyait depuis le mois d'aoùt 1453. Mais, fatigué et malade, notre poète, qui errait en Italie depuis plus de quatre ans, reiitra en France sans attendre le roi René. Il s'en eicuse. Il sera toujours «i l'humble servant, pauvre et loyal, « du bon roi de Sicile ; mais il est rassasié des voyages. Et la nécessité de la rime lui fait faire incidemment un aveu qui explique la misere ininterrompue de Pierre Chastellain :

Car aussi bien quand je voyaj,'e Je passe temps a querre vins! Sans le bon sire m'en revins . . .

En France, Chastellain se remit à l'alchimie. Dans de longues pages, il s'ertbrce de prouver la légitimité de cette science. Beaucoup de gens, dit-il, la traitent de folle. Ce sont les ignorante qui parlent de la sorte! Jean de Meun u'a-t-il pas dit, dans le Roman de la Rose, que

Celui qui d'arquimye est uiaistre De fin arg^ent fin or fait naistre, Et poids et coulour y ajoute De chose qui gueres ne conte?

Pierre Chastellain avait quitte Rome aussi pauvre qu'avant d y etra alle, aussi n'est-il pas teiidre pour la Ville Eternelle. Son poème est rempli de violentes satires contro Rome, le pape et les cardinaux. L'Eglise de Saint-Pierre lui tìt l'effet de devoir s'ocrouler ù href délai.

Papes, prelatz et cardinaulx Sont tous avcugles, oar dix naulx D'or et d'argent ne leur suflìst . . . Qui veult co qu'i'n fait en enfor Savoir, il fault a lùminie aller

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l'our traiisiiiuer so» or en fer,

Travailler soii corps et haller.

Et polir inontor et avaller . . .

Rapine, adultere et usure

Y regnent comnie fixe estelle ... '

Ces satjres se retrouveut chez tous les poètes fran9ais du XV* sie- de, méme chez des ecclésiastiques, comme Martin Le Frane, qui fut protouotaire apostolique et secrétaire du pape.

Tel est le Temps recouvrc de Pierre Chastellain, compose ou dii inoins commencé à Rome en 1451. On n'y respire pas im idéal très élevé; on y relèvera des passages d'un réalisme vulgaire et plat. Mais cette confession sincère et personnelle d'un pauvre diable de rimeur, un peu chevalier d'industrie, nous repose, dans l'histoire de la poesie au XV® siècle, des éternels poèmes amoureux et - courtois " . composés suivant les rògles mises à la mode par Guillaume de Machaut. Peu de temps apròs, un autre poète, un vrai cette fois, dont la vie fut encore nioins édifiante que celle de Pierre Chastellain, Fran90is Villon, nous fera lui aussi dans des vers immortels la confession sincère et poignante de son ^ temps perdu « (').

(') Mon savant arai, M. Guido Mazzoni, me signale une curieuse coinci- dence. Un poète vénitien de la seconde nioitié du XIV^ siècle, Sabelo Michiel, est l'auteur de deux ouvrages, aujourd'hui perdus, l'un en prose 11 Passatempo. l'autre en vers // Tempo perso. D'après ce que nous savons de ce dernier. il aurait présente quelque analogie avec le Temps perdu de Pierre Chastellain. Mais il est jieu probable que Chastellain ait jamais connu le poèiiie de .Sabelo Mii^lii.].

VI.

LE COLONIE PROVENZALI DELLA CAPITANATA.

Comunicazione del prof. Luigi Zlccaro.

Dieci anni sono, trovandomi, per ragioni d'impiego, nella ospita- lisaima Foggia, capitale della Daunia moderna, la Capitanata. Foggia città alla quale mi stringono tanti v^incoli di affetto, un mio discepolo, sentendomi parlare di Provenza e di letteratm'a provenzale, dissemi essere anch'egli un po' provenzale; e fecemi papere ch'egli era d'un paese poco lontano da Lucerà, e ancor meno da Troja ; d'un paese ove si parlava un dialetto chiamato, da tutti i vicini, proDen:iale.

Non avendo io, fino a quel di, mai sentito parlare di colonie provenzali in Italia, ne rimasi grandissimamente meravigliato. Poco dopo, pregai quel giovane, un simpatico biondino che seppi poi di famiglia cospicua della Valmaggiore, ossia Valle superiore del Ce- lano — di procurarmi altre informazioni e di mettermi in relazione col sindaco del suo paese o col parroco, o con altra persona colta e gentile.

Il signor Finelli (così chiamavasi quel bravo giovane) mi procurò ben presto delle poesie scritte nel dialetto del suo paese, Faeto : poco dopo, una breve storia di Faeto e Celle, vale a dire de' due paesi fon- dati dai Provenzali e de' quali io ho ora l'onore di parlarvi, o signori- Ebbi in seguito la fortuna di potermi recare io stesso sul luogo e di fare colassi! la personale conoscenza del sig. avv. Finelli, padre del mio alunno, e della sua bella e nobile famiglia, nonché del cor- tese ed erudito parroco di Faeto, sig. D. Rocco Gallucci, appassionato cultore della storia del suo paese nativo.

A questi signori devo io l'aver potuto spigolare le poche notizie di cui intratterrò ora i miei gentili uditori.

Ma devo pure riconoscenza al più caro amico e collega che avessi io allora in Foggia, il defunto prof. Quattrocchi, napoletano, uomo dotto, filologo profondo, noto anche in Inghilterra e negli St;iti Uniti di Ame-

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rica. Fu egli clie mi fece sapere che, nel libro pubblicato dal Papanti qualche anno prima (erasi allora nel 1898) in occasione del 6" cen- tenario del boccaccio, trovavasi la versione, nell' idioma di Facto e Celle, della novella IX. P giornata del Decameron.

Se la notizia avuta dall'amico diletto mi fece piacere, essa però smorzò alquanto i miei ardori di scoprit(>re che sta per esclamare Eu- reka! Ma l'ottimo collega m'assicurava che ben pochi in Italia, mal- grado la pubblicazione del Papanti, conoscevano l'esistenza di Faeto e Celle, 0 sapevano che il loro linguaggio era provenzale.

Ed io pure m'accorgevo che il Quattrocchi diceva il vero, che parecchi miei articoli su questo argomento pubblicati sulla centenaria Gazzetta di Venezia, suU'.l/o//, di Avignone, sul Pensiero , ài W\ii^ Marittiuia, sulla Geografìa per tutti, di Milano, ecc. ecc., destavano l'universale meraviglia. I Foggiani stessi, per la maggior parte igno- ravano che nel loro circondario vi fossero seimila persone che parlas- sero provenzale.

Mi decisi allora d^, fare un lavoruccio su queste colonie proven- zali. Dedicai la modesta opera mia a quel grande letterato e uomo politico clie fu Ruggero Bonghi, nato da famiglia lucerina. Egli ne «'radi la dedica e parlò del mio libretto nella sua Coltura.

Mi aiutò assai col consiglio il barone L. De Berluc-Pérussis, il forbito scrittore franco-provenzale, il brioso poeta che ora la sua Aix piange troppo presto rapito al Félibrige, di cui era antica e salda colonna.

Questo illustre discendente delle nobili famiglie Berlucchi, di Mi- lano, e Peruzzi, di Firenze, m" incoraggiò e mi diede ottimi suggeri- menti. Se il parroco di Faeto mi favoriva preziosi manoscritti e buone note completanti la troppo breve storia di Faeto e Celle del prof. P. Gallucci, il mio illustre e diletto amico De Berluc mi prodigava preziosissime note storiche e filologiche sulle colonie provenzali, specie sul decreto emanato l'anno 1273 da re Carlo I d'Angiò, per invitare i Provenzali a venire a ripopolare le terre di Lucerà, dopo l'estermi- nio dei Saraceni.

K mio iucoraggiatore e protettore fu pure l'onorevole Eugenio Maur\, deputato di Foggia, il quale mi promise persino di farmi dare dal Ministero I. P. qualche sussidio per i miei umili studi.

L'oii. Maury mi scriveva, a questo proposito, nell'aprile del 1894: . Lodo grandemente il suo desiderio di mantenere vive le tradizioni storiche delle Puglie, e vorrei che Ella, con l'amore allo origini della coltura provenzale die tutti le riconoscono, intraprendesse una raccolta

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dei vocaboli della lingua ancora parlata a Facto e Celle. Fra dieci anni, l'istruzione obbligatoria, livellatrice di tutto, ne avrà disperse forse le traccie. Della grande fonte originaria della coltura proven- zale rimane forse ancora, in quelle due cittadine, qualche fresca rimem- branza sia nelle leggende, sia nei dictons. Avevo in animo di pro- muovere ricerca siffatta dal Minist. I. P. Potendo farle dare inco- raggiamento a compierla, accetterebbe lei l'incarico?...-'.

Ne incarico sussidi io mi ebbi mai. Feci uscire ugualmente il mio lavoro, e la sola .soddisfazione ch'io provai fu di sentire chela stampa d'Italia e di Provenza, rappresentata dai giornali più seri e più importanti, dalla Gcu:;. di Venezia, al Pensiero di Nizza (Marittima), e à^W Aioli di Avignone, <lalla Opinione di Roma, dalla Sem di Mi- lano, 2i\X Universui di Bukarest, al Secolo, di Lisbona, ne parlarono favorevolmente.

Ed ancora ultimamente il Corr. d' Ilalia, di Parigi, riportava, colla mia poesia al Vecchio Castel Saraceno, di Lucerà, dei cenni sul mio povero libruccio delle Colonie Provenzali.

Dirò ora, il più brevemente che mi sarà possibile, come i Pro- venzali fondarono Faeto e Celle.

Tutti sanno che Lucerà, la graziosa cittadella che, sulle prime alture dei contrafforti dell'Appennino Napoletano o meglio Sannitico. getta il suo sguardo sull'immenso Tavoliere delle Puglie, il vasto e ricco piano che misura 60 Km. di lungh. (X 40 Km. di largh. circa), Lucerà che sembra voler proteggere quasi naturale custode, da secoli parecchi, la Capitanata Daunia tutti sanno, ripeto, che Lucerà è un'antichissima e illustre città, antica come Arpi, la Foggia dell'epoca romana, antica come Siracusa, come Koma. La città, ora sede dei più alti Tribunali e d'un de' più rinomati Collegi nazionali dell'Italia me- ridionale, vuoisi fondata da Diomede uno dei principi greci che pu- gnarono più strenuamente durante la guerra di Troia.

Si attribuiscono pure a Diomede le fondazioni di Sipontinn. di Oa- nosa e di Argyrippa, o Arpi. Certo è che Luceria è la più antica delle città della Daunia. Straboue l'appella la Città dei Danni ed Orazio la nobile. Il suo nome vuoisi far derivare da Luu\ e cos'i i>t'r indicare ch'essa era la luce delle Puglie, che allora si chiamavano Calabria.

Durante le guerre sanniticlie. Luce ria rimase fedele ai Romani, il che le valse una terribile punizione da parte dei Sanniti, vincitori

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alle forche Caudine. L'anno 430 dopo la fondazione di Roma, Luceria è ricevuta come colonia Romana. Vi si inviarono da Roma 500 citta- dini per ripopolare la città, per conservare la conquista ed avere una piazza forte che tenesse in soggezione VApulia.

Lucerà si ebbe una colonia togata. Da Lucerà uscirono altre co- nio, fra cui quella detta l aceri aa inviata in Rumeliu ad edificarvi Alba Julia, sotto Traiano.

K forse dai Lucerini, dai Danni, i nostri fratelli Rumeni hanno ricevuto quel suono strano, speciale che s'avvicina un po' a quello deìYoeu 0 deir^' semimuta dei Francesi, suono che troviamo nel loro stesso nome Rumeni o Romàni. Questo suono trovasi in tutto il Tavoliere ancora oggidì.

Pompeo l'anno 49 av. Cr., ebbe dai Lucerini 17,500 soldati. Ot- taviano Augusto creò Lucerà colonia militare.

Anche sotto Costantino, anche sotto l'impero bizantino Lucerà fu considerata la prima città delle Puglie. Non fu che più tardi sotto i Longobardi ch'essa cedette il primato a Bari.

Sotto l'imperatore Federico II di Svevia, Lucerà sembra riprendere l'antico splendore, splendore che però non dura che durante il regno del glande monarca svevo. Lui caduto, cade anch'essa, e invano tentano di farla risorgere Carlo I e suo tiglio Carlo II d'Angiò, il quale ultimo le cambiò persino il nome, facendola chiamare, durante il suo regno, Santa Maria della Vittoria », mal sonandogli all'orecchio quel nome di y. Lucerà Saracenorum « che i Guelfi avavan dato in ispregio alla città stata sempre fedele a Federico II.

Pel vecchio castello che aveva albergato, al dire di alcuni sto- rici, oltre ventimila Arabi fatti venire dalla nativa Sicilia da re Fe- derico, era ormai sonata l'ora della fine ; la giornata di Benevento, in cui era caduto il biondo e bello Manfredi, doveva essere fatale a due città : a Lucerà, la città fedele agli Svevi , a Manfredonia, la città che il figlio di Federico faceva sorgere, destinandola a degna capitale delle Puglie.

Carlo I volle finirla coll'assedio di Lucerà che, già da sei mesi, durava. Nell'agosto del 1269 i Saraceni finalmente si arresero. I su- perstiti furono sparsi per tutte le provincio del Regno di Napoli, ma i Cristiani che vi si trovarono non furono risparmiati dai vincitori, elio li passarono a fil di spada. Dopo allora si pensò a ripopolare Lucerà e i suoi dintorni e re Carlo pensa di farvi venire dei Provenzali.

Egli olVriva agli immigranti non pochi vantaggi: » Dabimus ve- nientibus de Provincia cum uxoribus et familiis, de terris eminatae

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massiliensis suo seminando frumento et hordeo quadraginta quinque ad mensuram Massiliae; de quibus 54 eminatis seminabuntiir anno quo- libet 30, et reliquae quindecim remanebunt seminando anno sequenti... " .

E, oltre i 8 ettari e 60 are di terra da lavoro, e 24 are per le vigne, eran concessi a coloro che venivano a Lucerà senza moglie e famiglia, trenta emine di terreno, con certi obblighi ; poi legna secca per il loro uso, legna verde per le case da costruirsi nel bosco di Al- berona (lungo due leghe), ed avean pure pascoli ed acqua pei loro ani- mali, e, per essi e loro famiglie, buon'acqua di pozzo, ecc. ecc.

Furono anche date ai Provenzali delle casette speciali nel Castello saraceno, ristaurato in seguito.

Ora vediamo come siano state fondate Faeto e Celle. Il Gallucci, ne' suoi Cenni storici per certo che questi due paesi vennero fon- dati dai Provenzali di Lucerà. Dice che tutti questi coloni, mal sop- portando i grandi calori delle Puglie, già pensavano di far ritorno alla loro Provenza, se non che le forti spese del viaggio loro impedivano di effettuare il loro progetto.

Allora pensarono di rifugiarsi sul dorso della montagna che tro- vasi a destra del torrente Celone e che va scendendo verso Troia ('), località che a causa dei numerosi faggi di cui era coperta chiamavasi già Faeto o Faggeto. Una parte dei Provenzali fabbricarono il grosso paese che prese il nome di Faeto, e un'altra parte, in numero molto minore, fabbricarono Celle, a due kilom. di distanza dal primo paese e che già aveva un convento di frati.

È positivo che già prima che venissero dalla Provenza tutte queste famiglie, tratte a Lucerà dall'editto di Carlo I d'Angiò, esistevano a Crepacore dugento soldati provenzali, mandativi da detto re per difen- dere quel castello dalle frequenti razzie dei Saraceni. A questi soldati, re Carlo I aveva dato terre ed aveva fatto diverse concessioni, specie de' terreni di S. Bartolomeo in Caldo, grosso comune ove esiste ancor oggi una via detta dei Provenzali. Uno storico incerino dice che i pochi abitanti di casal Crepacore accolsero come fratelli i 200 Pro- venzali e si unificarono talmente ai nuovi venuti, da adottarne usi, costumi e linguaggio.

È dunque presumibile che molti di questi abbiano concorso ad edificare e ad abitare Faeto e Celle, tanto più se si pensa che il castello di Crepacore, essendo presso la Via Appia, trovavasi troppo

(«) Elevazione ili circa S50 metri sul livello ilei mare, e contrafforte ilei Monte Perazzoli clic appartiene alla catena dell'Appennino Pugliese.

Seziono 111. Storia delle Letlertiture. "*

ÓO

esposto agli attacchi dei ladroui s^aiaceui che infestavano quelle con- trade, in gran numero ancora.

Il panorama che godesi da Faeto e Celle è veramente imponente. L'occhio abbraccia quasi tutto il ridente vallone sotto cui scorrono le acque (poco abbondanti però nella stagione estiva) del Gelone, valle tutta coltivata a biade e a vigne e qua e colà vestita di folti boschetti. In lontananza scorgersi la grande muraglia del Gargano, che va a finire quasi a picco nell'Adriatico.

La tradizioni ci fa sapere che le prime famiglie Provenzali, che andarono ad abitare quelle pittoresche alture, vissero sempre in un invidiabile accordo; gli uomini di Faeto e Colle si distinguevano fra i vicini per il loro valore personale e per una certa libertà di spirito, linoni agricoltori, di terreni incolti e di boschi quasi selvaggi, fecero diventare quei luoghi ricchi di pascoli, campi fertili, vigne stupende.

Insomma, in pochi anni, tutto si trasformò colassìi; i due villaggi in«aandirono e s'ebbero vie abbastanza spaziose e belle nell'interno e strade che li riunivano a Troja ed a Lucem, toccando Castelluccio.

I Provenzali di Faeto e Celle, come i Greci e gli Albanesi delle diverse colonie sparse nel Napoletano, hanno conservato 1" idioma dei loro padri. Non voglio però con questo dire che l'antico linguaggio sia rimasto incorrotto. Ciò sarebbe impossibile: molti vocaboli e molte frasi proprie dei dialetti dei paesi circonvicini e della lingua italiana devono per forza penetrare in queste isole etnologiche ; i dialetti di Faeto e Celle ha però conservato abbastanza 1" impronta del linguaggio dei soldati e dei coloni dell'epoca angioina.

Fra i soldati e gli altri coloni di Lucerà, di S. Bartolomeo in Galdo e di Ariano stessa, dove parecchie lamiglie provenzali pure si stabilirono, v'era gente non solo della vera Provenza, la quale esten- desi da Nizza a Marsiglia o poco più ad ovest, ma eziandio soldati di paesi centrali di Francia o del DeUinato i quali non potevano par- lare il provenzale di Folchetto o di Bertrand de Born.

I loro nomi pervennero in parte fino a noi. C'erano in Lucerà e suoi dintorni dei Gualterio, degli Angioini, dei Guillaume de Bly, dei Jean Maréchal d'Arles, un Simon de Langrcs. un Guglielmo Pelart, im Toriac, un Tournoy, un de Carbin. un d'Artois, un Kicliardo de Koiné, dei De Noercio, degli Exalarno, dui Picard, dei Burcier, ecc. ecc.

Ancora oggi in Faeto abbiamo i seguenti casati evidentemente italianiz/.ati : Perua, Gualtiero, Frichione, Petitto o Pettiti, Girardo, Motta, ecc.

]•: specialmente nello parole più domestiche e nei numerali che

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il dialetto di Faeto e Celle rivela chiaramente le sue origini proven- zali. Per contare da 1 a 20 si dice colassù: un (quasi pron. oung), do, traie, catte, sink, scie, sett, uit, nuv, dis, iunz, duz, katorz, chienz, sez, diciasett, dicciuitt, dicianuv, vini (pronunziando la cons. finale come se fosse seguita da un'e semimuta) 30 = treBt; 40=karant; 50 = secant ; 60 = sessant ; 70 = settant ; 80 = uttant ; 90 = nuvant ; 100 = sènt; 1000 = mil.

Per dire donna = fènne ; la testa = la téte ; la fronte = lou frount ; gli occhi =: les iie (e semimuta); le orecchie = les auregli^; la bocca = la boucle ; la lingua = la lènghe ; il collo = lon cou ; il braccio = lou bras ; la mano = la man ; il dito = lou dai ; gli ossi = los ci ; il sangue =^ lou sang; la camicia = la cemisg; il cappello := lon ciap- pèe ; i pantaloni = lou cauzoun, ecc. ecc.

Chiuderò questi pochi cenni filologici con un brano della bella traduzione della novella IX, giornata prima del Decameron, trad. ■dovuta al già lodato Frane. Ferrini e pubblicata (come dicemmo sopra) nel libro del Puccianti. Teniamo l'ortografia italiana, e indichiamo Ve semimuta colla dieresi = 6":

« disce dune che a lu tèn de lu prèmié ràie de Cipri*, doppoi che i fi pràie la Tèra Sante da Guttéfré de Buglione, avvénit che na gintilé fènnft de Guascogne illatté pilliriné a lu Subbulche, discii turnan, arrèva che i fitte a Cipre, da parale ma 'mmuen i fit nammuor tri bri 'ngirià: pessù igl' ne pregnittè tan e tan delàue, ca i pensa d'alia a recuorré a lu liàje i me cacun le discitté c'aièvé tèn perdi, pècche ìé gliève de cuor tri petitte e tri pabbìin, tan che nun sulam- mèn i pregnivé iustisé la vinnittè de lo 'ngiurie de los ate, me selle tri 'nnamuor che i fascivant a ìé, se la prignivé cu tan vie vituperie; tan lu vàie che tutt sellò che i tenevant, de dir cache ciuòsè de ìe, i sfugavant pe le déuà déspacìé e pe lu sbruignìé».

Certo il dialetto di Faeto e Celle ha subito delle modificazioni certo la pronunzia non è più precisamente quella dei Provenzali del- l'epoca di Carlo I d'Angiò ; molti vocaboli pugliesi o napoletani si sono introdotti nel parlare di quei bravi discendenti dei Provenzali del 30U; ma è però incontestabile sempre che questo fenomeno di conservare il carattere d'un linguaggio e d'un popolo per un così lungo lasso di tempo, cioè por circa seicento anni, è cosa meravigliosa.

Io mi limito ad indicare questo fenomeno a voi, illustri signori, che colla vostra presenza tanto mi onorate. Esso è non troppo dissi- mile da quello che verificasi nei paesi del Basso Danubio colonizzato <lai soldati di Trajano, otto secoli prima della venuta dei Provenzali

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a Lucerà. I Rumeni, fratelli d' Italia, i Rumeni che in Oriente fanno il giusto pendant di quella Italia d'Occidente cbo è l'Argentina, con- seryano ancora una forte impronta dell'idioma delle legioni romane, e coir idioma ossi conservano in petto l'amore all'antica e gloriosa patria dei loro progenitori. Elibene, anche i miei Provenzali della verde mon- tagna della Vallo del Gelone, si gloriano ancora dello loro origini, del valore de' loro antenati del trecento ed oggi ancora amano essere chia- mati Provenzali.

0 nobile linguaggio del grande poeta di Maillane, o dolce idioma dei trovatori, nop isdegnare l'umile vernacolo che lassù, a 800 metri sul livello del vicino Adriatico, fra gente di stirpe greco-latÌQa, lassù ai contini del Sannio, è ancora oggi parlato.

VII.

SULL'AUTENTICITÀ DEI CODICI D'ARBOREA. Comunicazione del prof. VV'. Foerster (').

Dal 1845 in poi, a Cagliari, un frate Cosimo Manca vendeva, per r intromissione di un impiegato dell'Archivio di Stato, pergamene, carte, fogli cartacei, che salgono forse ad una cinquantina di numeri, de' quali la più gran parte fu pubblicata ed illustrata dal Martini, uomo pieno di zelo e di buona fede. Le spese, per la maggior parte, le sostenne il conte Baudi, di Vesme, un vero gentiluomo e galan- tuomo senza taccia. Tutti questi codici derivano da una unica fonte, ed hanno le medesime particolarità: l'uno si appoggia sempre all'altro, costituendo, fra loro, un tutto coerente. Questi codici, della provenienza de' quali non si è mai potuto saper nulla di sicuro perchè frate Manca, quando le accuse di falsificazioni sorséi-o d'ogni parte, fu man- dato sul continente attribuiscono all' isola una coltura e uno splen- dore in letteratura, storia, arte e antichità sarde, superiori al continente italiano. Essi offrono lo strano spettacolo di un Diez sardo nel sec. XII, il quale scopre le leggi fondamentali della discendenza delle lingue neo-latine dal latino, e cosa ancora più bella svela una ricca e rigogliosa lirica sul principio di quel medesimo secolo, la quale ne' suoi nonetti e canzoni mostra già l'aspirazione ad un' Italia unita.

Nacquero poscia dubbi ne' dotti di tutti i paesi, naturalmente prima in Italia. Allora il Bandi, pieno di fiducia nella autenticità de' detti codici, ne inviò diversi saggi all'Accademia delle scienze di Berlino, la quale si limitò a mandarli in esame ad alcuni de' propri

(') Il prof. Foerster lui avvertito che sta preparando suU'argomento una speciale o ampia pubblicazione. Kiforiamu qm il breve riassunto della coniuniea- zione, quale fu redatto dallo stesso autore.

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soci più competenti in materia. Questi pubblicarono una Relazione, nella quale eranvi prove irrefragabili che i codici erano falsificati, tanto per ragioni esteriori (paleografiche) come per ragioni intrin- seche (di lingua, storia, ecc.). Basterà un esempio: le poesie ita- liane sarde mostrano già tutti i provenzalismi e francesismi dei codici continentali {bealtate, lausor. sambra): cosa impossibile in Sardegna, mentre nel continente due secoli più tardi la cosa è natu- rale, la lirica italiana essendo derivata dalla provenzale. Ancora più strano è il fatto che i testi sardi mostrano giìi il perfetto moderno {cantesi), mentre gli statuti di Sassari (autentici), che sono posteriori di parecchi secoli, hanno ancora lantico perfetto latino (canta{v)i).

La condanna, pertanto, pronunziata contro l'autenticità de* codici di Arborea è irrevocabile. Perchè dunque venire qui al Congresso in- ternazionale storico di Roma a trattare di nuovo una questione già risoluta? a riferirvi ancora sopra una rcs judicata?

Fu il caso clie mi fece vedere nell'aprile 1886 i famosi codici arboreani. Rimasi allora subito stupito dalla paleogi-afia in tutto me- schina, mal fatta, ed ho facilmente compreso che quasi tutti, senza eccezione, appartenevano ad una sola e medesima mano. Di primo aspetto mi avvidi che le pergamene erano state staccate da copertine di registri ; si scorgevano ancora le pieghe, il dorso, i buchi, le cor- dicelle; il lato esteriore, grasso per essere stato maneggiato dai let- tori, è vuoto, perchè l' inchiostro non si fissa sopra il grasso, la scrit- tura è strana, ignota al continente, come il sistema di abbreviazioni, tutte estranee al continente. Il corsivo, dopo alcune pagine, diventa per il più una specie di stenografia, illeggibile non soltanto a lettori estranei alle falsificazioni, ma anco a colui stesso che tracciò quei ca- ratteri, se egli non ne avesse serbata una minuta leggibile.

Trattandosi, secondo il mio giudizio, unicamente di questione paleografica, avevo escluso appositamente, nel mio esame, il contenuto de' testi. Sfogliando così, numero per numero, m' imbattei in un co- dicetto clie porta il N. 13, il quale, tutto intiero, mi parve autentico per la sua scrittura; la stessa cosa mi accadde col seguente n. 14: tra r uno e l'altro, tali due codici comprendono una cinquantina di pagine, più alcune altre, che, bianche in origine, furono poi dal fal- sificatore riempiute.

In seguito a questa scoperta, che finora non era stata fatta da altri, mi posi a studiare anco il contenuto di quo' due codici, e mi persuasi, con grande mia soddisfazione, che in essi anche la lingua e il contenuto erano assolutamente inappuntabili e inoppugnabili. 11

codice n. 13 contiene le norme doganali di Castelsardo del 1438 in lingua sarda, ed il n. 14 è il protocollo di un notaio, contenente con- tratti ed obbligazioni di privati, anche questo di tarda età.

Siffatto esame mi condusse ad un nuovo risultato: la scrittura e le abbreviazioni di quei due codicetti sardi autentici sono total- mente identiche a quelle de' codici del continente, sia d' Italia, che di Francia, di Germania, ecc. Dall'altro lato, i codici sospettati, o, meglio, condannati, hanno tutti scrittura e abbreviazioni, che sono assolutamente estranee a quelle del continente. Per rendere la mia argomentazione decisiva, mi accinsi a fare una controinchiesta. Mi procurai, cioè, fotografie di tutti i codici insulari da me non ancora veduti : e così, avendone già prima studiato un rilevante numero, feci questa nuova scoperta: tutti i codici insulari, che non hanno niente che fare con i codici arboreani sospetti, sono in tutto uguali ai codici continentali.

E così risalta con certezza matematica che tutti i codici arbo- reani sono di piena necessità falsificati. E, poiché il loro contenuto è in contraddizione assoluta con tutto quello che sappiamo delle altre fonti continentali ed insulari, in contraddizione eziandio con la coltura e la storia e lo sviluppo di que' tempi, non mi parve in nessun modo più possibile ammissibile il minimo dubbio.

Senonchè, non contento di ciò, volli fare ancora un ultimo ten- tativo.

Esistono ancora due codici continentali con poesie italiane, conte- nenti i medesimi testi o nuovi analoghi alle arboreane; uno conser- vato nell'Archivio di Stato di Firenze, e l'altro nella Biblioteca co- munale di Siena. La loro provenienza è molto sospetta. Nel 1S60 ne fu spedito uno, e tre anni dopo fu spedito l'altro da un anonimo, a mezzo della posta, da Palermo.

Comprende ognuno di leggieri che era per me di somma impor- tanza l'accertarne la paleografia. I difensori de' codici arboreani ne avevano levato sempre grande rumore, pretendendo che questi due codici non avessero niente a far coll'ambiente arboreauo. L'amico conte prof. Pullè me ne fece egli stesso le fotografie ; con una sola occhiata riconobbi subito l' impossibile corsivo de' codici arboreani falsificati. E, pertanto, eccomi all' ultimo risultato da me raggiunto : anco i due codici di Firenze e Siena sono scritti dalla medesima mano; dunque anch'essi, entrambi, sono arboreani e falsificati.

« Giacché ne ho propizia l'occasione, ringrazio i molti amici sardi e continentali che m' hanno aiutato in tali e altre mie ricerche, e rivolgo

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un saluto affettuoso all'isola superba e bella, alla cara Sardigna, la quale non ha bisogno di lalsitìcazioni per aumentare la sua gloria, essa che sarà sempre un gioiello della Corona d' Italia, preclara per la sua popolazione forte, tenace, laboriosa, di acuto ingegno; essa che ha dato al Piemonte o all' Italia tanti uomini illustri nelle scienze, nella storia, nella magistratura, nelle armi. AH' isola bene amata... vadano dunque i miei migliori auguri di prosperità e di benessere!"

vili.

NOTE SUR LA GENÈSE DES QUATRE P^POPÉES CHRÉTIENNES.

Comunicazione del dott. E. Hallberg.

On est généralement d'accord pour reconnaitre qiie l'epopee mo- derne, — l'epopèe savaiite oii classique, bien entendu, s'est réglée, au moins à ses débuts, sur l'epopee grecque et romaiiie. Je crois que l'on peut aller plus loin encore, et dire que les quatre épopées chré- tiennes, malgre' l'inspiratioii religieuse qui les anime au fond, ne sont que des imitations plus ou moins lieureuses d'Homère et de Virgile, et que c'est l'Italie qui, par ses deux tentatives, heureuses en somme, a entrainé l'Angleterre et l'AUemagne dans la méme voie. Dante et le Tasse ont marche sur les traces des Grecs et des Latins ; Milton et Klopstock n'ont fait que suivre, directement ou indirectement, l'impul- sion donnée par la Renaissance italienne, et l'on peut considerar Dante comme le ve'ritable promoteur de cotte Renaissance. Je me bor- nerai ici à donner les conclusions auxquelles on arrive forcément après une étude approfondie de cette catégorie de poèmes.

C'est bien Homère, on peut l'affirmer, qui, dans les littératures classiques, modernes aussi bien qu'anciennes, incarne le genie de l'epo- pee et a inspiré les grands poèmes épiqnes, quels que soieut leurs sujets et leurs caractères distinctifs.

Et quand ce n'est pas lui qui les inspiro diiectement, c'est Vir- gile, son imitateur le plus heureux et son héritier le plus incontesté, qui leur a servi de modèle ou dinitiateur, qui a été le uiédiateur entre l'antiquité et les temps modernes. Donc c'est encore Homère qui a provoqué ces tentatives i,a-aiidioses et qui semble projeter son ombro colossale sur les plus illustres poètes des àges suivants.

En ce qui concerne l'epopee cbrétienne, la seule qui morite, par la perfection de sa forme, de tìxer notre attention et de représenter aussi complètement que possiblo le genie ópique de l'àge classique moderne, la preuve nous paraìt irréfutable. La Divina Commedi a, la

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Gerusalemme liberata, le Paradise lost et le Messias ne sont, en réalité, que des échos plus ou nioins heureux du gt'nie <,n-éco-latin, des adaptatioos modernes de l'anivre d'Hoiiière et de Virgile; et, malgié la ditféreiice de la matière, des idées et des inanirs, elles ne font que consacrer la souveraineté du maitre primitif et démontrer l'impossibi- lité de réussir autrement qu'en maichant sur ses traces.

Pour Dante, la démoustiation a été faite depuis longtemps, et le poòte lui-méme a pris soin de nous y aidei". Yirgile est son parrain et son guide, et, à travers Virgile, c'est Homère, qu'il ne connaissait pas, mais qui règne néanmoiiis, invisible et présent, sur son ceuvre entière.

Le Tasse, plus verse que lui dans la connaissance des lettres an- ciennes, n'a guère protité de cet avantage pour remonter i\ la source, et s'est contente de puiser plus largement au flenve ou aux ruisseaux qui en découlent, c'est à dire à Virgile et il ses iniitateurs. Les rémi- niscences et les imitations de ce poète ou de ses émules romains abon- dent dans son poème, et sautent aux yeux.

11 paraìt plus diltlcile, au premier abord, de retrouver l'imitation houK'rique ou virgilienne chez Milton et chez Klopstock: mais le lec- teur attentif n'a pas de peiue à la découvrir aussi chez ces deux poètes, et, lìi encore, c'est Homère ou Virgile qui est le principal inspirateur de l'oeuvre moderne.

L'histoire est là, du reste, pour nous dire que Milton, dans sa jeunesse, s'était nourri de la poesie grecque et romaine, qu'il savait Homère par coeur, et que Klopstock, fort instruit, lui aussi, dans les lettres anciennes, avait fixé son regard, dès l'origine, sur les deux gran- des t'popc'es que nous a léguées l'aiitiquité.

D'ailleurs, un fait s'impose, qui, à lui seni, sufììrait pour établir clairement la genèse greco-latine du Paradis perda et du Messie: le poète auglais, et, après lui, le poète allemand se sont inspires des deux grands maìtres italiens, et, à ce titre, ils doivent leur inspiration pre- mière aui modèles que ces maìtres avaient suivis ; en cherchant à re- faire, sur d'autres donnóes, les poèmes chrótiens de l'Italie, sans pou- voir les surpasser ni méme les atteindre, ils out consacré la paternità non moins que la gioire de leurs devanciers.

Si, de ces considérations gc'nrrales, nous passons au dt'tail de l'exé- cution, nous remarquerons d'abord que la marche et l'allure des quatre poèmes, leurs divisions, l'enchaìnement des épisodes, les procédés em- ployós, jusquaii ton méme de la langue épique, aux invocations du déhut, il la mise en scène des personnagos, aux comparaisons et aux alK'gories, aux descriptions, à l'abus méme des discours, tout fait pensar aux modèles que les auteurs s'étaient, sciemment ou non, proposés.

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Les deiix poètes italiens se sont, il est vrai, écartés de ces mo- dèles polir le lythme eraployé : le tercet de Dante et Y ottava rima du Tasse ne rappelleut guère les hexamòtres d'Homère ou de Virgile ; et pourtant ne doit-on pas y recoiinaìtre, presque toujours, le soufflé et la niajesté du lythme homérique et virgilien? Ils ont le style épique, et ce style est bien celui des anciens.

Quant à Milton et à Klopstock, ils ont adopté, autant qu'il était en eux, ce rythrae lui-méme, l'un avec ses vers héroiques non riraés, aussi voisins que possible du vers hexamètre, l'autre avec ses hexamè- tres péniblement calqués sur ceux d'Homère.

Il reste à montrer comment l'intervention du christianisme n'a pu que modifier superficiellement le caractère vraiment greco-latin de ces poèmes.

Un fait incontestable, c'est que l'idée chrétienne a subi des évo- lutions importantes de Dante à Klopstock; cbacuu des quatre poètes s'inspire évidemment de sa foi religieuse et en fait la pierre angulaire de son oeuvre: mais chez Dante, au moins dans son Inferno, la partie capitale ou la plus populaire de son poème, l'élément mythologique et pa'ien semble contre-balancer les données du christianisme; chez le Tasse, il y a la chevalerie et la féerie qui viennent diminuer le role de cet élément, et l'idée chrétienne refoule assez souvent la mythologie grecque, sans pourtant la faire disparaìtre entièrement; chez Milton, les héros et les moeurs, malgré leur couleur moderne et surtout poli- tique, malgré le sentiment chrétien ou biblique qui les anime, con- servent le plus souvent ancore quelque chose de la vigueur antique et du caractère paìen; chez Klopstock, eufìn, l'idéalisme, j'oserai presque dire la métaphysique de la religion chrétienne, còtoie sans cesse les fictions anciennes plus ou moins démarquées ou défigurées, mais recon naissables tout de méme. Ya\ sorte que la poesie, ou, si l'on aime mieux. la poesie primitive va en s'effarant ou en se modifiant peu il peu. de Dante au Tasse, du Tasse à Milton, de Milton ìi Klopstock, et semble se refroidir graduellement au soullie des idées modernes.

Et pourtant, si l'on va au fond des choses, quoi de plus antique, dans le sens littéraire du mot, que les personnages surnaturels, anges ou démons, et Dieu lui-méme, ; de Milton et do Klopstock? Il ne faudrait pas creuser longtemps pour retrouver, sous ces enveloppes chrétiennes, les divinités de l'Olympo ou du Tartare, telles que Dante les avait oinpruntées i\ Virgile. Remarquous pourtant, ìi la gioire do Dante, que jamais poeto n'a donno do la divinitó une imago plus gran- diose, plus ideale et plus vraiment poétique, que celle qu'il nous on

tJO

présente <ians son Paradiso: il est origiual, et aucim poèta posté- lieur n'a méme essayé de l'imiter.

Gomme conclusion à ces quelqiies remarques, nous dirons doDC qii'Homtre, soit par lui-raéme, soit par Virgile, est le principal, ou méme ruiiique initiateur de l'épopóe chrótieime ; et qiie, après lui et Virgile, Dante, en agissaut il distance sur le Tasse, sur Milton et sur Klopstock, qui tous trois, à des degrés différents, procòdent de lui, peut revendiquer la gioire d'avoir suscité trois oeuvres grandioses, imparfaites il coup sur, iuférieures à la sienne, mais sutfisantes encore pour illus- tror les littératures modernes.

IX.

DE L'EXPANSION DE LA LANGUE FRAN^AISE EN ITALIE PENDANT LE MOYEN-AGE.

Comunicazione del prof. Paul Meyer

1. Les langues européennes qui ont actuellement le caractère na- tioDal furent anciennement des idiomes locaux, parlés, à l'origine, sur un territoire peu étendu, qui, gràce à des circonstances diverses, ga- gnèrent du terrain, parvenant peu à peu à se substituer dans l'usage littéraire et dans l'emploi officici, sinon dans la conversation, à d'autres idiomes moins favorisés des circonstances. L'espagnol n'est autre chose quele castillan devena la langue officielle de l'Espagne entière; l'italien est, à proprement parler, le toscan ; le fran9ais est la langue du pays aui limites flottantes qu'on appelait Trance au XIP siede, et qui s'étendait vers le nord jusqu'au Beauvaisis, vers l'ouest jusqu'à la Nor- man die, vers le sud-ouest et le sud jusqu'à la Touraine et à l'Orléa- nais, vers l'est jusqu'à la Champagne. L'emploi du mot i^ franyais " , corame désignation d'une certaine variété du langage roman, n'est ce- pendant pas, méme au XIP siècle, strictement confine à ces limites: la langue de Chrétien de Troies est distinctement qualitìéo de franyaise, et il ne semble pas que champenois ait jamais été applique à l'idiome qu'on parlait en Champagne. Peu à peu, par l'effet d'intluences litté- raires, aidées do l'effort administratif, le franyais se répandit au delà de ses limites naturelles, et, à la fin du XV^ siècle, il était devenu la langue comraune, dans les choses de la littérature et du gouverne- ment, de toutes les provinces soumises à l'autorité du roi de France. Au XIIP siècle il so rópandait dans le nord de l'Italie, eu un temps oìi son action commen^ait ìi peine à se manifester en Bourgogne, c'est à dire en un pays qui sóparait précisément l'Italie soptentrionale do la rógion proprement franc^aise. La langue de Chrétion do Troies et do Villehardouin avait franchi d'un bond une largo zone de terrain.

2. Avaut d'ótudier le développement du fran(;ais en Italie. Mijoi du prósent mémoire, il est i\ propos de distinguer les conditious dans

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lesquelles un idiome peiit se piopager au détriment d'autres idiomes. Oes conditions peuvent se ramener à trois.

A. Transport de populations. C'est il la suite d'un transport de populations, d'une éraigration, si l'on veut, qua le breton s'est im- planté. vers le milieu du V'' siècle, daus l'extrémité occidentale de la iìaule. C'est par l'atllui des émigrants venus, non seulemeut de la Normandie, mais encore de diverses parties de la France, à partir de 106G, que le franyais a pris pied eu Grande Bretagne au point d'y devenir, dès le XIP siècle, la langue de la littérature, la langue de la classe noble et mOme de la classe bourgeoise. Des émigrations en- core ont trausporté, à diverses époques du moyen-àge et des temps modernes, un dialecte allemand en certains districts du nord de l'Italie (les Sept communes et les Treize communes), le grec vulgaire et l'al- banais dans le sud de l'Italie et en Sicile, et le catalan dans la Sar- daigne occidentale. L'italien s'établit actuellement de la méme manière en diverses parties de l'Amérique.

B. Propagalioìi par vote Ultéraire ou administrative. C'est le mode le plus fréquent. L'usage littéraire précède ordinairement l'usage administratif. Le toscan a pris, dans la littérature de l'Italie, dòs le XIV'" siècle, une prépondérance marquée: il n'a été employé que bien plus tard dans les actes publics et privés, qu'on écrivait de préférence en latin; c'est seulement au XVP siècle que, sans entente préalable, par suite d'une sorte d'accord tacite, il a commencé d'Otre employé comme langue de gouvernement par tous les états de la Péninsule.

C. Propagatioìi par l'usage orai. Ce mode de propagation, qui est ordinairement tardif, ne s'observe guère que pour les idiomes qui ont accompli, dans l'usage littéraire et administratif, d'importants pro- grès. Cependaut on le constate parfois à l'occasion d'idiomes qui n'out qu'une faible culture littéraire et qui n'ont jamais eu d'existence ollì- cielle. C'est notamment le cas du piémontais de Turin qui s'est étendu jnsque dans certaines vallées alpines, se substituaut plus ou moins aux patois locaux.

11 ne faut pas perdre de vue que, jusque dans le courant du XIX" siècle, la propagation des idiomes s'est opérée, si l'on pcut ainsi parler, par voie naturelle, sans intervention d'ordre gouvenemental. Le franyais progressait en France et dans certains états voisins (Belgique, Suisso, Savoie, Piémont) par le simple développement do l'instructiou, pénétrant peu à peu les diverses couches de la population. De méme «,'n Italie, et, en dehors des états italiens, au nord et à l'est do l'Adria- tique: le toscan gagnait peu ;i peu non seulement sur les patois ro-

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mans, mais méme sur les idiomes slaves de l'Istrie et de la Dalmatie. La lutte des langues, qui fait rage en Belgique et sur la rive orientale de l'Adi'iatique, était inconnue. L'autorité administrative u'intervenait pas pour imposer une langue au détriment d'une autre. C'est seule- ment sous le second empire, aux environs de 18G0, que l'on a com- mencé à considérer la langue comme étant le signe visible de la na- tionalité; c'est depuis cette epoque que les gouvernements ont pris les mesures nécessaires pour faire prédominer une langue unique par tout le territoire sur lequel s'étendait leur autorité, en méme temps que -le service mìlitaire et l'instruction primaire obligatoire répandaient dans toutes les classes la connaissance de l'idiome littéraire du pays.

Il ne semble pas qu'en aucun cas et à aucun moment la valeur, réelle ou supposée, de l'idiome soit entrée en ligne de compte. Certains idiomes ont pu Otre regardés comme plus parfaits que d'autres, mais cette opinion, fondée ou non, ne paraìt pas avoir eu d'intluence sur leur progrès. Q'a été l'erreur de liivarol, en son célèbre discours sur l'uni- versalité de la langue fran9aise (1784), erreiir dont on trouve encore la trace chez certains écrivains, de croire que la grande eitension de la langue fran^aise dans les derniers siècles était due à des qualités inhérentes à cette variété du langage roman. Ces qualités appartiennent aux écrivains plutot qu'à l'idiome. Les écrivains contribuent certaiiie- ment h augmenter la richesse du vocabulaire, à donner au style la clarté et l'élégance, mais il n'est pas douteux que tous les idiomes d'une méme famille sont susceptibles à un degré égal d'acquérir ces raérites.

3. Dans notre Europe occidentale tous les idiomes qui se sont propagés en dehors de lenrs limites originaires ont eu à lutter contro d'autres idiomes dont la force de résistance a été très variable. Et d'abord contre le latin. A une epoque où, par toute la France, la lit- térature vulgaire, surtout en sa forme poétique, était en pleine vigueur, le latin restait non seulement la langue de l'Eglise, et par conséquent celle de toute science, mais encore il était partout la langue des gou- vernements, des corps administratifs comme des assemblées proviuciales ou municipales. méme on délibérait en langue vulgaire, on rédi- geait les délibérations en latin. Toute personne qui savait lire et écrire possédait nécessairemeut une certaine connaissance du latin, puisque «'était dans des livres latins qu'on apprenait i\ lire. La France est, de tous les pays romans, colui la langue vulgaire arriva le plus tòt ìi se faire uno place à, coté du latin. Elle s"y tìt une placo ìi part, ne se substituant pas à la lauguo savante qui restait réservée aux études

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poursuivies dans les monastères, daus les écoles épiscopales, dans les universités, mais servant d'expression ìi une littératiire d'agrément, d'éditìcatioD, parfois d'enseigneinent clémeutaire, à l'usage de ceux qui n'enteodaient pas le latin. Elle fut la lumière nouvelle, le soleil nou- veau de ceux pour qui, selon la forte expression de Dante, le soleil ancien (le latin) no luisait pas.

4. Les idionies qui ont franchi leurs limites propres, ont eu aussi à lutter coutre ceux des pays oìi ils tendaient à se répandre. La ré- sistance des idiomes locaux, ainsi envahis sur leur propre terrain, est plus ou moins forte, selon le degré de culture qu'ils ont atteint. Cast ainsi qu'il fallut plus de temps au langage du Latium pour conquérir l'Italie centrale et meridionale qiie pour s'implanter en Espagne, en Gaule. dans l'Afrique septentrionale. Sur le territoire de l'ancienne Gaule, le progrès du franyais de Paris et d'Orléans fut assez lent. C'est, naturellement, dans la littérature que ce progrès se manifeste d'abord, et dans ce domaine, il commence à acquérir une certaine su- périorité dès la tìn du XIP siècle. Mais en Normandie, en Picardie» en Artois, en Lorraine, en Bourgogne, il y avait dès lors des foyers littéraii-es d'une certaine intensité, qui maintenaient l'usage des idio- mes locaux, et il faut attendre au moins le milieu du XIIl'' siècle pour que la suprématie du franyais propre apparaisse clairement. Daus le midi, où, depuis l'onzième siècle, la poesie vulgaire jetait un vif éclat, Vadmission du franyais, comme idiome littéraire et administratif, fut beaucoup plus tardive.

En Italie, la résistance du latin à l'emploi du roman comme lan- gue écrite avait été très forte. Au XIP siècle, lorsque le franyais com- raenra à s'introduire dans les pays subalpins, aucune partie de la péninsule n'avait de littérature vulgaire, et cette circonstance favorisa grandement la propagation, h l'est et au sud des Alpes, des idiomes venus de France. Le franyais et le provenyal, importés par les jongleurs du nord et du midi, occupèrent un terrain vacant. Le provenyal s'étei- gnit de lui-méme, à la fin du XI II'' siècle, à uno epoque sa litté- rature était en ploino décadence dans son pays d'origine. La brillante poesie à laquelle il avait servi d'expression se continua et se doveloppa sous formo italienne. Lo franyais resista mieux, surtout en Lombardie, en Vénótio, on Emilie. Il no fut détrónó qu"à la fin du XIV' siècle par la poussée de la littérature toscane. Il se maintint plus longtomps on Piémont l'inlluence toscane fut tardive, et la concurrence du dialecto locai avait été nulle.

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5. Cherchons maintenant à déterminer les voies par lesquelles 1" frau^ais et sa littératiire pénétrèrent en Italie.

Il n'est pas douteux que les Normands, établis en Sicile et dans l'Italie meridionale au XP siècle, y introduisirent une certaine con- naissance de la poesie francaise. C'est à eux que l'on doit rapporter les souvenirs de l'epopee Carolingienne et méme du cycle breton que l'on trouve localisés en diverses parties de la région qu'ils ont habi- tée ('). Mais il ne s'agit ici que d'une influence passagère dont les traces n'apparaissent à nos yeux que bien effacées (-).

Il faut attribuer une action plus puissante et plus durable à l'af- fluence des pèlerins venant de France, et se rendant en Italie, soit par la vallee de l'Isòre, le Petit Saint-Bernard et le Val d'Aoste, soit par la vallee de l'Are, le Mout Cenis et la vallee de la Dora riparia. Les voyageurs originaires des parties méridionales passaient plus au sud par le mont Genèvre, par le col de Larche, par le col de Tende, par la rive de mer (Menton et Vintimille). Les jongleurs accompagnaient volontiers les pèlerins. Ils abondaient dans tous les lieux consacrés : au Puy-Notre-Dame, à Saint-Gilles, à Saint-Jacques de Galice. Ils fré- quentaient la voie de Rome et y faisaient de nombreuses stations {^). C'est par eux que les héros carolingiens et arthuriens devinrent popu- laires en Italie, dès la première moitié du XIP siècle, et c'est d'Italie, en compensation, qu'ils rapportèrent les notions géographiques plus ou

(») Voir G. Paris, La Sicile dans la littérature franfaise du moyen-àge, dans Romania, V, 110.

(^) On adraet cependant que les rapports entre la France septentrionale et les Normands de la Pouille et de la Sicile durent se continue! (voir Michele Ca- talano, La venuta dei Normanni in Sicilia nella poesia e nella leggenda, Ca- tania, 1903, p. 36), mais nous ne voyons pas claireraent si ces rapports eurent quelqne effet sur Tusage du fran(;ais dans cette région. Nous voyons plus distincte- ment se manifester une certaine iiitiuence de la littérature fran^aise au temps de Frédéric II. L'action de l'art fran(;ais est plus visible encore.

(3) On en a un téinoignage dans lo niiracle du « Voult de Lucques n (i7 santo volto de Danto, /«/". XXI, 48). On cuntait qu'un jongleur ayant elianto devant un auditoire qui ne lui avait rien donno, l'image sacrée lui avait en compensation jetó son soulier, qui était d'argent et qu'il avait fallu ensuite racheter à un haut prix. Il est question de ce niiracle en certains manuscrits du poème à''Aliscans: voir édit. Guessard et iMontaiglon, p. 209-301. Le troubadour Peire d'Auvergne dans sa pièce Dieus vera vida y fait une allusion qui n'a pas étó comprise. On a cru, au moyen-àge, que ce jongleur était un certain (ìeneys. En effet, dans le chansonnier provon<;al 85G de la Bibliotbqòue nationale on lit (fol. 3G0 verso), en tète de la pièce Deus verays, a vos mi ren, une rubrique ainsi conine: (ìeneys, lojoglars a cuy lo votiti de Lucas donet lo sotlar (cf. la table du commencemcnt. fol. 15 verso).

Seziono III. Storia delle Letterature. «^

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raoins eiactes qu'ils firent entrer en divers poèmes, par exemple dans Ogier et daus le Couronnemenl de Louis. A l'année 1131 ou eiiviron remonte la célèbre charte lapidaire de Nepi, qui raenace du sort de Ganelon ceux qui manqueraient au sermeiit par lequel sont liés les nobles et les cousuls de la cité. Il n"y a pas lieu dinsister sur ce précieux docuiueat, signalé à l'attention depuis trois quarts de siècle et si richement commentò de nos jours par M. llajna ('), qui, à l'eipli- cation du monument, a joint des recherclies approfondies sur les che- mins que les pèlerius suivaient pour se rendre il Kome.

Au XIP siècle encore, et, selon tonte apparence, une période ancienne de ce siècle, appartient le portali septentrional de la cathédrale de Modène sur lequel se voient, eu bas reliefs, des personnages appar- tenaut à l'epopèe bretonne: Isdernus (Ider), Artus de Brelania, Dar- maltm (Durmart), Winloge (Guenloie). Mardoc, Carrado (Caradoc), GalDagiìius (Gauvain), Galivariinn, Che (Kai, le sénéchal) (-).

Il est à peine besoin de rappeler les statues de Roland et d'Oli- vier, il la cathédrale de Verone, qui sont du XIP siècle {^). D'autres témoiguages, figurés ou écrits, sur l'epopèe carolingienno en Italie, ont été recueillis par Eug. Miintz (') et par MM. d'Ancona et Monaci (^). Dans le méme ordre de recherches M. Kajna a montré combien étaient fréquents eu Italie, dès le XIP siècle, les noms empruntés aux romans bretons ("). On con90Ìt que les romans du cycle carolingien ont aussi fournir leur contingent de noms ìi l'onomastique italienne, encore bien. comme l'a justemont remarqué M. Rajna ("), qu'ici la part de l'in-

(') Un^ iscrizione nepesina del 11.31, dans VArchivio storico italiano de 1887.

(*) B. Golfi, Di una recente interpretazione data alle sculture delVarchi- vollo nella porta settentrionale del duomo di Modena (Modena, Vincenzi, 1900; cf. G. Paris, Romania, XXIX, 485.

('*) Gravées dans la Chanson de Roland, de L. Gautier, ódition classique, 2^ éclaircisseinent (7^ (ódition, ISSO, p. 3S1).

(■*) La legende de Charlemaipie dans l'art, dans Romania, XIV, 321 et suiv.

(5) D'Ancona et Monaci, Una leggenda araldica e l'epopea carolingia nel- V Umbria (Imola, 1880, ;)er nos^e Meyer-Blackburn e); D'Ancona, Tradizioni caro- lingie in Italia, dans les Rendiconti della R. Accademia dei Lincei, ci. di se. morali, storiche e filolofjicbe, 17 mars 1889; Ecidi, Una leggenda carolingia nelle Marche, dans le Bull, della Soc. filol. rom , III (1902), 31.

C^) Romania, XVII, 161, 335. Que les romans bretons aient penetrò en Italie dès le XII« siècle, c'est à dire vers le tcmps mC'ine oìi ils fnrent composés, c'cst ce qui ne .saurait t'tre Conteste, mais qu'ils y aient dté portt^s par les trou- badours comiiie le suppose M. Grak (Giorn. star, della Ictt. italiana, V, 81-2) c'est ce dnnt il est perinis de douter.

C) Romania, XVIII, 2.

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fluence fran9aise soit diffìcile à faire, puisque beaucoiip des noms qui

ont pu étre portés au sud des Alpes par les jongleurs fran^-ais exis-

taient déjà en Italie. Diverses localités aussi ont re9u des noms qui rappellent des souvenirs de l'epopèe fran^aise (^).

6. Mais, dira-t-on, tous ces faits prouvent que des créations de l'ima- gination franyaise circulaient en Italie. Prouvent-ils au méme degré que la langue dans laquelle ces créations avaient trouvé leur expres- sion était comprise par le peuple, ou au moins par certaines classes de la société? Non pas absolument. Il est possible quo, dès le XIP siècle, des cantastorie italiens, ayant une certaine connaissance du fran9ais, aient répandu parmi leurs compatriotes, en se servant de leur dialecte propre, les gestes des héros carolingiens ou bretons. Il n'est peut-étre pas téméraire de supposer l'existence d'une période en quelque sorte préhistorique de la littérature italienne ces fabuleux récits, plus ou moins admis comme réels, auraient circulé en italien par voie orale.

Attendons le XIIP siècle. Alors, sinon plus tòt, nous trouvons des preuves évidentes d'une connaissance réelle du langage (ou des langa- ges) de Franco en diverses parties de l'Italie. Il ne s'agit plus seule- ment de troupes de pèlerins ou de jongleurs fran9ais parcourant ù petites journées le « chemin romain » et faisant des stations plus ou moins prolongées dans les villes de la ronte. Dès la fin du XII* siècle il s'était forme en Ligurie, en Lombardie, en Vénétie, dans les cours- seigneuriales, dans certaines cités, des centres favorables au développe- ment de la poesie et de la littérature de passe-temps. Les cours de Montferrat et d'Este, et tonte la Marche Trevisane devinrent un pays d'élection pour les troubadours, surtout à partir de l'epoque les con- ditions politiques qui résultèrent de la croisade albigeoise forcèrent un grand norabre d'entro eux à s'expatrier. Pendant le Xlir siècle la poesie provengale, cultivée non seulemeut par les troubadours fugitifs mais aussi par les Italiens, fut plus tlorissante dans l'Italie septentrio- nale que dans son paj^s d'origine. C'est dans cette région. probablement dans la Marche Trevisane, que, aux environs de 1250, fut composée la grammaire connue sous le nom Je Donat proensal à la domande de deux seignours italiens. Plus tard, peu avant 1300, Terramaguino de Pise paraphrasait ou vers provon^aux les Rajos de trobar de Raimon Vidal do Bosaudun, et nous savous que, vors lo memo tomps ou peu après, Danto non soulomont lisait les troubadours, mais pouvait ócriro

(') Voir les ócrits cités thins la note Ò ile la paije prócodeiito.

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en leni" langue. Eufin, et c'est l'uue des plus t'ortes preuves qiie l'on piiisse apporter du succòs de la poesie provourale en Italie, la majeure partie des anthologies qui nous oat conserve ce qui uous est parvenu des coinpositions des troubadours a été écrite par des copistes italiens. Mais on ne se propose pas ici d'étudier lo mouvement proven^al en Italie, sujet sur lequel il eiiste déjà de nombreux travaui : c'est de l'eipausiou du franyais que nous avons à nous occuper.

7. Le développenient de la littérature fraiu;aise en Italie est pa- rallèle à celui de la littérature provengale. Toutefois il paraìt coni- mencer un peu plus tard et se poursuit assurément plus longtemps: jusqu'au début du XV'' siècle. Une autre ditférence est quii ne se ma- nifeste pas dans les memes geures littéraires. L'eraploi du jìrovenyal est à peu près limite à la poesie krique, cliansons, sirventés, ballades ; les compositions destinées à étre lues ou réoitées, comrae le Tesaxr de Sordel. sont assez rares, et plus rares encore les écrits en prose. La langue fran(,'aise péuòtre en Italie avec des poèmes variés: chan- sons de geste, romans d'aventure, légendes de saints, et avec des écrits en prose de divers genres. C'est une littérature moins limitée dans son objet, plus généralement accessible par son earactòre, et capable de se répandre en dehors d'un petit cercle de lettrés.

Il y a lieu ici de passer en revue trois ordres de preuves, qui nous sont fournies: par les témoignages des contemporains sur la connaissance du franyais et de sa littérature ; par les transcriptions d'oeuvres fran9aises faites en Italie; 3" par les oeuvres fran9aises qui ont pour auteurs des Italiens.

Le plus précieux des témoignages sur l'usage du franyais en Italie serait assurément, si on pouvait lui accorder une entière con- fiance, celui que le premier biographe de Francois d'Assise, Thomas de Celano, nous a laissé sur son héros, qui, nous dit-il, chantait les louanges du Seigneur «lingua fraucigeua " . Bien que cette assertion ait été répétée par d'anciens biographes et qu'elle paraisse acceptée par les modernes ('), j'avoue qu'elle m'inspire des doutes. Car, dans la partie de l'Italie oìi vivait saint Francois, la langue l'ranyaise n'a jamais été fort répandue, surtout à, la fin du Xll" siècle et dans les premières années du XIII", et d'autre part le fait que le pére de Fran- cois voyageait souvent en Franco ne prouve pas que le tìls ait su rimer

(') Della tiiovANNx, S. Francesco d'Assisi, c/iullare, dans Giorn. stor. della kit. ital, XX V (1895), 2.

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en fran9ais. Si Francois avait vécu dans l'Italie septentrionale on pour- rait se montrer moins défiant à l'égard de biographes dont la véracité n'est nuUement au dessus de tonte contestatiou.

A Bologne le jurisconsiilte Odofiedo (7 1265), qui professait au milieu du XIIP siècle, nous offre un témoignage plus siir, quoique moins précis. Ce maitre se plaisait on l'a remarqué depuis long- temps (•) à introduire dans ses commentaires sur le Code et sur le Digeste, l'espression de ses sentiments personnels sur les hommes et sur les choses de son temps. Il nous parie des joculatores qui lu- dunt in publico causa mercedis, des orbi qui vadunt in curia com- mu/iis Bono aie et cantant de domino Rolando et Oliverio (-). Il n'est pas dit que ces joiigleurs, aveugles ou non, fussent franrais, mais il n'est pas téméraire de le supposer, si on considero que vingt-cinq ou trente ans plus tard les magistrats de Bologne fiirent obligés d'in- tervenir par un bando célèbre pour défendre les attroupements causés par les jongleurs franyais.

En certains cas il se peut que les circonstances politiques soient venues en aide à l'influence littéraire. Nous verrons quii y eut à Na- ples, à la tin du XIIl siècle, un faible mouvement littéraire dans le sens fran9ais, qui. assurément, ne se serait pas produit sans l'occupa- tion du pays par Charles d'Anjou. A Florence toutefois, l'occupation tVan9aise, qui fut, à la vérité, très courte (1267), n'eut pas un effet appréciable sur la propagation du franyais.

8. Le fait que nous possédons encore maintenant de nombreux manuscrits fran^ais qui ont été exécutés en Italie pour le public italien conduit à des conclusions plus précises et plus sùres. Quand, dans un pays, on recherche les livres composés en une langue étrangère. quand ou s'applique à en multiplier les copies. on peut atìirmer que celta langue y est répandue, au moins dans une certaine classe de la société. Si d'ailleurs l'idiome locai ne s'écrit point ou s'écrit peu, on peut in- duire de cette circonstance que c'est l'idiome étranger qui tend ù pren- dre le rang de langue littéraire. Au XIII"* siècle, bien des ceuvres fran^aises ont été goùtées, imitées, tinduites en Espagne ou sur les bords du Rliin. Il ne paraìt pas que dans les mòiues pays ou en ait fait des copies. La littératuro fraiiyaise y avait péiiétré dans une me- sure variable: elle ne s'y était pas implantée. Au contraire, TAugleterre

(') TiKABOscHi, Stor. della lett. ituL, édit. du Milan, IV. -tOiì.

(*) Voir N. Tamassia, Odofredo, studio storico ifiuridico (Bolotrna. 1S94), dans les Atti e memorie della R. Deputasione di storia patria per le provtHCte di Romagna, S""" sèrie, t. XI et XII.

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toiit d'abord, l'Italie septentrionale et les pays de langue flamande à un moindre degré, ont été, pendant une période plus ou nioins lougue, au point de vile de la littérature, cornine im prolongement de la terre franyaise.

Il est impossible. dans l'état aetuel de nos connaissances, de dres- ser une liste taut soit peu complète des livres lVan9ais qui ont été écrits par la niain de copistes italiens. Non qu'il soit difficile à un paléogiaplie expérinienté de reconnaitre le pays d'origine d'un manu- scrit: la forme des lettres et des abréviations, le caractère de l'orne- mentation fournissent des indices auxquels on ne peut se méprendre; mais il est rare qiie ces indices aient été relevés dans les catalogues, et les manuscrits eux-mOmes, dispersés par tonte l'Europe, écliappent facilemeut aux investigations. Toutefois, une liste, meme iùiparfaite, peut ótre de quelque utilité en nous montrant quels sont les ouvrages qui ont été le plus goùtés au sud des Alpes. Nous placerons en pre- mier lieu les poemes et ensuite les écrits en prose.

Les cliansons de geste, principalement celles du cycle de Charle- magne, ont été particulièrement appréciées, ce que pouvaient d'ailleurs faire presumer les témoignages rappelés plus haut. Plusieurs des ma- nuscrits que nous aurons à mentionner proviennent de la célèbre bi- bliothèque des Gonzagues, dont le catalogue, pour la partie fran9aise, a été publié ('). Nous ne donnerons pas le dépouillement de ce cata- logue, non plus que des anciens inventaires de la bibliothèque des d'Este, oìi sont enregistrcs beaucoup de livres fran^ais : nous nous bor- nerons à mentionner les livres qui existent encore et dont il a été, par suite, possible de vérifier l'origine italienne.

Roland. Le plus ancien et le plus célèbre de nos poèmes épiques paraìt avoir été copie fréquemment en Italie. Trois de ces copies nous sont parvenues. Toutes trois viennent des Gonzagues: Venise, San Marco, fr. IV, e' est, pour une partie, la rédactiou ancienne (-) ; San Marco, Vili (3); Bibl. de Chateauroux (').

(') Par W. Braghirolli, Romania. IX, 197 et suiv., avec comincntaires \yàx les éditeurs de ce pcriodique. Ce catalogue est de 1407. Cf. Fr. Novati, / codici francesi de' Gonzaga secondo nuovi documenti, dans le ménie recucii, XIX, IGl. Oh croit que la collectiou etait entière vers 1G25, lorsque plusieurs volumes pas- sèrent, par acquisition, à Turin. Le palais ducal des Gonzagues fut mie à sac en 1630; voir les Atti de l'Académie des sciences de Turin, XIX, 756. Beaucoup dos livres de la bibliothèque durent se jìerdre. Ce qui restait fut mis en vente ìi Ve- nise en 1708 (Romania, IX, 4i)9).

(*) Catal. de 1107, 41; Romania, IX, •'ili. C'est le teste imprimé par Kclbing en 1877.

(3) Catal. de 1407, n" 43; Romania, ibid.

(<) Catal. de 1407, 51; Romania, IX, 513.

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Aspremont. Cinq des seize manusci-its complets ou incomplets, qu'on possedè de ce poèma ont été faits en Italie. Voir Romania, XIX, 201-3. Deux viennent de la bibliothèque des Gonzagues (').

Ogier le Danois. Tours 938; vient de la collection Lesdiguières. On n'a pas, jusqu'à présent, reconnii ce ras. corame italiea. Le caractère de l'écriture rend cette origine très probable. Ou sait d'ailleurs qii Ogier a eu beaucoup de succès en Italie (-).

Aliscaiis. Venise, San Marco, fr. VIII {^).

Fouque de Candie. Venise, San Marco, fr. XIX et XX {*).

Aie d'Avignoii. Deux feiiillets isolés ayant appartenu aii raérae raanuscrit, et conservés l'un à Venise, l'autre à Bruxelles. Voir Ro- mania, XXX, 490.

Gui de Nanteuil. Il y a un ras. de ce poèrae, suite àH Aie d'Avi- gnon, à Venise, San Marco, fr. X (•''). Ce ras. contient un prologue compose en fran^ais par im italien du nom de T'enat. Voir raon édi- tion de Gui de Nanteuil (l^^Gl), p. xxxiij.

Il n'est peut étre pas hors de propos de raentionner ici le Girart de Roussilloìi d'Oxford C'), quoique ce poème, redige en Liraousin, n'ap- partienne pas proprement à la littérature franyaise.

Les poòmes du cycle Arthurien ont certainement été très lus et ont du étre souvent copiés en Italie. Cependant il nous en est parvenu bien peu de copies l'on puisse reconnaìtre une raain italienne. Les Gonzagues avaient un Perceval de Chrétien de Troies, avec les conti- nuations (''), qui paraìt perdu. Les seigneurs de la maison d'Este, qui possédaient tant de roraans de la Table ronde en prose, n'avaient, seni- ble-t-il, aucun roraan en vors de la raérae classe (^). Notons toutefois qu'on a trouvé à Florence un fragraent du Cligès de Chrétien de Troies (^). Le ms. de Perceval, qui est conserve à la Riccardiana, ne doit pas étre cité ici, étant de raain franyaise.

(i) Catal. de 1407, n"" 41 et 42.

(*) Voir Rajna, Uggeri il danese nella lett. romanzesca degli Italiani (Ro- mania, II, 155; III, 31; IV, 398).

(3) Gonzaf^ue, .Catal. de 1107, n" 47; Romania, IX, 512.

(■*) Gonzague, Oatal. de 1107, n»» 45 et 49; Romania, ibid.

{^) Gonzague, Catal. de 1407, n" 51; Romania, IX, 513.

(^) Bodleienne, Canonici mise. G3, provenant des Gonzagues (n° 4S du Catal. de 1407), Romania, IX, 512.

C) Catal. do 1407, art. 39; Romania, IX, 510.

(*) Voy. les extraits des catalogues de la bibliothì-quo d'Este publiés par M. Rajna, Romania, II, 50 et suiv.

(») Romania, VIII, 266; Zeitschr. f. rem. Phd., Ili 31 1.

rj

Entre Ics romans d'aventiire, il en est un qui semble avoir été particiilièrement recherché: c'est le romau de Florimont, compose par Aimes de Vareunes en 1188, dont nous possédoQS trois copies écrites par des Italiens: uu ;\ Paris, Bibl. nat. tV. l'ilol; un à Venise, San Marco, fr. 22; un à Monza ('). .Te considero comme étant aussi d'ori- gine italienne le ms. uniquo du roman do Joufroy (-) qui est conserve à Copeuiiague. .Te u'ai pas vu ce manuscrit, mais je remarque dans le teite des particularités de graphie qui ne peuvent venir qùe d'un ita- lien. L'un des mauuscrits de Parteuopeus de lilois (Paris, Bibl. nat. nouv. acq. fr. 7516) est aussi de main italienne. Il vient des Gon- zagues (•^).

Il était naturel que, dans le pays qui fiit le berceau de l'huma- nisme, on attachàt un pris particulier aux compositious poétiques re- latives à l'antiquité. Aussi ne sommes-nous pas surpris de constater que sii des copies du Roman de Troie, par Benoìt de Sainte More, sont de main italienne : Milan, Ambrosiana, D 55 ; Naples, Biblioteca nazionale, XIII. C. 38; Paris, Bibl. nat., nouvelles acquisitions fran- (,'aises 6774 {^)\ Rome. Vat., Reg. 1506; Venise, San Marco, fr. XVII, et XVIII {■'). Nous aurons a fournir plus loin d'autres preuves de la popularité de ce romau en Italie. Du Roman d' Alexandre nous con- naissons aussi trois copies qui ont la méme origine: Parme, Bibl. R. 1206 CO; Venise, Musée Correr, B. 5. 8, manuscrit qui présente une rédaction toute particulière (") ; Lugo, fragment qui appartieni à la branche du Faerre de Gadres (^). Le ras. de l'Arseual, qui con- tient la méme rédaction que le ms. du Musée Correr, peut aussi étre mentionné ici, parce que deux de ses feuillets, qui, par une cause quel-

(') Viiir le mémoire de M. Fr. Novati sur ce ms., Revue des langues ro- manes, 4" sèrie, t. V, p. 482.

(*) Joufrois, altfranzosisches Rittergedicht, hgg. von K. Ilofinanii unJ Fr. Muncker. Halle, 1880.

(3) Catal. de 1407, 30; Romania, IX, 509. Il a été achetd par la Biblio- thèque nationale en 1899 à l'une des veiites de la collection Asliburiihain.

(*) Romania, XXVIII, 574.

(5) Les deux mss. de Venise ont fait partie de la Bibliotlàquc Gonzague, n°* 28 et 29 du catal. de 1407; Romania, IX, 509.

(6) Romania, XI, 258.

C) Romania, XI, 249. J'ai donne de ce manuscrit une dcscription dótaillée et de copieux extraits dans mon livre sur Alexandre le Grand dans la litlér. du moyen-df/e, I, 237 et suiv.

(*) Romania, XI, 319; reproduit en facsimile dans \es Facsimili di antichi manoscritti de M. Monaci, planches 29-32.

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conque, avaient disparu, ont été rétablis, au XIV^ siede, par une mairi italienne (').

En dehors des chansons de geste et des romans, aii sens oìi nous entendoDS ce mot, il y eut en France, au XIP siede et siirtout au XIIP, une puissante iioraison de poésies religieuses, morales, satiriques, dont beaucoup pénétròrent en Italie, celles particulièrement qui présen- taient un intérét general. La plus ancienne copie de la première tra- duction en vers du lapidaire de Marbode, le ms. 14470 du fonds latin de la Bibliotìièque nationale, proveuant de l'abbaye de Saint-Victor, est, à mon avis, due à une main italienne. Le ms. 584 de Lyon, qui renferme outre un poème religieux en italien dialectal compose ou du moins écrit à Verone {■), divers {.oèmes fran9ais (une passion du Christ, l'Assomption de la Vierge par Wace, etc.) a certainement été écrit en Lombardie ou en Vénétie. Il est curieux de constater que ce ms. est de la main qui a écrit le poème de Florimont mentionné plus haut (Bibl. nat. fr. 15101) et un des manuscrits de \ Aspremo at {^). M. Mus- satìa {'^) a signalé un manuscrit de la Bibliothèque de l'Arsenal (n" 3645) contenant : P une longue prière en tirades monorimes ; un poème sur l'Antéchrist et le Jugement dernier; une vie de sainte Catherine, en fran^ais. Ce recueil a été indubitablement écrit en Italie. L'écriture peut étre de la première moitié du XIV'^ siede, mais le poème sur l'Antéchrist a siirement été copie d'après un manuscrit exécuté à Verone en 1251; car on lit à la fin de ce poème (fol. 24 y°) la note suivante: ExpUcit liber de Antechrist. Alc^um est ìioc .m.cc.lj ., die Jovis \_posr\ festum sancii Thomei apostoli, super carcere Po- lonim in contrada (sic) de Montecalis {^) in Verona.

Il est digne de remarque que le public lettre de Tltalie. à qui nous devons la conservation d'un si grand nombre de poésies des trou- badours, semble avoir fait peu de cas de celles des trouvères. Entre nos chansonniers franyais, ou n'en connaìt qu'un seul qui a été écrit en Italie: c'est celui qui est compris dans les feuillets 218 à 238 du célèbre recueil de poésies proven9ales conserve à, Modène, et qui ren-

(!) Romania, XI, 2t0.

(«) Publio par M. W. F(Krster, Giornale di filologia romanza, I, 41. CW Ro- mania, IX, 162.

(3) Et en outre un des deus mss. du roinan provens'al de Jaufré.

(*) /iur Katharinenle(/eniìf, dans les Coinptes-rendus de IWcadémìe- des sciences de Vienne, classe de pliil. it d'iiist., LXX\ , 248.

(5) Montechi.

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ferme beancoiip de piècos uniqiies ('). Par contre, à une epoque oìi la poesie des troiivèros franyais était partout bien oubliée, c'est à dire du XV* au XVII"-" siede, nous voyons, non sans surprise, la poesie de l'école de Machaut et d'Eustache Deschamps (ballades, rondels, virelais, etc), et aussi des cbansons ;i forme populaire, recevoir au sud des Alpes l'accueil le plus favoralde et prendro place à coté de pièces proprement italiennes dans des recueils notes eu musique (-). Il est bien vraisera- blable que ce retour vers la poesie franyaise, oii plutùt vers un des geures de cette poesie, fut cause par la laveur dont jouissait la mu- sique qui l'acconipagnait, et so fortifia par suite des contacts fréquents avecles Franyais au XV*" siècle et au XVT. Nous devons savoir gre aux Italiens de la Renaissance de nous avoir conserve beaucoup de poé- sies que nous ne retrouvous plus dans les recueils d'origine franyaise qui nous sont parvenus.

9. Si nous passons en revue les ouvrages en prose franyaise dont nous possédons des copies de main italienne, nous nous contìrmerons dans la pensée que les lecteurs à qui étaient destinés ces écrits étaient des personnes éclairées, apparteuant aux classes nobles ou bourgeoises, et qui, sans dédaigner les oeuvres de passe-temps, goiìtaieut particuliè- rement la littérature sérieuse du temps. Cette littérature n'était cer- tainement pas toujours originale. Elle se composait, pour une grande part, de traductions. Mais ces traductions, qui jouissaieut en Franco d'un succès considérable, ne sont pas sans intérét, parce que, indépen- damment de leur valeur comme textes de langue, elles nous font con- naìtre le goùt des laiques instruits d'alors. Les oeuvres destinées à l'instruction religieuse et à l'édification paraissent avoir été les plus répandues. Citons des recueils de vies des saints (^), des récits concer-

(') Voir Revue des langues romanes, 4*^ serie, V, 33G (art. de M. Camus), et IX, 241 (art. de M. Jeanroy).

(*) Voir Romania, Vili, 73 (poésies d'un ms. de Florence p. p. Stickncy); XXVII, 138 (pièces tirées d'nn ms. de Vicence, date de 14 IG, par M. Novati); Miscellanea Caia:- Cantilo, p. 271 (R. Renier, Un mazzetto di poesie musicali francesi, d'après deux mss. de Cortone; cf. Zeitschr. f. rem. Phil. XI, 371); Bul- letin de la SociiHé des anciens textes francais, 1882, p. 09 (extraits d'un ms. du Mus^e britannique fait en Italie) etc.

(3) Trois manuscrits exf^cutés en Italie, et conservés respectivement à Lyon, à Tours et à Modène, renferment un recueil forme d'une quinzaiiies de vies de saints en francais. Deux d'entre eux ont joint à ce recueil un choix de lógendcs emprunt<5es à une traduction fran^aise, d'ailleurs inconnue, de la Legenda aurea de Jacques de Varazze. Voir sur ces manuscrits le BuUetin de la Società des anciens textes franrais, annécs 1888, 1897, 1902.

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nant les Pères du désert, et tirés de \ Historia monaehorum de Rufin e) et des Verba seniornm attribués au diacre Pélage (2), les vies de Paul l'ermite, du moine Malchus, de Fronton, de Fran90is d'Assise, le Dialogue du pape saint Grégoire (^) ; l'Histoire de Barlaam et de Josaphat, en prose ( ') ; les Sermons de lévéque de Paris Maurice de Sully, dont on conserve à Pise une copie faite, en 1288, par un certain Taddeo, « in carcere Januenlium » (^) ; la traduction du Mo- ralium dogma philosophorum, de Guillaume de Conches (^'). Parrai les écrits proprement didactiques, on peut mentionner le Trésor de Brunetto Latini, qui devait bientót reparaìtre en version italienne. et un lapidaire en prose ('). Une oeuvre de littérature courtoise, l'Arrière- ban, ou Bestiaire, de Richard de Fournival, a été appréciée en Italie, nous en trouvons deux copies (^). Les romans de la Table ronde, si souvent traduits ou imités en Italie, y ont d'abord pénétré sous leur forme originale. Nous possédons encore des copies italiennes du Tristan en prose, du Saint Graào^ ""e Merlin (") et d'autres romans apparte- nant à la matière de Bretagne ('"). Il existe un abrégé en prose du Roman de Troie par Benoìt de Sainte More, qui n'offrirait guère d'in- térét, s'il n'était précède d'une très curieuse introduction sur les pays l'on parlait grec au temps vivait l'abbréviateur, c'est à dire vers

{}) Livre III des Vitae patrum de Rosweide (Anvers, 1628).

(*) Livre V du mème ouvrage.

(3) Ces divers écrits sont réunis dans les manuscrits fran^ais 430 et 9760 de la Bibl. nat. de Paris, faits en Italie.

('') Paris, Bibl. nat., fr. 187. Ce ms. a appartenu à Bianche de Savoie, qui épousa en 1350 le due de Milan Galéas Visconti, et a probablement été fait pnur elle.

(^) Romania, XXIII, 18-1. Le ms. 187 mentionné à la note précédente reH- ferme aussi les mémes sermons.

(6) Mss. à la Laurentienne, Plut. XLI, 42, et LXXVI, 79 (Bulletin de la Société des anciens texLes francais, 1879, p. 73). Pour l'attribution de l'originai latin à Guillaume de Conches, voir Hauréau, Notices et extraits de quelques mss. latins de la Bibl. nat., I, 108.

C) Laurentienne, LXXVI, 79 {Bulletin cité, 1879, p. 79).

(8) Meme manuscrit [Bulletin, pp. 74 et 83), et Ashburnham-Libri 123. à la Laurentienne [Indici e cataloghi. I Codici Ashburnhamiani della Bibl. medie. Laur., I, 71).

(9) Bibl. Riccardiana, 2759; Ashbarnham, labri 123.

(•0) La bibliothòque des Gonzagues (Catal. de 1407, n"» 60 à 67) contenait plusieurs mss. de Tristan en prose (soit celui de Luce du Gast, soit celni d'Holie de Borron), dont queli]aes-uns nous ont sans doute été conservés, quoiqu'on ne les ait pas encore identifiés. Il y avait aussi des mss. de Lancelot, du Saint Ornai. de Merlin, dans la Bibliothòque d'Este (Romania, II, 50 et suiv.).

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le milieu du XIIP siècle. L'iin des mss. de cet abrégé (Bibl. de Gre- noble, n" 8G1) a été fait par un certain -Johannes de Stennis » de Padoue, en 1298, dans la prison de Padoue il était détenu, pour le podestat de cette cité, « Huugarus de Hodis. de Perusio » . C'est l'année mSme Marco Polo dictait dans la prison de Génes, ses vovages à Uusticien de Pise. L'liii>toire n'était pas moins en honneur que la tìction. On possedè deux voluinineuses compilations fran^aises. l'une qui résumé l'histoire profane jusqu'à Cesar, l'autre qui est une vie de Cesar d'après Salliiste, Cesar lui-méme, Ijucain et Suétone. La première a été rédigée vers 1230, la seconde est un peu postérieure. De ces deui ouvrages, qui ont été diversement abrégés et traduits en italien {'), nous avons de très nombreuses copies entre lesquelles plu- sieurs ont été faites en Italie (-). L'histoire d'Alexandre en prose fran- ^aise, traduite de Y Historia de praeliis, au XIIP siècle, ligure au catalogne Gonzague (n° 26). Cette copie, d'une ócriture visiblement italienne. est maintenant à Berlin (coUection Hamilton). N"oublions pas non plus que deux des meilleurs manuscrits de Villehardouin, tous deux parfaitement identiques, ayaut été transcrits d'après le méme ori- ginai, nous viennent de Venise (^).

10. Si l'on met à part les chansonniers musicaux dont il a été question plus haut, il ne paraìt pas qu'aucun des manuscrits faits en Italie qui ont été cités dans les pages qui précèdent soit plus récent que les preraières années du XV° siècle, ni plus ancien que le milieu du Xlir ; d'oìi il semblerait légitime de conclure que la période pen- dant laquelle le franrais a été à la mode dans l'Italie septentrionale n'a pas dure beaucoup plus d'un siècle et demi. Il convient cependant

(') Romania, XIV, 31, 63; Parodi, Studi di filologia romanza, II, 166.

(*) Venise, fr. 2 et 3 (Gonzague); voir ^t)»iflnia, XIV, 3, note 0; 51, note 5; Londres, Musée brit.. roy. 20 D I; voir Romania, XIV, 50; Paris, Bibl. nat. fr. 1386, ibid.; Dijon, 323, ibid. 4!). L'iin des mss. de l'histoire de Cesar (maintenant à Oxford, Bodléienne, Canonici mise. 4.'»0) date de 1384, contieni un exidioit ainsi con(,u: « Ex])licit liistoria .Tuli! Cesaris, domini Lodovici comitis de Porcilia, lionorabilis capitanei civitatis Vincentio, prò magnifico Antonio do la Scala, Verone et Vincentie imperiali vicario generali. Et dictum opus expletum fuit per magistrum Benedictum, scriptorem Verone, de millesimo CCC octuagesimo quarto, VII ind., in die Vcneris, priniu Ai)rilisn. Au. Bartoli, / viaggi di Marco Polo, p. Ixxij, a cru que ce Lodovico di Torcia (Stait raulcur du livre, tandis qu'il n'en élait quo le possesseur. Il a rectifió plus tard Cctte erreur, [primi due Secoli, ctc. p. 108.

(3) Paris, Bibl. nat. fr. 4972; Oxford, Bodléienne, Laud mise. 587: voir ódition N. de Wailiy, p. xiv.

de l'étendre un peu dans les deux sens, car d'une part il est prouvé par d'irrécusables témoignages que la poesie fran^aise avait pénétré en Italie dès la première moitié du XIP siècle, et d'autre part les élé- ments d'oìi nous tirons nos inforraations sont trop incomplets pour per- mettre des coaclusions d'une rigiieur absolue.

Et à ce propos, il y a lieu de faire une remarque qui aidera à préeiser un peu les limites du territoire auquel peuvent s'appliquer nos conclusions. Les témoignages que nous avons recueillis, se rapportent généralement à la Lombardie, à la Véuétie, à l'Emilie. Les manuscrits fran9ais nous avons reconnu une main italienne proviennent, pour la plupart, des mémes provinces. Est-ce à dire qu'en Piémont on se soit montré réfractaire à l'emploi du fran9ais? Bien au contraire: le Piémont est, de toutes les régions de l'Italie celle le fran9ais s'est implanté de la fa9on la plus durable et le toscan a pénétré le plus tardivement. Seulement il est vrai qu'au XIV" siècle la littérature laique y était moins en vogue que dans les provinces situées plus à l'est. D'autre part l'indice paléographique dont nous nous sommes servis pour déterminer l'origine italienne de certains manuscrits nous fait ici défaut. En etì'et, l'écriture usitée en Piémont au moyen-àge se rapproche beaucoup plus de l'écriture fran9aise que de l'écriture lom- barde, vénitienne ou bolonaise; de sorte que, en l'absence d'indica- tions précises, qui sont rarement fournies par les copistes, on est exposé à considérer comme écrits en France ou en Savoie des livres écrits en Piémont. L'iiistoire de la pénétration du fran9ais en Piémont demande à étre traitée à part.

Nous arriverons à compléter et à préeiser les notions résumées dans les pages qui précèdent en étudiant les oeuvres fran9aises non plus seulement transcrites, mais composées en Italie. Cette étude, nécessai- rement très sommaire, n'aura nuUement le caractère d'une histoire lit- téraire, notre but étant simplement de tixer les conditions de temps et de lieu dans lesquelles le fran9ais a été employé.

Quand a-t-on commencé, au sud des Alpes, à composer en fran- 9ais? Il est ditiicile de le dire: les dates mauqueut, et probablement aussi les premiers essais. Tout ce qu'on peut aflirmer, e' est que les premiers documents connus de la littérature fi-anco-italienne ne sont pas de beaucoup autérieurs au milieu du XIII" siècle. Il ne serait pas moins malaisé de décider si l'emploi du i'raii9ais a commencé par les vers ou par la prose. Cette recherche aurait, du reste, assez peu d'iu- téròt. Il est bien évident que les Italiens ont adopter lusage fran- yais tei quii existait de leur temps, c'est à dire qu'ils ont, selou les

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sujets, emplojé soit la prose, soit les vers, comme on faisait en France. Toutefois, si on considero qua la langiie au d"au delà des Alpes a penetrò en Italie avec les récits en vers colportés par les jongleurs, on incli- nerà peut-étre à pensar que l'idiome importa flit plus probablement, à l'origine, applique à des compositions poétiques.

Seulement, s'il en fut ainsi, il faut reconnaìtro que ces premières compositions poétiques ne nous sont pas parvenues, ou que nous ne sommes pas en état de les distinguer et de les rapporter à leur date, car, dans l'état de uos connaissances, il paraìt bien que les plus an- ciens écrits franyais dùs à des Italiens sont des écrits en prose. C'est dono par ceux-là que nous allons commencer.

11. Le plus ancien écrit franyais à un Italien et date qui nous soit parvenu paraìt etra la traduction de deux traités de fauconnerie faite par un certain Daniel de Crémone pour le fils naturel de l'eni- perem- Frédéric II, Enzio, roi de Sardaigne (1238-1249). Le manuscrit de cetta traduction est à Venise, San Marco, CIV, 7. On lit dans le prologue que les originaux de ces daux traités ont été écrits en hé- bren par « Moamyn " et par « Mestre Tariph de Perse » ('), qu'ils furent translatés d'hébreu en latin par maitre Théodore, par le com- mandement de l'empereur Frédéric IL Daniel de Crémone, qui sa dé- clare modestement « de povre lectreiire et de povre science », s'excuse d'avoir entrepris ce travail, bien qu il soit, dit-il, « greveuse chose à ma langue protl'ere le di'oit franceis, por ce que Lombard sui". Sa langue. cependant, autant qua nous en pouvons juger par le peu que nous connaissons de sa traduction (-), est assez correcte.

Un autre traité compose pour Frédéric II est le Liber marescal- cice de Jordanus Rufus, calabrais (^), qui l'ut tiaduit en franyais, en pro- vanyal. en italien. 11 en existe au moins trois traductions franyaises (^),

(') Voir sur ces deux écrivains et sur les traductions qu'on possedè de leurs a'uvres, Zeitschr. f. rom. P/iilolo(jie, XII, 171-8.

(«) Voir D. CiAMi'OLi, / codici francesi della R. Bibl. naz. di S. Marco »m Venezia descritti e illustrati, Venezia, 1897, pp. 112-4. Les extraits cités dans cet ouvraj^e sont imprimds d'une manière très fautive.

(3) Voir pour les éditions du texte latin et des versions italiennes le Manuel du libraire de Brunet, sous Rukkus, et Zamhrini, Le opere vohjari a stampa dei sec. XIII e XIV, sous Russo. On en a trouvò rt'ceminent une version sicilienno sur laquellc M. le prof. Do Gregorio va publier une noticc.

(*) Voir Romania, XXIII, 355, et la notice de M. E. Langlois sur le ms. Vat. Re^'. 1212, dans les Notices et extraits des manuscrits, XXXIII, 2^ partic, p. 100.

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dont l'ime nous est parvenue par une copie eiécutée en Italie à la fin du XIIP siècle ou au commencement du XIV*. Elle est en assez bon fran9ais : toutefois certaines expressions plutót italiennes que fran- 9aises me portent à croire qii'elle a été non seiilement copiée mais encore composée en Italie ('). Mais, jusqu'à présent, tout indice de la date nous manque.

11 paraìt légitime de piacer vers le milieu du XIIP siècle une compilation medicale en quatre livres, rédigée en franr-ais par un mé- decin Horentin ou siennois appelé Aldebrand ou Hallebraadin. Les ma- nuscrits ne sont d'accord ni sur le nom de l'auteur, ni sur le titre de l'ouvrage, ni sur les circonstances dans lesquelles il fut compose. Si on laisse de coté diverses copies qui n'ont ni titre ni prologue, on trouve d'abord quatre manuscrits pourvus d'un prologue il est dit que n Maistre Alebrans de Florence " fit ce livre en 1256, à la re- quéte de Béatrix de Savoie, femme de Raimon Bérenger IV corate de Province, mère de Marguerite femme de saint Louis, d'Eléonore femme de Henri III d'Angleterre, de Sancia femme de Richard d'Angleterre, corate de Cornouailles, et de Béatrix femme de Charles d'Anjou (*). Ce sont des renseignements précis et qui paraissent digues de con- fiance, d'autant plus que les manuscrits qui contiennent ce prologue sont de la fin du XIIP siècle ou du coraraencement du XIV^. Une autre copie (■') porte que le traité fut traduit du latin par ordre de la reine Bianche, mère de saint Louis, ce qui ne contredit pas Tindi- cation donnée par les quatre copies précitées. Le ms. Bibl. nat. fr. 2022 appelle l'auteur « médecin du roi de Franco « , ce qui est d'accord avec l'ancienne édition citée plus bas. Le roi de France ne peut ètre que le tìls de la reine Bianche, saint Louis. D'autre part deux raanuscrits, qui ne sont à la vérité que du XV*" siècle, ont un prologue entière- ment ditférent, et qui ne peut éraaner de l'auteur, il est dit que Frédéric, «■ qui fu jadis eraperieres de Rome et fut puis coudampnez a Lyon sur le Rosne de pape Innocent en concile general .... tist cest present livre translater de grec en latin et de latin en franyois, et le translata raaistre Halebrandis de Seenne; et fut taicte ceste transla-

(') Lo débnt de cotto version est publié dans la Romania, X.XllI, o5G.

(2) Paris, Bibl. nat. fr. 2021 ; Arsenal, 2814; Rome, Vat., Ro^». 1451: Ashburn- ham, coUection Barrois 2G5, venda en 1901 (n° G du cataloiruo de vente). Ce prolof^jue a été publié d'aprì-s le premier de ces niss. par .Vd. B.xrtoh. I primi due secoli della letteratura italiana, p. 91 ; cf. Storia della leti, itai, III, l'J.

(3) Paris, Arsenal, 2039. fol. 179.

so

tion en l'an de l'incarnation Nostre Seigneur Jhesu Christ mcc xxxiii»(')- EutÌD, CD téte du ms. Sloane 2435 du Miist'^e britaunique, on lit: « Chi comence li livres pour la sante garder de toiit le cors ensemble et de cascim membro par sol, ke maistre Aldobrandins de Sieune tìst por Benoit de Florenclie " (-). Le nom d'Alebrandin do Sionne pourrait eucore s'autorisor de lancionue ver^iioii italienue de Zucchero Beuci- venni. dont plusieurs extraits oiit été publiés (^). Mais ici la variété du nom est insignitìante ; la memo porsonne poiivait tirer son siirnom de deiix villes ditférentes ('). La ditteronce des titres, <• livre de phj- siqiie ", « regime de sante », etc, est aiissi déniiée d'importance: ce que nous désirerions savoir, c'est si l'ouvrage flit compose en 1256 ou en 1284. poiir Fródóric II ou pour la reine de France Marguerite, ou pour Bianche do Oastille, la belle-mère de coUe-ci. La balauce poncho sensiblement en faveur de la première attribution. En ce cas, le traité aurait été vraisemblablement compose en France, ce qui expliquerait la qualité de " médecin du roi de France " donne à l'autour par un des manuscrits et par l'ancienne ódition. Toutefois il n'est peut-étre pas impossible de concilier ces divergences. Il se pourrait que, com- pose d'abord à la demando de Frédéric li, le traité ait ensuite été présente, avec le prologue special qui manque en beaucoup de maiius- crit, à Marguerite de Provence et à Bianche de Castille. Peut-étre móme a-t-il été offort aussi à ce Benoit de Florence inconnu, men- tionné en un de nos manuscrits. Notons en passant que nous avons à Paris (Arsenal 2511) une copie faite en Italie au XIV siede. Elle est dépourvue de prologue {•').

(>) Lìttró, dans VHistoire litléraire de la France, XXI, 416, d'apròs le iiis. de la Bibl. nat. de Paris, fr. 1288. Antro ms. avec le mème prologue, Vatican, Reg. 1334.

(*) C'est à peu près (sauf la fin) le titre de l'ancienne óditinn (vers 1480, voir Bru.net, Manuel, sous Aldebrandin): «Le livre poor la sante du corps garder et de chascun nienibre pour sui garder et conserver la sante », et à la fin: « Ci finist le livre que maistre Aldobrandin fist a la requeste du roy de France pour la conservation de la sante du corps huinain «.

(3) Voir Zambhim, Le opere volgari a stampa, sous Ai.dourandino da Siena.

{*) Il n'y a aucun compte à tenir de l'attribution à Ricbard de Fouruival fi'urnie ])ar une copie écrite en .\iigleterre à la fin du XIV^ siede (Musée bril., Sloane 280G).

(^) Sur l'identité possible, mais nullement demontrt'e, du médecin Aldcbran de Sienne ou de Florence avec un « .Mdobrando da Siena ", dont quelques poesies italienncs sont conservc'es dans un ms. des Archivos d'Etat de Florence, voir Ad. Uartoli, / viaj/f/i di Marco Polo, ]>. l.\ij-lxv.

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Entre les Lombards, comme on disait jadis, qui, avant le milieu du Xlir- siècle, firent usage de la langue franyaise, et tout au pre- mier rang, tapt pour l'importance historique que pour le mérite litté- raire, il faut mettre un écrivain qui fut bon guerrier, bon légiste, et diplomate habile, qui eut une valeur réelle comme historien et comme moraliste, qui peut méme prétendre au renom de poète. Je veux parler de ce Philippe de Novare qui, vers 1195, écrivit, entre 1243 et 1247, l'histoire de la guerre de Frédéric II et de Jean d'Ibelin, sei- gneur de Baruth ('), plus tard le Traile de forme de "plaid et des us et eouslumes des Assises d'Oulremer et de Jherusalem et de Cypre (-), et enfio, dans sa vieillesse, vers 1265, l'aimable livre des Quatre lemps de l'àge de l'homme (•^), sans parler de nombreuses poésies dont quel- ques-unes seulement nous sont parvenues. Longtemps on l'avait con- sidéré comme franyais, l'erreur d'un copiste ayant déguisé sa personna- lité sous le nom de Philippe de Navarre: c'est à Gaston Paris qu'ap- partient le mérite d'avoir rétabli son surnom de Novare, et de lui avoir rendu sa nationalité (''). Disons cependant que, pour étre en Lom- bardie, Philippe de Novare n'en appartient pas moins à la littérature franyaise, puisqu'il passa presque tonte sa vie en Terre Sainte et en Chypre, dans un milieu franyais, et qu'il fait assez voir, par les cita- tions et les allusions littéraires qui abondent en certains de ses écrits, que son éducation avait été purement franyaise.

Brunetto Latini, dont on cite ordinairement le Trésor comme une preuve de l'usage du francais par les Italiens, ne doit pas étre allégué ici, car, si la phrase célèbre « por ce que la parleiire est plus delitable et plus commune a toutes gens » prouve l'estime en laquelle on teuait notre langue, elle ne prouve rien en particulier pour l'Italie, d'autant que l'auteur a bien soin d'ajouter un autre motif pour justifier le choii du franyais: c'est qu'il écrit en France. Martino da Canale a pour notre recherche une bien autre importance. 11 était véuitien; il écrivait sa Chronique des Vénitiens (vers 1275) à Veuise, pour ses compatriotes, et il n'hésita pas à l'écrire en franyais, répétant, avec une légère va-

(') Fait partie de la compilation publiée par M. G. Raynaud sous le titrf (le Gesles des Chiprois. Genève, 1887, Socifté de l'Orient latin.

(*) Imprimé par Beugnot dans les Assiscs de Jt'rusaU'in (in fol , li?-ll, pu- blication de l'Académie dos Inscriptions et BcUes-lcttres).

(3) Piiblié en 1888, par la Società dos aiicions textos francais par M. M.irocl de Fróville.

(♦) Romania, XIX, 00; ci", nne autre etude du nu-nie, intitulée Les mémoires de Philippe de Xouare, dans la Revue de VOrient latin, IX. lOJ.

Sezione III. Storia delle LetleralHi't "

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riante, la parole de son contemporaiu Brunetto Latini: ^ por ce que la len«,'ue franceise cort parmi le monde et est (la) plus delitable a lire et a oir que nule autre " . Sa langue est du reste rolativemeut pure. Si l'on met à part Brunetto, vivant ìi Paris, et Philippe de Novare, qui passa la plus grando partie de son existeiico panni des gens de FrancL', on peut dire quo Martin da Canale lìit, entro los Italions qui écrivirent en fraujais, l'un de ceux dont la langue est la plus cor- recte. Il ne se contentait pas d'écrire en prose; il se luélait aussi de ». trouver » en vers: sa prióre h saint Marc, patron de Venise, est d'une bonne facture, et les fautes qu'on 3' peut relever peuvent ótre avec probabilité attribuées à l'iuattention du copiste qui nous a conserve l'uniquo copie de la Clironique des Vénitiens.

Od peut classer ici uno sorte d'euseigneuiont inorai quo nous a conserve un ms. de Vienne date de 1287. L'auteur, un cortain ^ Enan- cliet » ou " Annanchot " (car le nom se trouve écrit des deux fa^ons), sur lequel nous n'avons aucune Information, s'adresse à son tils, à qui, dans une première partie, il donne de sages instructions. La seconde partie. qui forme peut-étre un ouvrage distinct, est intitulé « la doc- trine d'amor ", et n'est qu'une traductiou partielle du célèbre Tractalus amor/s d'André le Cliapolain. Cortainos particularités du langage don- nent à croire que l'auteur était lombard ou vénitieu (').

Vénitien aussi était Marco Polo qui, en 1298, dieta dans la pri- son de Génes ses merveilleux voyagos à Kusticien de Pise. La rédaction appartient visiblcmeut à ce dernier qui, dans le prologue il se nomme a reproduit la forme méme du préambule que vingt-cinq ans plus tot il avait mis en tote d'un abrégé de certains roraans de la Table ronde fait apparemmont pour Edouard I d'Angleterre, au temps (1270-1271) celui-ci, non encore roi, se rendit à la Croisade (-). La langue de cet abrégé, qui commenco par l'histoire de Méliadus et de Guiron le courtois, paraìt sans doute fort ditì'érente de celle des Voyages de Marco Polo. Mais il n'y a lù, qu'une simple apparence. Les Voyages de Marco Polo nous sont parvenus par un uuiiiuscrit ita-

(') Voir Ad. Mi ssakia., daiis Comptes-rendus de VAcad. de Vienne, ci. de jihil. et d'hist., XXXIX, 546-53 (1862); Wolk, Memoires do la muine Acadéniie, XIII, l'-'-'^ jiartie, p. 178; Rajna, Studi di FU. rom., V, 208. Il y a cnviron 25 ans, M. MussaJia