m «< 2 XCm afS Bcc< «:c- co *— ■ ! CN o3 s »- bjo > 3 X O i-, O OJ 0 CU ^ c g O in O 00 o O CN CO O' 73 *:7 OJ CN CN o- co o aj « cn r- CN CN £ CN ■gs. £ 3 U o 0 co O' _ ^H in CN 00 m o C* — \ r— 1 /»"S >n - — - £ r"H > > O 73 o o O o ii E Uh k > CO _£3 A ' j-i 3 “<7--5 o £ ’c Cu oo CN o 00 •5 • o g O 1 '=f O d 00 d CU o CU Uh o3 o Cu s 00 C* -C+I O CJ C/5 17- l>- q o C/5 cd CN CO CN CN CN *u £ CN - cn q CN q CN cu , , J V i-, 4) E ■- C3 E c o 03 'a u o3 2 »- £ « d O CJ u o 3 cd > "£ 73 o 3 a a. o « > o > u -4C -r fa- Uh 0 S-t ce; Ve Lava vesu ietrarsa Risultati d le adoperato ni stradali. *3 s V J Lava del ta pure 11 se Da elemen ti nei cantie ’n fa (0 3 a 0 rs vS fa 1u •§« 03 d Q « *3 (0 fa .2* 73 o < • — - | o C io 1 LO lO LO 1 Uh 1—1 o d d d cd _ o co O' N io O | | co | G V o 7g e» o d d o ~o ‘do o u o >N LO CM o ON | DO * co o o | ! T— 1 O' | C £ d o d co o t/3 e CM o 00 0> ^4 vO | 1 LO o C* o o o o e co o d o d d O in o co CM co 7^3 O 'Sj* | Un N co co CO co d o d d Stato del mare quasi calmo mosso mosso mosso mosso leg.te mosso leg.te mosso Vento ed In VP°\9A J~ ^ o* on o o o r— 1 9UOIZ9JIQ N s s s s S E 1 E ojodeA pp auoisuoj^ 1 9.3 10.8 14.8 16.8 14.2 9.9 13.7 «UBjpp BjmiBiaduiajL 26.2 1 26.4 26.3 27.0 27.2 25.3 26.5 oO * BDUapOUIllS 9UOISS9JJ £ 760.2 759.8 757.4 757.6 760.7 762.8 762.4 Data N* & O e n O a » & ? » a ÒjO LO O 00 CM vO O —| — ' CM Sole. — 97 — - a La quantità q = e è detta coefficiente di tra¬ smissione. Però quando il mezzo trasparente, attraversato dalla luce, contiene in' sospensione particelle aventi indice di rifrazione diverso da quello del mezzo, queste particelle diffondono le ra¬ diazioni in tutte le direzioni, e, se le particelle sono sufficiente- mente piccole, la luce diffusa è azzurra (e f f et t o T y n d al 1) ed è quasi completamente polarizzata rettilineamente, essendo la di¬ rezione di vibrazione normale a quella del fascio incidente. La teoria data da Lord Rayleigh perviene alla conclusione che l'intensità della luce diffusa, secondo una direzione qualsiasi, è inversamente proporzionale alla quarta potenza della lunghezza d'onda. Inoltre l'estinzione delle radiazioni è, per effetto dell'as¬ sorbimento e della diffusione interna, rappresentabile con la legge esponenziale : *-Yz I = I e dove il coefficiente globale y è dato dalla somma del coefficiente di assorbimento a e di diffusione (3, cioè: T = a + p. Sicché la media di tutte le osservazioni dà, per l' intensità alia profondità di 16 metri i valori : I rosso — 0,342 I giallo == 0,404 I azzurro = 0,563 e contemporaneamente per la profondità di 21 metri : I rosso === 0,051 I giallo = 0,152 I azzurro = 0,321. La formula esponenziale, in corrispondenza del dato spes¬ sore di acqua attraversato, permette ricavarci, per i singoli gruppi di radiazioni, il coefficiente globale y di assorbimento e diffusione (per metro di acqua), cioè si ottiene : Y rosso = 0,381 Y giallo = 0,196 Y azzurro — 0,112. - 11 - - 98 - Questi valori risultano, come analogamente è stato rilevato *) dal Vercelli per le acque di Capri secondo le esperienze di K. Grein, superiori a quelli dell’acqua pura riportati dal Krùmmel 2). Conclusio ni. Le diverse e simultanee misure solarimetriche eseguite per¬ mettono concludere sulla buona ammissibilità dei valori ottenuti per il coefficiente y di assorbimento e diffusione, valori che diminuiscono col diminuire della lunghezza d'onda. Le misure danno, per il rapporto con cui vengono assorbite le radiazioni rosse rispetto alle gialle, valore doppio; tra le gialle e le azzurre valore delTuno e tre quarti, e tra le rosse e le az¬ zurre valore più che triplo, precisamente tre e due quinti. L'estinzione delle radiazioni rosse avviene più presto, sicché la bella colorazione azzurra del mare è, per la teoria di Reyleigh, e, col rilievo dei dati sperimentali, dovuta alle radiazioni di mi¬ nore lunghezza d'onda che prevalgono a maggiori profondità. Riassunto Nell’agosto 1934 fu eseguita una serie di misure subacque con¬ temporanee nel mare di Cuma col metodo solarimetrico. Le termo¬ pile furono schermate con calotte di vetro colorato. Le intensità, relativamente a due diverse profondità, sono espresse in gr. cal. per cm2 al minuto. La teoria di Lord Rayleigh e la legge esponenziale, data per la estinzione delle radiazioni, permettono calcolare il coefficiente globale y di assorbimento e diffusione per i sin¬ goli gruppi di radiazioni rosse, gialle, azzurre. Finito di stampare il 28 giugno 1935 ') Vercelli F. — Ricerche di Oceanografia fisica. Annali Idrografici, voi. XI, Genova 1926. 2) Krummel O. Handbuch der Ozeanographie. Band II, Stuttgart 1923. t ANTONIO DELLA VALLE ANTONIO DELLA VALLE Commemorazione fatta dal socio Mario Salfi (Tornata del 22 giugno 1935) Il 6 dello scorso gennaio si spegneva in Napoli Antonio Della Valle, nostro consocio fin dai primi tempi della istitu zione del sodalizio. Era nato a Napoli il 13 febbraio 1850, ma trascorse gli anni della sua puerizia e fanciullezza nel vicino villaggio di Soccavo, che gli era molto caro perchè culla dei suoi più prossimi e cari parenti e perchè vi ebbe i primi maestri e i migliori amici della sua giovinezza. Conseguì nel 1873 la laurea in medicina, nel 1874 quella in Scienze Naturali e nel 1875 quella in scienze fisico chimiche. Insegnò come incaricato per alcuni anni (1874-76) Storia natu¬ rale nel R. Istituto Tecnico e dal 1874 al 1884 come titolare la stessa materia nel R. Liceo Umberto di Napoli. Nel 1884 fu nominato in seguito a concorso Professore di Zoologia ed Ana¬ tomia comparata nella R. Università di Modena, e questa cat¬ tedra tenne fino al 1897, anno in cui per unanime voto della Facoltà di Scienze di Napoli fu chiamato a coprire la cattedra di Anatomia comparata in questa Università resasi libera per la morte di Salvatore Trinchese. E tale insegnamento tenne fino al 1925 anno in cui per limiti di età fu messo a riposo, ottenendo in seguito la nomina a Professore emerito di Anatomia compa¬ rata nella nostra Università. Era socio di molte accademie tra le quali quella dei Lincei e quella delle Scienze di Napoli. Dimostrò sempre molto inte- — 100 — ressamento per le vicende della nostra Società sebbene non a* vesse mai preso parte attiva nel Consiglio Direttivo per non aver voluto mai rivestire cariche sociali. Molto riconoscente era al nostro Sodalizio dopo che nel l'anno in cui egli lasciò la cattedra gli furono tributate solenni onoranze e fu eretta la “ Fondazione „ del premio intitolato al suo nome ed a quello del suo indimendicabile figliolo Paolo. Molti di noi oggi qui presenti ricordano la tornata del 13 dicembre 1925 nella quale, con largo intervento di autorità, di ammiratori e con larghissima adesione del mondo scientifico e culturale si tennero le onoranze al venerato Maesto. Fu offerto in quel giorno al Della Valle un ricco Album in cui erano raccolte le firme di tutti i sottoscrittori alla Fondazione ed è ancor viva in noi, accanto a quella del festeggiato la figura di un altro Maestro scomparso: del Prof. Francesco Saverio Mon¬ ticelli che in quella occasione volle con nobilissime parole o- norare nel collega illustre il maestro di molte generazioni di allievi. Quella fu l’ultima volta che il Della Valle intervenne alle tornate della nostra Società e le sue commosse e sincere parole di ringraziamento al nostro Sodalizio per l'iniziativa presa, ritor¬ nano vive alla nostra mente e ci pare di sentirlo qui rievocare commosso, la vita breve, ma pur gloriosa, del suo caro figliuolo " di un giovane, come egli disse, che alla Cattedra di Embriolo¬ gia di questo Ateneo ed all'ambita direzione di un Ospedale mili¬ tare durante l'ultima guerra d’indipendenza, preferì i rischi di Capitano medico di complemento nei reggimenti operanti sulla linea del fuoco, trovando pur tempo nelle rare horae subsectvae del suo nobilissimo ufficio, tra le battaglie cruente e le epide¬ mie decimatrici, tra le marce faticose ed i gelidi addiacci, entro trincee rocciose del Carso e negli inospiti acquitrini dell'Alba¬ nia — dove a 32 anni doveva spegnersi una vita intensamente o- perosa — di attendere a ricerche scientifiche d'ogni genere, dalla eziologia della malaria alla senescenza degli olivi, dalla geologia della baia di Valona ad un trattato generale di Biologia che, certo, avrebbe rappresentato una nuova poderosa affermazione del suo ingegno „. 101 Sedici anni sono trascorsi da quel pomeriggio di febbraio nel quale ebbi la ventura di conoscere Antonio Della Valle che fu per me maestro sapiente ed affettuoso ed al quale ser¬ berò imperitura gratitudine. Fui ammesso alla sua presenza per chiedergli di poter fre¬ quentare le esercitazioni di Anatomia comparata ed egli mi ri¬ cevette con la sua abituale cordialità, con quella maniera sua tutta particolare che ispirava subito fiducia nell'allievo. Da quel giorno divenni assiduo frequentatore dell’Istituto nel quale compii le ricerche per la laurea e dove conobbi anche il nostro indi- mendicabile consocio Marcucci al quale fui legato da fraterna amicizia ed alla cui memoria invio un reverente saluto. Poi quando il Della Valle mi volle come suo assistente, nelle lunghe conversazioni, alle quali partecipava anche i! Marcucci, seduti intorno al grande tavolo della Biblioteca dell'Istituto, metten¬ doci a parte dei progressi delle sue ricerche seppe infondermi il suo metodo di lavoro e le direttive nella ricerca scientifica. Ed egli soleva riunire intorno a se, periodicamente, con gli as¬ sistenti, anche gli studenti interni ed i laureandi ai quali asse¬ gnava un tema da svolgere e la discussione che ne seguiva era sempre fruttuosa di insegnamenti didattici e scientifici. Nei rap¬ porti con i suoi allievi era davvero cordiale e paterno, interes¬ sandosi alle loro condizioni di famiglia ed al loro avvenire. La scrupolosità con cui egli adempiva al suo dovere di in¬ segnante e la cura con cui egli preparava le sue lezioni sia nei riguardi delle numerose tavole illustrative che egli soleva esporre nell'aula, sia per la scelta del materiale dimostrativo erano dav¬ vero straordinarie. Chi ascoltava le lezioni del Della Valle saltuariamente rice¬ veva l'impressione di frammentarietà: eppure non era così. Nel suo corso annuale, a volte biennale, egli seguiva un filo logico frammezzato da numerose parentesi che egli intercalava per ren¬ dere più chiara l'esposizione di taluni capitoli che andava svol¬ gendo. Lasciava a noialtri assistenti la guida dei laureandi per i primi tempi, ma egli stesso sorvegliava l’andamento delle ricer¬ che e sopratutto l’ elaborazione del manoscritto che l' allievo — 102 — leggeva poi alla presenza sua , degli assistenti e dei colleghi laureandi. Neiristituto diresse le sue cure principali airincremento della Biblioteca che accrebbe di molte opere preziose, specialmente relative all'embriologia dei Vertebrati. Vita modesta la sua e di intensa attività. Giungeva in Isti¬ tuto verso le 10 antimeridiane e per tutta la giornata poi era al lavoro fino aU’imbrunire. Scendevamo a sera con lui facendo insieme buon tratto di strada e per molto tempo, fino a che un male sopravvenuto non glielo permise, il nostro Marcucci lo accompagnava su fino alla sua dimora di Piazza Salvator Rosa. Il dolore per l’immatura fine del suo caro Paolo non aveva in lui menomato la passione per la scienza e per la scuola. Anzi in queste sue attività egli, ci diceva, trovava il maggior con¬ forto. Molte volte lo si vedeva rinchiudere nella stanza da la¬ voro una volta occupata da suo figlio, dove nulla era stato ri mosso, forse per rievocare ricordi e dar libero sfogo al suo do¬ lore. Di fronte a noialtri egli sapeva, anche parlando delle atti¬ vità e dei meriti del suo Paolo, ben dominare i suoi sentimenti di padre affettuoso ed inconsolabile. Ma la prodigiosa attività del Della Valle fu dedicata non soltanto alla scuola ed aU'insegnamento. Sin da quando era pro¬ fessore al Liceo egli inizia la sua attività di scienziato, attività che si è svolta durante la sua lunga carriera in diversi campi della morfologia degli animali ed in vari gruppi di essi. La parte più interessante della produzione scientifica di An¬ tonio Della Valle è certamente quella che si riferisce ai suoi studi ascidiologici. È merito suo di aver dato una base scienti¬ fica alla conoscenza delle Ascidie del golfo di Napoli. Egli in verità limitò le sue indagini al gruppo delle ascidie composte, gruppo allora ammesso dagli zoologi, e ne studiò i vari aspetti sia dal punto di vista sistematico che morfologico e biologico. Iniziò questi studi nel 1874 alla Stazione Zoologica di Napoli per consiglio del suo Maestro Paolo Panceri ottenendo un ta¬ volo di studio presso quell'istituto. Gli furono compagni di la¬ voro più vicini, nella grande sala allora adibita a laboratorio ed - 103 — oggi trasformata in biblioteca dei periodici, Angelo Andres e Carlo Emery, e, a quanto egli raccontava, non rare erano le sue scaramucce verbali su argomenti zoologici con quest'ultimo. Il primo lavoro ascidiologico pubblicato dal Dell Valle, nel 1877, s'intitola modestamente " Contribuzione alla storia naturale delle Ascidie composte del golfo di Napoli „ lavoro nel quale sono raccolte le osservazioni che egli giornalmente compiva per lo più nelle ore pomeridiane, ore che gli restavano libere dopo aver atteso ai suoi doveri dell'insegnamento secondario. Questo primo lavoro è essenzialmente sistematico e risente chiaramente dell’influenza che i lavori ascidiologici del Giard ebbero su di lui. Egli infatti ne segue strettamente i principi sistematici, ma illustra molte nuove specie del gruppo dei Botrilli, Aplididi e Distomi. Ma più che dal punto di vista sistematico questo la¬ voro è interessante per le notizie biologiche che egli da su varie specie. Ci dice infatti dell'estivazione delle Perophore , della bio¬ logia della Diazona violacea , del Fragarium areolatum , dei Di¬ stomi. Le indagini sistematiche susseguite ed i criteri speciogra- fici mutati, col progredire delle conoscenze, hanno dimostrato che molte delle specie ritenute buone non sono che variazioni stagionali o ambientali di un’unica forma. Resta al Della Valle il merito di aver saputo discernere i vari aspetti di forme affini e darne delle esatte descrizioni. Molto più interessante è il lavoro pubblicato nel 1881 dal titolo 11 Nuove contribuzioni alla storia naturale delle ascidie composte „. Analizzeremo brevemente i gruppi di osservazioni raccolti in questo scritto e primo tra tutti quello che si riferi¬ sce al suo nuovo genere ed alla sua nuova specie Distaplia ma- gnilarva che il Della Valle considerò come “ una forma in¬ termedia fra i distomi e gli aplidii „ e che perciò propose di chiamare Distaplia. E questo nome di Distaplia fu fortunato perchè malgrado che in seguito fosse dimostrato esser Distaplia un sinonimo di Holozoaf un genere del Lesson (1830) pure YAp- stein nelle liste dei " Nomina conservanda „ propose di conser¬ vare il nome di Distaplia ormai universalmente noto fra gli studiosi. Meritano particolare menzione le osservazioni sulla fun¬ zione e sul meccanismo di formazione del sacco incubatorio, la — J04 — cui importanza era sfuggita ad altri che pur segnalò una simile formazione nelle ascidie. Il Della Valle descrisse anche le larve di questa sinascidia le quali si distinguono da tutte le altre larve di ascidie com¬ poste del golfo di Napoli per la loro grandezza, e molto impor¬ tanti sono le sue osservazioni sulle gemme da lui scoperte nel mantello comune della larva e propriamente nello spazio compreso tra l’ansa intestinale e l'apparecchio adesivo. Egli potè seguire l'origine ed il destino di tali gemme illustrando la genesi della colonia in questa sinascidia che mostra tratti comuni con pro¬ cessi consimili dei Pirosomi e delle Salpe. Interessante è ancora 10 studio dei processi di regressione e morte degli ascidiozoi ed 11 fatto da lui messo in evidenza che degli organi il cuore è l'ultimo a scomparire : notevoli sono i raffronti con la biologia di molti briozoi in base ai fatti messi in luce dal Joliet. Ancora belle osservazioni riguardano la formazione del mantello, Tana- tomia e fisiologia di tutti i sistemi organici delle sinascidie tra i quali merita speciale menzione il sistema riproduttore di cui il Maestro chiarisce e illustra le varie strutture allora per nulla note ove si eccettui qualche scarsa notizia del Milne Edwards. Nè meno importanti sono le ricerche del Della Valle sulla gemmazione dei Didemnidi per quanto in questo tratto del suo lavoro egli abbia un pò troppo seguito alla lettera il Ganin, anzi si sia sforzato di colmare le lacune di questo autore. Ulte¬ riori studi hanno dimostrato che il complesso processo della gemmazione dei Didemnidi è in un certo senso ben più sem¬ plice di quanto non lo lasciassero supporre le ricerche del Ganin, Della Valle e Caullery e che il presunto processo di fusione delle due metà rispettive deH’ascidiozoo derivanti da due gemme indipendenti ha ricevuto diversa interpretazione. Anche le ricer¬ che sulla gemmazione dei Botrilli sono di particolare interesse ; peccato che i risultati di tali studi siano un pò resi oscuri dal fatto che il Della Valle sostenitore del tipo enterocelico nelle Ascidie riunì gli abbozzi delle cavità peribranchiali e quelli dei tubi epicardici sotto l'unica interpretazione di sacchi peritoneali. Certo il lavoro di cui abbiamo riassunto per sommi capi i risultati ove lo si consideri nel tempo in cui fu elaborato ci ap- — 105 pare di notevole interesse e di grande importanza e giustamente la Commissione della R. Accademia dei Lincei (relatore il Trin- chese) nel proporre questo lavoro per il premio così si espri¬ meva : " Raramente si è pubblicato negli ultimi 20 anni in Italia un lavoro zoologico di merito pari a questo. Da parecchi anni molti dei zoologi italiani si limitano a studiare le forme esterne degli animali o, al più, la struttura degli organi. Molto rara¬ mente allo studio di quello e di questa aggiungono osservazioni morfologiche ed embriologiche sì da tessere intiera la storia naturale degli esseri da loro studiati. Della Valle e pochi altri giovani naturalisti fanno fortunatamente eccezione alla regola Ma nella concezione, nella maniera di esporre le osservazioni nella elaborazione dei dati di questo lavoro si risente l'influenza che sul Della Valle esercitano gli scritti di un grande zoologo francese: il Lacaze Duthiers. Del 1884 è l’interessante nota sul ringiovanimento delle co¬ lonie di Diazona violacea. Riprendendo i dati esposti a propo¬ sito di Diazona nel lavoro del 1877 egli li amplia descrivendo con vivezza di espressioni il processo di regressione e di rifio¬ rimento dei cormi di questa bella sinascidia. E su tale processo ritornò nel suo ultimo lavoro ascidiologico nel 1908 pubblicato negli Atti della R. Accademia di Scienze di Napoli col titolo 11 Osservazioni su alcune ascidie del golfo di Napoli I dati qui esposti sono di indole prevalentemente biologica. Di straor¬ dinario interesse sono quelli che si riferiscono alle migrazioni delle colonie di Diplosoma listeri ai movimenti delle appendici ectodermiche, alla metamorfosi della larva ed alla genesi delle colonie dei Diplosomi. Tratta ancora del mantello tunicale delle ascidie come di un complesso dotato di individualità propria esaminando la questione in base ad osservazioni compiute su Distaplia Aplididi, Botrilli e Diplosomi. La memoria termina con una trattazione critico storica della sistematica dei Didem- nidi che ha lo scopo di rivendicare la validità dei suoi due ge¬ neri Trididemnum e Tetradidemnum . Accanto a questi studi ascidiologici si svolge la sua attività scientifica nel campo della carcinologia. Inizia questa serie di ricerche un bellissimo lavoro sui Co- — 106 — riceidi parassiti e sull'anatomia del genere Licho molgus. Dopo una revisione delle forme allora note di Coriceidi descrive varie specie di Lichomolgus delle quali molte nuove ed ancora il nuovo genere Anthessius con due nuove specie. Segue un lavoro sui copepodi che vivono nelle Ascidie composte nel quale ad una discussione critica sulla sistematica del gruppo fa seguire la descrizione del X Enterocola fulgens e di un nuovo genere e di una nuova specie Kossmechtrus notopus inquilino del Distoma pancerii. Inizia posteriormente lo studio di quell'interessante gruppo di Antipodi che è quello dei Gammarini. Le sue ricerche saranno riunite nella monumentale monografia che vedrà la luce nel 1893, ma già in due note preliminari si occupa (1888) delle glandole glutinifere e degli occhi delle Ampelische apportando interes¬ santi contribuzioni alla conoscenza di questi organi, e (1889) della deposizione, fecondazione e segmentazione delle uova di Gam- maras pulex con originalissime osservazioni e finalmente nel 1893 appare la bella monografia sui Gammarini. Questo lavoro, come egli dice, nella prefazione, cominciato il 1882 fu in gran parte eseguito nella Stazione Zoologica di Napoli, e pei primi due anni senza interruzioni e pei successivi nei soli mesi d' e^ state e d'autunno, poiché nominato nel 1884 professore in Modena attese in quel laboratorio alla continuazione delle sue ricerche. In questo denso e metodico lavoro i gammarini sono trattati nella loro anatomia, nel loro sviluppo, biologia sistematica, distri¬ buzione geografica e filogenia. Si tratta di una monografia di ben più di 900 pagine di stampa con 61 tavole molte delle quali a colori con figure eseguite dal Della Valle stesso e da quei¬ resimio artista che fu il Merculiano. Se gli studi ulteriori sulla sistematica dei Gammarini hanno portato rimaneggiamenti nei generi e nelle specie, certo per l'epoca in cui la monografia fu elaborata essa è da considerare come un vero capolavoro di ri¬ cerca e di metodo. Il terzo gruppo di ricerche alle quali si dedicò il Della Valle è quello suH’embriologia dei Vertebrati, ricerche alle quali attese per 25 anni durante la sua permanenza nell'Istituto di Anatomia comparata di Napoli. E su questo argomento continuò — 107 — a meditare ancora negli anni che seguirono la sua messa a ri¬ poso , nella quiete della sua nuova dimora di Via Aniello Fal¬ cone dove visse tranquillo gli ultimi anni della sua laboriosa esistenza sempre animato da quel fuoco sacro per la ricerca e da quella passione sconfinata per la sua scienza prediletta. Durante questo lungo periodo di ricerche egli accumulò ingente messe di materiale, di dati, di disegni, ma data la sua scrupolosità scientifica ciò che liberò per le stampe rappresenta ben poca cosa. Nel 1920 in una nota preliminare presentata alla R. Acca demia di Scienze di Napoli espose brevemente alcune sue idee sulla intricata questione dell'origine e del significato della nota primitiva neH'embrione degli omeotermi; a questa nota prelimi¬ nare seguì nel 1927 una memoria, presentata alla stessa Acca¬ demia sulle prime fasi embrionali degli omeotermi nella quale discute tale problema con un' analisi critica improntata alla più schietta obbiettività. L’avanzare degli anni non gli permise di continuare l'elabo razione degli ulteriori capitoli di questo vasto complesso di ri¬ cerche e moltissimi dei risultati ai quali egli era pervenuto sono scomparsi con lui. Il Della Valle ci lascia ancora una dissertazione sulla " Luce negli animali un discorso pronunciato il 14 gennaio 1883 per la premiazione degli alunni degli Istituti medi , sulla Scuola Zoologica napoletana nel quale rivive la vita e l'attività scienti¬ fica dei nostri Cavolini, Poli, Delle Chiaie, Sangiovanni, Macri, Petagna, e dei due Costa, ed infine buon numero di biografie necrologiche su Carlo Vogt, FIuxley, Weismann, Ciaccio, Pa¬ ladino, Achille Costa, Antonio Dohrn, Camillo Golgi, Francesco Saverio Monticelli. 11 Della Valle fu per lungo periodo redattore della parte ri¬ guardante i Tunicati nei volumi del " Zoologisches Jahresbericht „ pubblicato dalla Stazione Zoologica di Napoli. La sua produzione se pur non eccessivamente vasta e densa di risultati di grande interesse è sopratutto improntata alla più schietta onestà scientifica e ci rivela lo spirito acuto dell’osser¬ vatore e le superbe qualità critiche del suo chiaro intelletto. Egli era durante il lungo orario di lavoro che s' imponeva 108 — nella giornata, nel suo laboratorio intento sempre a ricerche lunghe, talvolta faticose; ed egli tanto s'immedesimava nel vagliare i risultati da lui raggiunti e nel confrontarli con quelli dei ricer¬ catori che lo avevano preceduto che chi ebbe la ventura di contemplare questa nobile figura di scienziato intento al lavoro in una quiete non turbata da rumori mondani ebbe a volte l'illu¬ sione che intorno al vecchio Maestro aleggiasse lo spirito dei sommi, di Wolff, di Von Baer, di Remak e di Balfour, gli em¬ briologi che egli sempre citava e preferiva. E dal suo esempio i suoi collaboratori traevano l'abito al tranquillo raccoglimento necessario alla indagine scientifica tal¬ volta lunga e penosa. Questa sconfinata dedizione alla Scienza, in un'abituale pra¬ tica di lavoro per sollevare il denso velo che avvolge gl'infiniti misteri della vita, tanta abnegazione e devozione ai suoi ideali di ricercatore, rendono questo valoroso e pure tanto modesto pioniere della Scienza degno della nostra infinita gratitudine e della più grande ammirazione. Ora egli non è più tra noi, ma larga e luminosa è la scia che Egli lascia nel campo infinito della Scienza e vivo ed im perituro rimane in noi il ricordo del maestro che amammo e rispettammo con affetto e devozione filiale. Elenco delle pubblicazioni del Prof. Antonio Della Valle. 1. 1875. La luce negli animali. Napoli, Tipogr. Comuni. 2. 1877. Contribuzioni alla Storia naturale delle Ascidie composte del golfo di Napoli con la descrizioìie di alcune specie e varietà nuove e di altre poco note. Napoli, Tipogr. Comuni. 3. 1880. Sui Coriceidi parassiti e sull' anatomia del genere Licho- molgus. Memorie R. Acc. Lincei (Cl. Se. Fis. Mat. Nat.) e Mitth. Zool. vStat. Neapel, I. 4. 1881. Nuove contribuzioni alla Storia naturale delle Ascidie composte del golpo di Napoli. Ìbidem. 5. 1882. Recherches sur Vanatomie de s Ascidies composées. Arch. ital. Biol. IL 6. 1882. Sur ler bour geonnement de s Didemnides et Botryllides et sur le type enterocoelien des Ascidies. Ibidem. 7. 1883. Sui Copepodi che vivono nelle Ascidie composte del golfo di Napoli. Memorie R. Acc. Lincei (Cl. Se. Fis. Mat. Nat.). 8. 1883. La scuola zoologica napoletana. Napoli, Tip. Morano. 9. 1884. Sul ringiovanimento delle colonie di Diazona violacea. Rend. R. Acc. Se. Fis. Mat. Napoli, XIII. 10. 1888. Sopra le glandole glutinifere e sopra gli occhi degli Ampe- liscidi del golfo di Napoli. Atti Soc. Natur. Modena (3) VII. 11. 1889. Deposizione, fecondazione e segmentazione delle uova ael Gammarus pulex. Ibidem, Vili. 12. 1893. G ammarini del golfo di Napoli . Fauna u. Flora des golfes von Neapel. Monogr. 20. 13. 1896. Carlo VOQT ( Commemorazione ). Atti Soc. Natur. Modena (3), XIV. 14. 1896. Tommaso Enrico HUXLEY (< Commemorazione ). Ibidem. 15. 1898. Achille COSTA ( Commemorazione ). Rend. Acc. Se. Fis. Mat. Napoli, XXXVII. 16. 1899. Idem. Atti Acc. Pontaniana Napoli, XXIX. 17. 1900. Intorno ai movimenti delle appendici ectodermiche del Di- plosoma listeri. Rend. R. Acc. Se. Fis. Mat. Napoli, XXXIX. — 110 — 18. 1901. Osservazioni intorno alle migrazioni delle colonie di Di- plosoma listeri. Monit. Zool. Ital., XII. 19. 1901. Di alcune particolarità osservate nelle Ascidie del golfo di Napoli. Ibidem. 20. 1908. Osservazioni su alcune Ascidie del golfo di Napoli. Atti R. Acc. Se. Fis. Mat. Napoli, XIII. 21. 1909. Antonio DOHRN ( Commemorazione ). Rend. Acc. Se. Fis. Mat. Napoli. 22. 1912. Pubblicazioni del Prof. G. V. Ci ACCIO intorno all' anatomia microscopica (in : In Memoria di G. V. ClACClO nel X an¬ niversario della sua morte). Torino. 23. 1915. Augusto WEISMANN ( Commemorazione ). Rend. Acc. Se. Fis. Mat. Napoli, XXI. 24. 1917. Giovanni PALADINO ( Commemorazione ). Atti Acc. Ponta- niana Napoli, XLVII. 25. 1917. Idem. Rend. R. Acc. Se. Fis. Mat. Napoli, XXIII. 26. 1920. La nota primitiva e le sue adiacenze nella prima forma¬ zione dell'’ embrione dei Vertebrati. I. La nota nella som ci¬ togenesi. Ibidem, XXVI. 27. 1925. Francesco CAPOBIANCO ( Commemorazione ). Ibidem, XXXI. 28. 1926. Camillo Golgi ( Commemorazione ). Ibidem, XXVII. 29. 1923-1927. La prima formazione dell embrione degli omeotermi durante la fase della nota primitiva. Atti R. Acc. Se. Fis. Mat. Napoli (2) XVII (vedi anche il riassunto in Rend. R. Acc. Se. Fis. Nat. Napoli, XXIX). 30. 1927. Fr. Sav. Monticelli ( Commemorazione ). Rend. R. Acc. Se. Fis. Mat., Napoli, XXXIII. Finito di stampare il 20 agosto 1935. ■ i Rifrazione geodetica laterale Nota del socio Placido Ruggiero (Tornata del 22 giugno 1935) Com'è noto, il fenomeno della rifrazione atmosferica, già conosciuto da Tolomeo che ne parla nell'Almagesto (140 d. C.), e studiato da Vitellio e da Alhazen, fu, dopo un lungo periodo di dimenticanza, ripreso in esame dai tedeschi Bernhard Walter di Norimberga e Moestling (Langravio di Assia) verso il 1100, e trattato per la prima volta scientificamente dall7 astronomo danese Tycho-Brahe. Astronomi e geodeti insigni, quali Cassini, Roy-Warren, Delambre, Piazzi, Luvini, Pizzetti, ecc., si occuparono succes¬ sivamente dell' interessante fenomeno, e matematici quali il La- grange, il Laplace, il Plana, il Biot ed altri, di fronte alla difficoltà di determinare con l'osservazione pura e semplice la entità della rifrazione atmosferica, studiarono delle formule per calcolarla basandosi essenzialmente sulle proprietà fisiche e chi¬ miche dell’atmosfera, e sulle leggi di variazione e di distribu¬ zione di essa e dei suoi componenti. 11 problema va guardato sotto due aspetti : astronomico e geodetico, poiché mentre nel primo deve prendersi in esame il cammino dei raggi, in ogni caso, attraverso l'intero spessore delPatmosfera terrestre, nel secondo, invece, si tratta di osser¬ vazioni con piccola altezza zenitale e per distanze limitate. Per la rifrazione astronomica si distingue la rifrazione nor¬ male da quella orizzontale intendendo per quest'ultima quella che subiscono i raggi di grande distanza zenitale essenzialmente nel tratto di percorso quasi radente alla superficie terrestre. In tutti i casi, come vedremo, si ritiene che il raggio lumi- - 112 — noso si propaghi sempre nello stesso piano verticale subendo rifrazione solo in esso, e che sia trascurabile la deviazione pla¬ nimetrica. Quest'ultima deviazione, nota col nome di rifrazione laterale, determina invece non trascurabili cause di errore nelle osservazioni geodetiche pianimetriche, e fa risentire i suoi effetti anche nelle osservazioni astronomiche eseguite con forte distanza zenitale (da 75° in sopra). Per il passato, fu perfino messa in dubbio resistenza d'una rifrazione laterale (il Luvini se ne duole nel suo scritto *)) ; ma ci sembra che ancor oggi non si tengano nel conto dovuto gli effetti da essa determinati. È indubbio che T atmosfera so¬ vrastante alla superficie terrestre presenti variazioni di densità e composizioni, non solo in altezza, ma anche, e non trascurabili, nel senso azimutale. Ciò perchè diversissime possono essere le condizioni meteorologiche sulle varie zone formate da terreni di diversa natura igroscopica e geologica, frammezzati talvolta da specchi d'acqua, a causa del moto di traslazione delle cor¬ renti aeree, della diversa temperatura che la radiazione solare induce sul suolo vario, della diversa velocità con cui avvengono gli scambi di calore. Sono note le ipotesi sulla variazione della densità con l'altezza : Cassini ha ammesso 8 costante ; Bouguer (1729), Simpson (1743), Bradley (1750) e Mayer (1781), stabiliscono formule desunte dalla ipotesi 8 - 80 j 1 — ~H~) Laplace (1805) ammette 8 = 80 1 1 -[- / j e “ ~m dove / ed m sono costanti h ed u — s — a (1 — *) è variabile con la pressione o con — ; l JLS — |3S’ Bessel (1819) ha ritenuto 8 = 80 e S 1 = 80 e ¥ - 1 e Baeyer (1860) 8 — 80 (1 + V h) ¥ - 1 (1 + w h) 9 Vedi elenco bibliografico in fondo alla presente nota. — 113 — dove V e w dipendono dall'altezza dell'atmosfera (parametro arbitrario) ed e si assume =4; Radeau, infine perfezionando la formula di Ivory, diede la seguen¬ te relazione fra la densità (x) e le temperature dell'aria TeT0 X T, 1 — / (1 — X) g (1 — xf con / variabile dato da tavole. Ma in effetti, nel senso verticale, la conformazione orogra¬ fica della regione fa sì che, anche alla stessa altitudine, un rag¬ gio radente incontra nei vari tratti dell'atmosfera quelle condi¬ zioni fisiche squilibrate (a secondo che sovrapassa una valle o un dosso) ben note agli aviatori che vedono improvvisamente e senza causa apparente abbassarsi ed innalzarsi i loro velivoli. Tutte le cause suddette fanno variare in modo assai capric¬ cioso le caratteristiche fisico-chimiche dell'atmosfera ed in con¬ seguenza non può non esistere una continua e varia rifrazione anche nel senso pianimetrico di un raggio che debba succes¬ sivamente attraversare regioni in così varie condizioni. Vengono così a cadere l'ipotesi fondamentale che il raggio incurvato dalla rifrazione nel senso dell'altezza si mantenga in un piano verticale, e tutte le equazioni che cercano di rappre¬ sentare con continuità le leggi di variazione delle caratteristiche fisiche dell'atmosfera, così che, il raggio rifratto invece che una curva piana, è da considerarsi quale curva gobba , a raggi di curvatura variabili e forse anche con flessi capricciosi. Per rendersi un più esatto conto della necessità di consi¬ derare in maniera meno sommaria la rifrazione laterale nei suoi effetti, premettiamo una rapida scorsa a quanto la riguarda nella sua trattazione teorica, e negli adattamenti pratici con cui si cerca di ovviare alla deficienza delle attuali conoscenze. * * * Nello studio della rifrazione astronomica la determinazione dell’equazione differenziale di = dr 12 — 114 — e del suo integrale r / tg i dn ti fra i limiti n = 1 (il limite dell' atmosfera) ed n == nQ alla sta¬ zione di osservazione, richiese la introduzione di ipotesi sulla costituzione e distribuzione dell'atmosfera. Così, quella che gli strati concentrici ed isotropi fossero sferici invece che sferoidici (dato che pel piccolo spessore dell'atmosfera rispetto al raggio terrestre può sostituirsi la considerazione della sfera osculatrice) consente fra l’altro di ritenere che il raggio rifratto trovasi in un piano verticale e volge la sua concavità alla terra. Ma ciò non è più vero auando si tratta di raggi con piccola altezza zenitale sia per la non trascurabile differenza fra strati sferici e sferoidici, sia per le cause di rifrazione laterale sopra cennata. Considerata poi la relazione invariantiva C ti sen i = C n* sen i1 — costante, la quale afferma che il prodotto della distanza dal centro del¬ la terra C per l' indice di rifrazione ri e per il seno dell' angolo d'incidenza è costante per tutti i punti della curva di rifrazione, si giunge alla espressione fondamentale della rifrazione in cui : a è il raggio di curvatura dell'elissoide (geocentrico) n0 l'indice assoluto di rifrazione z = all'angolo d'incidenza — distanza zenitale, la quale richiede, per essere risoluta, la conoscenza del legame analitico fra le variabili C ed n. Generalmente si cerca di sta¬ bilire tale relazione in base alle conoscenze di fisica atmosferica, oppure con altri procedimenti (H. Bruns 1891 sviluppato da Hausdorff si parte da una relazione analitica prestabilita le cui costanti sono determinate in base ad osservazioni di rifrazione. La più moderna e generale trattazione del problema si è — 115 — basata sulla ricerca di una equazione differenziale per risolvere la quale basti conoscere le variazioni della densità o della tem¬ peratura con l'altezza. In tal modo l'equazione differenziale della rifrazione prece¬ dentemente citata diventa r = a 1 - s sen z d z 1-2 a (l-x) y/cos2 z - 2 a (1 - x) -f- (2 S-S2) sen 2 z essendo la densità relativa x = 5 = Po o /t j c 5n c 5. S — - ed a = — — = - 2 - a + h «02 1 + 2 c 80 rifrazione. T — costante della Occorrendo per rendere determinato il problema, introdurre un’altro legame fra n ed S si ricorre a stabilire, per esempio, come vari la temperatura o la pressione con l'altezza, oppure la tem¬ peratura con la pressione, relazioni che se riescono facili per i primi Km. di altezza d'atmosfera esplorati, richiedono per il re¬ stante dell'altezza dell'atmosfera le molteplici ipotesi che i vari trattatisti hanno posto ognuno a base della propria teoria. In conclusione però, in tutte le trattazioni è dimostrato che le teorie concordano abbastanza fino a distanze zenitali di circa 75° mentre, per quelle maggiori, le discordanze dei risultati sono oltremodo rilevanti. È interessante, ad esempio, considerare le discordanze di valori che si ottengono per la rifrazione con grandi distanze zenitali (da 85° a 90°) con le formule del Bessel e con quelle del Bradley (1° sistema di costanti e 2° sistema di costanti) z = 85° 90° Be 613", 9 2241", 3 Br, 612", 1 1822", 1 Br2 628", 5 2241", 3 — 116 — mentre sono molto concordanti i valori per altezze zenitali mi¬ nori (60° a 70°). o g ii M 70° Be 104", 23 164", 50 Br4 104", 21 164", 50 Br2 103", 14 163", 08 Dagli stessi valori si rileva l'ordine di grandezza che as¬ sume l'effetto della rifrazione e come esso cresca grandemente per quella orizzontale evidentemente per l’attraversamento obli¬ quo della più bassa atmosfera. Per la rifrazione astronomica, com'è noto, si è cercato di tradurre le formule in tavole dei valori delle correzioni da ap¬ portare per le varie distanze zenitali dell'oggetto in corrispon¬ denza di un valore fissato della pressione barometrica e della temperatura del luogo, e con ulteriori correzioni in conseguenza delle variazioni di queste. Per la rifrazione geodetica invece, presa in considerazione più specialmente per le misure di altitudini, si è preferito as¬ sumere di consueto una correzione di rifrazione verticale, pro¬ porzionale all'angolo al centro sotteso fra i due raggi terrestri passanti per i due punti di osservazione r s p — oc C = a - v r oppure di impiegare il metodo noto sotto il nome di metodo delle altezze corrispondenti o delle distanze zenitali reciproche contemporanee H = s tg V, (*’-*) = s ‘g h + -jj - a-£ Circa la rifrazione geodetica o terrestre, ricordiamo che os¬ servazioni dirette eseguite da diversi Autori hanno dimostrato : a) che essa varia moltissimo con il luogo e con le condizioni atmosferiche; — 117 — b ) che raggiunge due valori massimi al sorgere ed al tra¬ monto del sole, ed un minimo in prossimità del mezzogiorno mantenendosi pressoché costante nelle tre ore che precedono o seguono tale ora ; c) che per una data zona, il valore della rifrazione nelle ore del mezzogiorno si mantiene pressoché costante in tutti i giorni in cui non si verificano condizioni straordinarie meteorologiche. La determinazione di a si fa mediando i risultati di parec¬ chie osservazioni. L'Ist. Oeogr. Militare ha adottato per l’Italia „ la Tripolitania La Francia per la regione di Parigi adotta „ i Pirenei „ l’Algeria regione costiera » » » centrale „ „ „ desertica La Germania per la regione costiera „ .. interna 1/2 Gauss assume nell'Hannover Bessel in Prussia a = 0,13 a — 0,12 a — 0,0708 a = 0,0689 a = 0,136 a — 0,116 a = 0,1 18 a == 0,136 a — 0,124 a = 0,1306 a = 0,127 Ma d' altra parte , tale valore medio che si aggira intorno ad 1/8, da osservazioni e determinazioni molteplici é stato tro¬ vato variabile fra limiti estesi da 1/3 ed 1/24 (Generale Roy nel 1787-88) A) o fra 1/7 e 1/18 (Colonnello Williams, Capitano Mudge ed Isacco Dalby 1 2) e addirittura con casi di rifrazione negativa (Delambre) 3). Il valore medio su riportato di circa 1/8 conduce a corre¬ zioni delle altezze livellate geodeticamente date com' è noto da a s2 2 r che sono dell'ordine di grandezza di 1 cm. per 1 km. di distanza 1 metro per 10 „ „ 4 „ per 20 „ „ ecc. 1) Philos. Trans. 1790. 2) „ „ 1795. a) Astronomie et Base da sistème métrique. - 118 — cioè grandezze variabili del 1/100000 ed 1/5000, ed aperture an- 4 golari dell’ordine, per una distanza di 20 Km., di '"20000” = 0,0002 = tg di 1’ circa. Il Pizzetti, nel suo magistrale Trattato di Geodesia Teore¬ tica, riassume le conoscenze sulla rifrazione laterale a proposito della sua influenza nella triangolazione. Esaminato in particolare che della rifrazione laterale è trascurabile la parte così detta ellis- soidica dovuta alla forma non sferica degli strati che circondano il suolo (0”,04 su lati di 300 Km.). l’Autore passa poi a conside¬ rare l’influenza della rifrazione laterale propriamente detta, e che si è constatato non sia trascurabile e non sottomettibile a calcolo. Il Pizzetti (7) limita le sue considerazioni a quelle di ca¬ rattere generico e riferisce che Fischer ha ricercato come varii l’influenza della rifrazione con la lunghezza della visuale mettendo a tale scopo in relazione la lunghezza dei lati di varii triangoli geodetici, con l’errore di chiusura di essi decurtato dell’eccesso sferico. Con ciò si riterrebbe l’errore residuo eguale all’ effetto della rifrazione laterale e si sarebbe ricavato soltanto che l’er¬ rore cresce con la lunghezza fino ad un certo limite, verso i 90 Km., dopo i quali la rifrazione ritorna a diminuire, per evidente compensazione lungo il tragitto dei raggi. Così, mentre per lati di circa 10 e 20 Km., il Fischer trova errori di 0",20 e per lati di 80 e 90 Km. di 0",72, per il più grande triangolo eseguito per collegare la Spagna all’Africa con lati massimi fra Filhaoussen e Mulhacen di 270 Km. l’errore risultò di 0”,2ó. A me sembra che il problema vada esaminato con maggior rigore e più esaurientemente, poiché la determinazione ora rife¬ rita ha un valore relativo, in quanto la entità degli errori di chiusura è già alterata da compensazioni varie fra quelli dovuti alle imperfezioni ed apprezzamenti strumentali, ai metodi e du¬ rata delle misure, ai fattori personali, ecc. Nel calcolo del triangolo Arzergrande -Mestre— Chioggia (8) si sono osservati i seguenti angoli ridotti al centro A’ = 7ó° 43’ 45", 34 B’ = 37° 28’ 11”, 24 C == Ó5° 48’ 08°, 23 119 — essendo a == Km. 30,752 b = Km. 19,221 c ^ Km. 28,820. La somma degli angoli e == 180° 00' 04", 81 é affetta di 4’', 81 di errore di chiusura, di cui 1"37 sono da attribuirsi all'eccesso sferico e + 3", 44 ad errore vero e proprio di chiusura che si vede compensato per 1/3 su ognuno dei 3 angoli. Se come ha fatto il Fischer volessimo attribuire tale errore alla rifrazione, dovremmo ritenere : 1°) che non siano avvenute compensazioni di sorta fra gli errori strumentali e di osservazione , e quello dovuto alla rifra¬ zione laterale ; 2°) che la rifrazione laterale abbia determinato deforma¬ zioni nei raggi di collimazione concordanti con quelli conseguenti alla sfericità della terra, ed alla rifrazione verticale. Per renderci conto praticamente di quale potrebbe essere B l'effetto della rifrazione laterale, abbiamo tracciato la Fig. 1 nella quale abbiamo esagerato, per chiarezza, l'entità del fenomeno. — 120 — Osserviamo per primo che la rifrazione potrebbe agire in maniera diversa per senso sui vari lati (convessità o concavità verso 1; esterno in tutti o in alcuni soltanto dei lati). Quando l'osservatore in B collima A per orientarsi sul lato base e misura l'angolo in B, vede A secondo la direzione, p. es., BA' per cui nel caso della convessità verso l’esterno si determina un aumento dell'ampiezza dell'angolo B che è inoltre incrementata dallo ef¬ fetto della rifrazione sul Iato BC essendo C visto secondo la tangente BC'. L’angolo B quindi subisce un errore positivo che è in valore assoluto due volte quello conseguente alla rifra¬ zione laterale se i lati BC e BA sono pressocchè eguali ; e così analogamente succederà per gli altri due angoli. Se invece il triangolo (come in questo caso) non è equilatero, l'errore si ripartirà in maniera diversa, e riuscirebbe più opportuno tener conto della diversa lunghezza dei lati per distribuirlo in maniera proporzionale. Ma le cose si complicano quando si pensi che l’effetto della rifrazione laterale può essere non identica per tutti e tre i lati e compensarsi in parte nella somma algebrica, ma con effetto che non dovrebbe essere tripartito, in quanto esso deve pesare diversamente fra i vari angoli. Ed un tale evento non è impro¬ babile in quanto, se la giacitura del triangolo, ad esempio, è tale che la diversità dello stato dell’atmosfera si manifesta nel senso CB o AB, probabilmente il lato AC non risentirà l'effetto della rifrazione e quindi l'errore sarà risentito per due parti da B ed una parte rispettivamente da A e C. Se poi un’altra causa in¬ fluisse su AC, per esempio, in senso contrario, tutto l'errore sarebbe da attribuirsi al solo B essendo A e C affetti da un errore negativo che compenserebbe quello positivo. * * * Confermata la esistenza qualitativa della rifrazione laterale, avremmo desiderato rilevare sperimentalmente valori della sua entità che, come abbiamo visto sommariamente, non è affatto trascurabile specie nelle operazioni di triangolazione. Il metodo migliore poteva consistere nella misura in diverse condizioni atmosferiche dell'angolo fra due visuali condotte da — 121 — uno stesso punto a due punti l'uno vicino e l'altro lontano di sicura collimazione, e distese su zone di natura varia (mare, mare e terra, laghi e terra, fiumi e terra, valli e pianori, ecc). Per difficoltà di tempo e non disponendo per ora di stru¬ menti di adatta sensibilità, abbiamo dovuto rimandare tali misure; ma intanto abbiamo pensato che se si verificassero deformazioni dell'ordine di quelle che si calcolano per la rifrazione geodetica verticale (ad esempio per 20 Km. di lato, il 1/ 5000), dovremmo poter rilevare effetti documentati dalla fotografia dello stesso og getto lontano, riferito in posizione ad oggetti vicini fotografati contemporaneamente dallo stesso punto di vista e con identicità di mezzi, in diversi giorni ed ore della giornata, e con condi¬ zioni meteorologiche diverse. Alcune prove iniziate ci hanno dato risultati che confermano la suddetta previsione, avendo riscon¬ trato, su lastre di formato 18 x 24 e per panorami di profon¬ dità di quasi 20 Km., differenze di distanze effettive di quasi 1 mm. in grandezza assoluta, non attribuibili ad altre cause strumentali o fotografiche. Da tutto quanto precede si conferma chiaramente la oppor¬ tunità di conoscere l'entità ed il senso della rifrazione sia ver¬ ticale che laterale con rilievi contemporanei alla osservazione, e nella direzione collimata, essendo praticamente impossibile allo stato delle nostre conoscenze ottico-meccaniche, annullare stru¬ mentalmente l'effetto della rifrazione. Ci proponiamo pertanto di proseguire lo studio e la solu¬ zione della questione e di pubblicare i risultati, ed intanto rife¬ riamo succintamente su di un sistema di cui abbiamo iniziato l'esperimento. È noto che la rifrazione diminuisce con 1' aumentare della lunghezza d'onda dei raggi monocromatici, andando dal massimo dell'ultra violetto verso il minimo dell'ultra rosso. Pel nostro caso presentano particolare interesse i raggi infrarossi che , con una lunghezza d’ onda superiore ai 0,8 mi¬ cron, subiscono la più piccola rifrazione fra i vari raggi dello spettro, hanno un potere fortissimo di penetrazione, e può sup¬ plirsi allo incoveniente della loro invisibilità, con la loro rivela¬ zione ottenuta per mezzo di processi fotografici. - 13 - 122 — I raggi infrarossi possono essere emessi in copia rilevante da una opportuna sorgente monocromatica di luce (da un corpo riscaldato p. e.), o possono essere selezionati per filtrazione a mezzo di opportuni schermi. È evidente che se la luce proveniente dal soggetto lontano è costituita di soli raggi infrarossi (o se fra la luce bianca si raccolgono i soli raggi infrarossi) questi, avendo subito una rifrazione minore di quella dei raggi di altro colore o anche della luce bianca, subiranno un incurvamento meno forte, per cui la deviazione della tangente secondo la quale si rileverà l’oggetto, sarà minore di quella secondo cui esso si rileverà con le altre luci. Allora su due fotografie prese con la stessa macchina e con opportuni accorgimenti per assicurare la identità della distanza focale, di collimazione, di emulsione, di sviluppo ecc. ma ese¬ guite l'una p. e. con la normale luce bianca, e l'altra con l'infra¬ rosso, noi otterremo l'immagine dello stesso oggetto lontano, a distanza diversa dalla immagine di un' altro oggetto vicino al punto di presa. Ciò è confermato dai primi risultati soddisfacenti ottenuti dal confronto di fotografie dello stesso soggetto eseguite l'una con la luce bianca e l'altra con lastre sensibili ai raggi infrarossi. Nella Figura 2, da considerarsi come una proiezione sul piano orizzontale dello andamento dei raggi (esagerata per chiarezza) abbiamo voluto rappresentare come l'osservatore in A vedrebbe il punto B secondo la visuale AH2 coi raggi infrarossi, e secondo A H, con la luce bianca. Se chiamiamo con D la distanza A B e con |32 e |31 gli an¬ goli B A H2 e BAH, evidentemente potranno scriversi le re¬ lazioni B H4 = D tg p4 B H2 — D tg (32 e sottraendo dalla prima la seconda H( H2 = D (tg P, — tg p,) . (1) La distanza D è nota, e dal confronto dalle due Fotografie ri¬ levate come si è detto innanzi si può ricavare il valore H, H2 nella scala relativa al sistema ottico impiegato. — 123 — In quanto alle grandezze tg e tg P2 si osservi che esse debbono indubbiamente stare fra loro nello stesso rapporto in cui stanno gli indici di rifrazione nelF aria od i coefficienti di rifrazione relativi ai raggi di luce bianca e di infrarossa, che sono quantità note e verificabili sperimentalmente : tg ^ = nL = <*A == tg p2 n% a2 Pertanto la (1) diventa HA H2 = D tg p4 (1 - rì Ht H2 D (1 - li) da cui tg — 124 Ricordando che si definisce rifrazione geodetica totale l’an¬ golo 9 compreso fra le due tangenti agli estremi del raggio ri¬ fratto, nel nostro caso può ritenersi che tale angolo sia eguale (quale angolo esterno del triangolo A O B) alla somma degli angoli ^ . a e . b secondo cui l'osservatore vede B da A ed A da B. Pi = Pi • A + Pi-B Nel caso in cui la rifrazione avvenga in maniera uniforme la relazione suddetta si riduce evidentemente a p4 = 2 pt. Il coefficiente di rifrazione come prima definito quale valore angolare quota parte dell'angolo al centro sotteso dell' arco che unisce i due punti, dalla relazione D p" = a, - 206265 risulta <*! — Qi 206265 — r Pi • A H~ Pi - B 206265 — r are tg H i • A Hg . a ~D 7l - li) + are tg 206265 — r 1 1 1 • B H2 . B D (1 - ix) Gli elementi che entrano in questa espressione sono tutti noti potendosi anche il ji ricavare sperimentalmente una volta tanto. 11 metodo appare molto semplice e di facile applicazione anche perchè potranno essere risparmiate alcune operazioni, eliminata una fotografia e degli errori, servendosi di opportuno fototeodolite. All'uopo potrà interporsi a distanza conveniente un adatto micrometro filare sulla linea di collimazione a luce bianca del segnale, realizzando il riferimento al punto vicino sulla fo¬ tografia all'infrarosso. Il metodo potrà essere reso più sensibile confrontando le immagini ottenute con l'infrarosso, con quelle rilevate con raggi luminosi che presentino maggiore scarto di rifrazione quali gli 125 — ultravioletti (con obbiettivi di quarzo schermati) od impiegando, specie in osservazioni notturne, segnali luminosi con fonti di luce appropriata. Riassunto. Dopo di aver esaminato le incertezze che si riscontrano nelle mi¬ sure geodetiche per effetto della rifrazione laterale , nonché la entità non trascurabile degli errori che essa determina, l’autore tratta di un sistema col quale si può rilevare la grandezza della rifrazione late¬ rale contemporaneamente al rilievo degli altri elementi geodetici. Il sistema è fondato sull’ impiego della fotografia con i raggi infrarossi, e su opportuna elaborazione analitica degli elementi rilevati con tale mezzo. 126 ELENCO BIBLIOGRAFICO (1) LUVINI G. - Di un nuovo strumento meteorologico geodetico - astronomico « Il dieter oscopio » e « Del dieter oscopio » , ( 2 a comunicazione). Atti R. A. S. di Torino, Voi. 9, 1873-74. — — Presentazione di un modello di dieteroscopio ad uso delle scuole di fisica e geodesia. Descrizione ed applicazione del medesimo, (3a comunicazione). Ibidem, Voi. XI, 1875-76. (2) PORRO I. — Trattato di Astronomia. (3) CAVERNI R. — Storia del metodo sperimentale in Italia. (4) RADAU R. — Recherches sur la théorie des réjractions astro - nomiques. (5) BEMPORAND — Sulla teoria della refrazione astronomica. Han- dbuch der Physik. — — Refraktion und Extinktion ( Encyklopddie der Materna- tischen). Band VI, Heft 2, 1908. (6) SlMEON G. — Lezioni di astronomia Nautica. (7) Pizzetti P. -- Trattato di Geodesia teoretica. Zanichelli, Bolo¬ gna, 1928.. (8) Leonardi Cattolica P. — Trattato di Idrografia. Genova, R. Ist. Idrogr., pag. 182, 1902. (9) ROMAGNA Manoja — Manuale di Idrografia. Livorno, R. Acc. Navale, 1927. Finito di stampare il 20 agosto 1935. Presenza della De/esser/tus pinnatus Ung. nella pesciara di Bolca in Valle Cherpa (Verona). Nota della socia Ma ri a Fiore (Tornata del 9 dicembre 1935) Tra le varie alghe riscontrate nella pesciara di Bolca nel trattato " Flora tertiaria italiana „ del Meschinelli e Squinabol (1892) sono nominate ben otto specie di alghe appartenenti al genere Delesseria (Delesserites Mass.). Ora una nuova specie mi è dato di aggiungere a queste già note e cioè la Delesseri¬ tes pinnatus , descritta dall'UNGER e riscontrata a Radobojum in Croazia. Veramente l'esemplare di Delesserites in parola trovata un paio di anni fa dal sig. Erminio Cerato, raccoglitore di fossili e a me ceduta, differirebbe dalla D. pinnatus Ung. perchè le pinne possiedono una nervatura mediana laddove 1' Unger descrive enervi quelle degli esemplari di Radobojum ; ma la sua diagnosi non pare sia in accordo con la figura ( Iconographia plantarum fossilium, T. XXVI, N. 4, Mem. Imp. Acc. delle Scienze di Vienna, Voi. IV, 1852) che egli dà inquantochè in questa vi è in qualche pinna accenno di nervatura mediana. Infatti lo Schimper a pro¬ posito di questa alga di Radobojum così commenta : “ Si les pinnules de cette piante sont en effect sans nervue , comme le dit M. Unger — la figure indique une nervure médiane — on pourrait y voir un Caulerpa aussi bien qu'un Delesseria „. A mia impressione si tratterebbe di un puro sbaglio; anche le pinne della Delesserites di Radobojum avrebbero una nerva¬ tura mediana, per quanto forse non molto evidente causa la fos- — 128 - silizzazione non buona, come le pinne della Delesserites di Bolca che la mostrano invece ben chiara , come pure anche mostrano ben chiari i margini areolati, carattere che, ugualmente conside¬ rando la detta figura dell' Unger , mi sembra che non dovesse nemmeno mancare nella Delesserites di Radobojum. Riassunto. L’A. fa noto l’aver riscontrata nella cosi detta « pesciara » di Bolca la Delesserites pinnatus Ung. , ed espone la sua opinione secondo la quale le pinne di detta alga possederebbero una nerva¬ tura mediana contrariamente alla descrizione dell’UNGER. Finito di stampare il 15 gennaio 1936. Descrizione di una probabile pandanacea di Chiavon (Vicenza). Nota della socia Maria Fiore (Tornata del 9 dicembre 1935) Pandanites n. g. Caulis ramosus, cylindraceus ; foli a spira - liter imhricata , erecta , lineare-lanceolata , longitudinaliter a namerosis venis minatis par alle lis percarsa , laminae margines integri . Pandanites Martellìi n. g. n. sp. Caule ramoso , cylindraceo , cm. 5 crasso ; internodis brevissimi) foliis line ari-lane e o lati, apicem versus attenuati , rigidi } cm. 70-80 longis, longitudina- liter a numerosi (40 circiter) paralleli venis percursis 1/2 mm, interdistantibusì laminae marginibus integri cm. 2 1/2-3 latae, costa media indistincta ? In calcareo marnoso “ Chiavon „ inventa (Villa Valmarana già Piovene in Lonedo provincia di Vicenza). La detta fillite consta di una bella impronta più o meno carbonacea in calcare marnoso, di lunghezza massima cm. 105 e ampiezza massima cm. 35; è costituita da un ramo cilindraceo misurante cm. 25 per cm. 5, contrassegnato da numerose, appres¬ sate, acicliche impronte fogliari, e da cinque intere foglie più dei frammenti. Queste foglie che, come le citate impronte fo¬ gliari hanno disposizione a spirale , sono lineari-lanceolate , con una lunghezza tra i 70 e gli 80 cm. e un' ampiezza al più di cm. 3, in generale di cm. 2 i]2, verso l’estremità soltanto di cm. 1; più che decisamente acuminate terminano alquanto tondeggianti. - 14 - 130 — La lamina è percorsa da lina quarantina di sottili nervature pa¬ rallele molto avvicinate, poiché sono distanti fra di loro non più di 1/2 mm. ; i margini sono del tutto integri. Non è molto chiaro se le foglie possedessero o pur no una costa, una nervatura me¬ diana più robusta delle altre; alcune foglie però, invero, presen¬ tano medialmente una striscia lineare marcatamente carbonacea che potrebbe interpretarsi quale indice di un più spesso paren¬ chima, ipoderma, epidermide, stato di cose che nel fatto si ri¬ scontra nelle foglie delle Pandanaceae , famiglia con la quale dall'insieme dei caratteri detti mi sembra che soltanto si possa comparare la fillite descritta. Questa famiglia delle Pandanaceae , come è noto, non com¬ prende al presente che soltanto tre generi e cioè il gen. Panda- nus, il gen. Preycinetia e il gen. Sararanga, benché ricchissima di specie disseminate in area geografica molto estesa. Sono piante che si riscontrano nelle regioni tropicali del Mondo antico e isole attinenti e cioè in Africa, Asia, Australia e isole australia- liasiche, sia in prossimità del mare che a grandi altezze (fino a 2400 e oltre). Se ne è in modo particolare occupato il compianto Illustre Prof. Conte U. Martelli, riuscendo a superare le nume rose difficoltà che ne rendono lo studio difficilissimo 1). La fillite in parola se per la forma , disposizione e porta¬ mento delle foglie e del ramo da cui esse si dipartono mi è sembrato di non dubbia affinità pandanacea , in assenza di frutti, di fiori e di più decisi completi particolari del portamento vegetativo dell'intera pianta di cui la fillite è un resto, ho rite¬ nuto prudente e conveniente classificarla con la denominazione di “ Pandanites „ avvicinandola per altro così al genere più ricco e vario di forme e cioè al genere Pandanus. Finora pare che in detta località nessuna fillite di affinità pandanacea era stata trovata e descritta. Soltanto a Campo biondo L) Martelli U. — Fyi Pandanaceae - Pandanaceae of Tonga - Two new varieties of Pandanus odoratissimus L. in thè Hawaiian group. A new Pan¬ danus from Britisch Borneo. Pandanus odoratissimus var. Loureirii Gaud. Uni¬ versity of California 1930 ; La distribuzione geografica delle Pandanaceae Pisa 1933 ; Pandanaceae of Tahiti and Pandanaceae of Parotonga. University of Ca¬ lifornia 1933. — 131 presso Breonio nel vicino agro veronese fu trovato e descritto dal Massalongo un frutto che ricorda per forma e struttura quello del genere Pandanus Mass. *). Riassunto. L’A. descrive una fìllite di Chiavon (Vicenza) e espone la sua veduta secondo la quale tratterebbesi di una pandanacea. Finito di stampare il 15 gennaio 1936. *) Massalongo A. — Palaeokeura Pellegriniana Mass. Sopra una nuova specie di Pandanacea fossile. Atti Acc. Verona 1853. Su di un nuovo metodo per la determina zione quantitativa del cromo del socio Selim Augusti (Tornata del 9 dicembre 1935) Trattando un soluto di un cromato o bicromato alcalino con una soluzione ammoniacale di nitrato di mercurioammonio *), oppure con cloruro mercurico ed ammoniaca, fino a reazione alcalina 2), si ottiene un precipitato giallo di cromato di mercurio- ammonio (Hg2N)2 Cr04. 2H20, secondo l'equazione 3): KaCr04 + Hg2N . H03 -f 2H ,0 -> (Hg2N)2 Cr04 . 2H20 + 2KN03 (a). Il preci¬ pitato di cromato di mercurioammonio è solubile quantitativamente in una soluzione di ioduro di potassio, secondo l'equazione 4) : (Hg2N)2 Cr04 . 2H20 + 16 K1 + 6 H20 -> 4 K2 [ Hgl4 ] + (NH4)2 Cr04 + 8 KOH (b) ed è solubile, anche quantitativamente, in una soluzione di tiosolfato sodico , secondo l' equazione (4) : (HggN), Cr04 . 2H20 + 8 Na2S203 + 6 H20 4 Na2 [Hg (S203)2] + + (NH4)2 Cr04 + 8 NaOH (c). Dosando volumetricamente l'alcali messo in libertà, secondo le equazioni (b) o (c), si può risalire *) La soluzione ammoniacale di nitrato di mercurioammonio (Hg2N . N03) si prepara disciogliendo gr. 10 di nitrato mercurico in cc. 50 di acqua aci- dulata con cc. 5 di acido nitrico ed addizionando la soluzione ottenuta di cc. 60 di ammoniaca concentrata [R. Ciusa ed A. Terni, Gazz. Chim. Ital., 43, 86 (1913)]. 2) Augusti, S. — Sulla formazione dei composti di mercurioammonio per doppio scambio dal nitrato di mercurioammonio . Gazz. Chim. Ital., 63, 849, (1933). 3) — Sul cromato di mercurioammonio. Boll. Chim. Farm., 14, 1, (1935). 4) - Sui metodi analitici per l’esame dei composti mercurioammonici. Gazz. Chim. Ital., 64, 324, (1934). 134 — alla quantità di anione cromico Cr04-- o di cromoione Cr+++ presente nel soluto in esame. Infatti dalle equazioni riportate si rileva che otto grammimolecole di idrossido alcalino corrispon¬ dono ad un anione Cr04-- o ad un grammaatomo di cromo. In conclusione di quanto sopra esposto , propongo il se¬ guente metodo 4) per la determinazione quantitativa del cromo: " il cromoione Cr+++ contenuto nel soluto cromico, viene ossi¬ dato ad anione cromico Cr04--, con acqua ossigenata, in am¬ biente alcalino, a caldo [Cr+++— Cr02- — > Cr04 - -] e quindi precipitato sotto forma di cromato di mercurioammonio, per azione della soluzione ammoniacale di nitrato di mercurioammo¬ nio o di cloruro mercurico ed ammoniaca. Il precipitato ottenuto viene disciolto in soluzione di ioduro potassico o di tiosolfato sodico, dosando mediante una soluzione titolata di un acido l'i- drossido alcalino messo in libertà. I cc. di soluzione acida de¬ cinormale = gr. 0.00145 Cr04--= gr. 0.00055 Cr+++. Poiché il nitrato di mercurioammonio dà precipitato anche con altri anioni * 2), se il soluto cromico non è perfettamenle puro se ne precipita un'aliquota, sotto forma di idrossido di cromo, e si discioglie questo precipitato nella minima quantità di idros¬ sido di sodio o di potassio, lo si ossida a caldo con acqua os¬ sigenata e si procede come sopra. Se la determinazione deve essere eseguita su di un soluto di cromato o bicromato alcalino, se ne precipita direttamente un'aliquota con soluzione ammonia¬ cale di nitrato di mercurioammonio o con cloruro mercurico ed ammoniaca e si procede come indicato precedentemente. Il metodo da me proposto dà ottimi risultati poiché pre¬ senta il vantaggio di essere rapido e preciso. Nelle varie deter¬ minazioni eseguite non ho mai trovato differenze sensibili dal teorico (media 0,35 °/0) ed il tempo occorrente per la determi¬ nazione completa non è mai superiore ad un'ora. ’) Questo metodo, che io propongo di chiamare «metodo mercu¬ ri o a m in o n i c o » è stato già da me proposto per la determinazione quan¬ titativa del mercurio (Augusti S .-Su di un metodo rapido e preciso per La determinazione quantitativa del mercurio. Gazz. Chini, Ital., 65, 689, (1935). 2) Cfr. mia nota già citata, sulla formazione dei composti di mercurioam¬ monio per doppio scambio dal nitrato di mercurioammonio. Finito di stampare il 10 febbraio 1936. Sulla precipitazione del cromato di mercu- rioammonio in presenza di cloruri alcalini del socio Selim Augusti (Tornata dal 9 dicembre 1935) In altra nota ho riportato i risultati di uno studio detta¬ gliato da me eseguito sul cromato di mercurioammonio L), stu¬ dio che riveste un carattere di particolare importanza, in quanto che io ho proposto un nuovo metodo di determinazione quan¬ titativa del mercurio, basato appunto sulla precipitazione del ca¬ tione mercurico sotto forma di cromato di mercurioammonio * 2). Litterscheid 3) , che per primo ha studiato questo composto, attribuendogli la formola (H g2 N)2 Cr04. 2H2 O, ha osservato (1. c.) che se la precipitazione del cromato di mercurioammonio dai soluti mercurici avviene in presenza di cloruro ammonico o di cloruro sodico, si ottiene un precipitato bianco che, per lieve riscaldamento, si trasforma nel precipitato giallo di cromato di mercurioammonio. Io invece ho avuto agio di constatare che il precipitato in tal caso ottenuto non è mai perfettamente bianco,, ma più o meno giallastro. Da una serie di prove eseguite mi risulta che se la precipitazione del cromato di mercurioammonio viene eseguita in presenza di cloruro ammonico, il precipitato si dimostra formato, all’esame chimico e microscopico, da un mi- ') Augusti, S. — Sul cromato di mercurioammonio. Boll. Chim. Farm., 14, 1, (1935). 2) — Su di un metodo rapido e preciso per la determinazione quanti¬ tativa del mercurio. Gazz. Chini. Ital., 65, 689, (1935). 3) Litterscheid, F. M. — Arch. der Pharm., 241, 306, (1903) u. Jahresb. der Chemie I, 679, (1903). — 136 scuglio di cromato di mercurioammonio e precipitato bianco fu¬ sibile Hg2NCl. 3NH4C1, mentre se la precipitazione viene ese¬ guita in presenza di cloruro sodico il precipitato risulta formato da cromato di mercurioammonio e cloruro di mercurioammonio Hg8NCl. H20. In tutti i casi la precipitazione del mercurio dal soluto mer¬ curico è sempre quantitativa; qualunque sia il composto mercu- rioammonico precipitato il calcolo risulta sempre lo stesso l) e per conseguenza la determinazione quantitativa de! mercurio mediante il “ metodo mercurioammonico „ non viene affatto in¬ fluenzata dalla presenza di cloruri alcalini nel soluto mercurico. Contrariamente poi a quanto afferma il Litterscheid (1. c.) da numerose esperienze eseguite mi risulta che, sia per riscalda¬ mento temporaneo che prolungato, seguito anche da lunghissimo riposo (varii giorni) il precipitato non cambia colore o tende a diventare lievissimamente più giallo, senza che peraltro se ne alteri sensibilmente la composizione chimica 2). *) Augusti, S. — Sui metodi analitici per Pesame dei composti mercu- rioammonici. Qazz. Chini. Ital. , 64, 34, (1934). 2) Da notarsi però che Litterscheid (1. c.) osserva che la trasformazione del precipitato bianco in giallo non sempre avviene. Riporto dal testo origi¬ nale : «... durch gelindes Erwarmen wird - zwar nicht immer - der weifse Nd. in den gewunschten gelben verwandelt,,. Finito di stampare il 10 febbraio 1936. Osservazioni di temperatura nei Campi Flegrei del socio Antonio Parascandola (Tornata del 9 dicembre 1935) Ho eseguito misure di temperatura nella zona che va dal Monte Nuovo al Rione delle Mofete nei Campi Flegrei. Rias¬ sumo brevemente quelle che vanno dal 2 agosto 1934 ad oggi, riservandomi di comunicare in una mia prossima nota notizie più dettagliate su questo argomento. Le misure precedenti al 2 agosto furono pubblicate in questo Bollettino A) e nel Bollettino Flegreo * 2). Mi limito solo ora a far rilevare come nel giorno 2 agosto nella cava detta della “ ferrugine „ nel fianco sud di Monte Nuovo dove la cava termina, nella sua parete cioè di N. W., verso il Lucrino, osservai una fumarola, a vapor d’acqua ed anidride carbonica con la temperatura di 61°, non rinvenuta, per quanto mi è noto, da altri. La stessa fumarola il 14 agosto dette 62°, 3. Esplorando la zona del Lucrino ho eseguito osservazioni di temperatura nelle vasche del signor Pollio nello stesso giorno. La vasca grande segnò la temperatura massima di 55° e la vasca piccola segnò da massima temperatura di 35°. Dai bagni di Tritoli, dietro la chiesetta di S. Filippo, costeggian¬ do la collina s'incontra un cunicolo a temperatura di 27° (3-11-35) emettente vapor d'acqua ad anidride carbonica (poca). Tale cu¬ nicolo è in comunicazione con un fabbricato che io chiamo casa del " figulaio „ poiché un vasaio, che accosto abita, vi depone i suoi manufatti. Sono sei stanze di cui tre interne addossate alla collina con temperatura massima nella mediana di 35° (3 - 11-33). Nella mediana delle stanze esterne vi è un pozzo d'ac¬ qua termale a 53° (3-11-35). 9 Bollettino della Soc. dei Natur. in Napoli, voi. XL, 1928. 2) Bollettino Flegreo, anno IV, fase. 1-2, 1930 ; anno V, fase. 1-3, 1930. — 138 — Lungo le scale che dall'Epitaffio menano sulla collina delle Stufe di Nerone, in due spiragli della roccia tufacea ho notato la temperatura di 40° (2-8-35) nell’inferiore, e 42° nel superiore. Sulla sommità di detta collina ho riscontrato una fumarola a vapor d’acqua ed anidride carbonica a 73° (2-8-35). Al Rione delle mofete, nella sua parte superiore, la fumarola al confine della terra di Coppola, a sinistra del sentiero che me¬ na alla sella di Baia, ha segnato 8ó° (2-8-35). Le altre due buche segnarono 64°, 6 e 87°, 5 (2-8-35). Nel cosidetto " canalone „ a 50 m. circa s. 1. d. m., che più propriamente chiamasi " cavone dell'Inferno „ la temperatura mas¬ sima riscontrata è stata di 09°, 5 (2-8-35). Nel giorno 1° novembre 1935 la temperatura massima al cavone fu di 100°. A metà via tra il termine del cavone e la quota 70 vi è altra fumarola, a quanto m'è noto non rinvenuta prima da altri, a 65° con vapor d'acqua e anidride carbonica (1-11-35). La fumarola che mena alla Sella di Baia segnò la tempera¬ tura di 96° (1-11 -35). La seconda buca su detta quota diede la temperatura 85°. Il giorno 4 novembre al cavone trovai anche notevole atti¬ vità. La temperatura massima fu di 101°. A quota 70 la tempe¬ ratura massima fu 98° nella fumarola che è all'inizio del sentiero che mena alla sella di Baia. Sulla spiaggia del Lucrino presso le stufe di Nerone ebbi la temperatura massima di 72°, 9 (2-8-35). Non sempre la temperatura maggiore fu riscontrata al ca¬ vone, ma in osservazioni precedenti (come riferii e riferirò poi) ho notato uno spostamento nell' attività fumarolica da monte a valle e viceversa. Per questo fatto e per altri di cui poi tratterò, ritengo molto probabile , che causa concomitante, se non prima, sia stato pro¬ prio uno spostamento delTatti vità fumarolica verso la base della collina delle Mofete a determinare o a contribuire a determinare la famosa moria del pesce verificatasi nel lago di Fusaro nel 1927. Napoli, dicembre 1935 -XIV. Finito di stampare il 10 febbraio 1936. Bollettino della Società dei Naturalisti in Napoli Rendiconti delle Tornate ed Assemblee Generali (PROCESSI VERBALI) PROCESSI VERBALI DELLE TORNATE ORDINARIE ED ASSEMBLEE GENERALI Assemblea generale e Tornata ordinaria dell’ 8 aprile 1935. Presidente : U. Pierantoni Segretario : G. Zirpolo. Soci presenti: Majo E., Gargano C., Augusti, D’Erasmo, De Ler- ma, Forte, Ruggiero L., Fedele, Penta, Salti, Castaldi, Platania, Rug¬ giero P., Maione, Guidone, Rodio. La seduta si apre alle ore 18 in prima convocazione. Il presidente comunica che il C. D. per ragioni di Bilancio ha stabilito che i soci non possono usufruire più di otto pagine di stampa del Bollettino nell’anno in corso. Le pagine in più, i clichès, le ta¬ belle e le tavole sono a carico dei soci. Il Segretario comunica i nuovi cambi e le pubblicazioni perve¬ nute in dono. Il socio Forte, anche a nome del socio D’Erasmo, quale revisore dei conti per Panno 1934, legge la relazione sul bilancio consuntivo 1934. Dopo l’ampia relazione dei revisori dei conti, il bilancio con¬ suntivo viene approvato ad unanimità. Il socio Gargano legge un lavoro dal titolo: La radiar esistenza degli epiteliomi e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. Il socio Viggiani presenta il lavoro : Il clima della Lucania che viene riassunto dal socio Zirpolo chiedendone la pubblicazione nel Bollettino a nome dell’Autore. Il socio Fedele legge un lavoro dal titolo : Zona ricettrice aor¬ tica e sensibilità cardiaca e ne chiede la pubblicazione nel Bollettin o. La socia Majo legge una nota su : V Osservatorio Geofisico di Gottinga e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. Il socio Penta legge due note: 1° SulVimpiego avuto in passato dalla lava vesuviana come pietra da taglio , e 2° Sul confronto fra le caratteristiche meccaniche delle lave vesuviane e di altre rocce ignee adoperate per la pavimentazione stradale di Napoli e ne chied e la pubblicazione nel Bollettino. IV Sono ammessi i signori : Dr. Battiloro e Dr. Cappabianca quali soci ordinari residenti. La seduta è tolta alle ore 19,30. Assemblea generale del 20 giugno 1935. Presidente : U. Pierantoni Segretario: G. Ziepolo. Soci presenti : Salti, Caroli, De Lerma, Augusti. Il Presidente, constatata la mancanza del numero legale dei soci per poter procedere all’approvazione del Regolamento ed alla elezione del Presidente e del vice Presidente, toglie la seduta, rimandandola in seconda convocazione per il 22 corrente. Assemblea generale del 22 giugno 1935. Presidente : U. Pierantoni Segretario: G. Ziepolo. Soci presenti : Salti, Majo, Fedele, De Lerma, Battiloro, Forte, Platania, Dohrn, Califano, Ranzi, Caroli, Rodio, Maranelli, Castaldi, Torelli, Fiore, Trotter, Ruggiero P. Intervengono quali invitati : Vincenzo Serino, Arcangelo Morelli, Michelangelo Schipa, Francesco Lo Parco, Guido Della Valle, Car¬ melo Colamonico, Magg. Giacomo Siamo, B. Minervini, Mario Ciotola, G. Arpino, Dott. Gaetano Ciotola, Mario Scherillo, Elia Ciotola, Gia¬ como Pennarola, Gilda Paolillo, G. Di Leila, Giuseppe Cassano, Pasquale Montoro, Pietro Varricchio, Herbet Rosenthal, Ugo Mon- chermont, Gennaro Della Ragione, Angelina Salvato, Giuseppe De Domizio, Mario Mollo, Giovanni De Marco. Il Segretario legge i telegrammi inviati dai soci Palombi e Cerruti e una lettera del Prof. Graziani che si associano alla Commemorazione. La seduta è aperta alle ore 18. Il Presidente dopo aver ricordato l’opera dell’insigne consocio Antonio Della Valle, dà la parola al socio Salti che commemora il socio scomparso. Dopo la lettura della Commemorazione, il Presidente ringrazia gl’intervenuti e sospende la seduta per pochi minuti. V L’Assemblea è riaperta alle ore 18,45. Il Segretario legge il processo verbale della seduta precedente che viene approvato. Il Presidente comunica che il premio Antonio e Paolo Della Valle è stato conferito all’unico concorrente M. Fedele. Il Segretario comunica i nuovi cambi e le pubblicazioni perve¬ nute in dono. La socia Majo fa due comunicazioni dai titoli : 1° SulVorganis. Bastone e sull’ indir isso scientifico dell' Istituto Sismologico di Got¬ tinga ; 2° Misure solarimetriche delle acque di Clima e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. Il socio Ruggiero Placido presenta una nota dal titolo : Sulla ri- jrasione geodetica laterale e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. Il Presidente legge il nuovo Statuto della Società approvato con R. Decreto 16 ottobre 1934, N.2388. 11 Segretario legge il nuovo Regolamento compilato dal Consiglio Direttivo in base al nuovo Statuto che è approvato ad unanimità dal¬ l’Assemblea. Si procede alla elezione del Vice Presidente a norma dell’art. 11 del nuovo Statuto. Vengono eletti quale Presidente del seggio il socio Platania e quali scrutatori i soci De Lerma e Parascandola. Procedutosi alla elezione vengono eletti a Presidente il socio An¬ tonio Carrelli ed a Vice Presidente il socio Umberto Pierantoni. La seduta è tolta alle ore 19,45 dopo aver approvato il presente verbale. Tornata ordinaria del 9 dicembre 1935. Presidente : U. Pierantoni Segretario: G. Zirpolo. Soci presenti: Augusti, Platania, Parascandola, Salfi, Trotter, De Lerma, Fiore, Penta. La seduta è aperta alle ore 17,30 in seconda convocazione. Il Presidente comunica la morte del socio Luigi Quintieri ricor¬ dandone anche la sua attività svolta a prò del Sodalizio, di cui fu più volte Consigliere e Presidente. Legge una lettera del figliuolo che rin¬ grazia la Società per le condoglianze e la partecipazione della So¬ cietà stessa ai funerali. — VI Comunica che il Ministro in data 21 ottobre 1935 ha approvato la designazione fatta dal Sodalizio nella precedente Assemblea del socio Carrelli a Presidente e del socio Pierantoni a Vice Presidente per il biennio 1935-36. Comunica che il C. D. ha deliberato di in¬ caricare ring. Prof. Nebbia di procedere alla perizia degl’immobili di Posillipo per una eventuale se non necessaria vendita. Il Segretario presenta i nuovi doni di pubblicazioni pervenute alla Società. Il Presidente comunica che per le attuali condizioni finanziarie non si può pubblicare per quest’anno che appena un riassunto delle Memorie' lette. Il socio Zirpolo legge un lavoro della socia Ester Majo dal titolo : La grotta della Sibilla nei campi Flegrei e ne chiede la pubblica¬ zione nel Bollettino; legge inoltre anche un lavoro del socio Andreotti dal titolo : Note climatiche su Littoria e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. La socia Maria Fiore legge due lavori dal titolo rispettivamente: Descrizione di una probabile Pandanacea di Chiavon e Presenza della Delesserites pinnata Ung. nella cosidetta pesciara di Polca in Valle Cherpa e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. Il socio Augusti legge due note: 1° Sulla precipitazione del cromato di mercurioammonio in presenza di cloruri alcalini e 2° Su di un nuovo metodo per la determinazione quantitativa del cromo e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. Sulla comunicazione verbale del socio Parascandola prendono la parola i soci Pierantoni, Penta e Trotter. Si approva seduta stante il presente verbale. La seduta è tolta alle ore 19. CONSIGLIO DIRETTIVO PER L’ANNO 1936 Carrelli Antonio c Presidente Pierantoni Umberto Vice - ‘Presidente Zirpolo Giuseppe Segretario De Lerma Baldassarre Vice - Segretario Palazzi Eugenio Amministratore Salfi Mario Aiuto - Amministratore Zirpolo Giuseppe Redattore del bollettino Parascandola Antonio bibliotecario ELENCO DEI SOCI (31 dicembre 1935) SOCI ORDINARI! RESIDENTI 1. 6-4-902 2. 12-7-924 3. 28-3-920 4. 8-6-924 5. 22-2-930 ò. 5-3-922 7. 30-5-921 8. 6-4-902 9. 30-11-924 10. 15-3-903 11. 17-11-918 12. 6-7-932 13. 25-1-934 14. 8-7-923 15. 1 4-6-930 16. 28-12-932 17. 26-7-025 18. 16-12-923 19. 20-1-932 20. 14-6-930 21. 16-3-929 22. 14-6-930 23. 13-8-921 24. 25-5-919 25. 5-3-922 Aguilar Eugenio — Vico Neve a M ater dei 27 . Andreotti Amedeo — Ist. Fisica terr. R. Univ., Napoli. Arena Ferdinando — Piazza S. Ferdinando. Augusti Selim — Via Cavallerizza a Ghiaia 46. Aurino Salvatore — R. Osserv. Capodimonte, Napoli . Bakunin Maria — R. Politecnico, Napoli. Biondi Gennaro — Portici. Bruno Alessandro — Nuovo Rione Fenice a Ottoc. 32. Candura Giuseppe -R. Oss. Fitopatologico, Bolzano. Caroli Ernesto — Stazione Zoologica , Napoli. Carrelli Antonio — 5. Domenico Soriano 44. Casaburi Vittorio — Via Foria 76. Castaldi Francesco — Aniello Falcone 260. Colosi Giuseppe — Ist. Anat . Comp. R. Un., Napoli . Coniglio Luca — R. Ist. Chimico Farmac., Napoli. Covello Mario — Corso Umberto I, 311. Cutolo Costantino — Via Tommaso Carovita 10. D’Aquino Luigi — Piazza Lattila 23. De Lerma Baldassarre — Istit. Zool. R. Un., Napoli. De Mennato Mario — Matteo Renato Imbriani 219. D’Erasmo Geremia — Ist. Geologia R . Univ., Napoli. Dohrn Rinaldo — Stazione Zoologica , Napoli . Fedele Marco — Largo Regina Coeli , 8 . Fenizia Gennaro — Via Foria 184. Fiore Maria — Corso Vittorio Emanuele 466. X 26. 26-7-925 27. 11-1-885 28. 28-3-909 29. 1-12-932 30. 12-8-930 31. 31-12-913 32. 25-5-919 33. 31-12-913 34. 6-6-931 35. 16-3-924 36. 4-2-923 37. 1-12-932 38. 9-6-933 39. 4-12-887 40. 1-1-929 41. 25-1-93-1 42. 4-2-922 43. 3-4-933 44. 21-8-921 45. 2-5-931 46. 28-12-930 47. 16-12-923 48. 15-6-934 49. 18-3-900 50. 20-1-924 51. 4-2-922 52. 14-6-930 53. 11-5-913 54. 2-6-925 55. 16-12-923 56. 16-12-923 57. 16-3-929 58. 29-2-932 59. 29-6-919 oO. 31-12-928 61. 4-2-921 62. 7-3-906 63. 29-4-923 Foà Anna — R. Scuola Sup. Agric., Portici. Forte Oreste — Via Carlo Poerio 15. Gargano Claudio — Via S . Lucia 62. Gargano Claudio — Via Carlo Poerio 98. Gioffredi Livinio — Via Costantinopoli 94. Giordani Francesco — Corso Umberto /, 34. Giordani Mario — Corso Umberto I, 34. Iroso Isabella — Via Foria 118. Longo Biagio — R. Orto Botanico , Napoli. Maione Vincenzo — Via Torino 90. Majo Ester — Ist. Fisica terrestre R. Univ., Napoli. Majo Ida — Ist. Fisica terrestre R. Univ., Napoli. Maranelli Carlo — Via Luca da Penne 1. Mazzarelli Giuseppe — Ist. Zoologia R. Un., Messina. Monticelli Nunziante d’Afflitto G.n*- V.Monter odimi 16. Palazzi Eugenio — Viale delle Acacie - Vomero. Palombi Arturo — 5. Pasquale a Ghiaia 62. Pannain Ernesto — 5. Giovanni Maggiore 25. Parascandola Antonio — Ist. Minerai. R. Un., Napoli. Parertzan Pietro — St astone Zoologica, Napoli. Patroni Carlo — Via Mariano Semmola 45. Pellegrino Luigi — Via Roma 404. Penta Francesco — Politecnico, Napoli. Pierantoni Umberto — Galleria Umberto I, 27 . Platania Giovanni — Salita Stella 10. Pozzi Olimpio — Mergelliìia 2. Quercigh Emanuele — Ist. Minerai. R. Un., Napoli. Quintieri Quinto — Via Amedeo 18. Ranzi Silvio — Stazione Zoologica, Napoli. Riccio Raffaele — Via Depretis 114 Rodio Gaetano — R. Orlo Botanico, Napoli. Ruggiero Placido — Via L. Morsicano a Materdei 4 Ruggiero Lelia — Via L. Morsicano a Materdei 4 Salfi Mario — Via Mezzocannone 53. Salvi Pasquale — Via Luigi Palmieri 14. Sbordone Domenico — Via Armando Diaz 79. Schettino Mario — Via Rafj. DeCesare a S. Lucia 31. Torelli Beatrice — Stazione Zoologica, Napoli. XI 64. 1-12-932 65. 16-3-924 66. 25-5-890 67. 2-6-925 68. 28-11-912 1. 17-4-913 2. 28-3-919 3. 31-12-916 4. 1 -6-902 5. 16-3-929 6. 14-3-931 7. 3-4-933 8. 6-2-903 9. 20-11-929 10. 3 1—12—929 11. 22-2-930 12. 22-3-925 13. 2-6-925 14. 1-6-913 15. 1-4-919 Ì6. 21-11-931 17. 2-6-928 18.' 31-12-929 19. 31-12-891 23., 28-7-929 21. 12-5-917 22. 4-2-923 23. 9-6-933 24. 29-4-923 25. ! 5-3-922 1. - 12-7-918 Trotter Alessandro — R. Istituto Sup. Agr., Portici. Viggiani Gioacchino — Potenza. Viglino Teresio — Piazza Dante 41. Volpicelli Mario — Viale Elena 23. Zirpolo Giuseppe — Via Duomo 50. * i SOCI ORDINARI NON RESIDENTI Alfano G. B. — Piazzetta Cangi a M ater dei 7 Califano Luigi — Stazione Zoologia , Napojù Celentano Vincenzo — Via Veterinaria 7. Cerruti Attilio — Via Peripato, Taranto. D’Ancona Umberto — Ist. Zoologia R. Univ., Siena. Eller - Veinicher Isabella Conti — Lipari . Farina Francesco — Parete - (Napoli). Foà Jone — Corso Marrucino 15 4 , Chieti. Gambetta Laura — Ist. Zoologia R. Univ., Torino. Guadagno Giuseppe — Via Foria 193. Guidone Giuseppe — Largo Avellino 15. Imbò Giuseppe — R. Osserv. Vesuviano , Resina. Jucci Carlo — Ist. Zoologia R. Univ., Pavia. Magliano Rosario — R. Liceo, Potenza. Mazzarelli Gustavo — Ist. Geofis. R. Univ., Messina. Montalenti Giuseppe-— Ist. Zo dogico R.Un., Roma. Morgoglione Ferdinando — /?. Lic. Scienti f. Avellino. Pasquini Pasquale — Ist. Zool. Anat. R. Un., Padova. Piccoli Raffaele — Corso Marrucino 154 , Chieti. Romeo Antonino — R. Scuola Sup. Agric., Portici. Sbordone Annibaie — S. Domenico Maggiore 3. Signore Francesco — Corso Vitt. Emanuele, 7. Sorrentino Stefano — Ist. Geologico R. Univ., Roma . Trezza Ugo — Via Tarsia 56. Valerio Rosaria — Sala di Caserta. SOCI ADERENTI - Cutolo Claudia — Villa Claudia, Vanterò, Napoli. VITTORIO EMANUELE III Per grazia di Dio e per volontà della Nazione RE D’ITALIA Veduto il Regio decreto legge 21 settembre 1933, n. 1333, con¬ vertito in legge con la legge 12 gennaio 1934, n. 90, con cui è stata disposta la revisione degli statuti e regolamenti delle Acca¬ demie, degli Istituti od Associazioni di scienze, di lettere odiarti, sottoposti a tutela o vigilanza dello Stato : Veduto lo statuto della Società dei Naturalisti di Napoli, appro vato con Regio decreto 16 luglio 1914, n. 774 e modificato con Re¬ gio decreto 6 maggio 1929, n. 906; Sentito il parere del Consiglio di Stato ; Sulla proposta del Nostro Ministro, Segretario di Stato per l’Educazione Nazionale ; Abbiamo decretato e decretiamo: Art. l. È approvato il nuovo statuto della Società dei Naturalisti di Napoli annesso al presente decreto e firmato, d’ordine Nostro, dal Ministro proponente. Art. 2. È abrogato lo statuto della Società suddetta, approvato con Regio decreto 16 luglio 1914, n. 774, e modificato con Regio de¬ creto 6 maggio 1929, n. 906. Ordiniamo che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato sia inserito nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare. Dato a San Rossore, addì 16 ottobre 1934 -XII. Vittorio Emanuele Per copia conforme Il Direttore Capo Divisione BONFIGLI Il Ministro : Ercole STATUTO della Società dei Naturalisti in Napoli. ( R. Decreto 16 ottobre 1934, N. 2388 ) Art. 1. — La « Società dei Naturalisti » di Napoli ha per iscopo la cultura delle Scienze naturali. Art. 2. — La vita scientifica della Società si esplica principal¬ mente con pubblicazioni, conferenze ed escursioni. Art. 3. — La Società è costituita di soci ordinari ed aderenti. Art. 4. — Possono essere soci ordinari tutti i cultori delle scienze naturali. Possono essere soci aderenti coloro che vogliono seguire i la¬ vori della Società. Art. 5. — L’ammissione dei soci è fatta dietro domanda pre¬ sentata da un socio ordinario al Consiglio direttivo. Art. 6. — I soci ordinari solamente possono adire alle cariche sociali, pubblicare negli atti della Società e tenere conferenze. Art. 7. — Tutti i soci indistintamente hanno diritto ad interve¬ nire alle tornate scientifiche ed a ricevere le pubblicazioni della Società. Art. 8. — I soci di tutte le categorie pagano una contribuzione annua, determinata dal regolamento. Art. 9. — Possono essere dichiarati benemeriti della Società, dietro proposta del Consiglio direttivo, coloro i quali avranno con¬ tribuito in modo efficace all’incremento della Società. Art. 10. — La Società è retta ed amministrata da un Consiglio direttivo, composto di un Presidente, un Vice Presidente, un Se¬ gretario, un Amministratore, un Bibliotecario e un Redattore del Bollettino, scelti tutti tra i soci italiani che siano residenti in Napoli o in località vicina. Art. 11. — Il Presidente e il Vice-Presidente sono nominati dai soci ordinari riuniti in assemblea generale. Per la validità di tale assemblea occorre che sia presente al. meno la metà più uno dei soci ordinari. Saranno nominati coloro - 16 - XVI che avranno ottenuto i due terzi dei voti favorevoli, senza compu¬ tare gli astenuti. Quando nell’adunanza non si raggiunga il numero dei. votanti necessario per la validità di essa o il numero di voti favorevoli occorrenti per la nomina del Presidente o del Vice-Presidente, l’Assemblea è riconvocata in altro giorno, ed è valida qualunque sia il numero degli intervenuti. Qualora, anche nella seconda convocazione, nessun candidato ottenga i due terzi dei voti favorevoli, chi presiede l’Assemblea ne riferisce al Ministero dell’Educazione Nazionale. Per la nomina del Vice-Presidente, tuttavia, basterà in seconda convocazione, che il candidato ottenga la metà più uno dei voti favorevoli. La nomina del Presidente e del Vice-Presidente non ha corso se non con l’assenso del Ministro dell’Educazione Nazionale. Art. 12. — Il Segretario, l’Amministratore, il Bibliotecario e il Redattore del Bollettino sono nominati dal Presidente. I componenti del Consiglio direttivo durano in carica due anni e sono confermabili. Art. 13. — Le somme provenienti dall’alienazione di beni, da lasciti, da donazioni o comunque da destinarsi ad incremento del patrimonio devono, salvo il disposto del 2° comma del presente ar¬ ticolo, subito essere impiegate in titoli nominativi di Stato o ga¬ rantiti dallo Stato. Ogni altro diverso impiego delle somme di cui sopra, da farsi in vista dei bisogni della Società, dev’essere preventivamente au¬ torizzato dal Ministero dell’Educazione Nazionale, salvo, ove oc¬ corra, la sanzione Sovrana ai sensi della legge 5 giugno 1850, n. 1037, sugli acquisti dei corpi morali. Le somme necessarie ai bisogni ordinari della Società devono essere depositate a interesse presso le casse di risparmio postali, ovvero, previa l’autorizzazione del Ministero dell’Educazione Nazio¬ nale, presso casse di risparmio ordinarie o istituti di credito desi¬ gnati dalla Presidenza della Società. Della inosservanza delle disposizioni di cui ai commi precedenti è personalmente responsabile il Presidente. Art. 14. — Per l’anno finanziario l’Assemblea nomina tra i suoi membri tre revisori dei conti, dei quali due effettivi e uno supplente. I revisori dei conti riferiscono per iscritto all’Assemblea sul¬ l’andamento dell’amministrazione. Art. 15. — La Società si riunisce in tornate ordinarie ed in assemblee generali ; queste ultime saranno due, una al principio — XVII — per la discussione del bilancio, e l’altra alla fine dell’anno sociale. In questa ultima adunanza si procederà ove occorra, alla nomina del Presidente e del Vice Presidente. Art. 16. — Ad iniziativa del Consiglio direttivo o dietro do¬ manda di un terzo almeno dei soci ordinari si potranno tenere tor¬ nate ed assemblee generali straordinarie. Art. 17. — Salvo ogni contraria disposizione del presente Sta¬ tuto le tornate e le assemblee generali sono valide sempre che il numero dei soci ordinari presenti sia maggiore del terzo degli iscritti. Le deliberazioni sono valide quando sono votate dalla mag¬ gioranza assoluta dei soci ordinari presenti. Le votazioni si fanno per alzata e seduta, eccettuate quelle che riguardano le persone, per le quali potrà adottarsi lo scrutinio se¬ greto. Art. 18. — La Società pubblica un proprio Bollettino, sulla cui compilazione vigila il Presidente. Art. 19. — Entro il mese di dicembre di ogni anno il Presidente trasmetterà al Ministero dell'Educazione Nazionale un elenco dei premi da mettere eventualmente a concorso o da conferirsi durante l’anno successivo. Parimenti saranno trasmesse al Ministero le relazioni delle Commissioni giudicatrici. Art. 20. — Entro il mese di gennaio di ogni anno il Presidente trasmetterà al Ministero dell’Educazione Nazionale una relazione sull’attività svolta dalla Società nell’anno precedente. A tale fine non potrà considerarsi , sufficiente l’invio al Mini¬ stero degli Atti della Società. Art. 21. — Il Ministro dell’Educazione Nazionale può promuo¬ vere la revoca della nomina del socio che si renda indegno di ap¬ partenere alla Società o comunque nuoccia al suo prestigio o al suo incremento. Art. 22. — Il presente Statuto non può essere modificato se non dietro disposizione dei soci ordinari, a richiesta di un quarto fra essi, e con l’intervento, nell’assemblea generale, di due terzi almeno degli iscritti. Tale richiesta dovrà essere presentata nei due ultimi mesi del¬ l’anno sociale. Art. 23. — I dieci soci più anziani che abbiano raggiunto almeno 25 anni di iscrizione ininterrotta alla Società saranno esonerati dal pagamento del contributo sociale, — XVIII Sono altresì esonerati dal pagamento di detto contributo i soci incaricati delle funzioni di segretario, amministratore, bibliotecario e redattore del Bollettino. Art. 24. — Entro due mesi dall’approvazione del presente Sta¬ tuto sarà compilato un regolamento che detterà le norme per la sua applicazione. Il regolamento deliberato dall’assemblea generale dei soci sarà sottoposto all’approvazione del Ministro della Educazione Nazionale. Art. 25. — Entro tre mesi dall’entrata in vigore del presente Statuto la Società procederà alla rinnovazione delle cariche, secondo e norme stabilite dagli articoli 11 e 12. REGOLAMENTO della Società dei Naturalisti in Napoli. (Approvato neU’Assembiea generale del 22 giugno 1935) I. — Dei soci. Art. 1. — I soci ordinarii si distinguono in due categorie : re¬ sidenti e non residenti. Art. 2. — La domanda di ammissione a socio deve essere fatta sopra un modulo a stampa, controfirmata da un socio che la presenta. Art. 3. — La contribuzione annua per i soci ordinari residenti è di L. 60 pagabili a rate mensili. Art. 4. — La contribuzione annua dei soci ordinari non resi¬ denti è di L. 30 pagabili in una sola volta. Art. 5. — La contribuzione dei soci aderenti è di L. 15 pa¬ gabili in una sola volta. Art. 6. — Il socio che non è in regola con i pagamenti alla cassa sociale non può leggere lavori e fare comunicazioni alla Società. II. — Delle tornate ordinarie. Art. 7. — L’ordine del giorno sarà formulato dal Consiglio direttivo. Art. 8. — Il segretario avrà cura di convocare tutti i soci iscritti, ai quali sarà comunicato l'ordine del giorno della tornata. Art. 9. — La parte scientifica delle tornate ordinarie consta : a) di lettura di lavori originali ; b ) di comunicazioni verbali ; c) di letture ; d) di conferenze. I lavori originali e le comunicazioni verbali vengono inserite nel Bollettino ; le letture e conferenze, di regola, semplicemente nei processi verbali. Oltre la parte scientifica, nelle tornate ordinarie possono anche — XX essere trattate questioni di ordine amministrativo ed altre di ordine generale, che possano interessare il Sodalizio. Art. 10. — La parte scientifica delle tornate avrà corso qua¬ lunque sia il numero dei soci presenti : a questa potranno assistere anche persone estranee, che ne ottengono autorizzazione dal Pre¬ sidente. Sulla parte amministrativa sarà deliberato in seduta privata quando vi sia numero legale, ed in seconda convocazione con qua¬ lunque numero. Per tali deliberazioni nello stabilire il numero le¬ gale sarà tenuto conto del numero dei soli soci ordinari residenti. Art. 11. — I soci che leggono lavori originali devono dichia¬ rare se intendono pubblicarli nel Bollettino ed in tal caso devono consegnare il manoscritto alla Presidenza. I soci che fanno comunicazioni originali devono dichiarare se intendono che vengano inserite nei processi verbali nel qual caso devono darne un brevissimo sunto scritto al Segretario. Art. 12. — I soci ordinari non residenti possono incaricare sia il Segretario sia altro socio ordinario di dar lettura del proprio lavoro. Art. 13. — Tutti i soci che vogliono leggere lavori originali, fare comunicazioni verbali, conferenze e letture, devono avvisarne per iscritto il Segretario indicandone il titolo. Il C. D. delibererà sulla iscrizione o meno nell’ordine del giorno. Art. 14. — Le votazioni sono fatte per alzata e seduta o per appello nominale, salvo che si tratti di questioni personali e deli¬ cate, o per domanda anche di un sol socio, nei quali casi saranno fatte a scrutinio segreto. III. — Delle assemblee generali. Art. 15. — Il Consiglio direttivo stabilirà il giorno in cui avrà luogo ciascuna delle due Assemblee generali e ne compilerà i ri¬ spettivi ordini del giorno. Il Segretario è tenuto a convocare tutti i soci, che hanno dritto di intervenirvi. Art. ló. — I processi verbali delle Assemblee generali saranno pubblicati nel Bollettino. I bilanci saranno pubblicati a parte e di¬ stribuiti ai soci. IV. — Del bollettino. Art. 17. — La Società pubblica un Bollettino contenente i pro¬ cessi verbali delle Assemblee e delie tornate e lavori originali dei soli soci ordinari. — XXI — Art. 18. — I processi verbali delle tornate ordinarie debbono contenere : a) l’elenco dei soci presenti ; b ) l’enumerazione dei lavori originali letti con l’indicazione se vengono o no pubblicati nel Bollettino ; c) una breve notizia delle comunicazioni verbali ; d) l’indicazione delle letture e delle conferenze fatte nella tornata ; e) i nomi dei soci ammessi e quelle deliberazioni che si cre¬ derà opportuno pubblicare. Art. 19. — I lavori da pubblicarsi nel Bollettino dovranno esser letti nelle tornate. Sui lavori letti potrà essere fatta discus¬ sione. Quindi i lavori restano sette giorni in Segreteria a disposi¬ sene dei soci che volessero ponderatamente esaminarli. Trascorsi i sette giorni se non è pervenuta alla Segreteria nessuna osserva¬ zione da parte di alcun socio, il lavoro è passato alla stampa. Es¬ sendovi discussione, questa verrà fatta nella prossima tornata , in¬ formandone l’autore perchè possa intervenire : la discussione sarà pubblicata nel Bollettino in seguito al lavoro, tenendosene poi conto nel processo verbale. Art. 20. — I lavori già pubblicati non possono essere stampati nel Bollettino. Art. 21. — I soci ammessi a far parte della Società da meno di un anno non hanno dritto a pubblicare nel Bollettino , se non pagano anticipatamente l’annata intera. Art. 22. — Nel caso di lavori fatti in collaborazione da più soci, questi debbono essere tutti in regola qon la cassa sociale perchè il lavoro possa essere pubblicato. Art. 23. — I lavori debbono versare sopra argomenti di scienze naturali e loro applicazioni. Art. 24. — Gli autori avranno gratuitamente gli estratti dei loro lavori. Il numero di questi sarà ogni anno determinato dal Consiglio direttivo. Art. 25. — Gli autori potranno avere un numero maggiore di estratti a proprie spese. Art. 26. — Le tavole e le ligure nel testo saranno fatte a cura della Società e gli autori pagheranno, per ciascuna tavola e figura, un contributo, che sarà caso per caso stabilito dal Consiglio diret¬ tivo, tenendo conto dell’importo delle tavole e delle condizioni di bilancio. Gli autori, pertanto, saranno obbligati a depositare una somma che sarà volta per volta stabilita dal Consiglio direttivo, prima di dare alla stampa il lavoro. Essi potranno indicare la Ditta XXII — dalla quale intendono siano eseguite le tavole , salvo il consenso del Consiglio direttivo. Art. 27. — La Società può limitare i fogli di stampa , cui gli autori hanno diritto, in ciascun anno sociale, su proposta del Con¬ siglio direttivo in un’Assemblea generale. Tuttavia nel caso , che sia presentato un lavoro, che per la sua mole importi una spesa considerevole, il Consiglio direttivo può invitare la Socieià anche in una tornata ordinaria a deliberare sopra la opportunità di stamparlo. Art. 28. — Per quei lavori, che importino una spesa tipogra¬ fica straordinaria, gli autori dietro proposta del Consiglio direttivo, approvata dall’Assemblea in una tornata ordinaria, potranno essere obbligati a concorrere alla spesa. V. — Delle pubbliche conferenze. Art. 29. — La Società promuoverà conferenze, alle quali po¬ tranno intervenire persone invitate dal Presidente. Art. 30. — Le conferenze si terranno secondo l’ordine di pre¬ cedenza. Art. 31. — Il Consiglio direttivo curerà l’attuazione di queste conferenze, le quali potranno essere tenute anche fuori della sede sociale. VI. — Della biblioteca. Art. 32. — La Biblioteca fa parte del capitale sociale. Art. 33. — Il Consiglio direttivo delibera sopra le domande di cambio. Art. 34. — Non è permesso, senza un voto favorevole di una Assemblea generale, prendere provvedimenti, che importino depau¬ peramento alcuno della Biblioteca. Art. 35. — Un regolamento fatto dal Consiglio direttivo disci¬ plinerà il servizio della Biblioteca. VII. — Del consiglio direttivo. rt. 36. — Le deliberazioni del Consiglio direttivo saranno dal Segretario scritte in apposito registro. Art. 37. — Il Consiglio direttivo è in numero legale sempre che siano presenti la metà più uno dei membri. ELENCO DELLE PUBBLICAZIONI CHE PERVENGONO IN CAMBIO È STATO RIPORTATO NEL VOLUME XLV INDICE ATTI (memorie, note e comunicazioni) Gargano C. — La radio-resistenza degli epiteliomi . . . pag. 3 V iggi ani G. — Il clima della Lucania . „ 47 Penta F. — ■ Sul confronto frale caratteristiche meccaniche delle lave vesuviane e di altre rocce ignee adoperate per pa¬ vimentazione stradale di Napoli 69 Penta F. — - Sull' impiego avuto in passato dalle lave vesuviane come pietra da taglio . u 73 Majo E. — Sull' organizzazione e sull' indirizzo delle ricerche scientifiche deli 'Istituto Geofisico di Gottinga. . . „ 79 Majo E. — Misure solarimetriche subacquee nel mare di Clima . „ 93 Salfi M. — Commemorazione di Antonio Della Valle . . „ 99 Ruggiero P. — Refrazione geodetica laterale . „ 111 Fiore M. — Presenza della Delesseritus pinti atus Ung. nella pesciara di Polca in Valle Cherpa (Verona) . . . „ 127 Fiore M. — Descrizione di una probabile pandanacea di Chiavo n (Vicenza) . „ 129 Augusti S. — Su di un nuovo metodo per la determinazione quantitativa del cromo ....... fJ 133 Augusti S. - Sulla precipitazione del cromato di mercurioam- monio in presenza di cloruri alcalini „ 135 Parascandola A. — Osservazioni di temperatura nei Campi Flegrei „ 137 RENDICONTI DELLE TORNATE (PROCESSI VERBALI) Processi verbali delle tornate 1935. . pag. m Consiglio Direttivo per l’anno 1936. „ vii Elenco dei soci. ........... ix R. Decreto . . xm Statuto . . . . . . . . . . . „ xv Regolamento . „ x x Per quanto concerne la parte scientifica ed amministrativa dirigersi al REDATTORE DEL BOLLETTINO Prof. Giuseppe Zirpolo presso la Sede R. Università - Via Mezzocannone ~ Napoli. Direttore responsabile: Claudio Gargano. BOLLETTINO l'3 1337 ☆ VOLUME XLVIII. — 1936. Con IO Tavolo (Pubblicato il 30 aprile 1937 -xv). ■w, G/À* DELLA NAPOLI STAB. TIPOGRAFICO N. JOVENE VIA DONNALB1NA, 14 1937 (XV) INDICE ATTI (memorie, note e comunicazioni) Majo E. — I raggi gamma emessi dal tufo vulcanico flegreo nella Grotta di Cuma . Covello M. — L'anestesina e lo studio di alcuni suoi derivati aciclic Parascandola A. — Il bacino idrotermale del Lucrino e delFA verno nei Campi Flegrei Parascandola A. — I vulcani occidentali di Napoli Parascandola A. — Genesi e deposizione delle sabbie magneticb nellTsola di Procida e nel litorale flegreo . . Parascandola A. — li Monte del Pericolo nei Campi Flegrei Imbò G. — Assorbimento della radiazione solare da parte del va pore acqueo . Penta F. — Sulla fluorescenza delle soluzioni dei carboni fossi! in solventi organici . Penta F. e Longo L. — Sulla " reazione della lignina „ per la di scrizione fra ligniti e litantraci . . . . Salvi P. — Studii sull' ofidismo sperimentale. Andreotti A. — Note climatiche comparative di Littoria Parascandola A. — Il rione delle Mofete nei Campi Flegrei Castaldi F. — La triplice spaccatura del M. Orlando (Gaeta) Platania G. — La visibilità del paesaggio sottomarino dall' idro¬ volantc . . . . . Pag. 3 9 17 39 57 67 81 87 91 119 129 141 155 169 RENDICONTI DELLE TORNATE (PROCESSI VERBALI) Processi verbali delle tornate 1936. Consiglio Direttivo per l'anno 1937. Elenco dei soci. .... Pag. in vii IX BOLLETTINO DELLA SOCIETÀ DEI NATURALISTI ì I BOLLETTINO BELLA VOLUME XLVIII. — 1936. Con IO Tavole (Pubblicato il 30 aprile 1937 -XV). NAPOLI STAB. TIPOGRAFICO N. JOVENE VIA DONN ALBINA, 14 1937 (xv) Bollettino della Società dei Naturalisti in Napoli ATTI (MEMORIE E NOTE) I raggi gamma emessi dal tufo vulcanico flegreo nella Grotta di Cuma del socio Ester M a j o (Tornata del 9 dicembre 1935) Già furono studiate la conducibilità elettrica e la densità ionica nella plaga flegrea *), trovandosi nella grotta della Sibilla a Cuma valori bassi della unipolarità in corrispondenza di un eccesso di ioni negativi , fatto strettamente connesso alla radioattività della regione 2) ; d' altra parte i nuovi indirizzi delle ricerche sull'elettri- cità atmosferica nelF Istituto di Fisica Terrestre della R. Università di Napoli 3) hanno permesso interessanti studi ; perciò ho ese¬ guito alcune misure dell' intensità delle radiazioni penetranti. Com'è noto la ionizzazione totale I può essere espressa dalla somma delle ionizzazioni propriamente dette : atmosferica IA , terre¬ stre IT , penetrante IP e secondaria IQ , cioè : I = Ia + It + Ip + Io • Operando nei Campi Flegrei si poteva ritenere che T intensità misurata fosse dovuta principalmente ai raggi gamma delle sostanze radioattive. La località prescelta per le misure fu la grotta della Sibilla a Cuma dove vi sono ampie sale scavate nel tufo, recentemente illu¬ strate, per la parte archeologica, dal prof. Maiuri della R. Sopra- intendenza ai Monumenti. 9 Majo E. — La ionizzazione delVaria nella plaga flegrea. Atti Congr. Idrol., Climatologia, 1928. 2) — — La radioattività delVaria a Napoli, dintorni e nel golfo. Boll. Soc. Nat. in Napoli, 1927. 3) Rizzo G. B. — Le radiazioni penetranti. Rend. R. Acc. Scienze, Fis. e Mat., Napoli, 1932. — — / raggi gamma del tufo vulcanico di Napoli. Ibidem. 18 luglio 1934 - Apparecchio scoperto. 19 luglio 1934 - Apparecchio coperto. 4 9.09 9.07 9.37 9.66 9.53 9.51 9.56 9.05 9.05 00 co G (N 9.26 8.95 8.99 9.11 vO CN O ON CN m in CN vO q CN oo > t— d ò ò d © r- d 00* r- Tf* UO m m H1 a O o o o o m o o m O o o O o E CO o o co c o co CO o o o co o _a 00 ON o o CN CN co co m io io T— I t-H r— 1 •r— ( t-H r— l t-H T— 1 « *— < t-h t-H T-H > 5-i _oj CN © fi s ° o o o O o O o o d ^ o o e co o co co CO o CO co co !>■ CN -c 00 © o t-H CN CO H1 m Il II t"h Tmmi 1 T_l -t O •7 — 1 CN co m vO 00 ON 760.0 a = ± 0.23 9.26 d = ± 2.48 °/0. 20 luglio 1934 - Apparecchio scoperto. 21 luglio 1934 - Apparecchio coperto. 5 vO CO co 03 00 co CO co 00 03 C^> m IO in co CO co co ■<* 03 co CO in d d d d d d d d d d d d d d 03 o o CO o 03 o o in IO CO o co > d d d d 00 oó OD d d d OD oó d d LO m o- O* O" O- 6 o o o o in in O o o m o o o o fc co o co co h o co o o o o co J- CO co J-H — > 03 co H* r*~ 03 t— 1 T— 1 t-H t-H II || _ _ J 03 co m o 00 co o ( II E 1 1 O 759.9 o = ± 0.31 — 6 — Impiegai il metodo della scarica e l'apparecchio Kolhorster che ha l'attività residua qr = 2,51 I e per cui vale la relazione i) q = 0,1905 AV dove q è l'intensità della radiazione penetrante espressa in coppie di ioni per cm3 al minuto secondo, nelle condizioni normali e AV è la diminuzione oraria del potenziale, espressa in volta. Le misure furono eseguite nei giorni 18, 19, 20 e 21 luglio 1934. Le determinazioni vennero eseguite due volte con l'apparec¬ chio completamente libero e due volte con l'apparecchio interamente protetto da uno schermo di ferro avente lo spessore di 3 cm. I risultati ottenuti sono la media di 3 osservazioni eseguite nell'ora indicata e rispettivamente tre minuti prima e tre minuti dopo. Per ogni serie di misure ho calcolato il valore medio gene¬ rale <7, lo scostamento quadratico medio a dalla media aritmetica G e il coefficiente di variabilità d dato da : — 100, dove ni è la me¬ dia aritmetica. Tenendo conto dell'attività residua ho ottenuto in media il valore : 18,32 I per lo strumento scoperto e il valore : 7,81 I quando lo strumento è completamente coperto con uno schermo di ferro dello spessore di 3 cm. Ammettendo che la radiazione penetrante sia assorbita con la legge esponenziale : — \l z I = Io « dove IG è la radiazione iniziale, I quella dopo che la radiazione ha attraversato lo strato di spessore z e \i il coefficiente di assorbimento, ho eseguito il calcolo di detto coefficiente tenendo presente che, lo spessore dell'involucro di ferro, proprio dell'apparecchio adoperato, è di cm. 0,25, ho ottenuto il valore : \i = 0.3302. *) Rrzzo G. B. — Le radiazioni penetranti. Rend. R. Acc. Scienze Fis. e Mat.,, Napoli, 1932. — 7 — Il cosidetto coefficiente di assorbimento di massa, cioè il valore dell'assorbimento riferito all'unità di massa ed espresso dal valore : - dove q è la densità del mezzo , per QFe = 7.8, dà: valore alquanto inferiore a quello 4,5 x 10 -2 cm2 gr.-* 1 comune¬ mente dato per un gruppo di raggi gamma emessi dal Ra C. D'altra parte il Th C" emette un gruppo di radiazioni gamma per cui il coefficiente di assorbimento di massa rispetto al ferro è 3,4 X 10 -2 cm2 gr.-l, perciò si rileva che la radiazione penetrante misurata è alquanto più dura di quella penetrante dovuta al solo Ra C e quindi dev'essere influenzata anche dalle radiazioni gamma emesse dal ThC". Questo risultato è in perfetta concordanza con quello già trovato *) per cui nell' aria circostante Napoli si notarono forti percentuali di torio : dal 34 al 75 °/0, e per la plaga flegrea finan¬ che del 71 °/0 ad Agnano e del 67 °/0 alla Solfatara. Nella Grotta della Sibilla a Cuma il materiale tufaceo , della classica formazione flegrea, emette indubbiamente radiazioni gamma dovute al radio e al torio, perciò la spiccata ionizzazione misurata è dovuta essenzialmente alla ionizzazione di origine terrestre. ’) Majo E. — Alcune misure di radioattività ecc. Boll. Soc. Nat. Napoli. Riassunto . Furono eseguite misure della intensità della radiazione penetrante nella Grotta della Sibilla a Cuma ottenendo il valore notevole q = 18,32 I (coppie di ioni per cm2 al minuto secondo) con l’apparecchio sco¬ perto. Col valore della intensità della radiazione, misurata coprendo l’apparecchio con uno schermo di ferro di 3 cm. di spessore si calcolò il coefficiente di assorbimento rispetto al ferro e ancora il coefficiente di assorbimento di massa (Hr) ottenendo il valore : 4,2-1 0-2 cm.2 gr.-1 onde si desume, in piena concordanza coi precedenti studi sulla radioattività della plaga flegrea, che la radiazione penetrante è dovuta ai raggi gamma emessi dal Ra C e dal Th C. Finito di stampare il 30 aprile 1936. L’anestesina e lo studio di alcuni suoi deri¬ vati acilici. Nota del socio Mario Co vello (Tornata del 2 marzo 1936) Parte Generale L' anestesina è l'etere etilico deiracido para-amminobenzoico. Fu preparata per la prima volta da Binz e KoberT *) e raccoman¬ data da Ritsert, come anestetico locale* È conosciuta anche col nome di cocainolo e fa parte del gruppo dell'ortoformio che comprende ancora un gran numero di altri derivati importanti di netta azione anestetica. L'anestesina si può preparare attraverso varie fasi partendo dal toluene che in un primo tempo viene trasformato in paranitro- toluene mediante acido nitrico : C H3 C6 H5 . C H3 + H N 03 = H2 O + C6 H4 c6h4 Gr. 6,60 di anestesina si sono fatti reagire a b. m. con gr. 7,12 di cloruro di ftalile in soluzione benzolica in un pallone mu¬ nito di refrigerante a ricadere. La reazione è durata circa mezz'ora e si è ottenuto un prodotto bianco che è stato filtrato alla pompa e lavato ripetutamente con acqua, indi seccato accuratamente nel vuoto su acido solforico. Il prodotto è solubile in alcool a caldo dal quale cristallizza in lunghi aghi caratteristici. l) Ann. 161, 348, (1872). — 15 — Con gli altri solventi organici si comporta come segue : in acido acetico ed acetone si scioglie a caldo, mentre nel clorofor¬ mio è molto solubile a freddo. In etere etilico e in acqua è quasi insolubile. Il prodotto purificato dall'alcool fonde nettamente a 152°. Analisi di C, H e N : Gr. 0,2461 di sostanza hanno fornito gr. 0,6218 di C02 e gr. 0,1010 di H20 e cioè : per Ci7 H18 04 N calcolato O 0 0 69,15 trovato n 68,97 calcolato H */0 4,40 trovato 1/ 4,30 Gr. 0,4631 di sostanza alla temperatura di 24° ed alla pressione di 762,5 mm. hanno fornito 19,68 cc. di N e calcolando il °/0 : calcolato 4,81 °/0 trovato 4,74 °/0. Azione del cloruro di acetile sull* anestesina. COO.C2H5 C6 H4 < + Cl . c o . c h3 = N H2 COO.C2 H5 = c6 H4 < + H Cl NH.CO.CH3 Gr. 6,60 di anestesina sciolta in circa 2 cc. di benzolo si sono messi a reagire con gr. 3,12 di cloruro di acetile scaldando a b. m. in un piccolo pallone munito di un refrigerante a 5 bolle. La durata della reazione è di circa mezz'ora e si ottiene un prodotto biancastro che si filtra rapidamente alla pompa, si lava abbondantemente con etere e si mette in essiccatore su cloruro di calcio. 11 prodotto è solubile in alcool dal quale per purificarlo si precipita con etere. È solubile ancora in acqua, in acetone già a freddo ed in acido acetico, mentre è poco solubile in cloroformio ed è insolu¬ bile in etere etilico ed alcool metilico. 11 prodotto purificato si presenta in bei cristalli, fusibili a 181°. — 16 — Analisi di C, H e N : Gr. 0,1846 di sostanza hanno fornito gr. 0,4287 di C 02 e gr* 0,1050 di H,jO e cioè: per Cu H13 Os N calcolato C °/0 63,76 trovato „ 63,33 calcolato H °/0 6,28 trovato „ 6,30 Gr. 0,4362 alla temperatura di 23° ed alla pressione di 760,5 mm. con cc. 25,35 di N hanno dato N °l0 6,59 invece del calcolato 6,76. Istituto di Chimica Farmaceutica della R. Università di Napoli - 1936. Riassunto. Viene portato un contributo alla conoscenza dei derivati dell’ ane¬ stesia precisando i metodi di preparazione dei derivati alfa-bromoiso- valerianico, ftalico, benzoilico ed acetico dei quali non si è riscontrata traccia nella letteratura. Di questi composti è stata fatta l’analisi quali¬ tativa e quantitativa ed inoltre sono state determinate le principali pro¬ prietà fisiche. Le ricerche farmacologiche completeranno le presenti ricerche chi- miche. Finito di stampare il 30 aprile 1936. Il bacino idrotermale del Lucrino e dell’ Averno nei Campi Flegrei del socio Antonio Parascandoìa (Tornata del 2 marzo 1936) Bajas igne calere suo. (Marziale, VI, 57, 6). Il bacino in questione parte dalla punta dell'Epitaffio, costeg¬ gia la collina di Tritoli o di Monterillo, quella della Ginestra, in¬ clude l’Averno, il M. Nuovo, e si allaccia alla foce del Lucrino. Nella presente nota mi limito ad esporre quelle osservazioni e quei fatti dei quali sono in possesso, riservandomi di comunicare, in altre occasioni, le altre indagini che ho in corso. Celebri furono nell' antichità le sontuose terme Baiane , le Stufe di Nerone, i Bagni di Tritoli, le grandiose terme della zona del Lucrino, occupata in buona parte dal M. Nuovo, ed inoltrate fino sul lago di Averno dove non rimane che un grandioso rudere noto ora col nome di Tempio di Apollo. Ovunque era un pullu¬ lare di saluberrime acque, ma l'ingiuria del tempo, l'incuria del¬ l’uomo, e le misteriose manifestazioni delle forze endogene di¬ strussero in prima i segni dell'antico fastigio, e poi fecero perdere, per diverse di queste terme, i segni dell'originaria attività termale, fino a che le acque stesse scomparvero sotto le ruine degli edifizi che le ricettavano, sotto la coltre del materiale alluvionato dalle circostanti colline, sotto i sedimenti apportati dal mare in seguito all'azione del bradisisma che ha abbassato l’antico piano di diversi metri. Il Viceré Pietro D’ Aragona, dietro indicazione del medico Bartoli, avendo fatte indagini su molte sorgenti, molte di queste mise a luce, diverse terme riattò, e fece erigere un epitaffio sulla punta, che da esso prese nome , che trovasi tra Baja e Lucrino. Tale epitaffio descriveva le singole fonti, e ne indicava le virtù cu¬ rative. Ora più non esiste, ma doveva esserci verso il 1769, epoca — 18 — in cui il Morghen l) riprodusse in tavole le antichità della zona flegrea. Non tratto delle terme baiane per ora, data la difficoltà che presentano gli scavi nella zona di Baia, ma faccio solo rilevare che la presenza di terme fin dove attualmente sono dagli edifizi rappresentate fa supporre che l'attività termale della collina di Tri¬ toli, declinante verso la Sella di Baja, si estrinsecasse direttamente in queste terme, (quindi maggiore vastità della zona termica), o che le acque termali, dalle falde sud-occidentali della collina di Tritoli, ossia dalle prosssimità della Sella di Baja, fossero condotte in que¬ ste terme più lontane. Dalle osservazioni finora fatte, 1' attività termica verso la zona di Baja confina quasi con quella propaggine collinosa sulla quale è addossato il cosidetto Tempio di Diana , e sulla quale ancora sale la via interprovinciale che mena alla Sella di Baja. All'inizio della via detta della Sella di Baja, di fronte al villino chiamato " Villa Maria, Villa Rosa „ e che trovasi a sinistra della strada, v* è un muro il quale presenta un varco (Fig. 1, Tav. le¬ dagli interstizi delle pietre tufacee a sinistra di questo il vapore fuoresce attraverso cinque spiragli. La parete della collina di fronte a tale varco presenta tre spiragli fumarolici con temperature rispet¬ tivamente di 60°, 61°, 65° (29- 12-35, ore 14, 15) e le stesse temperature osservai il 6—1—936, mentre dagli interstizi dei blocchi tufacei notai le temperature di 55°, 56°, 5, 57°, 58° e 60° in tutte e due le sopradette date. Da questi interstizi ho visto in tutte e due le occasioni uscire il vapore copiosamente e con forte sibilo , come anche copioso fuoriusciva sulla parete di collina già descritta e anche da un'altra fumarola sita sulla stessa propaggine collinosa proprio nella dire¬ zione di villa Rosa, a due metri di distanza da un " opus reticulatum Evidentemente le terme del cosiddetto Tempio di Diana attingevano £) Morghen F . — Le antichità di Pozzuoli , Baja e Cuma incise in rame e pubblicate da F. Morghen. Napoli 1769. — — " Gabinetto di tutte le più interessanti vedute degli antichi monumenti esistenti in Pozzuoli, Cuma e Baja e luoghi circumvicini, colla giunta della pianta topografica della città di Napoli, pianta littorale de' confini del Regno di Napoli fino a Pesto, pianta del cratere tra Napoli e Cuma, colla indicazione di tutte le vedute, ed in fine l'interessante veduta del tempio di S. Maria Maggiore, nella città di Nocera dei Pagani, espresse in N. XXXXV rami ed elegantemente incise dal celebre Filippo Morghen e disegnate da valenti professori „. In Napoli presso Nicola Gervasi, calcografo e Mercante di stampe al Gigante di Palazzo N. 23, marzo 1816. — 19 — direttamente alla collina sia le acque che le emanazioni gassose. Nella zona fumarolica testé descritta, oltre al vapor d' acqua svol- gesi poca anidride carbonica. Difatti 1' acqua di barite sensibilmente s' intorbidava e la cartina al tornasole si arrossava debolmente. Il fenomeno della ionizzazione gassosa, cimentato con corpi accesi, è stato qui sempre vistoso. Le fumarole di cui ho discorso, a quanto mi è noto, non sono state citate da altri. Procedendo da Baja verso la punta Epitaffio, e doppiata que¬ sta, tenendosi sulla destra, lungo il muro che limita la via verso la scarpata della collina prospiciente il mare, 50 metri circa, prima di arrivare alle Stufe di Nerone, notasi un' altra fuoruscita di vapore a 25°, con poca anidride carbonica (20 febbraio 1 936), che si estrin¬ seca attraverso una bocca d’ aria costruita per arieggiare la con¬ duttura dell'acqua del Serino la quale attraversa questo tratto fu- marolico sprigionantesi lungo la via che, come abbiamo detto, da Baja mena a Lucrino. Un altro spiraglio fumarolico confina con un piccolo tratto di 18 metri di terreno coltivato, ed ha una temperatura di 32® (23 -2 - 1936, ore 10,15); anche qui ho notato svolgimento di poca anidride carbonica ed attivissima emanazione di vapore. Questi non debbono essere gli unici spiragli fumarolici, ma qui e lì se ne debbono aprire la via degli altri, disperdendo lentamente il calore attraverso i meati del terreno coltivato. Essi lasciano in- tuire la loro presenza dalla influenza che manifestano sulla vege¬ tazione, fenomeno che anche altrove nella stessa zona del Lucrino si verifica, per cui lo sviluppo della semina è più rapido. Prose¬ guendo su questa via abbiamo a sinistra le Stufe di Nerone, dette anche sudatorio di Tritoli, facente parte di un grandioso impianto idrotermale il quale copriva tutto il fianco della collina prospiciente il Lucrino e giungeva fino a mare. Questo sudatorio è quello che ci è rimasto dell' antica grandiosa terma , ed ha conservato il suo nome e la sua tradizione a causa della ubicazione sua stessa, per cui, nè eruzioni, nè bradisismi hanno potuto obliterarlo come i suoi vicini connessi bagni di Tritoli, i quali, della grandiosa terma ci¬ tata dovevano forse far parte. 11 vapore che esce da queste stufe è commisto a poca anidride carbonica i). l) Il Cuiscardi G.— (Extrat d’ une lettre de M. G. Guiscardi à M. Ch. Saint Clair Deville). Comptes rendus des séances de l’Academie des Sciences, tome XLIII, 1856) dice di non aver rinvenuto anidride carbonica nelle Stufe di Nerone, — 20 Alla base della collina presso le Stufe di Nerone vi è una serie di grotte ad acqua termale ; dove queste terminano v' è una breve spiaggetta ghiaiosa sottostante a ruderi romani che su questa spiag¬ gia poggiano. A mezzo metro a nord della battigia, il 7 agosto 1935 affon¬ dato il termometro nella sabbia notai la temperatura ai 54° ; più avanti ancora, appena un metro distante dal punto a 54°, ho misu¬ rato ancora sulla stessa spiaggia ghiaiosa, sottostante ad una volta romana, la temperatura di 65°. Sul tratto di spiaggia che antecede la colonia marina, cavando buche, si notano temperature elevate ; la massima di queste temperature, fu 72°, 9 a 10 cm. di profondità. Altro valore termico nella zona della battigia nello stesso giorno fu di 53°. Un metro entro terra da tale punto, a 35 centimetri di profondità, nella sabbia ebbi 53°, 5. Un' altra osservazione di tem¬ peratura lungo la battigia, nel tratto considerato, diede, nello stesso giorno, una temperatura di 60° ed appena 5 cm. discosto notai 64°, 9. Ma ciò sempre nei pressi delle Stufe di Nerone. Da quanto ho detto risulta che lungo la battigia sono allineati tanti spiragli fumarolici che modificano in corrispondenza la tem¬ peratura della acqua sovrastante in modo molto accentuato, sicché si passa alternativamente da zone calde a zone fredde con brevis¬ simi intervalli. Ma di tali spiragli se ne trovano, fin dove ho potuto osservare, anche sulla sabbia del fondo marino a circa m. 10 dalla li¬ nea della spiaggia, dove, affondando il termometro ho riscontrato la temperatura di 58° (7 agosto 1935). In taluni punti sulla battigia, già in superficie, il calore è tale che il corpo non può reggere sulla sabbia. Debbo rilevare che sia nel giorno 7 agosto 1935, che nel giorno 20 febbraio 1936, in corrispondenza degli spiragli fumarolici ho constatato che le acque erano torbide e gli interspazi limpidi. Debbo notare che per tutto il periodo delle osservazioni di temperatura, questa non oscillò. Le pozzette cavate sulla spiaggia, nel tratto stu¬ diato, emettono acqua fortemente fumigante e copiosamente mani¬ festante il fenomeno della ionizzazione per mezzo di corpi accesi. Evidentemente qui la falda freatica è molto vicina alla superficie. Nello stesso tratto di spiaggia dalla sabbia umida, che il mare ad intervalli ricopre, si vedono svolgere bolle gassose in vari punti ; così anche si osservano bolle sviluppantesi dalla sabbia del fondo marino cinque o sei metri lontano dalla spiaggia !). ') È opportuno che io ricordi quello che si verificò su questa spiaggia, circa — 21 — Dopo la grotta di Baja, attraversata dalla ferrovia Cumana, alle spalle della chiesa di S. Filippo, trovansi i celebrati Bagni di Tritoli (Fig< 1), il di cui piano attuale trovasi a circa 3 metri sotto Fig. 1. — Bagno di Tritoli secondo un rame del MorGHEN. Napoli 1816 (nota 1) con sotto la dicitura : " Veduta del Bagno magnifico sul lido del mare di Baja, alla salita delle Stufe di Tritoli „. il piano di campagna ; l' ingresso vi è malagevole, tutto interrato com' è da materiale di rifiuto. Il giorno 3 novembre 1935 trovai i Bagni di Tritoli con poca acqua sul fondo, tanto che ai muretti 5 anni or sono, ne furono testimoni oculari il signor Schiano Lomoriello pro¬ prietario del tratto di spiaggia in parola ed il signor Ioffredo Angelo coltivatore di un fondo vicino. In seguito ad una forte mareggiata di scirocco e levante si formò un cordone litorale, dal pontile di scarico della pozzolana a Punta Epitaffio fin verso i primi tratti della spiaggia del Lucrino, racchiudente uno specchio di acqua di circa 2500 mq., che formatosi a metà febbraio, a fine marzo scomparve. I pesci che rimasero chiusi in tale laghetto, disturbati dalla elevata temperatura che 1' acqua del mare ivi raggiunse, essendo lo specchio chiuso in questa zona eminentemente termica, cercavano scampo verso terra dove naturalmente la temperatura era mag¬ giore, sicché grande fu la morìa di questi, ed in meno di due giorni morirono tutti. Gli abitanti della zona, appena videro i pesci emigrare verso terra, corsero per captarli ; ma la temperatura era talmente elevata da non potervi resistere, sic¬ ché furono costretti ad abbandonare V impresa. Ciò starebbe a dimostrare quanta influenza possa avere il fattore termico in queste zone a contribuire a determinare morìa di pesci. - 22 — divisori, che vi si trovano, potevasi accedere facilmente, ma non mi riuscì poter fare delle misure di temperatura dell' acqua II 20 febbraio 1 935 trovai invece i Bagni di Tritoli ripieni di acqua e ben evidente sui muri i segni di un precedente livello più alto di 10 cm. corrispondente ad un rialzo della falda freatica in di¬ pendenza della marea. La profondità dell’acqua era di rm 1,20; la sua temperatura di 24° ; ed ho constatata la presenza di poca anidride carbonica libera e manifestazione di debole fumigazione con corpi accesi. La temperatura dell' aria nel bagno era di 22° mentre fuori di 17°, alle ore 13,30. D'inverno l'acqua vi raggiunge sempre un notevole livello. Quaranta metri dopo la chiesetta di S. Filippo, costeggiando la collina, si trova un cunicolo con muratura in pietra di tufo squadrata a tipo moderno, alto m. 1,10 per 0,60. Tale cunicolo emette vapor d' acqua con pochissima anidride carbonica ; la sua temperatura fu di 27° il giorno 3 novembre 1935. Con carta ac¬ cesa diede lievissima fumigazione. Il cunicolo in parola doveva essere più alto prima, ed attualmente interrato dal materiale erut¬ tivo del Monte Nuovo, e da quello riportato dalla collina. Esso comunica col fabbricato che in seguito sarà descritto. Poco dopo tale cunicolo, dieci metri prima di arrivare alla casa del " figulaio „, v' è uno spiraglio fumarolico a 35°, emettente vapor d’ acqua ed anidride carbonica. Si perviene così alla casa che chiamai del " figulaio „ *). Il Signore 1 2) fece cenno di tale casa dove eseguì delle misure di temperatura. È questa una costruzione che doveva far parte di un edifizio di epoca romana, come attestano i ruderi immediata¬ mente sovrastanti lungo la dorsale della collina, ma il fabbricato dovette poi essere più volte rimaneggiato per cui non conserva le antiche vestigie. Esso è costituito da sei camere intercomunicanti, di cui tre sono esterne e tre addossate alla collina. Nella stanza d' ingresso si nota la bocca quadrata di un pozzo con un muro in rialzo dì circa 60 cm. 1) Parascandola A.. — Osservazioni di temperatura nei Campi Flegrei. Boll, della Società dei Naturalisti in Napoli, voi. XLVIII, 1935. Majuri A. — / Campi Flegrei dal Sepolcro di Virgilio all’ antro di Cuma. (La Libreria dello Stato, Roma, A. XII E. F.). 2) Signore F. — Contributo allo studio geofisico della Solfatara e del Rione delle Mofeteì Stufe di Nerone. Ann, R. Oss. Ves., Ser. IH, Voi. I, 1924, — 23 - L’ acqua di questo pozzo Y ho trovata ora più, ora meno fumi¬ gante. La sua temperatura il giorno 3 novembre 1935 fu di 53°; nei giorni 6, 25 e 26 gennaio 1936 di 49°. Il Signore, il 9 dicembre 1934 trovò anche 53° per tale pozzo. La reazione di quest’ acqua è acida per anidride carbonica li¬ bera ; la ionizzazione gassosa si rileva colla fiamma molto evidente. Sommovendo il materiale fangoso del fondo escono fuori tumul¬ tuosamente copiose bolle gassose che durano per molto tempo e che danno alla superficie dell'acqua P aspetto di un liquido in piena ebollizione. Il gas svolgentesi è vapor d'acqua con anidride carbo¬ nica. Il pozzo è profondo circa m. 2,10 ed è vasto quanto la stanza l). Nei periodi di forti mareggiate 1' acqua incomincia a trapelare tra le connessure delle pietre del pavimento della stanza mediana e forma un piccolo stagno che alza il suo livello di 4 cm. Il livello del pozzo varia col variare della portata della falda e colle forti azioni di marea e di mare mosso, fino a salire di 40 cm. nelFinterno del muro di cinta. L'aria delle stanze interne è calda per spiragli fuinarolici. I pavimenti di dette stanze sono anche caldi; fatto un buco nel suolo della prima stanza addossata alla parete, ed introdotto il termometro, la temperatura osservata fu di 30°; mentre la temperatura nella stanza era di 35° e quella del¬ l'aria esterna di 17°; in tale stanza trovasi, di fronte il vano d'in¬ gresso, un foro nel muro all'altezza di m. 1,50 circa, il quale evidentemente doveva aprirsi fin dal pavimento a giudicare da una sarcitura esistente che immette in uno stretto passaggio, sul fondo del quale c'è un velo di acqua termale che costituisce una interca¬ pedine tra la parete della collina e le stanze interne. Tale interca¬ pedine sbuca in un vano semicircolare al termine dell'edifizio. Tro¬ vasi ancora in tale stanza un vano a sinistra che comunica col cu¬ nicolo a sesto acuto che si incontra dopo la chiesa di S. Filippo, lungo la costa della collina. I muri divisori delle stanze sono in¬ crostati da sostanze saline delle quali mi occupo in altro lavoro. La seconda delle stanze interne anche ha dato la temperatura di 35°. ') La sua messa in luce fu casuale venti anni or sono. Fungeva tale stanza mediana da stalla; i cavalli scalpitando smossero una pietra del pavimento e si vide uscire del fumo. Fu cavato e si notò che v' era una vasca di acqua termale la quale faceva uscire tumultuosamente e copiosamente il vapore, sommovendo la massa d' acqua a guisa di moto d' ebollizione ; dopo qualche mese tale fenomeno più non si verificò. — 24 - Questo edifizio forse costituiva un tuttuno con le Stufe di Ne¬ rone ed i Bagni di Tritoli ; il bradisisma prima , Y eruzione del Monte Nuovo poi, dovettero contribuire, concomitanti le alluvioni, a rialzare il terreno di fronte all'ingresso per cui nacquero forse delle modifiche all’edifizio e questo dovette poi essere anche di¬ menticato perchè nè da incisioni antiche nè da antichi scrittori ne è fatta specificatamente parola. Col nome di " Maricello „ volgarmente si designa il lago Lu¬ crino il quale prima della eruzione del Monte Nuovo, che ne in¬ terrò buona parte , aveva una estensione maggiore. Estendevasi verso oriente, detto lago, infino alle basi del monticello del " peri¬ colo „, sepolto poi sotto le ceneri del Monte Nuovo, verso oriente lambiva la collina di Tritoli ed a settentrione il monte della Ginestra. L'assenza di ruderi Romani sia alla superficie che nelle esca- vazioni profonde per fondamenta , per piantagioni di viti e per pozzi e la presenza di abbondantissimo lapillo pumiceo del Monte Nuovo confermano tale asserto. L'eruzione del Monte Nuovo con il suo materiale proiettato colmò tutto in giro le basse sponde del lago e ne diminuì la pro¬ fondità. Sulla zona che circonda il Lucrino, verso la collina di Tritoli, ho notato che ovunque cavando il terreno , a poca profondità, e- mergono acque calde. Il 20 febbraio del c. a. cavai il terreno per la profondità di óO cm. a nord del capannone in muratura ivi esi¬ stente e vidi acqua termale sorgere dal fondo e dai lati con di¬ rezione ch'era quella del settore che dal capannone va alla casa del figulaio ; la sua temperatura risultò di 45° ; fumigava fortemente e con corpi accesi manifestò vistoso il fenomeno della condensa¬ zione del vapore. Era leggermente acida per presenza di anidride carbonica libera. Altri sondaggi ho fatto altrove ed anche se 1' acqua non era saliente, ho riscontrato temperature elevate alla profondità predetta. La falda freatica è qui molto vicina alla superficie per cui nelle forti piogge , o nei periodi di ostruzione del canale del Lu¬ crino o per forti mareggiate la superficie libera della falda si sol¬ leva e il terreno diventa pantanoso. - 25 - Le vasche di Rollio. Poco dopo la casa del figulaio, inoltrandosi verso il monte della Ginestra, si trovano due vasche (Fig. 2, Tav. 1) di proprietà del Cav. Pollio. Di queste, una più piccola è addossata alla collina e conduce le sue acque, mediante uno stretto canale, profondo m, 1 , largo cm. 40, nella vasca grande (Fig. 3, Tav. 1) , la quale a sua volta, con un altro canale riversa le sue acque nel Lucrino. Le due vasche sono alimentate dalla falda freatica e da sor¬ genti di fondo. Vi si vedono svolgere copiose e tumultuose bolle gassose, non solo, ma di tanto in tanto si osservano vere polle di acqua che ne sommuovono tumultuosamente la superficie. Questa emergenza di bolle gassóse e polle di acqua è molto evidente nella vasca piccola. Quivi vedonsi direttamente dal fondo emergere in vari punti, periodicamente, con frequenza e copiosità, le bollicine gassose. Nella zona centrale della vasca grande ho visto il 23-2-1936, alle ore 15,35, svolgersi improvvisamente numerose violente sfug¬ gite di bollicine gassose che tumultuosamente sommuovevano la superficie dell'acqua. Queste sfuggite mostravano una caratteristica ubicazione; alcune duravano trenta secondi poi cessavano per ripigliare poco dopo ; una copiosa sfuggita di gas nella zona centrale ha gorgogliato per la durata di sette minuti primi ; il gas era molto ricco in anidride carbonica, come potetti constatare. Un copioso sviluppo di vapore accompagnò tale sfuggita di gas e mediante corpi accesi potetti osservare manifestarsi copiosa¬ mente il fenomeno della condensazione del vapore. Rilevo che non sempre le due vasche manifestano la emissione di vapore che alcune volte non si vede elevarsi dalla loro superficie, altre volte è scarso, ed altre copioso. Delle due vasche ho trovata sempre più attiva la maggiore, e del resto la sua temperatura è sempre più elevata. Di più ho potuto osservare che a sole libero vi è forte ioniz¬ zazione gassosa la quale si affievola quando nuvole ne occultano la sua superficie ; ho osservato che questo fenomeno si verifica anche al Rione delle Mofete. — 26 - Il 3- 11 - 1935 la vasca grande ha copiosamente manifestato vapori su tutta la sua superficie; verso le ore 12 i vapori si sono localizzati solo nel lato di ponente, mentre sulla vasca piccola non si manifestavano vapori. Così nel giorno 19-1-936 la vasca grande non lasciava scor¬ gere vapori : se ne provocò la formazione con fiamma, ma durò poco il fenomeno. Nella vasca piccola si sono ripetuti gli stessi fenomeni ; solo è da osservare che notai numerose gallozzole di gas che si svolge¬ vano dal fondo, e varie polle di acqua che con forte corrente ascen¬ sionale , tumefacevano la superficie liquida in corrispondenza della loro emergenza. Le bolle gassose le ho visto svolgere più copiose dagli inter¬ stizi tufacei della panchina subacquea della vasca piccola nel lato verso il Lùcrino. Il 26- 1 -1936 la vasca grande emetteva solo vapori nella zona della nuova sorgente della quale fra poco farò parola; il cielo era coperto e la vasca piccola non fumigava ; quivi lo svolgimento delle bolle gassose era copioso e violento come nel 19-1-1936. Il 28- 1 - 1936 la vasca emetteva molto vapore e svolgeva copiose bolle gassose ; la piccola invece era molto meno attiva. il 1° febbraio il sole era coperto e la giornata umida. Alle ore 8 la vasca fumava fortemente, i vapori si sviluppavano in particolar modo nel centro da dove si partiva come una densa colonna che superava il tetto delle cabine site sull'orlo della vasca. Alle ore 15,7 la vasca grande non emetteva vapori, ma alle 15, 8 improvvisamente se ne elevò dalla superficie gran copia come pure ciò avvenne nel canale che immette al Lucrino. Alle 15, 15 la fumigazione si ridusse a poco mentre su tutta la superficie della vasca rapidamente si sviluppavano da numerosi punti copiose gallozzole di gas. Il giorno 6- 1 -936 mi trovavo sulla vasca piccola alle ore 14, 6 ; una metà di detta vasca era illuminata dal sole e la parte in ombra presentava due chiazze luminose in corrispondenza di due fori del muro di cinta di SW. L’acqua della vasca, e mi sincerai bene, fumigava solo nelle parti illuminate dal sole. Il 25 febbraio alle ore 12,55 la vasca piccola non fumigava; il sole era ombrato ; abbondante era però lo sviluppo di gallozzole di gas. La vasca grande invece fumava, ma debolmente, come anche il canale che dalla piccola mena alla grande. — 27 — Alle ore 12,58 ricomparve il sole; la vasca piccola incomin¬ ciò a fumigare e ritornata V ombra non osservai più svolgersi va¬ pore ; la vasca grande si riattivò fortemente alla ricomparsa del sole alle ore 13.5 con la emissione di copioso vapore. Debbo ancora osservare che lungo il piccolo canale, che dalla vasca piccola immette alla grande , ho sempre notato svolgersi quando più quando meno attivamente bollicine gassose. Per quanto riguarda la temperatura di queste vasche il Signore notò fino al 9- 12- 924, che la massima temperatura raggiunta alla vasca piccola fu di 41° e quella della vasca grande di 61°, 5. Nel 27 marzo 1931 riscontrammo alle ore 11,30, insieme col prof. D'Erasmo *), la temperatura di 33°, inferiore di 8° a quella misurata dal Signore nel 1924 2). Il 3- 11 - 1935 la massima temperatura che ho potuto ri¬ scontrare nella vasca grande è stata di 55° alle ore 12, e precisa- mente nella regione di detta vasca che guarda l' imboccatura del canale che immette nel Lucrino, vale a dire a monte. La vasca fumigava solo nella breve zona dove ho riscontrato la temperatura suddetta, mentre nella mattina era tutta la superficie che emetteva vapori. Osservai ancora lo svolgersi di gallozzole di gas dal fondo. La vasca piccola segnò la temperatura massima di 35° ma non ma¬ nifestava vapori. Un fatto degno di nota particolare, fu che il giorno 5-1-935, recatomi a Lucrino, potetti osservare presso la vasca grande del signor Pollio, una sorgente (Fig. 4, Tav. 1), di acqua termale non osservata mai nè da me nè da altri per lo passato, nè mi venne a luce il 3 novembre 1935 , giorno in cui mi recai a Lucrino e minutamente perlustrai la zona e le vasche in questione per ese¬ guire misure di temperatura, che però in corrispondenza della sor¬ gente attuale notai in aumento. Tale sorgente era stata scorta dal colono del fondo circa otto giorni prima del 5-1-936. Essa nasce a circa due metri dalPorlo ovest della vasca gran¬ de, al confine del fondo del signor Carlitorosa, di fronte al ca¬ nale di scarico nel Lucrino. Ha la sua testa nel lapillo minuto pu- 9 D’Erasmo G. — I crateri della pozzolana nei Campi Flegrei. Atti R. Acc, Se. Fis. e Mat. di Napoli, voi. XIX, ser. 2a, n. 1, 1931, 2) Signore F. — Op. ci(. — 28 — miceo il quale è sottoposto a circa mezzo metro di humus ; 1' ac¬ qua viene su vivacemente e fluisce relativamente sia veloce che copiosa. Mi recai di nuovo a Lucrino il giorno seguente e potetti constatare che la temperatura di detta sorgente era di 49°, fumi¬ gava fortemente ed il fenomeno della condensazione del vapore si verificava in modo vistoso mediante corpi accesi. L'acqua contiene anidride carbonica libera, cloruri, solfati; è presente il litio. La sor¬ gente in questione ha segnato sempre 49° il 26 e 28 gennaio , il 20 e 24 febbraio; ma nei giorni 25 gennaio e 26 febbraio segnò 59°. Non deve essere però questa l’unica sorgente, ve ne saranno altre laterali ed altre dal fondo come le varie temperature nei di¬ versi punti della vasca attestano. La vasca grande del Rollio è di forma circolare e nell' orlo superiore ha una panchina la quale è ben conservata ed intera per metà giro di detta vasca, ossia dall'imbocco del canale che immette nel Lucrino gira per nord e termina a ponente di fronte all'im¬ boccatura medesima. Ed è proprio dove la panchina termina che il termometro affondato tra le connessure dei blocchi di tufo sotto il livello dell’ acqua ha segnato 52° il 6 genn. 36. Gli abitanti del luogo dicono che in tale posto dove ho misurato 52°, d'estate, col livello più basso, si nota fluire dell’acqua nella vasca; ma ciò sarà argomento di mie continue osservazioni. Le altre temperature che ho riscontrate nello stesso giorno e nella stessa vasca sono state di 40° a destra del condotto che mena l'acqua dalla vasca piccola alla grande e di 42° davanti alle cabine ivi impiantate. Tutta la superficie della vasca era in quel giorno molto attiva, cioè presentava un’intensa fumigazione la quale a sole elevato fu molto imponente. Nello stesso giorno 6-1-36 la temperatura dell' acqua del canale che dalla vasca piccola va alla vasca grande fu di 35° e la stessa temperatura osservai nella piccola. La temperatura massima della vasca grande nel mese di gen¬ naio nei giorni 19, 26, 28 ; e nel mese di febbraio nei giorni 20, 23 e 25 non ha superato i 52°, e la vasca piccola negli stessi giorni non ha superato i 35°. Comé cause influenti sulla temperatura delle acque termomi¬ nerali della zona del Lucrino sono da considerarsi oltre le oscilla¬ zioni termiche di eventuali acque di profondità, anche le variazioni nel volume della falda freatica in seguito ad apporti più o meno abbondanti delle acque di precipitazione o di condensazione, non- - 29 - chè la diminuita velocità di deflusso dell’acqua della falda freatica a causa di forti azioni di marea o mare grosso , concomitante o no oscillazioni bradisismiche. Infatti è noto come col variare della marea o con l'imperversare di mareggiate il livello dell’acqua nei pozzi si innalzi. Ne segue che le acque della falda freatica o di sorgive con¬ fluenti nelle vasche con diversi valori termici daranno una tempe¬ ratura la quale varierà volta per volta. Le temperature perciò osservate nei periodi di scarso apporto di acqua della falda freatica e delle sorgive, in particolar modo concomitanti basse maree e mare tranquillo, dovrebbero dare valori più elevati di temperatura, purché la sorgente termica profonda non subisca forti escursioni. Vi saranno continue fluttuazioni e salti più o meno forti nei valori della temperatura finché non si stabilirà un determinato li¬ vello termico il quale si manterrà pressoché costante col rimanere costanti le cause influenti, per poi di nuovo variare col variare di questo. Opportuno perciò sarebbe, più che parlare di temperatura mas¬ sima delle vasche in genere, riferire le misure a determinati punti di affioramento di acque, supposti questi non inquinati da altri veli o vene di acqua. Si spiegherebbero così i valori tanto differenti da Signore, da D’Erasmo e da me rinvenuti in tali vasche. Ciò che va detto per le vasche del Lucrino va anche per il pozzo del “ figulaio „ o qualsiasi altra messa in luce di acqua ter¬ male della falda freatica della zona, non solo, ma dei pozzi termali in genere. Avrebbero le vasche del Pollio una analogia con quelle che a Montecatini, a Cascina (Pisa) ed in altre località della Toscana, dove sono sorgenti termominerali, chiamansi crateri; ivi l’acqua sorge dal fondo terroso e si raccoglie in dette vasche in muratura. Probabilmente anche dal fondo del Lucrino emergeranno acque termali le quali un tempo sulla opposta sponda orientale pullula¬ vano nella zona del villaggio di Tripergole spingendosi , fin dove l'osservazione ci consente di rilevare, sull’orlo del lago di Averno ed alimentando una delle più belle terme dell’antichità. — 30 Il bacino dell' Averno. a ) Le acque termali. Poco prima di giungere al lago di Averno è sulla destra un sentiero che mena al fondo Zambelli dove trovasi un pozzo alla temperatura di 37° (29-12-35) sulle falde occidentali del Monte Nuovo. Anche qui con una fiamma si verifica la nota condensazione del vapore. I tenitori del fondo asseriscono che a due metri di pro¬ fondità nei pressi del pozzo e precisamente 6 metri a sud e circa 15 metri a nord scavando il terreno il calore è tale che il corpo non resiste. Sulle sponde sud-orientali dell'Averno vi sono i ruderi di una antica grandiosa costruzione , coperta in parte dalle propaggini nord-occidentali del Monte Nuovo, conosciuta col nome di Tem¬ pio di Apollo. L'avvocato Annecchino Comm. Raimondo, noto ed appassio¬ nato studioso dei Flegrei, due anni or sono, in questo edifizio fece fare degli scavi e potette mettere in luce, nel corridoio semicirco¬ lare che circonda la gran sala della terma, la sorgente termomine¬ rale esistente la quale forse non sarà stata la sola. Egli non dispo¬ neva che di un termometro clinico, adoperò quello e non potette quindi avere valori superiori a 42° ; fu indotto a tali ricerche sia per le notizie esistenti su detta acqua, sia per la natura della co¬ struzione stessa, che dalle numerose bollicine gassose che di fronte alla terma, nel lago, lungo la banchina, vedeva sorgere. Mi recai con lui il giorno 11-1-36 sulla zona in questione, ma essendo interrata la sorgente non ci fu agevole eseguire osser¬ vazioni di temperatura. Notai però di fronte all’edificio il copioso svolgersi di bolle gassose le quali sempre nello stesso luogo nelle successive gite ho notato ora con intensità maggiore, ora minore. Alcuni giorni dopo, il 19-1-35 potetti scorgere fuori della gran sala circolare dell'edifizio e precisamente a nord , presso un albero di fico, una pozza d'acqua termale che doveva costituire un canale sfociante nell’Averno. La temperatura di quest'acqua era di 30°; la reazione era acida per la presenza di anidride carbonica libera. 11 25 marzo potetti fare in buona parte vuotare il detto canale ; man mano che il livello dell'acqua si abbassava la sua superficie — 31 — cominciava lentamente a fumigare, e messi a nudo gli spiragli fu- marolici vidi sfuggire copiosi getti di vapore. Molto accentuato fu il fenomeno della fumigazione provocata mediante corpi accesi. La temperatura dell'acqua non superò i 45°, avrei ottenuto temperature superiori, ma ero ostacolato nel lavoro di vuotamento dal fatto che era ostruita la foce deH'Averno, per cui le acque del lago erano molto piene ; di conseguenza la superficie libera della falda freatica era molto vicina alla superficie del suolo ; e con il mezzo rudimentale che potetti adottare, cioè vuotamento mediante secchi, il canale di continuo si riempiva. Nei lavori di scavo potetti osservare che questo canale prove¬ niva dall'edifizio grande della terma e precisamente, a quanto ho potuto osservare, si dirigeva verso il corridoio semicircolare, dove nello stesso giorno l’acqua segnava la temperatura di 25°. Mentre il giorno 19 A l'acqua nel fondo del corridoio appena costituiva delle pozze, ora invece, per la interrata foce, era au¬ mentata di livello. Scavi eseguiti nell'ampia sala circolare della terma misero in luce emergenze di acqua calda. Nella piccola sala rotonda a cupola, a nord della gran sala della terma e del diametro di m. 7-80, ho osservato una ricchissima produzione di efflorescenze saline delle quali mi riservo trattare a parte. Non appare chiaro se questa sala era un sudatorio o piscina ; il fondo è tutto coperto di pietrame; a nord di questa sala vi è un cunicolo basso, anch’esso ricco di efflorescenze saline riferibili a quelle precedenti. Fino al XVIII secolo le acque della terma in discorso pare siano state usate; il crollo di buona parte dell’edifi¬ cio, l'azione bradisismica, i prodotti piroclastici della eruzione del Monte Nuovo, gli apporti alluvionali, come già altre terme della zona, distrussero pure questa. Altra acqua d’origine termale è da ricercarsi nella grotta no¬ minata della Sibilla dell'Averno, verso l'apertura che immette sul Lucrino la quale molto risente delle periodiche ostruzioni della foce dell'Averno , per cui il suo livello e la sua temperatura sono variabili. Il Navale di Agrippa su detto lago si eleva da un suolo pantanoso dove affiora la falda freatica la quale riempie d'acqua l'unica stanza attualmente esistente addossata al monte. Nei periodi di forte piena del lago il terreno davanti al Navale — 32 si trasforma in un vasto acquitrino e l’acqua nella detta stanza affiora col piano stradale. b ) La alimentazione. Ad alimentare il lago Averno concorrono le sorgenti di fondo e delle pareti crateriche subacquee. Se si pensa alla voluminosa massa delle colline circostanti l'Averno costituite da tufo giallo e grigio, ottimo materiale filtrante, tra cui il massiccio del Oauro il quale condensa, imbeve e manda acqua in profondità, v'è ragione di spiegarsi il grande apporto di acqua che costituisce il lago di Averno. La falda freatica nell'area e profondità occupata da quella parte dell'imbuto craterico che in essa si affonda, subisce una trapanatura e le sue acque si riversano nella depressione craterica dell'Averno che funge da pozzo filtrante (pozzo di raccolta). A facilitare la penetrazione dell’acqua nella falda freatica con¬ corrono i potenti ed estesi imbasamenti di tufo giallo del 2° periodo dei Campi Flegrei, del quale sono costituiti il Oauro ed i crateri preavernici, che vanno pel Monte Rosso, Arco Felice, monte della Ginestra, collina di Tritoli e si ricongiungono alla rupe di tufo giallo del Monte del Pericolo. Il lago craterico di Averno profondo attualmente 35 metri at¬ tingeva prima una profondità maggiore, ma il materiale di erosione, della sua cinta craterica interna costituita da tufo grigio e quello pro¬ veniente dalla eruzione del Monte Nuovo ne colmarono in buona parte il fondo costituendo una coltre di materiale permeabile. Il cratere dell’Averno trapanò nel suo atto esplosivo Fimbasamento di tufo giallo del 2° periodo e sulle dirute forme precedenti, dello stesso materiale, modellò il suo. Le osservazioni delle cave di pozzolana di Baia e Bacoli e di tutta la zona permettono di rilevare la grande estensione in super¬ ficie della massa del tufo giallo che si approfonda a livelli a noi ignoti perchè non raggiunti quivi da perforazioni, per quanto sì sa. Ma gli affioramenti del tufo giallo all'orlo del lago di Averno che vanno a costituire la massa della Ginestra fanno arguire che per lo meno in questa zona essi si approfondano di certo al di là dei 35 m. come ne fanno fede i frequenti proietti di tufo giallo dalle esplosioni dell'Averno rigettati nella sua cerchia craterica costituita da tufo grigio del 3° periodo. — sa¬ li cratere deH'Averno cavato quindi in questa massa permeଠbile avrebbe ricevuto l'afflusso di acqua della falda freatica per le pareti del suo perimetro interno e si sarebbe colmato di acqua. L’alimentazione, si suol dire, che è effettuata da sorgenti di fondo; su questo argomento bisogna andare cauti per intendersi bene sulla natura di queste sorgenti. Possiamo in primo luogo interpetrare l’alimentazione del lago come dovuto all’ assorbimento attraverso il terreno per una zona o tutta permeabile o interessata da piccole fenditure , o 1’ una e l’altra cosa insieme per cui vi sarebbe una discesa d’ acqua relati¬ vamente più rapida attraverso le litoclasi della roccia. Comunque questi filetti d’acqua arriverebbero nella zona profonda lungo una frattura che rappresenterebbe la via d’uscita dell’ acqua e che po¬ trebbe presentare in prossimità della superficie diramazioni di altre fratture subordinate. L'acqua pervenuta nella parte più profonda della zona di as¬ sorbimento, se la superficie della zona di saturazione raggiunge una quota superiore a quella di efflusso, si troverà una via di uscita lungo la faglia ed emergerà in un'unica sorgente, ovvero in un gruppo di sorgenti. Evidentemente se la zona attraversata sarà calda, l' acqua ne uscirà termale e mineralizzata secondo le condizioni fisiche e chimiche del terreno attraversato ; non solo, ma eventuali differenti vie di efflusso faranno assumere all’acqua valori termici e com¬ posizioni chimiche differenti. Più che invocare falde salienti profonde, è più opportuno far risalire la alimentazione del lago di Averno all' acqua della falda freatica, nella quale il cratere di Averno è immerso, che l'atto erut¬ tivo trapanò. È noto che le zone basse che trovansi tra il terreno più elevato possono essere rese e mantenute umide dal continuo e lento ap¬ porto delle acque delle zone vicine. Queste, sollecitate ad innalzarsi per la pressione idrostatica delle acque continuamente discendenti in basso e provenienti da terreni più alti, se in tale zona bassa è un bacino collettore, come nel nostro caso la coppa dell' Averno, cercheranno in questo una via di uscita e da qui defluiranno verso il mare. L’ acqua sotto l' alveo avrebbe quindi un moto ascen¬ sionale. La Fig. 2 schematica qui riprodotta darebbe una idea abba¬ stanza chiara della direzione e del movimento dei vari filetti di — 34 — equa provenienti da un terreno collinoso e dirigentisi verso un bacino collettore il quale nel nostro caso è rappresentato dalla de¬ pressione dell’Averno. Tutto ciò non toglie che possano esservi Comn Fig. 2. — Sezione SW - NE tra l’Averno e il Gauro (Corvara) con schema della direzione del movimento dei filetti di acqua freatica nel terreno collinoso circostante verso il bacino collettore deH’Averno. delle sorgenti indipendenti, come già detto, cioè fuoruscenti secondo faglie, nè infirma la possibilità di emergenza di eventuali acque giovanili. Solo vien fatto di osservare che per la zona del Lucrino, ch’è ad intimo contatto con quella dell'Averno, si debba verificare lo stesso fenomeno di salienza di acqua, almeno in parte, per i fatti sopra spiegati. 11 bradisisma positivo contribuisce a portare la superficie li¬ bera della falda freatica , per tutta la zona studiata , a contatto con la superficie del suolo o addirittura a sopraelevarsi, formando così stagni ovvero sorgenti di emergenza. Come sorgente di emer¬ genza si potrebbe spiegare la emersione di acqua rinvenuta il 5-1-36 lungo la vasca grande di Pollio. Per la vicinanza della superfice libera della falda freatica alla superficie del suolo nella zona del Lucrino e deH'Averno, le piene del mare, le ostruzioni dei laghi, le pioggie, provocano la forma¬ zione di vasti pantani che asciugandosi lasciano il suolo tutto im¬ pregnato ed incrostato dei sali portati in soluzione. Platània 4) , studiando la temperatura del lago di Averno nella zona centrale ottenne i seguenti valori : *) Platania G. — II lago di Averno e gli altri laghi flegrei. Boll. Soc. Nat. in Napoli, voi. XL1, 1929. — — Ricerche geofisiche sul lago di Averno. Atti XI Congr. geografico italiano, voi. II, Napoli 1930. profondità — 35 — temperatura 14-6-28 12-4-30 m. 0 25°, 8 17°, 8 „ 5 24°, 0 17°, 0 „ 10 15°, 3 14°, 1 „ 15 14°, 8 13°, 5 „ 30 13°, 7 — „ 33 — 12°, 4 Osservò un salto termico fra i 5 e i 10 metri. Dopo i 10 metri la temperatura scendeva lentamente. Si può notare una netta stratificazione termica in queste acque, la quale costituisce un im¬ pedimento ai moti convettivi verticali e costituirebbe ostacolo alla vita marina per l'alimentazione dell’ossigeno che, come il Platania dice, viene fornito dall'apporto di acqua delle falde sotterranee. Confermato è ciò dal fatto che le misure del Ruggiero, alle ore 16 del 14 giugno diedero una portata del deflusso dell'acqua dall'Averno al mare di 30 litri per secondo essendo la marea in quell'ora poco ampia ed alla massima altezza. La stratificazione termica citata dal Platania è una conferma al lento apporto, al lento trasudamento, direi quasi, dell'acqua della falda freatica per tutte le pareti e da tutto il fondo dell'Averno, col quale io spiego l'alimentazione di questo lago. Il Ruggiero ’) fa rilevare che la falda freatica apporta ab¬ bondanti tributi ai laghi di Fusaro e Patria. Se ne deduce pure per le basse temperature riscontrate nel fondo, che correnti di acque calde che partono da questo, per lo meno nella parte centrale, non ve ne sono; queste acque termali si limiteranno alla sola porzione della parete del lago che va tra le terme di Apollo e la grotta della Sibilila, perchè vicine a zone con valori termici elevati. ') Ruggiero P. — Pluviometria nei Campi Flegrei. Atti XIX Congr, Na¬ zionale nei Campi Flegrei. Napoli 1928. — 36 - Riassunto L’ A. fa uno studio della zona, poco conosciuta, sede di fenomeni vulcanici secondari, nella quale sono compresi i laghi di Lucrino e di Averno. Mette in luce acque termominerali ed emanazioni fumaroliche non osservate da altri, o poco studiate, e ne segue le variazioni di tempe¬ ratura. Rinviene inoltre una nuova sorgente, da poco emersa sul Lucrino. Mediante scavi, poi, ritrova l’acqua termominerale nel cosiddetto «Tem¬ pio di Apollo » sul lago di Averno e tratta infine dell’ alimentazione di questo lago ritenendola dovuta ad apporti prevalentemente di acqua della falda freatica. — 37 — Spiegazione della Tav. 1. Fig. 1. — Varco nel muro di fronte a " Villa Maria, Villa Rosa „ sulla via interprovinciale della Sella di Baia, con spiragli fumarolici a sinistra, sulla collina di fronte. „ 2. — Riproduzione della carta idrografica del Lucrino con le due vasche di Pollio, segnate con cerchietti, intercomunicanti e riversantesi nel lago. „ 31 — Vasca grande con la via d'accesso a destra ed il canale di sbocco nel Lucrino. „ 4. — Sorgente comparsa al termine del 1935 sulla sponda occidentale della Vasca grande di Pollio, con la testa nel lapillo pumiceo e con rivoletto riversantesi nella detta vasca. Finito di stampare il 25 marzo 1936. I vulcani occidentali di Napoli del socio Antonio Parascandola (Tornata del 18 maggio 1936 ) Scipione Breislak *) per primo e poi il Gunther 2) interpre¬ tano come crateri le forme ad anfiteatro comprese da S. Maria del Pianto a Coroglio, e quindi gli anfiteatri craterici, che s'aprono sul golfo di Napoli e sulla conca flegrea, compresi nella dorsale Camaldoli, Vomero, collina di Posillipo. Alcuni studiosi hanno seguito le idee di tali autori , altri poi non sono d'accordo nell' interpretare tali forme di anfiteatri come resti di antichi crateri dilaniati dalla lunga e poderosa azione delle forze esogene, in ispecie l'azione marina, ma come effetto della stessa azione marina su di un unico grande cono vulcanico. Con accurate osservazioni geomorfologiche, litologiche e stra¬ tigrafiche si può riuscire a gettare alquanta luce sulla interpreta¬ zione delle suddette forme. Limito le mie osservazioni all'arco tra Castel dell'Ovo e lo sperone Sannazaro ed agli archi che vanno da Fuorigrotta a Coroglio. Il cratere di Ghiaia. Il Gunther, parlando di Chiaia dice che rappresenta il resto di un cratere il di cui cono sarebbe sfondato da sud , e il di cui suolo sarebbe coperto per due terzi dal mare ed un terzo occupato dal nuovo quartiere compreso tra Mergellina e Pizzofalcone. Ad est confina col cono craterico che chiama di Napoli , ed è compreso nella porzione rimasta tra il Castel dell'Ovo e lo sperone Sannazaro» ’) Breislak S. — Topografia fisica della Campania. Firenze 1798. 2) Gunther R. T. — The Palegrae an Fields. The Geografical Journal, voi. X, N- 4, London, 1897. — 40 — L'Autore della " Topografia fisica della Campania „ asserisce (pag. 214) che l'orlo di questo cratere, " incominciando da Pizzo- falcone, ossia dal monte Echia, e dirigendosi al nord s' innalza verso S. Martino e S. Elmo, quindi si piega al sud , passa sopra il pietraro, si estende alla villa del Belvedere e termina nella villa Patrizio. Le pareti di questo cratere sono di tufo nel quale ho os¬ servati pezzi di lava compatte e vetrose ripiene di feldspati. La piccola isola Megarense detta il Castello dell’ Ovo è una parte del monte Echia, alla cui base sorgono le celebri acque minerali dette in Napoli una solfurea e l'altra ferrata, contenendo la prima gas idrogeno solforato, la seconda acido carbonico e ferro. Il sig. Lio- nardo da Capoa narra che a suo tempo in diversi luoghi delle contrade di S. Lucia , di Chiaia e del monte Echia , siti che ap¬ partengono a questo terzo cratere, facendosi degli scavi, per pozzi o per altre ragioni, frequentemente comparivano delle mofete „. Fu questo cratere debbo riferire che il tufo giallo che ne costituisce la massa fondamentale offre una magnifica sezione beante verso il mare, la quale inclina da sud a nord e rappresenta la quaquaver- sale esterna. L' inclinazione degli strati è di 21°, 5, da sud a nord e tale sezione si può osservare (Fig. 1, Tav. 2) nello spaccato che si offre a chi si reca sulla stazione della funicolare di Chiaia, alla fermata del Corso V. E. La costituzione litologica di questa zona, lì dove è possibile osservare, perchè le abitazioni hanno tutto mascherato, mettono in evidenza un tufo giallo che non mantiene uniforme la sua costitu¬ zione e struttura. Così presso il Bertolini si ha tufo giallo pomi¬ cioso a strati alterni di grosse pomici e di piccoli strati di lapillo lavico. Sono frequenti in esso grossi proietti lavici bigi e compatti dalle dimensioni, secondo 1' asse maggiore, di circa 75 cm., i quali talvolta si trovano affondati nella massa tufacea alterandone la ori¬ ginaria statificazione non solo, ma determinando anche, al contatto, delle trasformazioni nell'aspetto del tufo il quale in alcuni punti di¬ venta litoide. Altrove è fortemente litoclasato (Fig. 2, Tav. 2) , e qui e lì, dove presenta la statificazione, gli strati si mostrano sem¬ pre beanti verso il mare, cioè da mare immersi entro terra. Osservando lo scoglio sul quale è costruito il Castel dell'Ovo, vi si vedono bene evidenti, nella parte di ponente, i segni della quaquaversale esterna nord sud, non solo, ma anche la superficie del piano craterico costituita da tufi grigi che inclinano a ponente — 41 — mettendo in evidenza la quaquaversale interna da est immergentesi ad ovest (Fig. 3, Tav. 2). Questo scoglio avrebbe una corrispondenza colla parte più bassa del cratere di Capo Miseno, nella parte cioè immediatamente sottostante al faro. All'altra estremità l'arco craterico di Ghiaia è spezzato dall'atto eruttivo del cratere di Fuorigrotta, il quale, versando la sua qua¬ quaversale esterna sul golfo di Napoli nella zona occupata dal cra¬ tere di Ghiaia, ed ora distrutta , dimostra la successione del suo atto eruttivo a quello di Chiaia , altrimenti questo cratere estende¬ rebbe le sue interne pendici fino allo sperone Sannazaro. Il cratere di Chiaia dovette anche subire collassi nelle sue pa¬ reti ; evidenti sono quello orientale e quello di mezzogiorno ; su quello orientale però il mare non potette , per evidenti ragioni, svolgere in pieno la sua azione, mentre libero e potente da sud- est e sud dovette agire con maggiore impeto nel collasso più im¬ ponente della parete sud , e mano mano degradarla via via che il cono craterico emergeva dal seno delle acque. Molti crateri pre¬ sentano più di un collasso nelle loro pareti, così Vivara ed il Gauro, per cui le analogie morfologiche tra questo di Chiaia ed i crateri nominati sono evidenti. Molto sulle primitive condizioni di questo cratere non si può dire perchè, oltre all'interferenza degli atti eruttivi, ha contribuito l'azione degradatrice delle forze esogene, in ispecie quella dinamica del mare, coadiuvata dal bradisisma. Difatti dal lavoro Gunther *) si può rilevare di quale entità siano stati questi spostamenti che hanno portato ad alcuni metri sotto l'acqua gli ultimi avanzi degli antichi edifizi romani. Questo moto di subsidenza fu già messo in luce dal Nicolini * 2) il quale avverte come già nel sottosuolo del versante orientale di Napoli, verso la regione del porto, si trovino resti di antichi an¬ coraggi e sopraelevazioni a causa del variare della linea di spiaggia. Tale movimento aumenta gradatamente in intensità fino a cul¬ minare, com’è noto, nel settore Pozzuoli-Miseno. ’) Gunther R. T. — Contributions to thè study of Eartk-Moviments in thè Bay of Naples. Oxford 1903. 2) Niccolini A. — Tavola metrica cronologica delle varie altezze tracciate dalla superficie del mare fra la costa di Amalfi ed il promontorio di Gaeta. Napoli. Dalla tipografia Flautina 1839. — 42 - Le antiche stampe di Napoli riportano il palazzo Donn'Anna emergente direttamente dal suolo subaereo , mentre attualmente sull'edifizio batte il mare direttamente, attingendo nel fronte sud una profondità di m. 3 circa, e così anche per la casa detta degli Spiriti, poco dopo Marechiaro (Fig. 4, Tav. 2), nella quale il mare, discretamente profondo (circa tre metri) liberamente entra ; in ef¬ fetto si ha un abbassamento nella zona di circa 7 metri che, addi¬ zionati alla porzione emergente di Castel dell’ Ovo , portano tale scoglio ad una altezza maggiore sul livello del mare, per cui il confronto dianzi fatto per Miseno appare più evidente. Nel piccolo passaggio esistente nella massa tufacea della punta di Capo Miseno noi ravvisiamo il processo di distruzione in base al quale lo scoglio di Castel dell'Ovo, e come poi quello della Gaiola, si sono separati dai rispettivi edifizi craterici. Difatti a Capo Miseno, alla punta, si nota un passaggio (Fig. 1) Fig. 1. — Capo Miseno: spaccato occidentale con il piccolo passaggio (a) alla punta tra il versante occidentale e l’orientale. (Scala 1.7000). cavato dal mare nella massa tufacea, beante ad est ed ovest, per dove le piccole barche con facilità passano. Al di sopra vi è la volta tufacea, la quale, a causa dell’erosione agente nelle fenditure, dalle quali è pervasa la roccia, va amplian¬ dosi sempre più; conseguenza ne sarà il crollo e l'individuazione di uno scoglio che avrà analogie con quello di Castello dell'Ovo, poiché all’estremità della punta di Capo Miseno, come in tutta la massa, la netta stratificazione è ben evidente non solo, ma mostre¬ rebbe anche un accenno, come a Castello dell' Ovo (Fig. 2), della esterna quaquaversale, la quale alla estrema punta sud di Capo Miseno è evidentissima. Del resto nel processo di distruzione, il cono craterico nomi¬ nato va sempre più riducendosi, e si ridurrà, in una delle sue fasi, in una parete tufacea precipite a sud sul mare, mentre ad essa di fronte qualche scoglio ancora resisterà alla lenta riduzione. — 43 — Così anche alla Gaiola, per formazione di analoghi passaggi e da crolli delle soprastanti volte , si sono venuti formando quegli scogli che in parte emergono ed in parte sono sotto il livello del¬ l'acqua. Dagli studi del Guadagno !) risulta che il Monte Echia è co¬ stituito di tufo giallo del secondo periodo di attività dei Campi Fle- grei, che attinge la quota più alta di 46 metri sul livello del mare, Fig. 2. — Schema ricostruttivo del cratere di Chiaia con i resti settentrionali (Collina del cratere di Chiaia a) e meridionali (Castel dell’ Ovo b). precipita bruscamente sul Chiatamone a SO, mentre a NE la sua superficie dolcemente declina verso il mare per immergersi sotto la superficie di questo a profondità non conosciuta. Solo si conosce per le escavazioni dei pozzi del palazzo Reale e della Vittoria, a destra ed a sinistra quindi del Monte Echia, che il tufo giallo si spinge ancora per 86 metri sotto il livello del mare, attingendo quindi nella verticale del Collegio Militare una potenza massima di 126 metri. Sotto il banco tufaceo, per 18 metri, in genere vi è tufo ver¬ dognolo argilloso con residui marini e sotto ancora trovansi ar¬ gille con brecce trachitiche ed argille pure. Nella rupe che sovrasta la strada che piega da S. Lucia al Chiatamone si può osservare il tufo giallo che si eleva per circa 6 metri dal piano stradale ed è ricoperto dal tufo grigio. Il Guadagno non ritiene che il Monte Echia possa far parte di un edifizio craterico , secondo quanto per primo Breislak ha as¬ serito * 2). Il non aver trovato nessun segno nel taglio che possa far at¬ tribuire il Monte Echia a porzione di edificio craterico è spiegato ') Guadagno M. — Monte Echia. Geologia ed antiche escavazioni. Contri¬ buto alla conoscenza del sottosuolo cittadino . Atti del R. Ist. d'incoraggiamento di Napoli, 1928. 2) Breislak S. — Op. cit., p. 214. — 44 — dal fatto che nel taglio fresco, in genere, di taluni tipi di tufi co¬ stituiti da fini elementi, è difficile trovare segni di stratificazione, la quale appare solo talvolta dopo che le superfici di taglio siano state esposte agli agenti atmosferici per lungo tempo. L'arrotondamento dei piccoli lapilli di tale tufo non mi sembra possa appoggiare l'ipotesi del Guadagno, che si tratti di immense e grandiose lave di fango, poiché queste, sappiamo bene, si for¬ mano subaereamente, e per quanto lungo possa essere il tragitto di tale materiale, non si riesce ad usurare gli elementi, come a- vrebbe dovuto essere, nel tufo giallo in parola. Né i! vetro vulcanico a spigoli arrotondati è in favore di tale ipotesi, perchè poteva ben appartenere a frammenti di ossidiane di eruzioni antecedenti, dal mare usurati e dall'atto eruttivo strappati dalla pila sedimentario-eruttiva e conglobati nella massa tufacea. Nè le pomici arrotondate sono una convalida, perchè per le stesse ragioni potettero così formarsi, ovvero l'atto eruttivo dovette essere così violento da ridurre il vetro soffiato in minuto lapillo, il quale è facile a subire, sotto il minimo urto, usura, data la natura poco consistente del materiale pomicioso. Lacroix *) osserva che quando il magma è emesso in forma spongiosa, i lapilli, originariamente angolosi, s'usurano e s'arroton¬ dano con una grande rapidità durante il loro trasporto aereo. Osservo ancora che per trasporto sottomarino potrebbero for¬ marsi delle masse di tufo giallo quando però gli elementi che lo costituiscono sono spostati dal loro luogo di origine subito o poco dopo la loro emissione e per un tratto breve, quando cioè sono ancora allo stato incoerente, non solo, ma senza subire lunghi tra¬ sporti per modo che non avvenga una selezione nei costituenti, tale da perdere la caratteristica litologica. In tal caso, data la poca distanza tra il luogo di origine e quello di accumulo, l'usura di tutti gli elementi costituenti la massa tufacea, non può avvenire. Bisogna osservare che per usurare gli elementi sopradetti, nel caso del tufo in questione, occorreva che la sedimentazione fosse avvenuta in un mare poco profondo, sicché il moto ondoso e la ') Lacroix A. — Remar ques sur les materiaux de projection des volcans et sur ia genèse des roches pyroclastiques qu'ils constituent. Livre jubilaire pu- bliè à 1' occasion du Centenaire de la Société Géologique de France, 1830-1930, p. 450, — 45 — corrente di fondo avessero logorato ed accumulato del materiale proveniente dal disfacimento di altri edifizi di tufo giallo, ovvero proiettato da altri centri eruttivi sottomarini o subaerei e poi ri- maneggiati ed accumulati dove ora si trovano a costituire il Monte Echia. Bisogna poi invocare la emersione della massa tufacea per farla cadere in preda alla erosione, la quale avrebbe alterata la pri¬ mitiva topografia, dando luogo a quello sperone che costituisce il Monte Echia. Ma qui occorre un lungo artifizio dal quale la mente rifugge, in ispecie se noi rileviamo che abbiamo notato una stratificazione del tufo giallo sia nell’arco di Ghiaia, mostrando la esterna quaqua- versale, sia nel Castello delEOvo, che nella stessa rupe del Monte Echia. Ammesso poi che tale tufo si fosse formato, come il Guada¬ gno dice, da materiale rimaneggiato o da lava di fango, sarebbe risultato, in primo luogo, litologicamente di natura differente, per¬ chè durante il periodo di lungo rimaneggiamento doveva avvenire, come ho detto, una cernita del materiale tufaceo ed un inqui¬ namento da materiale estraneo, con presenza di fini elementi , in ispecie di materiale argilloso e sabbioso. Oltre a ciò la massa tufacea avrebbe dovuto perdere la sua uniformità litologica e di necessità presentare interstratificazioni di materiale vario, come comportano le variazioni di fluttuazione nella sedimentazione. In secondo luogo, quanto a ritenere che il tufo giallo del Monte Echia siasi formato per lave di fango, bisogna osservare che, il tufo vulcanico, essendosi formato per estrinsecazione in forma pirocla¬ stica del magma, possono prodursi lave di fango solo nel caso di atti eruttivi subaerei per cui, come già si è osservato, data la bre¬ vità del percorso e la potenza che avrebbe avuta una lava di fan¬ go, l'usura degli elementi in massa non era facile a verificarsi. Per spiegare tali lave fangose bisogna invocare, oltre agli atti eruttivi subaerei, le condizioni meteoriche opportune, cioè pioggie, convogliamento di materiale detritico, ecc. Ciò comporterebbe che gli apparati di tufo giallo dei vicini crateri fossero all'epoca delia formazione del tufo di Monte Echia già in tutto o in parte emersi. Ciò è contrario alla genesi del fe¬ nomeno non solo, ma anche alla successione ed alla modalità de¬ gli atti eruttivi dei vicini crateri i quali si formarono in un am¬ biente per tutti omogeneo, cioè sotto la superficie del mare. Le — 46 — sezioni poi studiate dal Guadagno si riferiscono ad una limitatissima zona della massa tufacea, cioè a campioni prelevati alla progressiva 170 sotto Monte di Dio, lungo l'asse della galleria Vittoria; rap¬ presenterebbero quindi delle accidentalità della massa tufacea, tanto frequenti a verificarsi. La collina di Posillipo. L'illustre autore della Topografia Fisica della Campania, forse per quanto facile ad interpretare come crateri tutte le forme ad an fiteatro, non manca, come è noto, di acutezza di osservazione; ma non si nasconde le difficoltà che incontra nel concepire la for¬ mazione della collina di Posillipo. Egli la ritiene formata di due crateri, uno meridionale molto degradato, ed uno settentrionale. A questo proposito dice : "... esaminando le alture che sono intorno al Capo di Posillipo e traversandolo per terra dall' est al¬ l'ovest vi si riconosce, in una maniera non equivoca , un cratere nel cui fianco è il casale di Santo Strato, ed il lato opposto ter¬ mina nella punta detta la Reginella. Presso la parrocchia di detto casale vi sono molte aggregazioni di pomici bianche. Osservando l'andamento del Capo di Posillipo, il quale si dirige prima dal nord - est al sud-ovest, indi ripiega all'ovest, sembra molto pro¬ babile che quella parte di questa collina che guarda i Bagnoli ap¬ partenesse ad un altro cratere crollato* Ciò diviene più verosimile osservando il suo aspetto e l'inclinazione del suo dorso „ *). Quindi il Breislak già intravede nella porzione meridionale della collina di Posillipo anche un altro cratere, oltre quello di Santo Strato. Difficilissimo è, come il Breislak, anche osserva, dopo l'azione del mare, gli asporti e le costruzioni, potere asserire che anche a Coroglio vi fosse stato un cratere le di cui esterne pendici dagli scogli della Gaiola lentamente si alzano dal mare con una potenza di pochi metri di tufo giallo ricoperto da tufo grigio, man mano fino a culminare nella sommità della collina dove pre¬ cipitosamente la rupe si affaccia sulla piana Flegrea. 11 primo dei crateri a nord della collina di Posillipo è quello di " Fuorigrotta „. ) Breislak S. — Op. cit., p. 218. — 47 — Breislak ') dice: “ Al sud del cratere di Soccavo vi è quello di " Fuori Grotta „ chiamo così quel cratere nella cui pianura è posto il casale di Fuorigrotta. Le materie che sono state eruttate dal medesimo hanno formato la parte settentrionale del monte di Posillipo. Nel suo lato orientale vi è il casale di Posillipo, passato il quale il ciglio della collina gira al nord abbassandosi alquanto, indi si rivolge all'ovest e ripiegandosi al sud, termina in una delle colline d'Agnano. Per osservare il perimetro di questo cratere, ch'è slabbrato al sud, è d'uopo l'andare fuori la Grotta per la strada di Pianura e di Soccava Non altrimenti dice il Gùnther a proposito di tale cratere il quale “ si estende dallo sperone di villa Cervati sotto villa Patrizi, ad un secondo sperone, noto sotto il nome di Monte di Dio „ ; osserva poi che è anteriore al cratere di Agnano e posteriore a quello di Soccavo. Ho notato che lo sperone meridionale di Fuorigrotta presenta gli strati di tufo giallo inclinati verso il piano craterico della con¬ trada omonima. A destra guardando tale sperone, gli strati tufacei gialli inclinano verso Santo Strato. La superficie del tufo giallo di Fuorigrotta si presenta forte¬ mente erosa e su di esso poggiano potenti strati di tufo grigio in discordanza, la quale è ben visibile presso la tomba di Virgilio a Mergellina. Oltrepassato lo sperone di Fuorigrotta entriamo nella cerchia craterica di "Santo Strato,, ; a metà altezza delle pendici crateriche, incassato nel tufo giallo, ho notato un banco di proietti lavici (Fig. 5, Tav. 2), il quale da lontano si può osservare stando sulla Piazza Neghelli e guardando la collina a destra del Poligono di tiro lungo il quale corre un sentiero che mena, attraversando dei campi, alla base della rupe. Di tale banco, a quanto m’e noto, nessuno ne fa parola. Dopo un lieve cammino m' è riuscito raggiungerlo. Ho os¬ servato che il tufo giallo , mezzo metro prima del banco si ar. ricchisce in elementi del medesimo e lentamente si risolve in un agglomerato tipo breccia museo, dal quale si passa ad un banco di trachite nera, della potenza di m. 5 e della lunghezza di m. 70, lungo la parete interna del cratere. Esso è costituito da grossi ) Breislak S. — Op. cit., p. 233. — 48 — blocchi di trachite nera, scoriacea o compatta, ovvero figurata in bombe e focacce. In taluni punti i proietti lavici sono immersi in un materiale tufaceo bigio , e la roccia in tale caso assume una facies pipernoide. I blocchi di trachite, rappresentanti del magma, sono princi¬ palmente di tre tipi : il primo è scoriaceo, bolloso, con bollosità parallelamente disposte. Il colore è nero, la pasta è vetrosa e presenta rari fenocristalli di feldspato, augite verde bottiglia e laminette nere di mica biotite. Questi blocchi scoriacei presentano, con una certa frequenza, degli inclusi di colore chiaro che hanno l'aspetto delle famose arenarie che trovansi nei blocchi del Vesuvio dell'Etna. Sono da riferirsi ad una quarzite. Il secondo tipo è compatto, mostra evi¬ dente una struttura fluidale, si presenta spesso in piccoli brandelli figurati a guisa di bombe in miniatura; mineralogicamente è costi¬ tuito come il precedente. In alcuni proietti è molto marcata la fluitazione. L'altro tipo di blocchi, molto frequente, presenta una patina esterna vetrosa smaltata, in modo da avere l'aspetto di ossidiana, ma nella frattura fresca si presenta di colore bigio nerastro; più dei precedenti è ricco in fenocristalli di feldspato della lunghezza di circa 1/2 cm. accompagnati subordinatamente da poca augite di color verde bottiglia e poche laminette brune di mica biotite che conservano il loro habitus a contorno esagono. La pasta si pre¬ senta vetrosa e finemente vacuolare. Le pioggie straripano lungo i valloni i materiali del banco, disseminandoli anche nel terreno vegetale il quale ho osservato avere una discreta concentrazione in magnetite. II tufo giallo è ricco di proietti di tufo verde e di lapillo la¬ vico nero. La presenza di questo grosso banco trachitico, con la grandezza in genere dei suoi costituenti, esclude che possa ivi essere stato portato da lontano, e probabilmente rappresenta un prodotto del¬ l'attività vulcanica dello stesso Santo Strato, il quale, in ordine cro¬ nologico, è posteriore a quello di Euorigrotta. Se la cerchia che dai Camaldoli va a Coroglio fosse stata il prodotto dell'attività di un unico grande cratere, mal si potrebbe spiegare come l’atto eruttivo così violento non abbia ugualmente diffuso tutt’in giro all'orlo craterico e disseminati nella massa tu¬ facea tali blocchi ed abbia invece arricchita solo una porzione di — 49 tale cerchia. Per spiegare tale arricchimento bisogna; ricorrere ai soliti ripieghi, come esplosioni oblique, spostamenti di attività, ecc. Quello che è certo, è che gli elementi del banco sopra detto sono a spigoli vivi, a forte contatto tra loro e senza interposizione di ma¬ teriale di trasporto. Lo sperone che divide il cratere di Santo Strato da quello di Coroglio è compreso tra i due affioramenti di mura della via pa¬ noramica che si vedono dalla via nuova che da Fuorigrotta mena a Coroglio. Gli strati di tufo giallo in alcune sezioni lasciano scor¬ gere, a destra dello sperone stesso guardando la collina, la loro inclinazione verso il SE, come nella sezione presso la trattoria Paudice alla nuova rotonda di Posillipo. Da questo punto il tufo presenta una forte litoclasatura che impegna la massa tufacea fino alla nuova " rotonda Ancora cento metri dopo lo sperone di Santo Strato la inclinazione, sopra detta in altri tagli è evidentissima e gli strati tufacei si mostrano, in tal modo, inclinati fino alla so¬ pradetta " rotonda Gli strati di tufo giallo, per un tratto di circa 25 metri lungo la parete della collina presentano, per la potenza di circa un metro, un banco di proietti lavici. Due piccole vallecole a solchi di ero¬ sione radiali-centripeti, sospesi, sono sulla parete di questo tratto collinoso che va dallo sperone di Santo Strato a quello sul quale è la vecchia “ rotonda „ e si ha tutta l’impressione che tra questi due speroni sia compreso un rudero di uno dei crateri della collina di Posillipo e che chiamerei della “ Rotonda Allo sperone di quella vecchia gli strati inclinano verso l’arco rupestre lungo il quale si svolge la via che mena a Coroglio, per assumere un andamento pressoché parallelo lungo tale arco e risalire verso la punta di Coroglio dove per un tratto si manten¬ gono pressoché orizzontali, per poi immergere ad est e sud est verso il mare dolcemente, mentre sulla piana flegrea le pendici si mantengono ripide, quasi verticali com’è frequente nei crateri dei vulcani. Oltre ciò ho notato che a Coroglio gli strati di tufo giallo mostrano evidente la quaquaversale interna, come in ispecie si può constatare nella sezione che si trova lungo la strada nel gomito della prima curva salendo da Coroglio. Ciò conferma la pertinenza di Coroglio ad un altro centro eruttivo. 11 tufo giallo è qui ricchissimo di inclusi di tufo verde in frammenti piccoli, ed altri più grandi, i quali raggiungono la gran- -So¬ dezza perfino di un grosso pugno. Contiene pomici minute della grandezza di un pisello che formano buona parte della massa tu¬ facea, e pomici grosse ; ma sia le piccole che le grandi, di colore giallo paglierino carico, sono alteratissime. Il lapillo lavico minuto è frequente ed in alcune zone è così ricco da trasformare completamente la faccia del tufo, il quale di¬ viene meno pumiceo e più tenace. Questo è un fatto che si veri¬ fica facilmente nelle masse tufacee per cui non basta, in genere, l'osservazione petrografica di uno sporadico saggio, per dedurre da quello la natura di una determinata massa tufacea allo scopo di differenziare i prodotti. Tale criterio, se fallace in genere, qui lo è di più per la contiguità dei centri eruttivi e per le modalità e le differenziazioni delle loro estrinsecazioni interferentisi. Alla sommità della collina di Posillipo, dov’è il primo belve¬ dere della “ Rotonda trovasi la trattoria Paudice ed a destra, dietro di essa, vi è una parete di tufo giallo, mostrante gli strati che inclinano da NW a SE di 21°, 5, il quale superiormente è eroso e ricoperto dal tufo grigio del terzo periodo. Tale parete dovrebbe fare parte del cratere della Rotonda. Il tufo è pomicioso e di struttura varia ; talvolta è di aspetto litoide ; contiene numerosi proietti di tufo verde che raggiungono le dimensioni di una grossa noce. Disseminati sono i lapilli lavici neri, vetrosi, con piccoli cristalli di feldspato (sanidino). Le pomici raggiungono la media grandezza di una nocciuola e la massa fondamentale risulta costituita da un aggregato di minute pomici finemente striate ed è ricca di minuto lapillo di tufo verde. Scarsa vi è la mica biotite in piccole lamine fresche della gran¬ dezza di due millimetri e scarsissimi sono i cristalli di feldspati e quelli di magnetite. L'augite é in piccoli cristallini ad habitus tipi¬ camente prismatico, della grandezza di 2-3 mm. allungati secondo Tasse z . Con una certa frequenza s'incontrano frammenti di ossi- diana piccolissimi. Un sentiero sotto la trattoria Paudice alla " Ro¬ tonda „ mena ad un taglio del monte che lascia vedere nette le stra¬ tificazioni della massa tufacea gialla la quale è fortemente litoclasata come già vedemmo dalla base della collina. Rappresentano questi strati la quaquaversale esterna della collina di Posillipo. La interna qui non si ritrova perchè distrutta dagli agenti esogeni. La incli¬ nazione e la orientazione degli strati è la stessa di quella sopra mi¬ surata ed osservata nel taglio dietro la trattoria Paudice, — 51 Dopo l'accensione dell'ultimo di questa serie di coni vulcanici, cioè di Coroglio, dovette esservi un periodo di relativa calma nella circostante regione per cui il mare iniziò la sua opera di demoli¬ zione attaccando l'edifizio vulcanico che assottigliato e minato ruinò dal sud-ovest all'ovest, lungo un collasso del suo cono che doveva essere al sud-ovest come quello della vicina isola di Nisida. Ultimo testimone di questa porzione distrutta è la rupe del Lazzaretto vecchio la quale fu artificialmente unita a Nisida come ora lo è anche alla terra ferma. De Lorenzo a) già dimostrò la pertinenza di questa rupe a Coroglio. Faccio osservare che quando il vulcano di Nisida eruttò ebbe mare libero intorno a sè e l’atto eruttivo non potè contribuire quindi a demolire l’edifizio di Coroglio. Il cratere di Nisida può considerarsi la ulteriore propaggine della zona collinosa di Posillipo, della quale geneticamente fa parte, quasi a chiudere la serie degli antichi coni di tufo giallo dei quali è l'ultimo rappresentante come si deduce dalle osservazioni tettoniche e geomorfologiche le quali dimostrano la giovinezza di questo bellissimo cratere. Dalle osservazioni stratigrafiche esposte già si vede che gli strati beanti sulla piana dei Flegrei sono discordantemente disposti da quelli che sono beanti verso il mare nella cerchia craterica di Ghiaia, cosa che non dovrebbe essere se tutta la collina rappresen¬ tasse porzione delle falde esterne di un unico cratere. Dainelli 2) non ritiene che le forme ad anfiteatro del versante occidentale ed orientale della collina che da Posillipo sale fino ai Camaldoli siano avanzi di crateri distrutti da un lato, ma siano effetto di demolizione operata dal mare sulle pendici interne ed esterne di un unico apparato vulcanico. Quindi dai Camaldoli a Posillipo avremmo le vestigia di un grandioso unico cratere. Questa interpretazione potrebbe essere plausibile, ma vi sono le osservazioni stratigrafiche che la infirmano ; e sono quelle da me esposte che fanno senz'altro escludere che le esterne pendici della collina di Posillipo rappresentino la esterna quaquaversale di un unico cono. ’) De Lorenzo G. — Il cratere di Nisida nei Campi Flegrei. Atti R. Acc. Soc. Fis. e Mat., s. Il, voi. XIII, N. 10, Napoli 1908. ') Dainelli G. — Guida della escursione ai Campi Flegrei. Atti XI Congr. Geogr. ital. Napoli 1930, — 52 — Se si ammette che i circoidi del versante occidentale e del versante orientale della collina che da Coroglio si estende a S. Elmo, rappresentano forme di erosione marine, non si spiega come queste siano ben frequenti nel versante occidentale della collina di Posil- lipo e precisamente a formare le rupi precipiti od a forte pendenza che da Coroglio vanno a Fuorigrotta, mentre le opposte pendici incise da solchi di erosione dolcemente degradano verso il mare senza forme così abrupte come le precedenti. L'azione del mare come si fece sentire sul versante nord-occidentale di questa collina avrebbe ben potuto, ed a maggior ragione, dar luogo a forme ana¬ loghe sul versante sud-orientale. Difatti dopo il cratere di Fuori- grotta le pendici della collina dolcemente degradano verso il piano craterico di Soccavo e risalgono per scendere più precipitose sul¬ l’arco craterico di Chiaia, unica circoide del tratto studiato. Dall'alto dei Camaldoli si osservano molto bene le pendici esterne del cratere di Chiaia, che cadono sulla plaga di Soccavo. La sua crinale congiungendosi colla crinale del cratere di Fuo¬ rigrotta costituisce una linea sinusoidale. Bisogna osservare che mentre sulle pendici esterne del cratere di Chiaia esistono vallecole più o meno irregolari senza un tipico andamento convergente sulla piana di Soccavo, nè tipicamente ra¬ diale come in genere mostrano le pareti esterne dei coni vulcanici, invece, nell'interno del cratere di Fuorigrotta i solchi di erosione formano delle cupe approfondite siccome è caratteristica formazione che si verifica in molti crateri in dipendenza delle ripide falde in¬ terne sulle quali l'azione erosiva si manifesta con maggiore intensità. Di fatti lo stesso si verifica nel cratere di Santo Strato, dove però tali solchi non scendono al piano, ma sono sospesi quasi a dimostrare un rapido sollevamento della zona. I solchi di erosione del cratere di Fuorigrotta, in ispecie, mo¬ strano una tipica radialità convergente al centro. Radiali centripete sono anche le erosioni nelle pareti interne di Chiaia come lo sono nel piano di Quarto ed in quello di Pianura (Fig. 6, Tav. 3). I solchi erosivi che vanno da Sannazaro a Coroglio non mostrano una radialità divergente verso la base perchè la dorsale di Posillipo è formata dah'accumulo e dalla interstratificazione dei materiali vulcanici provenienti da vari centri eruttivi interferentisi. Conseguenza ne è una irregolare stratificazione ben visibile a chi da mare percorre la costa. Quindi sembra che il mare abbia esercitata la sua azione ero- — 53 — siva precisamente sui collassi dei coni craterici, e poi il mare stesso abbattendosi sulle interne pareti, e le acque di scorrimento fluendo sulle interne pendici, e la non meno deleteria azione dell’uo¬ mo, hanno abbattuto, inciso, asportato, molto materiale, contribuendo ad aumentare le difficoltà sulla diagnostica delle forme primitive di questi antichissimi vulcani. Altra conferma portata da Dainelli alla ipotesi di una unica grande cerchia craterica è il rinvenimento di una potente salienza d’acqua alle falde della collina di Capodimonte, ritenendo che, se queste forme a circoidi rappresentano crateri , sul fondo di questi non dovrebbero trovarsi salienze di acque, poiché la falda acquifera sarebbe stata distrutta dai fenomeni esplosivi che l'avrebbero interrot¬ ta e deviata. Data la uniformità litologica del prodotto del secondo periodo dei Campi Flegrei, e la grande rapidità con cui gli atti eruttivi si susseguirono, e la grande potenza degli strati di tufo giallo che si affonda a livelli sconosciuti, io ritengo che ciò non può costituire ostacolo alcuno alle falde acquifere, le quali discen¬ dono tanto nel versante esterno che nell' interno di un cratere, fungendo la crinale come linea di displuvio sia per le acque su¬ perficiali che per quelle le quali imbevute dalla massa tufacea si avviano in profondità ad alimentare la falda freatica. Parte di queste acque associandosi ad altre di provenienza più remota o accompagnandosi, come in taluni luoghi, ad acque giova¬ nili, risalgono sotto la pressione di carico lungo le linee di frattura della massa tufacea pervenendo in superficie, termali o fredde, mi¬ neralizzate o no. Innumeri ne sono gli esempi nei campi Flegrei così per Napoli quelle del Chiatamone e di Castel dell'Ovo, quella di S. Pietro Martire che alimentava la fontana di tre Cannoli, dell'ac- qua Aquila a S. Maria la Nova, del Leone a Mergellina. Ricca di acque è poi la conca craterica di Agnano. La presenza dì acque emergenti in questo cratere, e la copia dell’acqua che si accumula in quello di Averno *) tolgono ogni dubbio sulla possibilità di ritrovamenti di acque nelle zone occu¬ pate dai crateri. Vero e che i trapanamenti eruttivi con la complessità della loro multiforme manifestazione e con la conseguente varietà dei loro prodotti possono deviare le falde freatiche esistenti determinando 1) Parascandola A. — Il bacino idrotermale del Lucrino e dell’ Averno nei Campi Flegrei. Boll. Soc. Nat. Napoli, voi. XLVIII, 1936. — 54 — in queste andamenti irregolari per cui molte previsioni non hanno potuto trovare la teorica applicazione, ma ciò si verifica in quelle zone vulcaniche costituite da materiali litologicamente diversi ed addensati su di una ristretta superficie ; mentre per gli apparati di tufo giallo che ebbero grande estensione, potenza ed uniformità di costituzione litologica, il suddetto principio non mi pare possa ap¬ plicarsi. Che altri coni craterici si siano formati nella zona ora occu¬ pata dal mare lungo la costa di Posillipo, come si potrebbe de¬ durre da secche esistenti non si è sicuri. Il lavoro del Walther *) a questo proposito ben poco o niente dice. Allo stato attuale delle cose, Fazione disgregatrice del mare e la subsidenza che ha coperto con deposito di fango e sabbia le eventuali esistenti forme crateriche non ci permettono di trarre delle chiare conclusioni. Lungo la costa di Posillipo dove questa si mantiene bassa ho potuto osservare lungo le pendici diversi pozzetti, analoghi alle marmitte dei giganti, di erosione marina ; così sono caratteristici quello presso villa Maisto e Marechiaro, simili in tutto a quelli di Vivara ed a quelli di Procida * 2). Presso la villa Maisto il tufo giallo passa ad un colore bigio per Fincrernento di lapillo lavico nero; su questo tufo reso bigio sono cavate a m. 1,30 sul livello del mare, la pozzette citate. Sono poco profonde ed io le ritengo formate, come ho osservato alla punta Ciracciello di Vivara, per moto vorticoso delle acque sui la pilli lavici avulsi e forzati ad agire da perforatori ; ritengo così perchè mancano le caratteristiche forme di usura che si sogliono riscontrare quando l'agente perforatore è stato uno dei soliti grossi proietti inclusi nel tufo giallo. Queste perforazioni sono anche testimoni dello spostamento della linea di costa. Concludendo, per i fatti osservati, ritengo che la zona colli¬ nosa la quale si estende da S* Elmo a Coroglio sia costituita dal- ’) Walther Y. — I vulcani sottomarini del golfo di Napoli. Boll. R. Com. geol. d'Italia, 1886. 2) De Lorenzo e Riva. — Il cratere di Vivara nelle Isole Flegree. Atti R. Acc. Se. Fis. e Mat., S. II, voi. X, Napoli, 1900. Parascandola A. — Sui pozzetti verticali e talune altre forme che si rin¬ vengono nell'Isola di Procida. Boll. Soc, Natur. Napoli, voi. XL, 1928, - 55 - raddossarsi di più coni vulcanici di tufo giallo i quali eruttarono primieramente sotto l'acqua del mare forse in tutto, forse in parte. In seguito sia per influenza reciproca del loro dinamismo che per collasso di talune porzioni dei fianchi craterici, i coni per l'azione catapultica dell'acqua del mare si sventrarono. Così quello di Chiaia dovette subire un collasso a sud e ad est, mentre il fianco occi¬ dentale fu avulso dalla esplosione del vicino cratere di Fuorigrot- ta; dalla batimetria della zona non appare nessun rilievo che possa farci ricostruire l'argine craterico meridionale distrutto. I vulcani poi che si aprono a nord-ovest della collina di Posillipo, sorti in mare libero, poiché sono i più antichi della regione, dovettero anche loro subire l’azione del mare sui collassi dei loro coni per cui si for¬ marono quella serie di anfiteatri che si ammirano sia dalla piana di Fuorigrotta, che dalla dorsale di Posillipo, che dall'alto dei Ca maldoli. Ritengo quindi che eruttò prima il cratere di Chiaia e poi suc¬ cessivamente quelli di Fuorigrotta, S. Strato, la Rotonda, Coroglio, i quali tutti, quantunque in istato molto avanzato di degradazione, permettono ancora di riconoscere le primitive forme plasmate dal fuoco (Fig. 7, Tav. 3). — 56 — Spiegazione della Tavola 2 e 3. Fig. 1. — Sezione degli strati di tufo giallo alla fermata del Corso V. E. della funicolare di Chiaia, mostrante la quaquaversale esterna di detto cratere. „ 2. — Litoclasi nel tufo compatto presso il " Bertolini „ al Corso Vitorio Emanuele. „ 3. — Castello dell'Ovo con 1' imbasamento tufaceo giallo mostrante la inclinazione degli strati nello interno del cratere. „ 4. — Casa detta degli spiriti lungo la costa di Posillipo dopo Marechia¬ ro, invasa attualmente dalle acque del mare. „ 5. — Banco di blocchi trachitici nel tufo giallo del cratere di Santo Strato. „ 6. — Solchi erosivi lungo le pendici crateriche esterne ed interne di Quarto, Pianura, Soccavo e Chiaia. „ 7. — I crateri occidentali di Napoli : I. - Cratere di Chiaia II. - 1/ Fuorigrotta III. - 99 Santo Strato IV. - 99 della Rotonda V- - 99 di Coroglio: Finito di stampare il 30 maggio 1936. Genesi e deposizione delle sabbie magnetiche nell’Isola di Procida e nel litorale flegreo del socio Antonio Parascandola (Con la Tav. 4) (Tornata del 18 maggio 1936) Isola di Procida. Giulio Cesare Capacio !) dice che tutta l’ Italia conosce trovarsi solo in Procida Y “ arena di piombo „ nel lido Annaniello. Teodoro Monticelli * 2) asserisce che abbonda 1' arena ferrifera sulle coste di Ischia, di Procida e Pozzuoli, la quale contiene titanio. In quanto all' " arena di piombo „ citata dal Capacio s' intende eh' è la sabbia magnetica che il volgo chiama " piombina „ e l'usa come arena da scrittoio a causa della finezza. Michele Parascandola 3) nota che ha osservata detta sabbia “ piombina „ in Procida nelle spiagge di Ciraccio, Pozzovecchio ed altrove, ma solo dopo forti mareggiate. Diversi anni or sono volli indagare dove fosse questa “ arenarti plumbeam „ e recatomi su tutte le spiagge dell' isola non notai nemmeno una listerella di concentramenti di magnetite , la quale tuttavia è contenuta nelle sabbie. Mi recai sulle spiagge dopo le mareggiate, ma sempre con esito negativo. Solo dopo un anno, e precisamente nel luglio 1922 potetti osservare alla spiaggia di Ciracciello, lungo la battigia, un esile e breve straterello di magnetite. In seguito constatai la formazione di potenti strati di sabbia magnetica in due spiagge, ma non dopo 9 Capacius G. C. — Historia Neapolit. Neapol, pag. 202 : . . . "et plum¬ beam arenam in litore Annaniello quae musquam nisi in Prochyta reperitur, tota cognovit Italia. 2) Monticelli T. — Monografia del ferro di Concarone. Atti R. Acc. delle Scienze di Napoli, voi. 5, parte II, 1844, pag. 225. 3) Parascandola M. — Procida dalle origini ai tempi nostri. Benevento, 1893. — 58 le violenti mareggiate le quali distruggevano, invece, i depositi pri¬ mieramente formati. Confermata la presenza della magnetite in tutte le spiagge dell' isola di Procida , com' era naturale data la sua origine vulca¬ nica, iniziai una serie di osservazioni per cercare di chiarire la genesi di questi effimeri giacimenti , tanto più che il Picotti *), trattando fugacemente dell’isola d’ Ischia, “ perchè da notizie rac¬ colte nella regione si seppe che conteneva dei tratti di sabbia ferri¬ fera „, non fa proprio cenno di Procida; nè per Ischia cita la sabbia dei Maronti la quale pure è molto ricca in magnetite che sovente forma notevoli concentramenti. Stella * 2) riporta quanto dice il Picotti. Debbo in primo luogo osservare che nelle mie numerose in¬ dagini nei Campi e nelle Isole Flegree ho potuto constatare la formazione di discrete quantità di sabbia magnetica lungo le vie campestri, dopo le forti piogge, dovute al dilavamento della pol¬ vere, sia essa derivata principalmente da disgregamento del fondo naturale della strada, che da apporti di terreno vegetale, nel quale, affondata la calamita l’ho tratta più o meno arricchita in granuli di magnetite secondo i terreni nei quali sperimentavo, raggiungendo così un percento medio di 0,1 nel terreno vegetale dell'isola di Procida. Nella polvere della strada che da Ciraccio mena alla punta di Serra ho rinvenuto 1 °/G di magnetite il 12-2-925. Ad occidente dell'isola di Procida trovasi la spiaggia detta di Ciraccio, orientata col suo fronte normalmente al maestro, la quale un tempo estendevasi fin sotto la penisoletta di Santa Margherita per una lunghezza complessiva di circa millecinquecento metri. At¬ tualmente invece è ridotta a circa 750 metri ed è divisa dalla re¬ stante parte che va verso Santa Margherita da uno spuntone roc¬ cioso sul quale batte il mare profondo un metro ; questo secondo tratto di spiaggia chiamasi 11 Ciracciello „. La roccia sovrastante alla spiaggia di Ciraccio è tufo grigio nel quale è contenuto 0,20 °/0 di magnetite. La sabbia è melanocrata, micromera, costituita prevalentemente ’) Picotti M. — Della magnetite contenuta in alcune sabbie marine e la - custri d' Italia , d'origine vulcanica. Atti della Soc. Ital. per il Progresso delle Scienze, VI riunione. Trieste, settembre 1921, Roma 1922. 2) Stella A. — Le miniere di ferro dell'Italia. Torino 1821, - 59 — da olivina in cristalli spesso ben formati e non usurati, da augite verde, feldspato, magnetite ad habitus ottaedrico con le combina¬ zioni del cubo e del rombododecaedro. La quantità di magnetite di questa sabbia è rilevante : raggiunge il 20 °/0. Da terra si accede alla spiaggia per un canale di erosione, nel tufo grigio, in pessime condizioni di viabilità, lungo il quale le acque piovane dilavanti trasportano quanto incontrano nel loro cammino depositandolo al principio della spiaggia nel tratto a monte. Su questo tratto io ho sempre notato la maggior quantità di ma¬ gnetite la quale vi è contenuta in ragione del 45 °/0 e spesso sotto l'azione del vento, anche moderato, raggiunge una concentrazione maggiore. Dopo mare fortemente agitato non ho mai rinvenuto magnetite in banchi, perchè il moto ondoso violento tutto trasporta senza distinzione di gravità, la quale può essere efficace ai fini di una sele¬ zione del minerale sulla spiaggia quando questa ha una determinata pendenza e larghezza per cui il flutto montante, sia che rotoli sulla spiaggia, sia che giunga a battere la base del fronte roccioso , ri¬ tornando dalla sua escursione, quale flutto discendente, ha modo di lisciviare la sabbia trasportando i granuli dei minerali leggieri e depositando in alto quelli pesanti, com'è della magnetite. Queste con¬ dizioni sulla spiaggia di Ciraccio non sono facilmente realizzabili. Ho sempre rinvenuto invece forti concentramenti di magnetite quasi pura, raggiungenti il 99 °/0, sul tratto di spiaggia di Ciraccio sottostante ad un salto roccioso dal quale tutta l'acqua nelle forti piogge stramazza dopo aver convogliato il limo stradale. Cosicché ai piedi della roccia ho notato uno spesso deposito di magnetite che giungeva fino nel mare mescolandosi col limo giallastro il quale si impoveriva sempre più del minerale mano mano che di¬ stanziasi dalla spiaggia. Ho assistito più volte durante le forti piogge alla formazione di questa caduta di acqua con selezione di magnetite, la quale non si forma per questa unica causa sulla spiaggia di Ciraccio battuta per la sua ubicazione ed allineamento da forti mari che con inci¬ denze e riflessioni multiple interferentisi generano correnti le quali causano fluttuazioni della sabbia, per cui questa viene trasportata, accantonata, lisciviata, selezionata e di nuovo rimescolata, secondo Talternarsi dei mari mossi dai venti dei varii settori compresi nel 3° e nel 4° quadrante. Il mare di maestro è quello che spira normalmente alla linea — 60 di spiaggia e non può contribuire, se non in casi sporadici , alle formazioni di depositi ferriferi. I mari che vanno dal ponente al libeccio rovesciandosi sulla spiag¬ gia con radenza obliqua, formano una forte corrente che trasporta la sabbia lungo il costone roccioso a nord della spiaggia di Ci- raccio ; contro questo battendo ed oltre questo fluttuando operano una selezione dei singoli minerali con deposizione di vasti banchi magnetitici di ben 60 cm. di spessore da me osservati, i quali sa¬ ranno dissipati con lo spirare dei venti di maestro o tramontana e maestro, per cui le onde radendo lungo la costa della punta di Serra ed inflettendosi nel gomito che fa verso Ciraccio, sia da sole, sia in concomitanza di moto ondoso dovuto a mare precedente- mente mosso da altra direzione, rimaneggeranno la sabbia ridistri¬ buendola in senso inverso lungo la spiaggia. La magnetite è manganesifera e titanifera. Si presenta tanto in granuli irregolari quanto, più frequentemente, in nitidi cristallini a facce piane e lucenti. L'habitus è vario : in alcuni predomina il rombododecaedro accompagnato dall’ottaedro in facce equidimen- sionate ovvero irregolarmente sviluppate , in altre è frequente l'habitus ottaedrico con le combinazioni 100 e 110. Alcuni cristalli di magnetite sono attaccati a cristalli di olivina o di augite la quale spesso presenta la struttura a clessidra. Ciò che dicesi per tale magnetite può in genere dirsi per le altre dell'isola. Nella sabbia di Ciracciello la quantità di magnetite è minore : raggiunge il 3 °/0 all’ estremo limite superiore, 0,7 °/0 lungo la zona mediana, 0,1 % lungo il limite inferiore. Banchi del minerale io non ne ho qui mai osservati, solo alcune volte ho notato un arricchi¬ mento in magnetite al limite superiore della spiaggia, nel tratto che si avvicina allo spuntone roccioso che divide Ciracciello da Ciraccio, lungo il muro di cinta di una padula, accumulata ivi dal vento il quale ha operato anche una certa selezione della sabbia. Su Ciracciello non sboccano nelle forti piogge i dilavamenti superficiali dell'isola, per cui è spiegato il tenore più basso in ma¬ gnetite tanto più che non può arricchirsene da Ciraccio a causa della attuale discontinuità delle due spiagge. Doppiata la punta di Serra si entra nella Cala del Pozzo Vecchio. La sabbia è qui più chiara della precedente ed è costi¬ tuita in prevalenza da feldspati con poca augite verde, pochissima olivina, rari cristallini di zircone e di titanite. La magnetite è con¬ tenuta nella quantità di 1,65 °/0. — 61 Le pareti della rupe che si affacciano su questa cala sono co¬ stituite da tufi gialli, bigi, scorie laviche, breccia museo. Costante- mente la magnetite, nella quantità del 9 8°/0, l'ho trovata depositata in una piccola grotta al termine della spiaggia, lungo la punta di Serra, dove ha raggiunto una potenza di 50 cm. occupandola tutta. Evi¬ dentemente è stata qui depositata dalle onde incidenti, del ponente in particolare, sull'opposto corno della cala, e riflesse, per cui ra¬ dendo la spiaggia hanno trasportata ed accumulata la sabbia in detta grotta dove è avvenuta la levigazione con separazione della ma¬ gnetite Però in numerose osservazioni una sola volta ho riscontrata la formazione di un banco magnetitico lungo la spiaggia ; risaltava per la sua vistosità e per il tipico splendore bluastro. Esso decor¬ reva per la lunghezza di metri 30 e per una larghezza di metri 2, ed aveva lo spessore di 20 cm.; conteneva 98,5 0/o di magnetite. La sabbia magnetitica però non era addossata al piede della parete rocciosa, ma se ne distaccava con superficie curva a guisa di quanto avviene per il vento per le dune di ostacolo di sabbia o di neve, per modo che l'onda, frangendo contro la roccia e rim¬ balzando, aveva sollevata la sabbia secernendola e depositandola secondo la gravità e producendone, nel vortice di rimbalzo, il di¬ stacco dalle pareti della roccia. Le acque piovane, lungo un canale di erosione adattato a strada, trascinano su questa spiaggia col fango discrete quantità di magne¬ tite, proveniente dal disfacimento del fondo naturale stradale delle zone superiori. Dal Pozzovecchio proseguendo verso il nord la costa manca di spiaggia, la quale ricompare dopo la punta di Pioppeto a nord dell’isola, sia nella spiaggia delle " Grotti „ che in quella della “ Lingua „. All'inizio della spiaggia delle Grotti, a partire dalla scogliera, appena si rinvengono pochi granuli di magnetite, ma inoltratosi di 20 metri circa, aumenta fino a 0,71, ed ancora più avanti a 0,85 per poi mostrarsi più abbondante a 100 metri più oltre dove rag¬ giunge il 2%. Lungo il limite inferiore della spiaggia ho raccolto saggi di sabbia che hanno dato 0,97 °/0 di magnetite, la quale in quantità maggiore è stata da me sempre trovata a circa 140 metri dall' inizio della spiaggia dove la roccia scende in pendio per modo che le acque piovane dilavanti, in concomitanza con il moto ondoso lento, operano una selezione del minerale. In tale posto si rinviene il 18,73 °/0 di magnetite. - 62 Più oltre, verso Pioppeto, la spiaggia diventa ciottolosa ed in¬ gombra di grossi scogli a causa del ruinare dei proietti della sopra¬ stante breccia museo e dei massi di falde laviche, sicché la sabbia si riduce a brevissimi tratti. Comunque alla spiaggia delle “ Grotti „ non ho mai potuto trovare concentramenti notevoli di magnetite, per¬ chè non si formano, col mare agitato, quelle correnti che nelle altre spiagge sor.o frequenti ; non solo, ma la spiaggia è stretta per cui le escursioni del moto ondoso violento non sono lunghe come nelle spiagge di Ciraccio e Ciracciello ; di conseguenza il mare tutto rime scola abbattendosi contro la rupe facendola ruinare a causa del materiale facilmente franabile che la costituisce; le onde del po nente, poi, battendo contro la scogliera radono dalla spiaggia quanto possono, ed oltre depositano sotto mare, verso Pioppeto, il mate¬ riale rapinato. La sabbia è di colore grigio, è ricca in feldspati, augite verde, rara olivina, qualche cristallino di zircone e di titanite, minerali questi che diventano più frequenti avvicinandosi alla breccia museo. Nella spiaggia della Lingua si ripetono le stesse condizioni di quella delle Grotti, perchè in principio appena pochi granuli di magnetite si rinvengono fino a raggiungere il tenore medio di 1,80 °/0 a circa 100 metri dalTinizio. Si intercalano i tratti sabbiosi con quelli ciottolosi, secondo che i banchi di breccia con i sovrastanti strati di tufo grigio col loro franamento occupano la stretta fascia di spiaggia ; anche qui dove la rupe non è del tutto precipite le acque abbattendovisi contro, la bagnano, la imbevono, la dilavano, e di conseguenza si formano delle zone di magnetite quasi pura ma di poca entità. In alcuni punti la sabbia arriva ad arricchirsi del 14,37 °/Q di magnetite, la quale è abbondante in alcuni tipi di sanidiniti molto frequenti nella breccia della Lingua. Su questa spiaggia non ho mai rinvenuti, dopo le forti mareg¬ giate, dei depositi del detto minerale perchè essendo aperta verso levante, le onde del ponente trasportano tutto, sabbia e ciottoli, verso la punta omonima, la quale affonda direttamente nel mare e mentre la sabbia, doppiata la punta, va altrove a disperdersi nel fondo marino, i ciottoli in parte la oltrepassano, in parte zaffano un canale di un metro di profondità, tra la punta della Lingua e la sovrastante punta di Ricciola, il quale è poi riaperto dai mari di scirocco. Dopo le violenti piogge, in seguito al dilavamento e al ru- — 63 — scellamento delle acque lungo il pendio della " schiappa io ho sempre allo stesso punto constatato alla spiaggia della Lingua la magnetite, la quale costituisce in genere una striscia spessa due centimetri, per due metri di lunghezza ed uno di larghezza. Nel breve tratto sabbioso della spiaggia della Chiaia dell’Asino dopo la punta della Lingua, non ho mai rinvenuti concentramenti di magnetite la quale nella sabbia raggiunge 1,75 0/o. Le rocce che costituiscono gli strati della rupe sovrastante la spiaggia sono della stessa natura di quelle della Lingua. La costa dopo la Chiaia deirAsino è priva di spiaggia fin dove incomincia l'altra insenatura detta della " Chiaia „ tra la Corri- cella e Pizzaco. La roccia sovrastante è tufo grigio. La sabbia ha scarsa ma¬ gnetite (0,85 °/0) la quale raramente forma depositi tenui ; abbonda l'olivina. La quantità di magnetite aumenta dalla discesa a grandi sca¬ loni che vien giù dalla soprastante via fin dove termina la spiaggia sotto la rupe di Pizzaco. Ciò è dovuto al ruscellamento lungo il solco erosivo, che costeggia gli scaloni, pel quale scende il pro¬ dotto di disfacimento delle soprastanti rocce e quindi vien giù la magnetite in esse esistente la quale appare dopo le piogge con grande frequenza in numerose, sottili strisce lungo la strada che mena a Pizzaco. Oltre la Chiaia la costa si affonda direttamente nel mare fino alla insenatura della Chiaiolella dove la breve spiaggetta sabbiosa raccoglie il materiale di disfacimento della penisoletta di Santa Margherita e presenta pochissima magnetite (0,ó0 °/0). Dalle cose esposte bisogna rilevare, per l'isola di Procida, che la genesi della magnetite nelle sabbie va trovata nella natura lito¬ logica dell’isola stessa, nel di cui materiale la magnetite è contenuta in discreta quantità, e va col disgregamento delle rocce a costituire le sabbie dalle quali è selezionata : a) per il moto ondoso urtante normalmente contro la roccia e generante un mulinello con conseguente selezione dei componenti mineralogici; b) per onde oblique radenti e radenti le quali trasportano la sabbia nelle insenature delle angolosità costiere, la ammucchiano e la selezionano ; c) per le acque piovane abbattentisi sulla roccia sovrastante la spiaggia, imbevendola, saturandola e dilavandola per cui il fine — 64 - materiale che si costituisce viene ruscellato e depositato ai piedi della rupe dove i componenti vengono separati in ordine del peso specifico ; d) per acque piovane convogliaci il prodotto di disgregazione delle trade a fondo naturale il quale ruscellando lungo i solchi di erosione e precipitando da salti contribuisce ad arricchire di ma¬ gnetite le spiaggie sulle quali si riversano ed a formare banchi di minerale. Sondaggi eseguiti nella sabbia del fondo marino di tutte le spiaggie dell' isola hanno dato pochissima magnetite, in media 0 ,8°/, Galdieri 4) per i banchi di magnetite di Ponza ritiene che si siano formati per azione del moto ondoso che spinge la sabbia sull’estremo confine della spiaggia, a monte, dove abbandona la magnetite che è più pesante. Litorale flegreo. Michele Tenore 2) riferisce che nella marina di Torregaveta v'è un grosso banco di ferro ossidato, ossia della cosidetta " arena nera da scrittoio „ che trovasi pure lungo le coste di Pozzuoli ed è stata adoperata, secondo quanto dice, nella ferriera di Atripalda. Nelle mie investigazioni sui crateri del Monte di Procida ho potuto rilevare che tale banco non esiste; la sabbia è di colore leg¬ germente traente al giallo paglia chiaro, è sottile e contiene 20,96 °/0 di carbonato di calcio, nella quasi totalità da riferirsi a calcite, 0,92 °/0 di magnetite. 11 rimanente risulta di cristalli di feldspati con qual¬ che rara laminetta di mica biotite e qualche rarissimo cristallino di augite. In un altro campione prelevato dopo forte tramontana ho rinvenuto 2,10 0/o del minerale e 32,76 °/0 di carbonato di calcio; ciò spiega l'arricchimento effimero del minerale il quale fu, tempo dopo, ridotto circa al percento primitivo. Se si considera la ubicazione di detta spiaggia, la quale trovasi tra la cosiddetta montagna d'Innocenzo e la rupe tufacea gialla iso¬ lata di Torregaveta, si ha subito la ragione della sua costituzione mineralogica : aperta alle correnti che scendono dal nord, ricetta la sabbia preveniente da tutto il litorale del Golfo di Gaeta, non certo >) Galdieri A. — Su di una sabbia magnetica dell’ isola di Ponza. Rend. R. Acc. Se. Fis. e Mat., XII, Napoli, 1906. -) Tenore M. — Peregrinazioni in Napoli e nella Campania , 1833, — 65 — ricco in magnetite, la quale da me nella sabbia d'Ischitella fu tro¬ vata in ragione di 1,3 °/0. Ben poca magnetite, con la sua disgre¬ gazione, può dare il tufo soprastante a Torregaveta. Oltre Torregaveta vi è la spiaggia di Acqua Morta, dove ho notato 1 °/0 di magnetite. Segue la spiaggia di Torre Fumo attualmente ridotta a brevi tratti della larghezza media di circa un metro, che presenta piccole strisce di magnetite formatasi coll'azione del dilavamento del mate¬ riale incoerente che costituisce questa porzione del Monte di Frocida, da punta di Torre Fumo fino a Miliscola. in una conoide costituita da un filone di materiale sabbioso costituente uno strato ben definito nello spaccato roccioso sovrastante alla spiaggia , ho rinvenuto 5, 58 °/0 di magnetite. Alla spiaggia di Miliscola la con¬ centrazione in magnetite è molto varia ; dopo mareggiate di po¬ nente ho raccolto campioni di sabbie che hanno dato valori oscil¬ lanti tra 2,90 e 3,60 °/0 del minerale con 13,30 a 16,50 di carbo¬ nato di calcio. Dopo mareggiate in ispecie di scirocco e levante ho trovato sempre quantità maggiori di magnetite, 6,58 °/0 in media, e minori di carbonato di calcio, 4,65 °/0 in media. Con i mari di ponente si ha quindi un rastrellamento della sabbia della spiaggia di Miliscola e di quella proveniente dalla stretta fascia sabbiosa lungo la costa meridionale del Monte di Procida con ammassamenti verso le falde di Miseno da dove di nuovo sì sposterà per migrare in senso inverso non appena lo scirocco ricomincerà a soffiare. In banchi di magnetite formati in due riprese, ho ottenuto una volta 47,33 °/0 ed un' altra 66,74 °/0 del minerale; è associata a feld¬ spati, augite, olivina. Sulla spiaggetta di Porto Miseno la magnetite è sporadica e si presenta rare volte lungo la riva in esilissimi straterelli. Nella piccola spiaggia dello " Schiacchitiello „ dopo Porto Mi- seno, verso Bacoli, la magnetite raggiunge 1,2 °/0 e forma lo stesso esili strati al limite inferiore della spiaggia. La sabbia della spiaggia di Lucrino contiene 1,4 °/0 di magne¬ tite e non si formano banchi del minerale, ma sottili strati , più frequenti però e più spessi dove la spiaggia assottigliandosi è li¬ mitata dalla scarpata ferroviaria lungo la quale il mare, frangendo, nel risucchio, opera la selezione. Nel breve tratto di spiaggia presso Pozzuoli la magnetite rag¬ giunge 1,88 °/0 e nella spiaggia di Coroglio raggiunge 0,5 °/0. — 66 - Dopo Coroglio fino a Mergellina non vi sono che brevi tratti di spiaggia. In quella brevissima di Marechiaro, ho notato alcune volte, esigui veli di magnetite. Da quanto ho riferito risulta che risola di Procida è più ricca in magnetite che non il litorale flegreo, e precisamente sono molto ricche nell'isola le spiaggie di Ciraccio e del Pozzovecchio; nel li¬ torale flegreo la più ricca è la spiaggia di Miliscola. Per quel che riguarda la genesi, questa è da ritrovarsi nel ma¬ teriale vulcanico stesso, costituente l'isola di Procida ed i Campi Flegrei. Per la deposizione poi della magnetite variano le modalità, di¬ pendendo dall'azione dei mari rispetto all’ andamento ed alla con¬ figurazione della costa rocciosa, e dalla connessione di questa col retroterra, in quanto si rende possibile la fluitazione e precipitazione sulle spiagge del materiale prodotto dalla disgregazione della su¬ perficie della terra emersa. Riassunto L’A. tratta dell’ origine e deposizione delle sabbie magnetiche nel¬ l’Isola di Procida e nel litorale flegreo mettendo in evidenza i vari modi di formazione e la quantità del minerale esistente. Finito di stampare il 30 maggio 1936. Il Monte del Pericolo nei Campi Flegrei del socio Antonio Parascandola (Con la Tav. 5) (Tornata del 18 maggio 1936 ) La conflagrazione dell'agro puteolano manifestatasi con la for¬ mazione del Monte Nuovo, portò non pochi mutamenti alla topo¬ grafia della regione ; seppellì sotto la coltre delle sue ceneri il Monte del Pericolo, colmò buona parte del Lucrino sia col mate¬ riale frammentario che ne rialzò il fondo e ne protrasse le sponde, che con l'invasione sua stessa nel detto lago con le sue propaggini occidentali, mentre con quelle nord - occidentali invase la cerchia delFAverno. Tre questioni bisogna ora chiarire: in primo luogo la primitiva estensione del Lucrino, in secondo l' identificazione del monte del Pericolo, in terzo la configurazione della cerchia crate¬ rica dell' Averno nella porzione che è ora occupata dal M. Nuovo. Attualmente il Lucrino è diviso dal mare mediante un cordone litorale il quale dalle Stufe di Nerone va fino all'inizio dell'attuale via che, costeggiando il Lucrino, meno all'Averno. Questo cordone litorale, basso e sabbioso, ha subito diversi adattamenti a causa delle acque che di frequente, a mare agitato, l'invadevano. Esso doveva ben esistere nella attuale posizione nel 1769 come si osserva nella riproduzione del Morghen *), (Fig. 1, Tav. 5). Però è risaputo che una via chiamata Herculea , dagli ar¬ cheologi non identificata con l'attuale, esisteva più avanti nel mare per cui ne risultava un ampiezza maggiore del Lucrino. Noi sap¬ piamo ancora che l'entrata di detto lago era protetta da una co¬ struzione facente parte dell'architettura del porto Giulio i di cui l) Morghen, F. — Le antichità di Pozzuoli , Baja e Cutna incise in rame e pubblicate da F. Morghen. Napoli 1769. — 68 — resti dovevano essere ben evidenti al tempo del Niccolini !) poiché egli dice d'essersi trattenuto non poche ore sulle reliquie del porto Giulio assieme al Prof. Costa il quale " raccolse una quantità di mitoli litofagi ancor viventi insieme con i pezzi di pietra che per¬ foravano Dunque all'epoca in cui il Niccolini scriveva, ossia nel 183y, questi resti erano ancora visibili ed emergenti e dovevano avere una non trascurabile estensione se permettevano ai due studiosi di trattenervisi non poche ore. De Lorenzo 1 2) dice che dal XIII al principio del XVI secolo il livello del mare in questa zona flegrea doveva trovarsi a circa m. 5.719 su quello attuale; da ciò si dovrebbe dedurre che la via Herculea dovesse essere stata sommersa. Già da Agrippa tale via fu innalzata perchè nelle forti mareggiate era invasa dalle acque- data la entità dei sollevamento della superficie del mare tale via doveva essere del tutto sommersa ovvero di tanto abbassata da te¬ nersi a pelo d'acqua, sicché nei periodi di alta marea il mare do¬ veva ricoprirla. Sia che noi ammettiamo che la superficie del Lucrino esten- devasi più in avanti verso l'antica via Herculea, .sia che si estendesse fino all' attuale cordone litorale, nel predetto periodo di abbassa¬ mento, doveva essere di nuovo come ai primordi un seno di mare. Per quanto è a mia conoscenza non vi sono documenti dai quali si possa dedurre lo stato del cordone litorale del Lucrino nel periodo di tempo tra il XIII e il principio del XVI secolo. Può supporsi che i fattori topografici e fisici che determinarono la for¬ mazione del cordone litorale del Lucrino permanendo durante la fase di subsidenza contribuirono col continuo apporto di sabbia ad aumentare progressivamente l'altezza del cordone stesso compen¬ sando in certo qual modo la perdita dovuta all’ abbassamento. Comunque, a meno che noi non consideriamo la contemporanea esistenza dell'attuale cordone litoraneo e della via Herculea, pro¬ dottasi come cordone lagunare, la superficie del Lucrino doveva estendersi fino a quella che gli archeologi chiamano via Herculea, ora distrutta. Per formarsi l’attuale cordone litoraneo era pur ne- 1) Niccolini A. — Tavola metrica-cronologica delle varie altezze tracciate dalla superficie del mare tra la costa di Amalfi ed il promontorio di Gaeta nel corso di 19 secoli. Napoli, Tipografia Flautina, 1839. 2) De Lorenzo G. e Simotomai H. — / crateri del Monte Gaaro nei Campi Tlegrei. Atti R. Acc. Se. Fis. e Mat. di Napoli, voi. XVI, ser. 2a, N. 10, 1915, — 69 - cessano che il mare fosse stato libero da ogni impedimento e quindi la via Herculea doveva essere già sommersa da un pezzo. Ho osservato sulla spiaggia di Miliscola, aperta al libero mare, la formazione di piccoli banchi sabbiosi, della lunghezza, in media, ognuno di 10 metri, disposti parallelamente alla riva fin sotto Mi- seno ed affioranti a bassa marea. Poteva analogamente essere avve¬ nuto questo in grande stile sul mare di Lucrino. Niccolini *) fa osservare che " Strabone per suo errore, o dei copisti, assegna 16 stadi alla lunghezza del basso e stretto sentiero che separa dal mare il Lucrino e forma il lato meridionale del lago. Questa via dagli antichi attribuita ad Ercole, restaurata e in¬ nalzata da Agrippa, a cagione dei flutti che la inondavano, come sappiamo dal geografo stesso, non poteva estendersi che sette stadi, seimila palmi circa, poiché i due promontori ai quali servono di comunicazione, ed erano i suoi limiti, sono antistorici; uno è quello su cui si veggono gli avanzi delle Stufe di Nerone presso V Epi¬ taffio, l'altro è indicato dai ruderi di antiche fabbriche nei din¬ torni della villa Ruffo Il Niccolini quindi chiama via Herculea l'attuale cordone lito¬ raneo. Dunque il Lucrino all'epoca dell’eruzione del Monte Nuovo bagnava le falde della collina di Tritoli ad occidente, quella della Ginestra a nord - est, si spingeva al nord fino al lago di Averno, ad est poi bagnava le falde occidentali del Monte del Pericolo oltre il quale di certo non andava; solo forse lambendo le pendici meridionali di tale monte s'infletteva alquanto verso est. Il Deecke (Fig. 2, Tav. 5), ricostruisce il Lucrino spingendolo entro terra fino al principio dell'attuale piano craterico di Monte Nuovo, verso mare poi attacca un capo del cordone litorale presso le Stufe di Nerone e Faltro alla punta Caruso: ottiene in tal modo una barriera deviata di circa 28° dalla direzione del cordone litorale del Lucrino. Questo fatto comporterebbe un cambiamento nel regime dei venti e dei mari prevalentemente mossi nella zona, per cui la via Herculea si sarebbe formata per mari prevalenti di scirocco e mezzo¬ giorno, ed il cordone attuale del Lucrino per mari di scirocco e levante. Ma ciò nemmeno è una ragione plausibile perchè la sup¬ posta via Herculea poteva distruggersi per mutate condizioni cq- 6 Niccolini A. — Op. cit , - 70 — stiere, vale a dire col mutarsi della linea di costa in seguito ad erosioni e a bradisisma per cui si generarono con le varie mareg¬ giate correnti diverse che spinsero più in dentro il cordone litoraneo. Quanto importante sia quest’azione delle correnti litorali ce lo di¬ cono gl'interramenti degli archi del Faro di Baja e gli aumenti di spiaggia nelle zone limitrofe. Lo spostamento che poi fa il Deecke della superficie del Lucrino entro terra è contrario a quel poco che si sa, per le relazioni de¬ gli scrittori dell' epoca, alla topografia preesistente rivelataci dalla modalità dell’eruzione siccome la narrazione ci è stata tramandata* Il Deecke ') dice che il lago Lucrino era un lago costiero della grandezza del Lago Fusaro, nel quale per abbassamento lento della barriera chiamata via Fierculea che lo separava dal mare, questi incominciò ad entrare, come di fatto nel medio evo liberamente entrava. Con la eruzione del Monte Nuovo si riempivano due quinti della superficie del lago ; altri due quinti venivano congiunti definitivamente col mare, approfondendosi completamente la via Herculea ; Tultimo quinto infine è occupato da una massa acquea insignificante, separata dal mare da una linea sottile, ultimo residuo del Lucrino. È evidente che per nulla chiara è questa ricostruzione del Deecke, dalla quale si rileva che già nel medioevo fosse scomparsa la via Herculea ; molto arbitrario poi quello che dice che cioè due quinti della superficie del lago si congiunsero col mare e che infine un quinto rimase separato dal mare da un cordone sabbioso. Quello che è certo, è che all’atto dell’eruzione del Monte Nuovo, il lago Lucrino esisteva con l’attuale cordone litorale ; gli storici dell’epoca dicono che il lago Lucrino è oggi sepolto sotto il M. Nuovo, dunque doveva avere una determinata configurazione, quindi non era seno di mare. Tanto il Lofredo 1 2), quanto Scipione Mazzella 3), dicono che 1) Deecke W. — Ueber die Ge stali der Lukriner Sees vor dem Ausbruche des M. Nuovo im Jahre 1538. Jahresber. Geograph. Gesells. Voi. Ili, Greifs- wald, 1887. 2) Lofredo F. — Le antichità di Pozzuoli et luoghi convicini. Napoli 1605, cap. XV, pag. 22 e seg. ó) Mazzella S. — Sito et antichità della città di Pozzuoli e del suo annesimo distretto . Napoli, gennaio 1606, cap. VII, pag. 82-83. Annecchino R. — Il villaggio di Tripergole e l'eruzione del Monte Nuovo. Boll. Flegreo, anno II, 1928. ^ 7i — la maggior parte dov'è oggi la Montagna Nuova avanti dell'incendio era mare. A parte 1' inesattezza o superficialità nelle descrizioni di molti antichi scrittori, che a volerle seguire e discutere come testi fondamentali è tempo del tutto perduto, da quanto i due scrittori dicono una cosa emerge chiaro, che il mare estendevasi ancora più dentro occupando parte della superficie tenuta dal Monte Nuovo. Si può però pensare che col nome di mare fosse compreso anche il Lucrino il quale forse a causa del basso cordone litorale, invaso di frequente, dall'acqua, dava l'aspetto di continuità col mare. Lofredo poi dice che il lago Lucrino è sepolto nel Monte Nuovo. Non ritengo che il Lucrino si spingesse un tempo a di là del Monte del Pericolo inflettendosi oltre e facendo sporgere il monte a guisa ai penisola, poiché il Marcantonio delli Falconi dice esat¬ tamente che il fuoco si formò in quella " valletta ch'è tra monte Barbaro et quel monticello che si denominava dal pericolo per la quale valletta s'andava al lago Averno,,. Più oltre, continuando la descrizione dice, che le falde del M. Nuovo da ponente si estende¬ vano vicino al sudatoio per modo che non si riconosce niente altro della primitiva configurazione. Se il Lucrino avesse invece avuto una estensione maggiore verso mare, i contemporanei scrittori non avrebbero di certo detto che il Lucrino era stato inghiottito dal M. Nuovo perchè una gran parte ne sarebbe stata ancora manifestamente visibile e precisa- mente uno dei due quinti di cui parla il Deecke. Prima che avvenisse la conflagrazione del 1538 avvenne una emersione del suolo come risulta dal R. editto dell'anno 1501 riportato da Niccolini ’). “ Li Cattolici Re Ferdinando e Isabella concedono alla Città di Pozzuoli “ quoddam Demaniale territorium mare desiccatum circum circa praefatam civitatem Puteolarum in continentiis ejusdem situatam „ ; ciò è confermato dall'editto suc¬ cessivo, pubblicato il 6 ottobre 1503, del Viceré Rajmundus De Cardon nei seguenti termini " Li cattolici Re e Regina aveano ceduto alla Università di Pozzuoli che lo Demanio sia della ditta Università, quale Demanio è quello che va seccando il mare entro la terra „. In questa fase di emersione forse se era distrutta quella che chiamavasi via Herculea, si dovette rifare l'attuale cordone. Ma purtroppo le frequenti inesattezze degli antichi nelle loro *) Niccolini A. — Op. cit. — 72 — narrazioni, le contraffazioni dei nomi, Fazione poderosa del mare che in questa zona batte e ruina, il subdolo bradisisma, tutto con¬ corre a disorientare le ricerche e ad impedire di trarre il bandolo in certe questioni le quali a prima vista sembrerebbero cosa vana affrontare. Il Niccolini l) dice a proposito del Lucrino le seguenti parole che è opportuno integralmente riportare: " Il Monte Gauro eruttato e rovinato in remotissima età si produsse in tempi parimenti ignoti nel così detto Monte Grillo, dalla cui rovina emerse il colle che sprofondando pure, formò in principio un piccolo golfo restato visibile nei suoi estremi sporgenti in mare, già osservati nel pro¬ montorio dell' Epitaffio e nei dintorni di Villa Ruffo. Fra queste due proiezioni le onde sospinte poi da venti marini a poco a poco innalzando le arene a furia di tomboli o dune pa¬ rallele fra loro , formarono quella diga celebrata dagli antichi come Opera di Ercole, la quale diede origine al lago Lucrino, separando le sue acque da quelle del mare. E prima ancora di ogni storica memoria, nel centro delle tre enunciate eruzioni surse il Vulcano dei precedenti più famigerato, poiché fu quello che nel suo im¬ mensurabile fondo accolse le acque del lago di Averno „. In conclusione è da ritenersi molto probabile che Y attuale cordone litoraneo fosse spostato più a sud, in modo che la super¬ ficie del Lucrino al tempo dei romani era più ampia, ma con l’avanzare del moto di subsidenza si spinse mano mano verso nord fino all'attuale posizione. Dal Lucrino avviandoci verso il M. Nuovo lungo la strada nuova tagliata al di sotto del piano di quella antica, si vede nella parete decorrente lungo il monte una magnifica stratificazione (Fig. 3, * Tav. 5), modellatasi su rilievo preesistente e costituita da un banco po- miceo ricoverto da un banco di scorie di spessore variabile appar¬ tenenti alla famosa gettata lavica dei primi giorni dell’eruzione del 1538. Lungo l'orlo occidentale del M. Nuovo decorre per breve tratto una bassa collina la quale è appena di 36 m. di altezza chiamata Montagnella o Montagnola e da molti ritenuta come il monte del Pericolo. Non sono d' accordo con gli autori che così la pensano perchè dai 36 metri di altezza, bisogna toglierne una parte non >) Niccolini A. — Op. cit. — 73 — lieve dovuta ai prodotti del M. Nuovo, sicché il rilievo di tale colle viene ad essere insignificante per cui non sarebbe giustificata il nome di “ vailetta allo spazio intercorrente fra il Monte Barbaro et quel monticello che si denomina dal pericolo „. La montagnella invece deve rappresentare come dice De Lorenzo ]) “ l'avanzo ancora visibile della antica collina di Tripergole „ alla ricerca della quale io ho volte le mie indagini. Sull'antico piano stradale, sotto la montagna si nota una parete di tufo giallo (Fig. 4 Tav. 5), nel quale è cavata artificialmente una grotta. Nessuno a quanto mi è noto, ne ha parlato. Ho potuto osservare che il tufo giallo è costituito da un fitto impasto di minuto lapillo pu~ miceo di colore giallognolo o appena bigiognolo che va dalla gran¬ dezza di un pisello a quello d'una nocciuola, e qui eli lapilli lavici neri mantenentisi sulla grandezza media d'una noce ; nè mancano i caratteristici inclusi di tufo verde d'ischia. Verso la parte esterna della grotta il tufo è disseminato di pomici un pò più grosse delle precedenti, alcune aventi la forma di piccole bombe. La superficie di tufo giallo si presenta erosa e coperta di tufo grigio del Monte Nuovo. La direzione degli strati è da WNW a ESE ; essi rappresentano probabilmente la quaquaversale esterna di un cratere che forse apriva la sua bocca dov’è ora il Lucrino ; ma su questo argomento non mi trattengo facendo parte di mie in¬ dagini che esporrò in un prossimo lavoro nel quale tratto dei crateri preavernici, nella loro distribuzione e successione dell'attività vulcanica. Gli strati di tufo giallo osservati attentamente, non presentano tutti la stessa inclinazione; quelli sottostanti sono inclinati di 25° e su di essi discordantemente poggiano altri con inclinazione di 47°, e sopra ancora altri inclinati di 38°. Ciò fa supporre provenienza da centri eruttivi differenti, con intervalli fra una produzione e l'altra. Oltre questo affioramento di tufo giallo altri non ne ho visti, perchè oltre continua il materiale di Monte Nuovo il quale nel collasso meridionale si mostra costituito, nella parte superiore, da grossi blocchi di scorie laviche, e, nella inferiore, da un tufo grigio chiarissimo, con traenza al colore giallo in alcuni saggi, costituito da pomici freschissime, da quelle minute quanto un pisello a quelle della grandezza di un pugno, commiste a lapillo lavico trachisoda- J) De Lorenzo G. e Simotomai H. — Op. cit. — 74 lito— anortitico; nelle pomici sono frequenti laminette nere a contorno esagono di mica biotite. Frequenti sono i cristallini di magnetite. L'aspetto generale del tufo non è quello del comune tufo grigio del 3° periodo bensì, tranne il colore, quello del tufo giallo con la sua caratteristica aggregazione degli elementi tipici costituenti. Questo fatto richiamerebbe senz'altro la famosa questione dell' ori¬ gine del tufo giallo il quale la sua compattezza, nelle parti attual¬ mente visibili, non l’ha raggiunta sotto V acqua ma sotto 1' azione del peso dei materiali stessi costituenti la impalcatura del cono vul¬ canico, come il tufo della base del Monte Nuovo fa fede. La presenza di questo nocciolo tufaceo giallo affiorante, mi fece arguire trattarsi delle pendici del Monte del Pericolo. Fig. 1. - Monte Nuovo. Scala 1 : 20.000. Osservando la carta topografica del M. Nuovo (Fig. 1), si nota che le curve di livello hanno andamento differente nei varii settori. In quello di levante, più alto (quota 140), le curve si svolgono rego¬ larmente con andamento quasi concentrico come anche al nord, presentando lungo le pendici esterne dolce declivio. Tali curve da sud girano per est, a nord. — lo — La figura del Monte poi in questo versante è quella tipica a sezione triangolare acuta che sogliono presentare i materiali detritici caduti dall'alto senza ostacolo di materiale sottostante sul quale debba prima modellarsi per poi raggiungere a quota più alta la configurazione che assume il materiale di caduta a libera disposizione. Nel versante interno poi della stessa quota le pareti non scen¬ dono precipiti (Fig. 2), ma lentamente degradano sul fondo (Fig. 5, Tav. 5) , e su di esso non si trovano i solchi di erosione così ap~ Fig. 2. - Cratere del Monte Nuovo con i solchi di erosine più accentuati. Versante occidentale e con declivio più dolce in quello orientale. Scala 1 : 12.000. profonditi come altrove nello stesso cratere (Fig. 2 del testo e Fig. 7 della Tav. 5), ma qualche rara vallecola, perchè le incisioni brusche avvengono con i bruschi salti nei quali la forza erosiva maggior¬ mente esercita la sua azione. Fig. 3. — Profilo del Monte Nuovo tra le quote del 105 e 140 ; mostra: a quota 37 il rilievo della Montagnella, da quota 37 a quota 80 si delinea il rilievo del monte del Pericolo, oltre sale regolarmente alle vetta. Il profilo, da quota 140, scende regolarmente sia nell’interno che all’esterno del cratere. Scala 1 : 10.000. Esaminando le curve di livello del versante occidentale si vede che queste hanno andamento irregolare perchè presentano delle de¬ pressioni, non solo, ma sono quasi tutte linearmente disposte da pord a sud. Osservando il profilo (Fig. 3) del Monte Nuovo si 76 — vede che dopo il rilievo della Montagnella, a quota 37 , il monte ripiglia la sua ascesa per spezzare il suo andamento a quota 80 e risalire sul crinale, a quota 105, il quale si mantiene presso a poco ad eguale altezza lungo il suo allineamento sud nord, e precipita poi quasi verticalmente con ripide pareti neirinterno del cratere con sviluppo di forti solchi erosivi. La disposizione quindi del materiale detritico è quella che suole effettuarsi lungo un rilievo preesistente, per cui il pendio esterno craterico risente delle irregolarità del terreno ; così le pendici in¬ terne non potettero assumere la forma della superficie libera di accumulo. Quanto dico è confermato ancora da un' altra osservazione morfologica legata alle precedenti. Osservando il Monte Nuovo dalla via Herculea o dal mare si nota una depressione circolare, (Fig. 6, Tav. 5), perfetta e grande, a sud. L'aspetto è d'un tipico sprofondamento, ma il fondo ne è leg¬ germente curvo e a destra di questa, in basso verso sud, ed a si¬ nistra, più in alto, verso nord, si trovano altre due piccole depres¬ sioni le quali alla precedente si rapportano formando un rilievo, ad andamento irregolare, che doveva costituire la cresta di quello che fu il Monticello del Pericolo. Questa depressione circolare e le vicine sono perfettamente vi¬ sibili nel periodo estivo, quando cioè non sono mascherate dalla vegetazione. Non è così nel versante orientale come chiaramente lascia ve¬ dere il profilo del Monte Nuovo tra le quote 105 e 140 (v. Fig. 3). Quivi ì fianchi interni e quelli esterni scendono con dolce pendenza e non fanno supporre rilievi preesistenti (v. Fig. 1 e 2 del testo e Fig. 5 della Tav. 5). Dunque il Monte del Pencolo doveva seguire l' andamento presso a poco nord-sud e raggiungere una quota di circa 75 metri. Doveva essere poi adombrato di boschetti come fanno fede di¬ versi scrittori, e forse ai suoi piedi era la villa di Cicerone. I solchi d’erosione non si formano sulla quaquaversale esterna del Monte Nuovo per la dolce pendenza delle sue falde e la sua costituzione litologica per cui l'acqua piovana in genere va tutta as¬ sorbita dal materiale eminente bibulo di detto monte e scende giù ad alimentare la falda freatica dalla quale tornerà alla luce in — 77 — buona parte sotto forma di vapore attraverso i vari spiragli fuma rolici, della base del monte e delle interne pendici crateriche, da me rinvenuti. Forse parte di quest’acqua giungerà anche nelle regioni limi¬ trofe del bacino magmatico, sopito, e concorrerà ancora a quel complesso di reazioni fisico-chimiche elaboratrici del magma, con¬ tribuendo a mantenere ancora attivo in questa zona, il focolare flegreo; ovvero qui e lì da solo, o con altro gas, cercherà una nuo¬ va via d'uscita cimentando talvolta la vita degli organismi animali come nella famosa moria de pesce del Lucrino del 14 luglio 1922 *). Piccoli e grandi questi vulcani detritici flegrei in tutto si somi¬ gliano poiché l’atto eruttivo che li modellò fu della stessa natura, cioè pìroclastica. Le forze esterne nello stesso modo agirono per cui le forme di collasso ed erosione hanno perfette corrispondenza; così anche nelle visuali la omologia è esatta. Difatti a nord del Monte Nuovo avendo di fronte la cima sud orientale (di quota 140) con lo sfondo del mare, si gode la stessa visione panoramica che si ha dall’alto del Corvara avendo davanti la cresta decli¬ nante del Monte Barbaro sul bacino di Teano, mentre la quota 140 del Monte Nuovo dà sul collasso del suo fianco meridionale dove è la cava di scorie laviche. La terza osservazione da farsi è che il Monte Nuovo ricoprì col suo materiale porzione dell'argine più basso sud orientale del l’Averno ed estese le sue falde nella cerchia craterica di questo lago già erosa dagli agenti esterni e non disturbata da esplosioni vulcaniche posteriori. Come avrò agio di illustrare nello studio annunziato al principio del presente lavoro, il cratere dell' Averno fu subaereo e si imbasò sul materiale costituito dal tufo giallo 2° periodo dei Campi Flegrei, già emerso precedentemente ; si mo¬ dellò sul rilievo preesistente il quale doveva beare verso il mare con lo spuntone di tufo giallo della Ginestra a sud e con qualche h Signore F. — Sul fenomeno della mortalità del pesce nel lago Lucrino verificatosi nell' agosto 1922. Rend. R. Acc. Naz. dei Lincei Cl. Se. Fis. Mat. e Nat. Voi. XXXII, ser. 5a, 2° sem., fase. I, Roma 1923. — — Misure di temperature eseguite nel lago Lucrino e nei dintorni del maricello durante il 1922-23. Rend. R. Acc. Naz. dei Lincei Cl. Se. Fis. Mat. e Nat. Voi. XXXIII, ser. 5a, 1° sem., fase. II, 1924. Mazzarelli G. — L'improvvisa grande mortalità fra i pesci ed altri esseri viventi nel lago Lucrino manifestatasi il 14 agosto 1922. Atti R. Ist. d'ine., ser, VI, voi. LXXV, degli atti Ser. I, Napoli 1923, — 78 — altra massa tufacea, di cui l'ultimo testimone è l'affioramento presso casa Mirabella sotto la via panoramica dell'Averno, forse disturbato dall'esplosione dei “ Maar „ dell’Averno che poi doveva ridestarsi nella esplosione del Monte Nuovo con spostamento del primitivo asse eruttivo, il quale pare vada sempre più spingendosi verso l'orlo costiero dei Campi Flegrei quasi a cercare ancora alimento pel sot¬ terraneo fuoco all'elemento vitale, l’acqua, causa e sede della com¬ plessa fenomenologia che modifica le forme della superficie terrestre, nuove creandone e queste poi distruggendo, per ritornare nel ciclo tellurico con la continuità d'un circolo senza fine. Riassunto L’ A. in seguito a suoi studi sulla zona Lucrino, Averno e Monte Nuovo è riuscito ad identificare la ubicazione del M. Pericolo sepolto sotto le ceneri dell’eruzione del 1538 del M. Nuovo. - 79 — Spiegazione della Tavola 5. Fig. 1. — La punta dell' Epitaffio con 1' inizio del cordone litorale del Lucrino attaccato alla base della collina di Tritoli presso le Stufe di Nerone (da un rame del Morghen, Napoli 1769). „ 2. — Riproduzione della antica pianta del Lago Lucrino, secondo il Deecke, limitato entro terra dalla linea piena, che poi innestasi al lago di Averno, e verso mare dalla via Herculea. „ 3. — Tufi grigi pomiciosi con banco di scorie del Monte Nuovo, prima di arrivare all' affioramento di tufo giallo del Monte del Pericolo. „ 4. — L' avanzo visibile di tufo giallo delle ultime propaggini del Monte del Pericolo lungo la antica strada sotto Monte Nuovo. „ 5. — Veduta generale del Monte Nuovo, con porzione del lago di Averno e del Lucrino e relativo cordone litorale, mostrante il collasso del fianco meridionale, i solchi di erosione delle pendici interne crate¬ riche, ed il rilievo generale del monte. „ 6. — Il Monte Nuovo visto dal viottolo che mena all' albergo dei Cesari, la depressione circolare, evidentissima dalla strada, ed il rilievo pree¬ sistente, sono resi visibili mediante il ritocco ad inchiostro. „ 7. — Particolare dei solchi di erosione della parete craterica nord di Monte Nuovo. Assorbimento della radiazione solare da parte del vapore acqueo del socio Giuseppe Imbò (Tornata del 18 maggio 1936) Nelle riduzioni delle serie di osservazioni pireliometriche viene frequentemente omessa la correzione relativa airassorbimento del vapore acqueo atmosferico , la cui importanza è stata più volte infruttuosamente messa in evidenza. Per il calcolo delle correzioni occorre conoscere lo spessore di vapore acqueo attraversato nelle singole osservazioni e le percentuali di assorbimento ai vari spes¬ sori. Già in altro lavoro ho indicato il metodo da seguire per la determinazione degli spessori di vapore *) attraversati dai raggi solari, aggiungendovi tabelle che ne agevolano la ricerca. A com¬ plemento dello studio precedente mi sono proposto di dare in que¬ sta nota le percentuali di assorbimento del vapore acqueo. Mi sono avvantaggiato delle oltre 2600 osservazioni pirelio¬ metriche eseguite nell'Istituto di Fisica Terrestre della R. Università di Napoli durante il decennio 1907-1916. Ho esteso le mie ricerche fino a spessori di 8 cm. di acqua che si otterrebbe dalla totale condensazione del vapore attraversato. La scarsezza di osservazioni per piccole altezze solari mi ha impedito di determinare le percen¬ tuali per maggiori spessori , anche perchè le dette osservazioni risultano notevolmente influenzate dall'assorbimento del pulviscolo dei bassi strati atmosferici. Nel caso di tensioni del vapore non molto elevate il detto limite permette pertanto il calcolo delle cor¬ rezioni fino a distanze zenitali raramente superate : per una tensione di mm. 10, lo spessore di 8 cm. viene raggiunto ad una distanza zenitale di oltre 84°. 0 Imbò G. — Radiazione solare e vapore acqueo. Boll. Soc. Natur. Napoli, voi. XLI, 1929, 278. — 82 — Per il mio studio ho innanzi tutto ridotto le osservazioni al medesimo spessore atmosferico (m) 1,5. A ciò mi sono giovato della formola 2) da me proposta : r 4* Kc m Q = ap e della quale ho già altrove mostrato i vantaggi rispetto alle pre¬ cedenti, pur non presentando maggiori difficoltà per il calcolo delle costanti. Nel caso in esame queste sono state determinate riunendo le osservazioni in gruppi quindicinali e trattando ancora in questi separatamente le serie di osservazioni antimeridiane e quelle po¬ meridiane. La riduzione al medesimo spessore è stata seguita inoltre dalla riduzione alla medesima distanza Sole - Terra (distanza inedia). I valori ridotti hanno messo in evidenza oltre a sporadici va¬ lori ingiustificatamente e notevolmente diversi dai contigui, lunghi intervalli nei quali i valori sono risultati spiccatamente depressi. Sia degli uni che degli altri non ho tenuto conto nella esecuzione dei calcoli. Tra gl' intervalli in cui i valori ridotti di q sono risultati no¬ tevolmente bassi figurano il secondo semestre 1917 ed altro lun¬ ghissimo intervallo decorrente dal luglio 1912. Sino alla fine delle osservazioni nel 1916 non si ha alcun sicuro accenno alla ripresa dei valori normali. Durante il primo intervallo e nei primi mesi del secondo i valori pireliometrici sono stati dovunque eccezional¬ mente bassi, indubbiamente derivanti per il 1912-1913 dalla pre¬ senza del minuto materiale solido eiettato durante la violenta eru¬ zione del Katmai (ó giugno 1912). Per il 1907 non è stato possibile precisare la causa che, secondo I'Humphreys, potrebbe ritenersi una eruzione violenta verificatasi in regione remota e non frequentata. Pur riservandomi di trattare in altro prossimo lavoro la varia¬ zione dell’ intorbidamento atmosferico per Napoli nel considerato decennio, voglio qui far osservare che in detta località la depres¬ sione del 1907 fu più accentuata che altrove per la probabile pre¬ senza del pulviscolo vulcanico proveniente dai continui franamenti delle pareti instabili del cratere vesuviano , e che inoltre il prose- -) Imbò G. — Nuovo metodo per rappresentare Le variazioni dell' intensità della radiazione solare in funzione degli spessori attraversati dai raggi. Atti Acc. Gioenia Se. Nat., voi. XVI, Catania. — 83 — giiimento della depressione relativa all' eruzione del Katmai è da porsi in relazione con la riapertura della bocca di fuoco nel fondo del cratere del Vesuvio il 5 luglio 1913. Nella annessa Tabella sono indicate le medie dei valori di w cal. gr. (in cm.) e quelle dei corrispondenti valori di q (in — ~ ), convenientemente raggruppati. Sono inoltre indicate nelle colonne I, II, III, IV le differenze (O-C) tra i valori di q della precedente colonna e quelli calcolati con le formole di ragguaglio : I q = ab II q = a -f- bw III q = abw n IV q - a -|- b w -f c w2 Le costanti che figurano nelle varie formule sono state calco¬ late col metodo dei minimi quadrati. Nei quattro casi gli errori quadratici medi sono risultati rispettivamente : jx, = dz 0,019 ; nuB± 0,017; Yui = -± 0,016; ^ 1V — + 0,012 Emerge quindi il risultato che la forma parabolica rappresenta analiticamente meglio delle altre la relazione tra le q e le w. In tal caso i valori ottenuti delle costanti sono : a = 1,300 b = -0,0734 c = 0,0039. Ritenendo lecita Y estrapolazione pei minimi spessori fino a w — o, dalla formola si deduce che in aria completamente asciutta e per uno spessore atmosferico 1,5 il valore di q sarebbe q, = i,3oo 1,5 In base a tale valore sono state calcolate pei vari spessori le percentuali di assorbimento (P), che figurano nella penultima co¬ lonna, mentre nell'ultima sono indicate le differenze tra i detti va¬ lori e quelli dedotti dalla formola d'interpolazione P — w (5,61 - 0,29 w) le cui costanti sono state ottenute col metodo dei minimi quadrati L'errore quadratico medio è in tal caso \i = ± 0,98. — 84 — C ) CO 03 o © co © v© 00 00 03 03 co 00 co 1 o o o O o o o cT o o o o of o O t-H o" o" 3 i ! _L_ r — r 1 + + 1 + 1 + 1 1 ~T i + + co 03 03 iO in in 03 co o © co in © co in 00 in ©^ ©^ 2, in f" 00 co $ of co in in 00 in — r co © 03" <*~r co in t-H 03 03 03 03 03 03 j 03 CO co © co co 03 O- CO 03 CO 03 03 o co 03 *— 4 03 > o o + _L \ 1 1 1 + i 1 I i 4- + 1 + + 1 + 1 J_ i U LO 03 co 03 co m o 00 03 CO co © «— 03 IO i© © o- J _ 1 o 4— • *— 1— • co 03 T— 03 co i HH o o o -f- “T + 1 1 + 1 ! 1 1 _!_ 1 + | 1 + 1 _1_ 1 J_ D Q 'ji 1 Y-H co 03 m •O' 03 t'- t"- 03 © 03 co UJ 03 «—4 v— < r— t T— * 03 CO 03 co h-H o oc o 1 ~ j" 1 4- + -i- i 1 1 1 1 1 1 1 1 1 1 + 1 4- in co m 03 © IO CO -t in o m rj* t— m 03 03 O •0- 03 03 t-H F— « 03 03 co 03 03 T— < . o i o 1 1 1 -]- + + 4- + 1 1 1 1 1 1 + 1 1 l 1 + 1 CO t— o o 03 co O r— co m co r— co CO CO CO r— \ > co O co © 1—1 co co io co 03 co o CO co © CN - CO io ro CO 03 03 00 00 i> r-H 03 03 03 t" 00 O CO o 00 O co io CO »— 1 c© CO © 00 ©^ © of of oT co" co co co" ■'H' in in in in [4 — 85 — L'ultima formola offre quindi la possibilità del calcolo appros¬ simativo delle percentuali di assorbimento complessivo (diffusivo e selettivo) del vapore acqueo pei vari spessori in cm. di acqua. Riassunto . In base alle osservazioni pireliometriche eseguite nell’Istituto di Fisica Terrestre delia R. Università di Napoli è stata calcolata una formola em= pirica che permette il calcolo delle percentuali di assorbimento com¬ plessivo da parte del vapore acqueo fino ad uno spessore di 8 cm. di acqua ottenuta dalla completa condensazione del vapore attraversato. Finito di stampare il 10 giugno 1936. Sulla fluorescenza delle soluzioni dei carboni fossili in solventi organici del socio Francesco Penta (Tornata del 18 maggio 1936) Uno dei mezzi di distinzione della lignite dal litantrace che il Rinne l) cita è quello della ebollizione del carbone in benzolo, notando in proposito che " il litantrace in benzolo bollente dà una soluzione fortemente fluorescente e la lignite non dà alcuna o una debole fluorescenza „. Lo Stach 2) cita questo mezzo di indagine ; non lo annovera però fra i più importanti per la distinzione suddetta. Attribuisce la fluorescenza alla presenza di idrocarburi ciclici della serie aro¬ matica (fluorene). I risultati che ottenne il Teuscher 3) nel 1930, nelle prove eseguite per scovrire tracce di catrame di litantrace nei bitumi dei petroli, adoperando come solvente, oltre il benzolo, anche alcool, cloroformio, acetone e benzina, mi hanno spinto ad adoperare per un carbone che esaminavo 4) , come solventi anche V alcool ed il cloroformio. Prima di esporre i risultati che ho ottenuti con questi tre sol- x) Rinne F. — La Science des roches , pag. 542, III Ed. francese. Ed. La- marre, Parigi, 1928. 2) Stach E. — Kohlenpetrographisches Praktikum. Sammlung naturwissen- schaftlicher Praktika, Bd. 14, pag. 170. Ed. Borntraeger. Berlino, 1928. 3) Teuscher W. — Fluoreszenzanalyse an Steinkohlen- und Erdòlpech sog. Bitumen. Chemiker Ztg. 1930, pag. 987. 4) Trattavasi di un carbon fossile, che si rinviene nei terreni liassici di Lon- gobucco nella Sila (Calabria) e che , ad eccezione della polvere e della striscia bruna , rivelava caratteri petrografici , oltre che geologici , che lo avvicinano più ad un litantrace che ad una lignite. — 88 — venti, adoperati, s’ intende, separatamente, va precisato quanto il Teuscher concludeva e cioè : 1) - che la fluorescenza, che si ottiene sciogliendo il catrame del carbon fossile nei 5 solventi da lui adoperati, sarebbe dovuta all'antracene ; 2) - i colori della luminescenza (neir oscurità e sotto l'eccita- zione delle radiazioni ultraviolette) permangono gli stessi anche quando detto catrame venga mescolato con bitumi di petroli (i quali hanno colori di luminescenza in genere diversi) ; 3) - i colori della luminescenza sono netti anche in soluzioni molto diluite. Il Teuscher ottenne i risultati riportati nella Tabella 1, ove sono indicati anche i colori di luminescenza dei bitumi provenienti da petroli. Tab. I. — Risultati ottenuti dal Teuscher, esponendo soluzioni (I : 50.000 in peso) varie di bitumi (di petroli) e di catrame di « Steinkohlen » alle radiazioni ultraviolette. fi Solvente Colori della luminescenza Bitumi di petroli Catrami di carbon fossile Miscele del catrame e del bitume Benzolo rosso-bleu verde-bleu verde-bleu Alcool rosso-bleu quasi lilla oltre mare oltre mare Acetone rosso-bleu verde-bleu verde-bleu Benzina quasi rosso verde-bleu verde-bleu Cloroformio bianco-verde bianco-verde bianco-verde Senza tener conto per ora del composto o dei composti che possano determinare la fluorescenza (sia nelle soluzioni di litantraci, che in quelle dei loro catrami) ho voluto saggiare il carbone sud¬ detto anche con il cloroformio e l'alcool, per vedere se anche essi estraessero le sostanze fluorescenti direttamente dal carbone. E perciò, immergendo pochi decigrammi (2 - 3) di polvere del carbone in esame in circa 10 cm.3 di solvente , ho riscaldato fino ad ebollizione e poi filtrato. Ho ottenuto dei liquidi fluorescenti che ho osservati con i risultati raccolti nella Tab. II, ove : - 89 - — nella colonna a) sono indicati i colori delle soluzioni os¬ servati alla luce del giorno e nelle colonne (2), (3), (4) e (5) i colori osservati alla lampada di Wood con irradiazione dall'alto della su¬ perficie libera e precisamente : — nella colonna (2) i colori di luminescenza osservati nelle provette con le sole radiazioni ultraviolette ; — nella colonna (3) i colori di luminescenza come sopra, quando il liquido era contenuto in vetri da orologi ; — nella colonna (4) i colori di riflesso della superficie del liquido in provette sotto le radiazioni ultraviolette, ma tenendo accesa anche la luce elettrica ; — nella colonna (5) i colori di riflesso come alla colonna (4) ma su vetri da orologi. Tab. IL — Colori di fluorescenza osservati nelle soluzioni (filtrate) della polvere di carbone di Longobucco. Solvente (1) (2) (3) (4) (5) Benzolo da giallo citrino a verde giallastro viola-bleu viola-bleu bleu bleu Alcool da giallo pallidiss. a giallo verdognolo viola pallido viola pallido viola pallido viola bleu Cloroformio da giallo a verde ed a giallo aranciato bianco-verde (sporco) bianco-verde (sporco) bleu verde bleu verde Dalla Tabella si deduce: 1. - che, rispetto alla fluorescenza e con i solventi impiegati, il carbone in esame si comporta come un litantrace; 2. - che la fluorescenza lo stesso carbone la dà , oltre che col benzolo (usato dai petrografi del carbon fossile), anche con al¬ cool e con cloroformio. È interessante rilevare che la luminescenza è vivissima e com¬ pare immediatamente. Va notato però che soltanto la soluzione in cloroformio mi ha dato gli stessi colori di luminescenza ; le altre soluzioni (in alcool 90 - ed in benzolo) hanno dato tinte più alte (di frequenza) di quelle riscontrate dal Teuscher nel catrame. Come pure va osservato che nelle provette la luminescenza penetrava fino al fondo (per altezza di liquido di 4-5 cm.) con in¬ tensità praticamente uniforme : fatto, questo , derivante evidente¬ mente dal grado di concentrazione. Prima però di potere assumere questo della fluorescenza nei solventi organici succitati come carattere distintivo dei litantraci, occorrono numerose prove su carboni ben definiti. E perciò, mi sono proposto di intraprendere una serie di ri¬ cerche 4) atte a stabilire se, in quali condizioni e fino a quale grado il metodo possa costituire norma utilizzabile praticamente. Napoli, Istituti di Geologia Applicata e di Arte Mineraria della R. Università, aprile 1936-XIV. Riassunto. La forte fluorescenza che s’ottiene, bollendo con benzolo il litan¬ trace polverato, è ritenuta una delle caratteristiche dei litantraci nei confronti delle ligniti. In questa nota si comunica che anche con il cloroformio e con l’alcool etilico s’è avuto ugualmente fluorescenza, trattando polvere di un carbone, per altre vie determinato come litantrace. L’A. si riserva però di sviluppare le ricerche su un numero suf¬ ficiente di ligniti e di litantraci e con lTmpiego in parallelo di benzolo, cloroformio, alcool e benzina allo scopo di stabilire se la forte fluore¬ scenza delle soluzioni possa considerarsi veramente come una carat¬ teristica dei litantraci (o per lo meno di quelli più tipici). ') Una interessante rassegna detrazione dei solventi sul carbon fossile l'espose il consocio Dr. Selim nella " Rivista di Fisica , Matematica e Scienze Naturali „ nel fase, del gennaio 1933. Finito di stampare il 30 giugno 1936. Sulla “ reazione della lignina „ per la distin¬ zione fra ligniti e litantraci dei soci F. Penta e L. Longo (Tornata del 18 maggio 1936) I. — Premesse. Nello studio petrografico, che uno di noi sta eseguendo sul carbone mesozoico *) di Lagonegro, fra gli altri procedimenti se¬ guiti allo scopo di determinare petrograficamente 2) la natura del carbone in esame, vi è stato quello conosciuto come reazione della lignina. Tenendo conto, s' intende, che la reazione, come avverte pure lo Stach 3), non si manifesta in quelle rare ligniti, che provengono da materiale piuttosto scevro di lignina. Il Buttgenbach 4), che pure in generale abbonda di indicazioni molto pratiche, trattando delle ligniti, dice soltanto che esse si di¬ sciolgono nell' acido nitrico. ’) Per questo carbone vedi la segnalazione di De Lorenzo G. (N. 3 della bibliografia in Appendice). 2) Di stabilire cioè, per lo meno, se il carbone, per i suoi caratteri, debba definirsi un "litantrace,, (nel senso italiano più lato e cioè nel senso tedesco degli "Steinkohlen,,, con i quali vengono abbracciati : "Streifen- k o h 1 e n „, "Kannelkohlen,,, "Bogheadkohlen,,, ed i loro termini intermedi) o se si debba interpretare piuttosto come una lignite (nel senso ita¬ liano più lato e cioè di "Braunkohlen,, tedesco, che abbraccia sia le nostre ligniti picee "Glanzbraunkohl en„ o più semplicemente "G 1 a n z k o h le n „, che le ligniti comuni o propriamente dette, costituenti cioè i "Braunkohlen,,) su cui abbia eventualmente agito un effetto metamorfizzante (o antracitizzante), certamente non in contrasto con la tettonica del giacimento e delle formazioni incassanti. 3) Stach E. (N. 18). 4) Buttgenbach H. (N. 1, pag 612). — 92 — Il Rinne *), fra le reazioni chimiche che permettono di ricono¬ scere le ligniti, indica anche quella dell' acido nitrico e dice : “ le “ligniti (lignites) all’ ebollizione con acido nitrico diluito (1/10) “ imprimono al liquido una colorazione rossa, che non si produce “ con il litantrace ( houille ) „. Lo Stach 2) a proposito della differenziazione, in generale, fra ligniti (Braunkohlen) e litantraci (Steinkohlen) dice : " il terzo mezzo “importante di distinzione è la reazione della lignina “ (colorazione rossa all’ebollizione in acido nitrico diluito). Se si fa “ bollire un litantrace in acido nitrico diluito ad 1 : 10, non si ha “ alcuna colorazione rossa. Con le ligniti si ha la colorazione del “ liquido già alla temperatura di bagnomaria. Inoltre (secondo il “ Pietzsch K.) con più avanzata riduzione dell'acido distillano acido “ cianidrico ed ammoniaca. “ Questa reazione è provocata dal contenuto di lignina della “ lignite. La reazione non si verifica nelle rare ligniti, provenienti “ da sostanze con scarso contenuto di lignina „. Lo stesso autore (Op. cit. , pag. 154), trattando delle ligniti picee, riporta che secondo Weithofer K. A. la lignite picea, man¬ tenuta per 3 ore in acido nitrico 1 : 10 a bagnomaria, imprime al liquido una colorazione giallo-rossa scura e che essa dimostra così chiara la reazione delle ligniti. Trattando poi (pag. 155) delle ligniti tutte (Braunkohlen, com¬ prese quindi anche le picee) riporta la definizione delle ligniti se¬ condo il Gothan, il quale, fra 1’ altro, fissa che le ligniti “ quasi sempre dànno chiara reazione della lignina (colorazione rossa del liquido al riscaldamento in acido nitrico diluito) „. Come si vede già il Gothan incomincia a limitare la sicurezza del metodo aggiungendo il “ quasi „. E difatti nell' applicazione pratica, nonostante tutte le precau¬ zioni usate per mantenere le stesse condizioni di esperienza, le co¬ lorazioni, ottenute applicando il metodo nello studio succennato^ non sono state così decisive , come invece le indicazioni piuttosto tassative degli autori su citati lascerebbero prevedere. Nè le colorazioni avute, trattando alcuni carbon fossili tipici (ligniti, litantraci ed antraciti), assunti per il confronto, indispensa- ’) Rinne F. (n. 16, pag. 540). 2) Stach E. (n. 18, pag. 169). — 93 — bile nella valutazione di effetti qualitativi e cromatici, quali quelli in esame, sono state più nettamente distintive. E perciò, prima di applicare il metodo al carbone da definire, si è dovuto stabilire con esattezza come dovesse interpretarsi il risultato di questa reazione e quale valore distintivo essa potesse praticamente avere ; si è stati costretti perciò a ripetere il proce¬ dimento su un numero abbastanza grande di carboni differenti e per quanto possibile ben definiti (per analisi chimica, per netti ca¬ ratteri macroscopici e per età e caratteristiche geologiche). Le indagini iniziate, diciamo così, a solo uso personale, mo¬ strarono durante il loro svolgimento, effetti che ci indussero alla osservazione di dettagli non previsti nè indicati dagli autori vari. E poiché i risultati ottenuti si rivelano suscettibili di una espressione oggettiva e generalizzabile, ma ben più definita di quanto non sia la dicitura della semplice e non sempre netta 41 colorazione rossa „ della soluzione, crediamo utile qui comunicarli. Diciamo subito che gli effetti cromatici, sui quali si dovrebbe basare la distinzione e la loro valutazione si sono mostrati dipen¬ denti da vari fattori e fra questi principalmente : 1°) dal momento in cui si osservano le colorazioni : i colori delle soluzioni filtrate, infatti, impallidiscono talvolta sensibilmente quando sono lasciate per un certo tempo nell' ambiente stanza ; 2°) dall' avere o no filtrato ; 3°) dalla forma del recipiente, che contiene il liquido, o me¬ glio dallo spessore di liquido, che si lascia attraversare dalla luce (dalla prevalenza cioè della luce riflessa o rifratta) e cioè in gene¬ rale dalle condizioni di illuminazione. Mentre la valutazione del quantitativo di materiale restato in¬ soluto e della sua natura (le ligniti dovrebbero disciogliersi com¬ pletamente) non può prescindere dalla considerazione della durata del trattamento e cioè dalla liberazione totale delle sostanze volatili e non può avere valore, se non è stato filtrato e lavato sufficien¬ temente il residuo, il quale ultimo infine, soltanto dopo essiccazione, rivela il suo vero colore. In considerazione di tutto ciò, il trattamento con EIN03 dei carboni esaminati si è condotto con le modalità che qui passiamo ad esporre. Tutti i carboni vennero ridotti in polvere e di ciascun campione ne venne preso un mezzo grammo, che fu introdotto in una bevuta, in cui vennero versati 50 cm3 di HNOs al 10 °/0. Il tutto venne - 94 — riscaldato e si ebbero carboni che dettero a caldo una vivace effer¬ vescenza con sviluppo di ipoazotide riconoscibile dal colore rosso¬ bruno ed altri che non ne diedero affatto. Quelli in cui si produsse la suddetta effervescenza che si prolungò per diverse ore (oltre 10 ore) vennero scaldati con precauzione, per evitare che il liquido fuoruscisse dal recipiente, fino a che non cessò del tutto. Quelli invece, in cui non si produsse effervescenza vennero fatti bollire per diverso tempo (almeno tre ore), aggiungendo sia agli uni che agli altri di quando in quando dell' acqua distillata, per mantenere il livello costante. Indi venne separata mediante filtrazione la parte rimasta indisciolta, raccogliendo il filtrato in un tubo da saggio e lavando il residuo insolubile sul filtro con acqua distillata calda fino a che le acque di lavaggio non passarono del tutto incolori e neutre. Per paragonare i colori ci si è serviti delle provette perchè si è notato che entro le bevute i liquidi presentavano un colore più variabile secondo la direzione secondo cui si osservavano. II. — Descrizione dei carboni e loro comportamento all’ attacco con HNOs La descrizione dei caratteri macroscopici per tutti i carboni si intende allo stato asciutto, cioè dopo conservazione dei campioni per parecchio tempo (per alcuni carboni diversi anni) in ambiente stanza. 1°) — Baragiano (Prov. di Potenza). Colore: nero, ma con tendenza brunastra nelle zone fibrose. Splendore: variabile dal piceo al serico. Frattura: a spigoli vivi, che va dal concoide al pianeg¬ giante : precisamente è pianeggiante parallelamente alle fibre del legno, ove appunto notasi lo splendore quasi matto con l'aspetto suddetto serico. Gli orli, là dove sono molto taglienti, sono legger¬ mente translucidi con spiccata tinta rosso-bruna (visibile per tra^ sparenza). Consistenza: tenace. La frattura concoide si nota perpendicolarmente alla direzione delle fibre, ma anche parallelamente (quivi però è meno perfetta). Aspetto: mentre in alcuni punti ha tutto l’aspetto di un carbone di legna, in altri è compatto, lucente e piceo. — 95 - Anche là dove è nettamente fibroso, e quindi quasi matto, si notano intercalazioni splendenti. Striscia sulla porcellana (non smaltata): marrone. Colore della polvere: marrone più chiaro. Comportamento alla levigazione: si leviga fa¬ cilmente senza bisogno nè di indurimento nè di essere fissato con gommalacca o simili. Comportamento al trattamento con H N O 3 al 10 0 / 0 : vivace effervescenza, che perdura per diverse ore con svolgimento di ipoazotide; colorazione del liquido filtrato : bruno¬ giallastra , se osservata per riflesso ; gialla, se osservata per tra¬ sparenza. Guardando dall' alto la superficie libera del liquido nella prò. vetta, si nota che il liquido riflette una luce nettamente rosso-ver. miglione. Sottoposto alle radiazioni ultraviolette entro un vetro da oro¬ logio e lasciando colpire la superficie dall' alto si è notato nella oscurità una luminescenza giallastra ed una opalescenza che ap¬ paiono immediatamente ; illuminando con la luce elettrica, la detta superficie riflette immediatamente un colore bleu. Piccolo residuo insolubile raccolto sul filtro, che si presenta allo stato asciutto di un colore giallo sporco. 2°) — Montefalcone (Prov. di Campobasso). Sponda sinistra Vallone Cucciano, nella proprietà Gasparri. Potenza affiorante: 15-20 cm. Colore: variabile dal nero al bruno Splendore: variabile dal piceo al matto. Frattura: variabile dalla prismatica alla concoide. Orli in generale taglienti. Non si nota translucidità agli orli. Consistenza: abbastanza tenace. Il carbone si apre pa- rallelamente ai piani di stratificazione , presenta inoltre una facile suddivisibilità prismatica secondo piani paralleli fra loro e poco inclinati alla giacitura di stratificazione. Tale ultima suddivisibilità è però netta, là dove la massa presenta splendore piceo. La suddi¬ visibilità invece secondo la giacitura di stratificazione sembra sia accentuata da incrostazioni di solfato ferroso provenienti dall' ossi¬ dazione del solfuro di ferro. - 96 Come nel carbone di Baragiano (n. 1°), anche qui l'aspetto varia da quello di legno, neanche carbonizzato, ad una massa compatta picea. In alcuni tagli verticali dei campioni (perpendicolari alla giaci¬ tura di stratificazione) notasi una tipica disposizione alternata di strati sottilissimi lucenti e di strati quasi del tutto matti. Striscia sulla porcellana (non smaltata): marrone. Colore della polvere: marrone scuro. Comportamento alla levigazione: acquista facil¬ mente il pulimento senza bisogno di preparazione ; però durante la levigazione si sfalda facilmente secondo i piani paralleli alla stra¬ tificazione. Sulle facce pulite parallele alla stratificazione si notano macchie di colore giallo-oro. Risultato del trattamento con HN03 al 10 °/0: effervescenza a caldo che perdura per diverse ore come al N. 1; il liquido filtrato presenta colorazione e fenomeni identici al N. 1. Osservato dall’ alto si vede pure l'opalescenza. Sottoposto alle radiazioni ultraviolette si è comportato come il N. 1. Residuo insolubile : (maggiore del N. 1) e di colore marrone. Nelle prime acque di lavaggio del residuo insolubile si notano in sospensione sostanze colloidali. 3°) — S. Marco La Catola (Prov. di Foggia). Ricerca Fascia Michele. Sulla riva sinistra del vallone Replanata a quasi un cento metri dalla confluenza con V altro vallone detto S. Cristoforo si rinviene una piccola lente di lignite di 10-15 cm. di potenza. Altro strate- rello di pochi cm. (2,5 cm.) affiora in un altro valloncello poco discosto dal precedente. I terreni interessati, entro cui si trovano anche altre sottili strie carboniose, sono costituiti da arenarie di differente grana e durezza. Nel 1927 erano state eseguite delle ricerche con l'approfondi¬ mento di un sondaggio spinto per una cinquantina di metri. Ma all' utilizzazione industriale del giacimento si oppongono trasporti e poca potenzialità. Colore: nero, con appena una traccia brunastra, dove è finemente fibrosa. — 97 — Splendore: dal quasi matto al piceo poco intenso ed al lievemente serico (quest' ultimo nelle zone fibrose). Frattura: da piana a concava (e talvolta anche alla concoide). Spigoli: vivi. Non si nota translucidità agli orli. Consistenza: tenace. Si sfalda secondo piani talvolta molto regolari, lungo i quali notasi bene la sezione trasversale del legno, ove appunto il carbone ha l' aspetto di ebano. In alcuni punti di questo carbone si notano intercalazioni di sostanze mine¬ rali a forme talvolta lenticolari nelle sezioni, ma che in effetti co¬ stituiscono riempimenti di cavità cilindriche preesistenti nel legno e sviluppate parallelamente alle sue fibre. Come pure in qualche punto si notano depositi di solfuro di ferro fresco. Striscia sulla porcellana (non smaltata): marrone. Colore della polvere: nero. Risultato del trattamento con HNOsal 10 °/0: effervescenza che perdura per diverse ore come ai NN. 1 e 2. Il liquido filtrato presenta, come ai NN. 1 e 2, colore giallo per tra¬ sparenza e bruno giallastro per riflessione, però con tendenza verso il rosso. Il liquido, se osservato dall’ alto, si presenta rosso-carminio con un po' di opalescenza. Sottoposto alle radiazioni ultraviolette si è comportato come i NN. 1 e 2. La parte indisciolta è costituita da un piccolo residuo rosso¬ bruno, in cui spiccano dei puntini gialli (Solfo?). Nel filtrato e nelle prime acque di lavaggio del residuo inso¬ lubile si notano sostanze colloidali in sospensione. 4°) — Briatico (Prov. di Catanzaro). Il giacimento già era conosciuto sin dal 1748-56, per cui vedi Penta (n. 14, pag. 454, 456). Di questo materiale una descrizione dette il Ronza (17), che in proposito così si esprime : “ Il banco di lignite torbosa della " miniera di Briatico è racchiuso nell'argilla a " ostree „ ed a “ ce- 41 rizi „ della base del miocene superiore. L' estensione dei giaci- 41 mento quale è stata accertata dai lavori eseguiti dal 1918 al 1923, u epoca in cui furono interrotti, si presenta ragguardevole e la 41 potenza dello strato varia tra i m. 1,60 ed i m. 2. La sua consi- — 98 — " stenza si presume in Tonn. 3.000.000. Il potere calorifico del " combustibile è di 4.825 calorie,,; la sua costituzione è la seguente (Laboratorio FF. SS.) : Umidità Ceneri . Materie volatili Carbonio fisso " La qualità della lignite non è quindi fra le migliori, tuttavia " le sue ottime condizioni di giacitura (superficialità e piccola pen- " denza dello strato) e limportanza delle opere già eseguite (tele- “ ferica, ferrovie, decauville, etc.) ne renderebbero proficua la coL “ tivazione qualora fosse integrata da un opportuno impianto di “ distillazione e ricuperazione dei sottoprodotti. " I lavori produttivi della miniera di Briatico sono sospesi fino 11 dal 1923 ed in atto quasi tutto l'antico sotterraneo è crollato ed " inondato. " A notare che trovasi tuttora giacente, in pezzi, sul piazzale “ di arrivo della teleferica un impianto completo di distillazione " sistema Rolle „. Colore: nero brunastro. Splendore: variabile dal matto al piceo. Frattura: irregolare; dove c'è splendore piceo, la frattura tende verso il concoide. Spigoli: piuttosto vivi, ma raramente taglienti. Aspetto: Nella massa il carbone ha quasi l'aspetto di una sostanza proveniente da un colloide. Notasi che in alcune zone è vi¬ sibile una struttura legnosa ed in altre si mostra una struttura quasi come se fosse concrezionata. Nell' assieme il carbone si presenta come un fango, onde l' idea di una lignite piuttosto torbosa. Consistenza: il materiale conserva la sua compagine, sgretolandosi però sotto la pressione delle mani. Non si può dire che esistano una o più direzioni preferite di sfaldabilità. Striscia sul la porcellana (non smaltata) : marrone. Colore della polvere: marrone scuro. Comportamento al trattamento con H N O 3 al 10 °/Q : Vivace effervescenza a caldo perdurante per diverse ore similmente ai NN. 1, 2, 3. Il liquido filtrato, a differenza dei pre¬ cedenti, presenta i seguenti caratteri guardato per trasparenza è - 99 — bruno-rossastro, nettamente rosso per riflesso ; rossa opalescente si presenta la superficie libera del liquido nella provetta, se osser¬ vata dall' alto. Sottoposto alle radiazioni ultraviolette si è comportato come i NN. 1, 2, 3. La parte indisciolta è costituita da un piccolo residuo, che, bagnato, ha l'aspetto di particelle carboniose di colore nero; asciutto si presenta come una massa marrone scuro con dentro scagliette trasparenti, viola iridescenti per riflessione.. Nel liquido appena fil¬ trato si notarono in sospensione sostanze colloidali, le quali, dopo 24 ore, si depositarono sul fondo, lasciando il liquido del tutto trasparente. 5°) — Andretta (Prov. di Avellino). Contrada Airola,' proprietà Gallo. “ In comune di Andretta vennero eseguite nel 1916-18 alcune " ricerche entro le arenarie plioceniche affioranti nella regione. Esse “ posero in vista uno straterello di lignite picea di cm. 45 di po~ “ tenza, il quale, anche perchè commisto colle argille, non è indu- " strialmente coltivabile „ (Ronza, n. 17, pag. 27). Per questo materiale vedi Penta (n. 14, pag. 146, 225), Fran¬ chi (n. 6). Colore: nero. Splendore: matto con strisce esilissime lucenti parallele ai- piani di stratificazione e zone a splendore piuttosto piceo si notano là dove le strisce sono fratturate irregolarmente. Frattura: quasi piana perpendicolarmente alla stratifica¬ zione e facile suddivisibilità parallelamente alla stessa. Il materiale si frantuma in pezzi piuttosto prismatici a spigoli vivi e taglienti. Consistenza: Materiale resistente, però, come si è detto, si apre secondo i piani di stratificazione e normalmente ad essi col semplice sforzo delle mani. Anche qui si notano macchie di solfato ferroso provenienti dall' ossidazione dei solfuri. Sulle facce di frattura esistenti nelle masse si notano depositi limonitici. Striscia sulla porcellana (non smaltata): bruno scura. Colore della polvere: nero. Risultato del trattamento con HN Os al 10 °/0 : vivace effervescenza a caldo durata per diverso tempo. Colore del — 100 — liquido filtrato : per trasparenza bruno rossastro, per riflesso rosso netto; superficie libera osservata dall’alto: rosso opalescente. Sottoposto alle radiazioni ultraviolette si è comportato come i precedenti. Piccolo residuo insolubile di colore marrone scuro. 6°) — Morcone (Prov. di Benevento). Ricerca Contrada Cisterna. (Società Lignitifera Miniere di Mor¬ cone). " È questo, secondo Ronza (n. 17, pag. 28, 29, 30) uno dei 11 giacimenti lignitiferi più importanti del Mezzogiorno; esso è con- " tenuto in un vastissimo bacino pleistocenico limitato, a Nord, dal " Vallone S. Marco, ad Est dal fiume Tammaro, a Sud dal torrente " Rioncomo e ad Ovest dalla strada Provinciale Sannita. “ La consistenza del giacimento è stata valutata in oltre 8 mi- " boni di tonnellate. 11 II banco lignitifero si trova intercalato nelle marne ed argille 41 sabbiose sottostanti ai conglomerati alluvionali ricolmanti il bacino " stesso. Gli strati utili, accertati per vastissimo tratto, sono tre, 41 della potenza rispettiva di metri 4, 2 e 4. " 11 potere calorifico del combustibile (metodo Tompson) è di 41 3.845 calorie (lignite umida); va però notato che le ceneri sono " molto fusibili per il loro alto tenore in soda e potassa. " Le prove di distillazione hanno dato i seguenti risultati (La- 41 boratorio FE. SS.) : Acqua ammoniacale . . 36,30 Coke . 44,35 Catrame . 2,00 Gas e perdite . . . 17,35 100,00 L’analisi della lignite dà: Umidità (in stufa a 110°) 45,9 Sostanze volatili 41,7 r , L Ceneri 29,7 ( Carbonio fisso 28,8 Solfo fisso 0,37 „ volatile 0,34 Solfo totale 0,71 Azoto 0,98 101 Su questo carbone vedi anche Penta (14) pag. 456, 636, 640, 686 e n. 5, 10, 12 e 19 della bibliografia qui in Appendice. Il Giordani (7) studiò il giacimento nel 1921 ed in base alla estensione del giacimento, ad analisi chimiche ed a prove di agglomerazione e di gassificazione eseguite su campioni vari ritenne la convenienza economica del suo razionale sfruttamen¬ to , in considerazione specialmente della circostanza favorevole dovuta al fatto che la zona del bacino lignitifero è attraversata dalla linea ferroviaria Benevento - Campobasso - Termoli. Rimandiamo alla nota originale (corredata di una tavola) per tutto ciò che riguardi sia le condizioni di giacitura dei tre banchi costituenti la forma¬ zione lignif ifera sia per quanto riguardi tutte le analisi e le prove eseguite sui campioni prelevati da due dei tre suddetti banchi. Colore: grigio scuro. Splendore: matto con striscie esilissime lucenti. Frattura: pianeggiante parallelamente ai piani di stratifi¬ cazione. Spigoli: vivi. Consistenza: gli straterelli si rompono se inflessi, ed in tal modo si sfaldano secondo i piani di stratificazione, lasciando vedere in questo caso residui vegetali con struttura conservata e di colore marrone. Aspetto: piuttosto torboso. Striscia sulla porcellana (non smaltata): marrone. Colore della polvere: grigio eon tendenza al marrone. Risultato del trattamento con HN03 al 10 c/0 : vivace effervescenza a caldo durata però per questa lignite, a dif¬ ferenza delle precedenti, soltanto un paio d’ore. Colore del liquido filtrato: giallo citrino per tra¬ sparenza e giallo per riflesso: il riflesso della superficie guardato dall’alto, ma attraverso il vetro, è giallo aranciato; osservato come gli altri dall'alto e dal di dentro della provetta, è giallo vivace. Sottoposto alle radiazioni ultraviolette, si è comportato come i precedenti. Notevole il residuo insolubile e di un colore marrone - chiaro (allo stato asciutto). 102 — 7°) — Longobucco (Prov. di Cosenza). Contrada " Acqua di Pietra „ Proprietà Berardi. Come da nota a parte di uno di noi 4) questo carbone si rin¬ viene fra gli straterelli argillosi intercalati fra i calcari e le arena¬ rie del Lias Silano. Per l'età dei terreni e per la Geologia del territorio vedi : Penta (n. 14 , pag. 452, 456, 459, 525, 528) ed i n. 2 e 6 bis della bibliografia qui in appendice. C o lo re: nella massa grigio sporco, nella frattura fresca nero splendente. Frattura: dal piano al concoide. Spigoli: vivi. Splen dorè: nella frattura fresca dal piceo al metallico iride¬ scente. Aspetto: dal legnoso al litoide; quest’ultimo però dove le superfici di frattura naturale sono incrostate di materie minerali più o meno ferrifere. Consistenza: si apre secondo fratture preesistenti se con certo sforzo viene inflesso con le mani. Striscia sulla porcellana (non smaltata): marrone. Colore della polvere: nero. In alcune direzioni di frattura si nota una certa fibrosità. Si rompe in prismoidi perpendicolarmente alla stratificazione. Comportamento alla levigazione: facile a levi¬ gare, senza preventivo indurimento o fissaggio. Risultato del trattamento con HN03 al 10°/o: nessuna effervescenza. Il liquido filtrato presenta una tenuissima e quasi impercettibile colorazione giallastra (per trasparenza), per ri¬ flesso niente. Un colore giallo molto debole si ha osservando la superficie libera del liquido dall'alto e nelFinterno della provetta. Sottoposto alle radiazioni ultraviolette entro un vetro da orologio c lasciando colpire la superficie del liquido dalTalto si sono notate nell’oscurità dopo un po' di tempo soltanto tracce di luminescenza. Illuminando colla luce elettrica, non vi è stato da parte della superficie del liquido nessuna colorazione di riflesso. ') Penta F. — Carbon fossile nel mesozoico di Longobucco in Calabria. Rend. R. Acc. Lincei, ser. 6a, voi. XXIII, fase. 10, 1° seni , p. 794, Roma, 1936. - 103 — Residuo insolubile: abbondante, di colore nero lu¬ cente allo stato asciutto. 8°) — S. Martino Sannita (Prov. di Benevento). Vallone Mela (Cucciano) - Proprietà Pecorelli. Ronza (n. 17, a pag. 27) parla del giacimento di questo car¬ bone e dà le seguenti notizie : “ In località Vallone Cucciano esistono, interclusi nelle argille, piccoli straterelli di lignite xiloide privi d'importanza,,. Vedi pure Penta (n. 14, pag. 146 e 238). Colore: nella massa grigio sporco, nella frattura fresca nero. Splendore: matto nella massa, notandosi uno splendore soltanto nella frattura fresca. Si sfalda secondo i piani di stratifica¬ zione e si rompe perpendicolarmente ad essi con trattura da piana a concoide. Spigoli: vivi. Consistenza: il campione si sgretola facilmente tra le mani. La frattura perpendicolare ai piani di stratificazione lascia ve¬ dere la struttura a straterelli sovrapposti con splendore variabile dal matto a quello quasi grafitico e la ricchezza in sostanze mi¬ nerali facilmente ossidabili ed alterabili (solfuri). Perciò il carbone dopo tenuto per vari anni esposto all'aria ambiente si è quasi com- completamente disgregato, assumendo un aspetto di materiale de- tritico. Sui pochi residui di carbone rimasti intatti e freschi si no¬ tano nell'interno efflorescenze bianche miste a cristalli di solfo. Striscia sulla porcellana (non smaltata): bruna. Colore della polvere (però la polvere fu per questo carbone ricavata da un pezzo abbastanza fresco): grigio marrone. Risultato del trattamento con H N O 3 al 10 °/0: vivace effervescenza durata per diverso tempo. Colore del liquido filtrato: giallo per trasparenza, bruno per riflesso; rosso vermiglione con lieve opalescenza se os¬ servata dall'alto, guardando nell'interno della provetta, la superfi¬ cie libera del liquido. Sottoposto alle radiazioni ultraviolette entro un vetro da oro¬ logio e lasciando colpire la superficie del liquido dall'alto, si è notato nell'oscurità una luminescenza giallastra ed un' opalescenza che appaiono immediatamente. 104 — Illuminando con la luce elettrica, la detta superficie riflette immediatamente un colore bleu. Piccolo residuo insolubile di colore marrone e di aspetto tor¬ boso allo stato asciutto. 9°) — Terni (Miniera di Colle d’Oro). Min. per l'Agr. - Direzione generale dei combustibili - Re¬ lazione e studi del comitato tecnico per l’uti¬ lizzazione dei combustibili n a z i o n a 1 i - Roma Tip. del Senato, 1923. Da pag. 21 della relazione sui combustibili (n. 9) si ricavano per questo materiale le seguenti notizie: "Conca di Terni (Massa Martana, Dunaroba, Colle deirOro,ecc.). " Strati di potenza da 0,50 a 5 m., potenzialità presunta Tonn. 5.000.000; ligniti xiloidi e ligniti torbose ; età geologica: pliocene. " Risultato dell'analisi della lignite di Colle d'Oro : umidità 39,79 °/0 15,24 „ 59,67 „ 24,77 „ ceneri . . . . materie volatili . carbonio fisso potere calorifico . 3590 calorie Colore: marrone molto chiaro. Splendore: dal piceo al matto. Frattura: facile pianeggiante perpendicolarmente alla stra¬ tificazione. Su questa frattura si nota un’alternanza di piccoli stra- terelli bruni e neri: quelli neri presentano uno splendore abba¬ stanza netto. Consistenza: il materiale, inflesso fra le mani, si rompe facilmente perpendicolarmente alla stratificazione. Aspetto: di un vero legno. Striscia sulla porcellana ( non smaltata) : marrone chiaro. Colore della polvere: marrone chiaro. Risultato del trattamento con HNOs al 10°/o: vivace effervescenza a caldo durata per diverso tempo. Colore del liquido filtrato: giallo citrino per tra¬ sparenza e per riflesso, giallo carico con un po' di opalescenza, — 105 — osservando la superficie libera dall'alto e guardando nell'interno del¬ la provetta. Il detto liquido, sottoposto alle radiazioni ultraviolette, ha pre¬ sentato una fluorescenza come le altre ligniti, però è un po' meno pronunziata. Piccolo residuo insolubile di colore giallo ocra allo stato asciutto. 10°) — Agnana (Prov. di Reggio Calabria). Ronza (n. 17, pag. 36), parlando di questa lignite, osserva che il " Bacino di Agnana ha un' estensione di vari kmq. ed è costituito " da un fondo eocenico, variamente tormentato, sul quale sono in- H tercalate con le arenarie e le argille sabbiose, due strati di lignite “ picea per la potenza complessiva di circa m. 1. a La potenzialità complessiva del giacimento si presume di tonn. * 700000 e 1' analisi del combustibile ha dato i seguenti risultati " (Laboratorio FF. SS.) : Umidità 5,3 % Ceneri 13,8 II Materie volatili 30,5 Il Carbonio fisso 55,6 II Potere calorifero 6507 calorie. " Per la configurazione generale del terreno di riposo, il quale " è ripiegato da vari dislocamenti, il combustibile è rotto da nume- “ rose faglie e tale circostanza, unita alla sua limitata potenza ed alle " difficoltà dei trasporti (il giacimento dista km. 10 dalla stazione di '* Siderno) determinò 1' abbandono, fin dal 1918, di ogni lavoro di 11 sfruttamento. " Il bacino lignitifero di Agnana ha forma ellittica con un asse " maggiore di m. 2500 ed un asse minore di oltre m. 1500. Inol- " tre, con ogni probabilità, esso si riannoda al vicino bacino di Anto- " nimina sì da costituire un unico sistema di notevole estensione „. Vedi pure Penta (ri. 14, pag. 450, 451, 454, 455, 456, 465, 466, 613, 615, 616, 620). Colore: nero. Splendore: piceo. Frattura: piana perpendicolarmente alla stratificazione ed anche parallelamente ad essa. I detriti derivanti dalla frattura mo- ■ strano spigoli vivi. 106 — Consistenza: il carbone è molto tenace. Aspetto tipico di lignite picea. Striscia sulla porcellana (non smaltata) : nera ten¬ dente al bruno. Colore della polvere: nero. Risultato del trattamento con H N 03 al 10 % : vi¬ vace effervescenza a caldo durata per diverso tempo. Colore del liquido filtrato: giallo bruno per tra¬ sparenza e bruno giallastro per riflesso ; rosso vermiglione senza opalescenza, osservando dall’ alto la superficie libera del liquido , guardando nell' interno della provetta. Sottoposto alle radiazioni ultraviolette, il liquido presenta i me¬ desimi fenomeni osservati nei NN. da 1 a 6 e nel N. 8. Abbondante residuo insolubile di colore nero lucente. Il) — Bacu Abis (Sardegna, Gonnesa). Dalla Relazione sui combustibili (N. 9, pag. 24) si ricava che trattasi di vari strati della potenza complessiva di m. 3. Lignite picea eocenica. L' analisi (Laboratorio FF. SS. dette i seguenti risultati : umidità . . 2,54 ceneri .... 23,82 su \ materie volatili . 40,11 campioni essiccati i carbonio fisso . 36,06 ( potere calorifico 5580 calorie Il Principi (n. 15) riporta da uno studio dell’ Ing. Galigari la seguente analisi della lignite : Umidità . . 8,40 Ceneri . . 11,70 Materie volatili .... . 43,05 Carbonio fisso .... . 36,85 Resa in coke .... . 54,75 Potere calorifero (lignite anidra) Calorie 6680. Colore: nero. Splendore: piceo. 107 — Frattura: perpendicolarmente e parallelamente alla strati¬ ficazione. Spigoli: vivi fino al tagliente. Consistenza: tenace. Aspetto: tipico di lignite picea, però con intercalati strati e venule di materiale giallastro. Striscia sulla porcellana (non smaltata): nera ten¬ dente al marrone. Colore della polvere: nero con tendenza al bruno. Risultato del trattamento con H N 03 al 10 °/0 : vivace effervescenza durata per diverso tempo. Colore del liquido filtrato: giallo bruno per tra¬ sparenza, bruno rossastro per riflesso, rosso carminio alla superficie libera osservata dall’ alto guardando nell’interno della provetta. Sottoposto alle radiazioni ultraviolette il liquido presenta i me¬ desimi fenomeni osservati al N. 10. Abbondante residuo insolubile di colore nero brunastro con sca¬ glie lucenti. 12°) — Braunkohle: Paraffinkohle, Sieblos-Rhón. (Lignite grassa scistosa). Colore della massa: grigio. Splendore : lieve splendore piuttosto grasso perpendico¬ larmente alla stratificazione e matto parallelamente ad essa. Frattura: il carbone essendo fogliettato finissimamente si apre secondo i piani di stratificazione e presenta inoltre una facile frattura perpendicolarmente alla suddetta stratificazione. I pezzi che si isolano sono a spigoli vivi. Consistenza : molto resistente. Aspetto: il carbone che si presenta suddiviso in lamine sottilissime, e, perpendicolarmente alle lamine stesse in particelle talvolta granulari, il più frequentemente ha un aspetto nell’assieme di argilloscisto. Striscia sulla porcellana (non smaltata) : marrone chiaro. Colore della polvere: nero tendente al bruno. Risultato del trattamento con HN03 al 10°/e:non vi fu per niente effervescenza. — 108 — Colore del liquido filtrato: lieve giallo sia per trasparenza e per riflesso, che osservando dall'alto la superficie li¬ bera del liquido guardando nell' interno della provetta. Sottoposto alle radiazioni ultraviolette diede gli stessi fenomeni riscontrati al N. 9. Abbondante residuo insolubile nero lucente con particelle bruno chiare allo stato asciutto. 13°) — Lagonegro (Lucania). Fin dal 1924 il De Lorenzo segnalava l' esistenza di questo carbone £) dicendo che si trattava di un piccolo giacimento di vero carbon fossile, o litantrace, nelle montagne mesozoiche di Lagone¬ gro ; ne escludeva l'interesse industriale, rilevandone invece l'im¬ portanza geologica agli effetti dell' intima connessione fra quelle montagne e tutte le altre del grande corrugamento orogenico eura¬ siatico, detto corrugamento alpino. Il De Lorenzo precisava l'ubicazione del rinvenimento ed indi¬ cava che il giacimento si presentava come un banco di carbone di una trentina di cm. di potenza unito ad alcuni straterelli di pochi cm. di spessore dello stesso materiale. Descriveva il materiale come un “ carbone compatto, con lucen¬ tezza grassa ; polvere nera, simile all' aspetto, al coarse coal ed al b o g h e a d „ e riportava i seguenti risultati di una analisi sommaria eseguita dal Dott. M. Giordani : Carbonio fisso 82,50 °l 1 0 Umidità 3,09 II Materie volatili 11,26 II Solfo (metodo di Eschka) 6,16 II Ceneri 3,14 II Potere calorifico (Mahler) 7845 calorie E concludeva : “ Si tratta quindi di un vero litantrace, con un tenore, però, alquanto alto di solfo. Il terreno, in cui questo litantrace è intercalato ; appartiene al Trias Superiore od al Giura Inferiore. Si ha quindi ora nell' Ap¬ pennino meridionale un giacimento di litantrace mesozoico analogo a quello degli strati di Gresten nelle Alpi Orientali ed agli altri, che J) V. n. 3 della Bibliografia in appendice. — 109 — passando pei Càucaso, per i monti deir Alburs in Persia e per i colli di Rajmoshal nell' India, vanno poi ad espandersi negli enormi giacimenti descritti da Richthofen, delle provincie Sz-evan, Kvei-ciu ed Jùnnan della Cina Meridionale Caratteri di questo carbone : Colore: nella massa nero. Splendore : Come quello delle strisce "vitritiche,, dei litan¬ traci. Irregolarmente distribuite nella massa si rinvengono zone a splendore quasi matto, derivante da una minuta tessitura fibrosa. Frattura: il carbone stretto fra le mani si sgretola del tutto in pezzi a forma irregolare, ma con superfici curve splendenti e superfici irregolari con splendore meno accentuato. I pezzi che si isolano sono a spigoli vivi. Consistenza: il carbone non è per niente consistente, spe¬ cialmente se in contatto con 1’ acqua. Aspetto: 1' aspetto va da un litantrace vitritico ad un car¬ bone di legno. Carattere spiccatissimo in questo carbone è il fatto che esso sporca fortemente. L' impressione inoltre che esso dà è che sia for¬ temente rimaneggiato. Colore della striscia sulla porcellana (non smaltata) : nero. Colore della polvere: nero poco lucente. Comportamento alla levigazione: il car¬ bone portato sul piatto di ghisa in presenza di acqua si spappola completamente in modo che per la preparazione di preparati lucidi a sezioni sottili bisogna ricorrere ad indurimento e fissaggio. Risultato del trattamento con HN03 al 10 °/0 : non vi fu per niente effervescenza. Colore del liquido filtrato: per trasparenza giallo appena un po' più visibile del n. 7, per riflesso appena una traccia di giallo, osservato dall' alto come il n. 7. Sottoposto alle radiazioni ultraviolette si é avuto nell'oscurità tracce di luminescenza dopo un po' di tempo e niente nell' illumi¬ nazione con la luce elettrica. Abbondante residuo insolubile allo stato asciutto di colore nero c molto più lucente della polvere. 110 — 14°) — Cannelcoal (Wigan-Lancasterschire). (Litantrace secco a lunga fiamma, compatto). Colore: nero piuttosto tendente verso il grigiastro. Splendore: tipico duritico con traenza al resinoso. Frattura : concoide. Ogni zona concoidale di frattura è estesa più cm. ed è profonda anche più di 1 cm. Spigoli : molto vivi. Consistenza: molto consistente. Aspetto: Y aspetto è di una massa compatta come se il carbone provenisse da una sostanza colloidale. Colore della striscia sulla porcellana (non smaltata) : nero. Colore della polvere: nero poco lucente. Risultato del trattamento con HN03 al 10%: non vi fu per niente effervescenza. Colore del liquido filtrato: per trasparenza lie¬ vemente più giallo del N. 7 e del N. 13, per riflessione giallo ci¬ trino e parimenti giallo citrino osservando dall' alto la superficie libera. Sottoposto alle radiazioni ultraviolette dette gli stessi fenomeni riscontrati al N. 9. Abbondante residuo insolubile di colore nero lucente allo stato asciutto. 15°) — Flòtzkohle (Schalke - Westfalia). (Litantrace secco a lunga fiamma, compatto). Il campione, esaminato, benché nella massa abbia un aspetta molto simile al kànnelkohle del numero precedente, in sostanza si differenzia molto da esso per lo splendore della massa stessa, che non ha la traenza resinosa come il precedente ; presenta inoltre chiare strisce e zone splendenti vitritiche. Colore della striscia sulla porcellana (non smaltata) : nero. Colore della polvere: nero. Risultato del trattamento con HNCL al 10 0 : non à 0 vi fu per niente effervescenza. Ili Il liquido filtrato si presentò incolore e sottoposto alle radia¬ zioni ultraviolette non diede alcuna luminescenza. Abbondante residuo insolubile di colore nero lucente allo stato asciutto. 16°) — Steinkohle (Fettkohle) (Essen, Ruhr). (Litantrace grasso, lamelloso scistoso). Trattasi di un campione di litantrace tipico (Streifenkohle) con strisce predominanti di vitrite. Colore della striscia sulla porcellana (non smaltata): nero. Colore della polvere: nero lucente. Risultato del trattamento con HN03 al 10 °/0 : non vi fu per niente effervescenza. Il liquido filtrato si presentò incoloro e sottoposto alle radia¬ zioni ultraviolette , presentò i seguenti fenomeni : nell' oscurità si ebbe dopo un po' di tempo appena qualche traccia di lumine¬ scenza, e niente nell' illuminazione con la luce elettrica. Abbondante residuo insolubile di colore nero lucente. 17°) — Augenkohle (Saarbrucken, Reinpreussen). Colore : nero. Splendore: submetallico molto vivace. Frattura : perpendicolarmente alla stratificazione piana-con¬ cava, parallelamente alla stratificazione pianeggiante, ma ricca di centri a frattura concoide così regolare da assumere un aspetto ti¬ pico, onde il nome. Notasi però che molti dei cosidetti occhi sono coperti da una esile crosta di solfuro di ferro. Nell' interstratif ica- zione però oltre che pirite si trova anche sostanza minerale non metallica. Spigoli : vivi. Consistenza : abbastanza resistente. Aspetto: il carbone si presenta come una massa continua, suddivisa però in straterelli e lucente come se provenisse da un colloide. Colore della striscia sulla porcellana (non smaltata) : nero. Colore della polvere: nero lucente. 112 Risultato del trattamento con HNOs al 10 °/0: sì ebbe a caldo una vivace effervescenza durata per parecchio tempo. Colore del liquido filtrato: bruno rossastro per trasparenza, bruno rossastro per riflesso e rosso vermiglione, se os¬ servata dalPalto la superficie libera , guardando nell' interno della provetta. Sottoposto alle radiazioni ultraviolette il liquido presentò la stessa luminescenza dei NN. da 1 a 6 e del N. 8, con la differenza però che illuminando con la luce elettrica si ebbe un riflesso bleu ver¬ dastro. Residuo insolubile di colore nero lucente allo stato asciutto, e meno abbondante dei NN. 14, 15 e 16. 18°) — Antracite di Swansea (Inghilterra). Colore*, grigio. Splendore: submetallico. Frattura: da piana a concoide. Spigoli: vivi. Consistenza: abbastanza tenace. Aspetto: tipico di litantrace. In alcune zone, però, si nota ancora la suddivisione in strisce. Inoltre mancano i riflessi gialla¬ stri visibili, per esempio, nell' antracite del Donetz. Colore della striscia sulla porcellana (non smaltata) : nero. Colore della polvere: nero lucente. Risultato del trattamento con HN03 al 10 °/„ : non vi fu per niente effervescenza. Il liquido filtrato si presentò del tutto incolore e sottoposto alle radiazioni ultraviolette non mostrò nessuna luminescenza. Abbondante residuo insolubile di colore nero lucente. 19°) — Antracite dell’ Ogliastra (Sardegna). Le antraciti dell' Ogliastra si trovano nei territori di Perdasde fogu Ulassai, Seui, Seulo. Esse sono state attribuite dal Parona, dal Rovereto, ecc. al Permico. Sulla loro utilizzabilità vedi: Binaghi e Brunto in Annali di 113 — Chimica Applicata, N. 3, 1928. Nel laboratorio Speri¬ mentale dell'Arsenale de La Spezia fu analizzata l'antracite di In- gurtipani (contrada di Sadali), territorio di Seui, con i seguenti ri- sultati (Pag. 241 Relazione). Umidità 3,9 Campione secco a 100° : Ceneri 7,00 Materie volatili 3,00 Carbonio fisso 90,00 Zolfo totale 1,23 Calorie (Mahler) 7614 Colore: grigio. Splendore: nella frattura fresca strisce alternative a splen¬ dore tipico vitritico fino a quello matto duritico. Frattura: il carbone si apre facilmente secondo i piani di stratificazione per effetto specialmente di alterazione di sali minerali. Si rompe inoltre perpendicolarmente alia stratificazione in solidi pri¬ smatici con spigoli vivi. Consistenza: nelle zone ove non abbondano i minerali di alterazione il carbone è molto consistente. Aspetto: l'aspetto è quello di un carbone a strisce matte e lucide. Colore della striscia sulla porcellana (non smaltata) : nero. Colore della polvere: nero. Risultato del trattamento con HNOs al 10 °/0 : non vi fu per niente effervescenza. Il liquido filtrato si presentò incolore e sottoposto alle radia¬ zioni ultraviolette mostrò qualche traccia di luminescenza nell’oscu¬ rità e niente neH'illuminazione con la luce elettrica. Abbondante residuo insolubile di colore nero allo stato asciutto. 20°) — Antracite del Donetz (Russia). Trattasi di un campione proveniente dal noto bacino carbonico del Donetz. Esso presenta i caratteri tipici dell’ antracite con il tipico riflesso giallastro. 114 — Colore della striscia sulla porcellana (non smaltata) : nero. Colore della polvere: nero. Risultato del trattamento con HNOs al 1 0 °/0 : non vi fu per niente effervescenza. Il liquido filtrato si presentò del tutto incoloro e sottoposto alle radiazioni ultraviolette non mostrò nessuna luminescenza. Abbondante residuo insolubile di colore nero. III. — Conclusioni. I risultati ottenuti dal trattamento avanti indicato con HNOs 1 : 10, si sono riuniti nella tabella, che qui si allega. Dall’esame di essa si deduce che : 1°) - Le soluzioni delle ligniti sono fluorescenti ; caratteristica questa non notata, o per lo meno non messa in vista, fin qui, dai petrografi dei carboni tossili. 2°) -La colorazione rossa delle soluzioni di ligniti non sempre si verifica e, se c'è, è visibile specialmente se si osserva dall'alto la superficie libera del liquido in un tubo da saggio; Alcune ligniti, anziché il rosso, dànno in queste condizioni una tinta verdastra. Per trasparenza il liquido può essere di colore vario : dal rosso bruno al giallo citrino. Alle radiazioni ultraviolette tutte le ligniti dànno viva e pronta luminescenza giallastra. 3°) - Le ligniti si disciolgono in genere completamente ; sol¬ tanto alcune di esse, oltre s'intende la parte minerale non attaccata, lasciano un residuo carbonioso. 4°) - I litantraci tipici esaminati non presentano nè la tinta rossa nè la fluorescenza viste nelle condizioni suddette. Le loro soluzioni sono incolori. 5°) - Il Cannelcoal (N. 14) e l'Augenkohle (N. 17) si com¬ portano come ligniti per ciò che riguardi colorazione e fluorescenza. 6°) - Le antraciti si comportano come i litantraci tipici. 7°) - Come definitiva conclusione, deve dedursi che, più che la colorazione bruna o rossa delle soluzioni delle ligniti, sia carat¬ teristica la loro fluorescenza. Napoli, Istituto di Arte Mineraria della R. Università - 25 aprile 1936-XIV. Quadro riassunti vietale originaria ed antraciti. arbone in 50 cm3 di HN03 (1 : IO) c •5 u iquido filtrato O 'a Località di provenienza Comportamento alle radiazioni o del carbone ubi da saggio ultraviolette in vetri da orologi (1) s • superficie libera osservata dal- nella oscurità illuminato da z l'alto ed inter- luce elettrica namente al tubo comune 1 Baragiano - prov. Potenzio rosso vermi- lumin. giallastra riflesso bleu della superficie che glione che appare imm. appare immed. 2 Montefalcone -prov. Campo rosso opale- a a scente 3 S. Marco La Catola- prov. F rosso carminio a » » n 4 Briatico - prov. Catanzaro so rosso opale- scente 5 Andretta - prov. Avellino » 1! a » n » 6 Morcone - prov. BenevenR ;u* giallo to) 7 Longob ucco - prov. Cosen giallo molto debole tracce appena un po più pronunziate del n. 16 e dopo un po’ di tempo niente 8 S. Martino Sannita - prov. E jr° rosso vermi¬ lumin. giallastra riflesso bleu ecc. glione ecc. come ai n.1-6 come ai num. 1-6 9 Terni - prov. Terni ) giallo carico ii n n ti un po’meno pron. 10 Agnana - prov. Reggio Ci rosso vermi¬ come ai n. 1-6 e 8 come ai numeri glione 1-6 e 8 11 Bacii Abis - Gonnesa ro rosso carminio » tl 99 •/ 12 Sieblòs - Rhòn giallo come al n. 9 n » 13 Lago ne grò - prov. Potenze- giallo molto tracce e dopo un niente b debole po' di tempo 14 Wigan - Lancasterschire giallo citrino come al n. 9 come al n. 9 15 Schalke - West/ alia incolore niente niente 16 Essen - Ruhr - (Prussia R t » tracce e dopo un 99 po’ di tempo 17 Saarbrucken - „ ■o rosso vermi¬ come ai n. 1-6 e 8 riflesso bleu-ver- glione dastro 18 Swansea - (Inghilterra) incolore niente niente 19 Ogliastra - (Sardegna) ìì tracce » 20 Donetz - (Russia) (1) Con lampada a vapori di mercuettore Prof Giovanni Malquori, che qui ringraziamo. Quadro riassuntivo dei risultati ottenuti riscaldando in HNO, dii. 1:10 carboni fossili diversi per età geologica e per natura vegetale originaria ed antraciti. - o ^ % o C-_g Risultati ottenuti riscaldando 1/2 grammo di polvere di carbone in 50 cm’ di HNO3 (1 : IO) II PI Li q uido filtrato t Località di provenienza Caratteri speciali del carbone &J0Ì2 rt’òj S Uj'° O ^5 c 1- ° Effervescenza Residuo insolubile alla luce del giorno in tubi da saggio i Comportamento alle radiazioni iltraviolette in vetri da orologi (1) del carbone uperficie libera riscaldamento (osservato asciutto) 1 s illuminato da ! z J}-2 8 D- GjO" — ' Color il cari cel osservato per trasparenza osservato pel- riflesso i osservata dal¬ l’alto ed inter- ìamente al tubo nella oscurità luce elettrica i comune bruno giallastro r 'iflesso bleu della. , Baragiano - prov. Potenza Lignite, soltanto indizii Pliocene (?) marrone vivace perdurata diverse ore piccolo di color giallo sporco giallo rosso vermi- l glione < umili, giallastra :he appare imm. superficie che appare immed. 2 Montefalcone -prov. Campobasso „ Pii. o mioc.(?) * ” . piccolo di color marrone scuro ■ " rosso opale¬ scente " " 3 S. Marco La Catola- prov. Foggia già eseguite ricerche Miocene (?) ” ’’ piccolo di color rosso bruno giallo un po’ più bruno rosso carminio ■ » 4 Brialico - prov. Catanzaro „ giac. coltivato Miocene sup. ” „ „ piccolo di color marro¬ ne con scaglie varie bruno rossastro nettamente rosso rosso opale¬ scente » ■ 3 Andretta - prov. Avellino „ già eseguite ricerche Pliocene „ (scuro) „ . „ • ” ■ ■ « " 6 Morcone - prov. Benevento giac. coltivato Pleistocene » vivace durata solo un due ore notevole e marrone chiaro giallo citrino giallo (sulla su¬ perbe. aranciato) giallo ” ■’ • j 1 Longob ucco - prov. Cosenza Litantrace (indizii) Lias sup. ■ nessuna efferv. abbondante nero lucente giallo appena visibile incolore giallo molto debole tracce appena un po più pronunziate del n. 16 e dopo un po di tempo niente 8 S. Martino Sannita- prov. Benev. Lignite (indizii) Pliocene i come al n. 1 piccolo di color marrone giallo bruno-giallastro rosso vermi¬ glione lumin. giallastra ecc. come ai n.1-6 riflesso bleu ecc. come ai num. 1 -6 9 Terni - prov. Terni Miniera Colle d’Oro - Lignite, giac. coltivato „ (chiaro) piccolo di color giallo ocra giallo citrino giallo citrino giallo carico un po’meno pron. ■ > IO Agnana - prov. Reggio Cai. Lignite picea - giac. coltivato Eocene nero tend. al bruno • " abbondante nero lucente giallo bruno bruno giallo rosso vermi¬ glione come ai n. 1-6 e 8 come ai numeri 1-6 e 8 li Bacii Abis - Gonnesa » ’’ ” abbondante nero brunastro con particelle lucenti „ „ bruno rossastro rosso carminio ” 1 12 Sieblòs - Rhòn Lignite (Braunkohle-Paraffin- kohle) Terziario » ” nessuna efferv. abbondante nero lucente con parti bruno chiaro lieve giallo lieve giallo giallo come al n. 9 ’’ 1 13 Lago negro - prov. Potenza Litantrace (sec. De Lorenzo) già eseguite ricerche Trias sup. nero abbondante nero lucente giallo appena un po più fotte del n. 7 appena una trac¬ cia di giallo giallo molto debole tracce e dopo un po’ di tempo i niente j 1 14 ’ Wigan - Lancasterschire Cannelcoal Carbonico „ . „ lieve giallo (più del n. 13) lieve giallo giallo citrino come al n. 9 come al n. 9 15 Schalke - Westfalia Flòtzkohle » « » „ • incolore incolore incolore niente niente 16 Essen - Ruhr - (Prussia Ren.) Steinkohle (Fettkohle) » » I ■ " - « tracce e dopo ur po’ di tempo i » li Saarbriicken - „ Augenkohle (Frattura e aspetto caratteristico) Carb. o Perm. » come al n. 1 nero lucente e meno ab¬ bondante del n. 13 bruno bruno rossastro rosso vermi¬ glione come ai n. 1-6 e i 3 riflesso bleu-ver- dastro 18 Swansea - (Inghilterra) Antracite giac. coltivato Carbonico " nessuna efferv. abbondante nero lucente incolore incolore incolore niente niente 10 Ogliastra - (Sardegna) » Permico „ | * „ ,, ” • • tracce • 20 Donetz - (Russia) „ Carbonico » - 1 . . . • ’’ ” W Con lampada a vapori di mercurio, schermata con vetro all’ossido di nichel, dell'Istituto di Chimica Farmaceutica della nostra R. Università e per gentile concessione del Direttore Prof. Giovanni Malquori, che qui ringraziamo. — 115 — Riassunto É stata eseguita la cosidetta «reazione della lignina» (ebollizione in HN03 1 : 10) su alcuni carboni fossili italiani (fra cui vari dell’ Italia Meridionale), nonché su litantraci ed antraciti esteri, e, dopo filtrazione e lavaggio, si è notato che, mentre non è per niente costante la colorazione rossa o bruna delle soluzioni voluta per le ligniti, é costante invece la vivace luminescenza (giallastra) che le soluzioni delle ligniti presentano alle radiazioni ultraviolette. Si é inoltre però osservato che il Cannelcoal e 1’ Augenkohle danno una soluzione colorata e luminescente come le ligniti. Le constatazioni, sulle quali qui si riferisce, permettono di dedurre che la fluorescenza delle soluzioni delle ligniti è più caratteristica della loro colorazione bruna o rossa. - 116 - BIBLIOGRAFIA (1) 1928. Buttgenbach H. — Les Minéraux et les Roches. Dunod, Ed. Paris. (2) 1934. 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II. — Sulla intima natura chimica della lecitinolisi da veleno di Viperidae del socio Pasquale Salvi (Tornata del 2 marzo 1936) In ricerche precedenti, esposte in un lavoro attualmente in corso di pubblicazione sulla " Rassegna di Terapia e Patologia Clinica „, ho preso in esame la dottrina che cerca di spiegare la patogenesi della intossicazione da veleno di Viperidae, ammet¬ tendo la formazione, per azione enzimatica del veleno sulle lecitine deir animale intossicato , di un prodotto idrolitico : la lisocitina , corrispondente a lecitina privata di uno o due radicali d' acidi grassi, prodotto al quale sarebbero " mediatamente „ dovute le proprietà tossiche del veleno stesso, e, specialmente, la proprietà emolitica (Ludeke, Delezenne e Fourneau, Belfanti e Contardi). In tali mie ricerche, nelle quali ho dovuto contrastare questa dottrina patogenetica, perchè molteplici ragioni e fatti sperimentali, forniti talvolta dagli stessi suoi sostenitori, autorizzano la conclu¬ sione per la quale si deve ritenere che : "potere tossico e potere lecitinolitico del veleno viperi- deo sono due fenomeni completamente di¬ stinti ed indipendenti tra loro,, (Salvi) ; ho potuto , tuttavia , confermare l'influenza litica del veleno sulle lecitine, avanzando, però, delle riserve sulla interpretazione data dagli autori citati aH'intimo meccanismo chimico del fenomeno. Dall'esame dei dati riportati nel mio lavoro si può , difatti, rilevare, fra l'altro, che i tre veleni di Lachesis studiati (L. laticeo- latus , alternatas , jaracussa) si sono dimostrati egualmente attivi, sulla lecitina dell'uovo, così allo stato normale come dopo ebolli¬ zione a bagno-maria. 120 — Essendo carattere fondamentale dell'enzima, per unanime con¬ senso di tutti i chimici enzimologi, la labilità termica, tanto da autorizzare la affermazione del Pratolongo che : " Sottoposti a temperature crescenti, in un intervallo fra 40° e 100° i preparati enzimatici soggiacciono ad una progressiva attenuazione della loro attività, che si muta in inattivazione completa in opportune con¬ dizioni di temperatura e di durata di riscaldamento, con velocità massima per le soluzioni acquose,,, e quella del Rondoni: “La termolabilità è si può dire propria di tutti i veri enzimi „, ho avan¬ zato sin da allora dei dubbi sul reale valore di fermento, attribuito al principio lecitinolitico del veleno viperideo, riservan¬ domi di sottoporre questa lisi ad un più accurato e specifico studio analitico, in base alle conoscenze che la moderna chimica degli enzimi ha acquisito alla scienza. Tutta una larga serie di studi e di ricerche sperimentali ha messo ormai in chiara luce Y influenza che sull'azione di questi catalizzatori organici hanno alcuni speciali fattori : concentrazione relativa dell’enzima e del substrato, che seguirebbe la ben nota legge dell'azione di massa, reazione attuale del mezzo o pH, tem¬ peratura, presenza di alcuni elettroliti, presenza di alcune speciali sostanze che agiscono esaltando od inibendo l'attività propria del¬ l'enzima (attivatori e paralizzatori specifici). Per le lisi operate sugli eteri complessi od esteri della glicerina da enzimi specifici (e s t e r a s i ), alla cui classe dovrebbe appar¬ tenere la presunta lecitinasi del veleno dei Viperidae, si conoscono vari attivatori e paralizzatori specifici. Così è stato visto da Ter- roine, Pottevin, Minami, Davidsohn che i sali neutri degli alogeni (bromuri, ioduri, fluoruri) avrebbero azione paralizzante sulle lipasi. Loevenhart trovò il fluoruro di sodio fortemente paralizzante la lipolisi, opinione confermata in seguito da Kastle, Amberg, Rona^ Pawlovic, Peirce ed altri, che ritengono questo sale uno dei più forti e sicuri paralizzatori dei fermenti 1 i p o 1 i t i c i . Tra i sali dei metalli pesanti è stato trovato attivante il solfato di manganese (Magnus, Neuberg, Hoyer), paralizzanti il bicloruro di mercurio ed il solfato di rame (Kastle). Gli acidi grassi, come prodotti della scissione idrolitica, osta¬ colano la lipolisi, agendo suH’equilibrio chimico dal quale dipende la lisi stessa ; mentre i saponi attivano mediante la formazione di complessi adsorbati (Willstatter), o mediante un abbassamento — 121 — della tensione superficiale del mezzo che favorisce il contatto tra enzima e substrato. Il cloroformio secondo Takata sarebbe dannoso, mentre lo iodoformio agirebbe solo se messo in condizione di sviluppare io¬ dio nascente. Citrati, ossalati, tartrati attivano secondo Jobling, Eggstein e Petersen. Paralizzanti, con grande variabilità da lipasi a lipasi sono il chinino e l'atoxyl, tanto da permettere una distinzione di questi enzimi in chinino - ed atoxyl — labi li, e, rispettiva¬ mente, resistenti (Laqueur, Rona e Kroneche). Eguale influenza hanno pure la cocaina, la morfina, l'idrato di cloralio, l'eroina, la stricnina (Brockmeier). Attivatori specifici delle lipasi sono, infine, i sali degli acidi biliari (taurocolato e glicocolato di sodio), che agirebbero per l'acido colico della loro molecola (Lintwarew, Babkin, Nencki, Rakford, Zuntz, Ussow, Furth e Schultz, Donath, Magnus, Willstatter e Waldscmidt - Leitz, Memmen). Secondo Terroine, Bradley e Mellanby queste ultime sostanze agirebbero rendendo gli esteri della glicerina solubili in un mezzo, l'acqua, nel quale essi sono normalmente insolubili. Le recenti ricerche di Willstatter e collaboratori tendono, invece, a riportare la loro azione alla formazione di complessi pro¬ dotti di adsorbimento, secondo un meccanismo chimico che sarebbe seguito anche dai saponi, e dai sali di calcio, che interverrebbero nella lipolisi attraverso la formazione di saponi di calcio, opinione condivisa da Pottevin, Kanitz e Falk. Tra i veleni catalitici, in generale, ed enzimatici in particolare, un posto speciale spetta all'acido cianidrico e suoi sali (specialmente i cianuri), che paralizza a varia concentrazione molti enzimi e cata¬ lizzatori inorganici (Pratolongo, Abderhalden, Senter, Jacoby), ma non avrebbe alcuna influenza sulle este¬ ra s i (Kastle), ed, in genere, sugli enzimi idro¬ lizzanti, a concentrazioni inferiori a 1' 1 0/o (Haldane) i). Per ciò che riguarda la sua azione, Warburg sostiene che esso agisce formando coi metalli presenti in quasi tutti i com- " Zyanide hemmen im allgemeinen nicht die hydrolysierenden Enzyine un- terhalb einer Konzentration von I Proz. „ (Haldane, Allgemeine Chemie der Enzyme, pag. 237). — 122 plessi enzimatici e catalitici in genere, dei composti cataliticamente inattivi. Pratolongo definisce i cianuri i più classici veleni della ca¬ talisi, specialmente inorganica. Ricerche personali. Partendo dalle suddette premesse teoriche, e, dati i risultati ottenuti nelle precedenti mie ricerche, allo scopo di chiarire meglio la natura chimica del principio lecitinolitico del veleno dei Viperi- dae, ho voluto sottoporre la sua azione alla influenza di alcuni at¬ tivatori e paralizzatori specifici della lipolisi enzimatica (cloruro di calcio, taurocolato di sodio, oleato di sodio, fluoruro di sodio, clo- ridrato di chinino, atoxyl), ed altresì a quella di un " veleno „ della catalisi in generale (cianuro di potassio), per avere ancora dei dati che mi avessero permesso di orientare il pensiero verso una natura enzimatica in senso stretto od enzimosimile in senso lato (catalisi inorganica). Le sostanze impiegate a questo scopo sono state usate alle seguenti concentrazioni: cloruro di calcio 5 °/0 ; taurocolato di sodio 2.5 °/0 ; oleato di sodio 2.5 °/0 ; fluoruro di sodio 1 °/0 ; dori- drato di chinino 0.5 °/0; atoxyl 2 °/00. 11 cianuro di potassio è stato usato alle concentrazioni del 1 °/0 ; 0.5 °/o e 0.25 °/0. I tre veleni di Lcichesis ( lanceolatus , jaracussa , alternatus ), provenienti dall'Istituto Sieroterapico per lo studio dei veleni ofidici di Butantan (S. Paulo - Brasile), sono stati impiegati in soluzione acquosa ed in concentrazione corrispondente a 2-3 dosi minime letali per prova. Con l'attivatore od il paralizzatore, messi a contatto col veleno almeno un'ora prima della aggiunta del relativo substrato , allo scopo di rispettare un eventuale " tempo di latenza „ nella loro influenza sul principio litico in esperimento, costituivo, dopo rag¬ giunta del substrato (lecitina dall'uovo Merck 5 °/0) dei sistemi, che, in matraccetti tappati e garantiti da influenze batteriche, tenevo a digerire in termostato alla temperatura di 37° - 40°. Trascorso tale tempo, titolavo, come nelle esperienze prece¬ denti, la quantità di acidi messa in libertà, con soluzione n/10 alcoolica di potassio idrato, in presenza di fenolftaleina, e dopo aggiunta ad ogni matraccio di cc. 30 di miscela alcool-etere bidi- stillati e neutri. 123 — Per ogni esperienza istituivo adeguati controlli (che riporto nei relativi protocolli), allo scopo di svelare l'eventuale influenza delle sostanze sperimentate sul substrato, indipendentemente dall’azione del principio litico in esame. Divido le esperienze in due gruppi : A - Esperienze con atti¬ vatori e paralizzatori specifici della lipolisi enzimatica ; e B - Espe¬ rienze con cianuro di potassio. A) - Esperienze con attivatori e paralizzatori specifici della lipolisi enzimatica. TABELLA I. — Lachesis jaracussa. Emulsione di lecitina Veleno Attivatore KOH n/10 cc. 4 cc. 3 _ _ cc. 1,8 II cc. 3 calcio cloruro cc. 0,5 • 2,0 II — Il II II „ o,8 ; II cc. 3 sodio taurocolato cc. 1 • 2,1 il — » a a » 1,0 II cc. 3 sodio oleato cc. 1 a 1,9 II — Il il il „ 0,5 II „ 0,5 Risultato : assenza di azione attivante. Tabella II. Emulsione di lecitina Veleno Paralizzatore j KOH n/10 cc. 4 cc. 3 _ cc. 1,8 II cc. 3 sodio fluoruro cc. 1 „ 1,8 il — » a a „ 0,6 ! II cc. 3 chinino cloridrato cc. 1 „ 1,7 II — Il II II ii 0,7 II cc. 3 atoxyl cc. 0,5 „ 1,8 i II — » » a 0,6 II -- — „ 0,5 ; Risultato: assenza di azione paralizzante. Analogo comportamento da parte degli altri due veleni di Lachesis, lanceolatus e L. alternatus. 124 Dato il risultato negativo ottenuto specialmente coi paralizzatori specifici, e, tra questi, particolarmente col fluoruro (uno d e i p i ù forti e sicuri inattivatori della lipolisi enzi¬ matica), allo scopo di eliminare il dubbio di un eventuale "tempo di latenza,, eccezionalmente lungo nella azione di queste sostanze sulla lecitinolisi ofidica, ho ripetuto le esperienze relative, mantenendo a contatto il paralizzatore col veleno per un tempo piu lungo (fino a 5 ore), col risultato che riporto nella TABELLA III. — Lachesis jaracussa. Emulsione di lecitina Paralizzatore (NaF) e veleno KOH n/10 cc. 4 cc. 1 cc. 1 a contatto per 1/2 h cc. 0,9 11 a a n » 1 li a 0,8 n . 2h „ 0,9 lì a » a » ^ li a 0,9 lì „ „ „ n 4 h „ 0,8 11 5 h lì 19 11 11 J 11 „ 0,9 Risultato : assenza completa di azione paralizzante anche dopo 5 ore di contatto tra veleno e paralizzatore. Analogo comportamento da parte degli altri due paralizzatori (chinino cloridrato ed atoxyl) con lo stesso veleno; e di tutti e tre coi veleni di L. lanceolatus e L. alternatus. - Esperienze con cianuro di potassio. Dimostrata nelle esperienze precedenti l'assenza completa di qualsiasi influenza da parte degli attivatori e paralizzatori specifici della lipolisi enzimatica sulla lecitinolisi da veleno viperideo, ho sottoposto il principio litico in esame alla influenza del più classico dei " veleni „ della catalisi in generale, il cianuro di potassio, che, usato a varie concentrazioni, ha fornito i risultati della (Tab. IV). Essendo noto dalla letteratura relativa alla chimica degli en¬ zimi che il cianuro di potassio, solo in concentrazioni inferiori all’l °/e, è inattivo sulle idrolisi enzimatiche (Haldane) mentre con¬ serva la sua attività paralizzante sui catalizzatori inorganici (dati generalmente da metalli o complessi organo-metallici), ho ripetuto l'esperienza precedente con soluzioni di cianuro 0,5 °/0 e 0.25 °/0 facendo variare anche la durata del contatto tra veleno e paraliz¬ zatore (Tab. V-VI). 125 TABELLA IV. — Lachesis jaracussa. Emulsione di lecitina Paralizzatore (KCN 1 °/0) e veleno KOH n/10 cc. 4 cc. 1 -j- cc. 2 cc. 0,7 tt — cc. 2 ■ 1,9 \ tf cc. 1 — « o.i tt „ 0,7 Risultato: forte inibizione sulla lecitinolisi. Analogo comportamento con gli altri due veleni di L. lanceolatus e L. alternatus • Tabella V. Emulsione di lecitina 1 Paralizzatore (KCH 0.5%) e veleno KOH n/10 cc. 4 cc. 1,5 -|- cc. 3 CC. lrQ „ cc. 3 „ 2,0 » cc. 1,5 • 0,1 » - - „ 0,7 tt cc. 1,5 -j- cc. 3 a contatto 1 h W 1,0 l tf m » „ 3 h • 0,8 1 ' " » v i> 5 h 0,7 Risultato : forte inibizione sulla lecitinolisi, direttamente proporzionale alla durata del contatto tra veleno e paralizzatore. Tabella VI. Emulsione di lecitina Paralizzatore (KCN 0,25%) e veleno KOH n/10 cc. 4 cc. 1,5 -}- cc. 3 cc. 1,2 tf cc. 3 „ 2,5 tt cc. 1,5 • 0,1 tt — „ 0,7 n cc. 1,5 -f- cc. 3 a contatto 1 h . „ 1,2 tf „ ,, „ 3 h . CO ! 5 h „ 0,8 Risultato : come sopra. 126 — Discussione dei risultati e conclusioni. Nell'accingerci a trarre delle conclusioni dalle esperienze che formano oggetto del presente lavoro, conclusioni che del resto scaturiscono da se per il piano semplice e logico secondo cui sono state svolte le ricerche, credo necessario premettere alcuni dati re¬ lativi alla influenza esercitata da varie sostanze sulla tossicità del veleno viperideo. È noto da tempo che questo veleno può essere potentemente inibito nella sua tossicità da varie sostanze (permanganato di po¬ tassio, cloruro di ferro, ipoclorito di calcio, etc.). Tra queste sostanze un posto speciale spetta alla bile ed ai sali biliari che hanno il potere, in quantità minime, di neutralizzare l'azione di dosi mortali di veleno ; e ciò non soltanto in vitro, ma anche in vivo, potendo, ad es., mgr. 012 di precipitato di bile di bue salvare un ratto dalla iniezione di una dose pari a mgr. 3 prò kilo di veleno di Naja ! (Fraser). Ora, esaminando le tabelle innanzi riportate si desume dai re¬ lativi dati numerici che gli attivatori (compreso i sali biliari) ed i paralizzatori specifici della lipolisi enzimatica usati nelle presenti ricerche non hanno manifestato alcuna influenza sulla lecitinolisi da veleno di Lachesis. La constatazione della nessuna azione dei sali biliari sulla leci¬ tinolisi da veleno viperideo si accorda con quanto ha dimostrato Fraser circa Fazione neutralizzante della bile e dei sali biliari sulla tossicità del veleno, nel senso di negare che 1' in¬ tossicazione si compia attraverso l'opera di una esterasi ad azione lecitinolitica; infatti ammesso l'intervento di questo enzima nel meccanismo della intos¬ sicazione, l'azione della bile e dei sali biliari, (sostanze dotate del potere di attivare fortemente le esterasi), sul potere tossico del veleno, avrebbe dovuta essere, a lume di logica, non negativa ma positiva (attivante) ! Il fatto, poi, che la lecitinolisi da veleno viperideo, mentre non è influenzata dagli attivatori e paralizzatori specifici della lipo¬ lisi enzimatica, viene fortemente inibita dal cia¬ nuro di potassio, il quale non disturba, in genere, i processi di idrolisi enzimatica (FIaldane), mentre allontana dalla interpreta- — 127 — zione di Ludeke, Delezenne e Fourneau, Belfanti e Contardi, che attribuiscono al principio lecitinolitico del veleno viperideo la dignità di un enzima, rende sempre più verosimile la mia ipotesi che ammette l’intervento in questa lisi di un catalizzatore inorganico (zinco ? Delezenne) avente Fufficio di accelerare una scissione già spontaneamente avviata ad opera di altri agenti (calore, etc.), scis¬ sione che, in tutti i casi, decorre secondo linee perfettamente di¬ stinte da quelle che segue l'azione tossica del veleno. Napoli, dall’Istituto di Istologia e Fisiologia generale della R. Università - Febbraio 193ó. Riassunto. Nelle presenti ricerche T A. ritorna sulTargomenfo della patoge¬ nesi della intossicazione da veleno di Viperidi, ribadendo, con nuovi argomenti, il concetto già espresso in altre precedenti pubblicazioni, della indipendenza del potere tossico dal potere lecitinolitico del ve= leno e della natura inorganica del principio lecitinolitico stesso (catalisi non enzimatica). — 128 — BIBLIOGRAFIA Per la letteratura relativa alle presenti ricerche, oltre ai lavori citati nella mia precedente pubblicazione : 1935. Salvi P. — Studi sull' ofidismo sperimentale. - I. Patogenesi della intossicazione da veleno di Viperidae. Rassegna di Te¬ rapia e Patologia Clinica, anno Vili, febbraio, N. 2, Napoli. 1932. Haldane J. B. S. u. Stern K. — Allgemeine Chemie der En- zyme. Dresden u. Leipzig. 1926. Oppenheimer C. — Die Fermente und ihre Wirkungen. Leipzig,. G. Thiene. 1923. Pratolongo. — La Catalisi. Hoepli, Milano, 1923. 1933. Rondoni P. — Biochimica. Torino, Utet. 1928. Willstatter R. — Untersuchungen ueber Enzyme. J. Springer, Berlin. Finito di stampate il 18 novembre 1936 Note climatiche comparative di Littoria del socio Amedeo Andreotti (Tornata del 9 dicembre 1935) Nella grande distesa dell’ Agro Pontino il fervore delle opere porta via via il ritmo di progresso fermamente voluto. La vasta striscia di terra che si stende dai Monti Lepini ed Ausoni sino al Tirreno , solcata da una vasta rete di canali, è venuta colti¬ vandosi e popolandosi. La sapiente mano dell'uomo ha sdradicato gli alti canneti che vi crescevano foltissimi, mentre l'alacre lavoro degli impianti indrovori ha regolarizzato il deflusso , il terreno è stato dissodato ed arato con poderosi mezzi meccanici , la semina fatta e il grano più volte trebbiato, intorno alla nuova città: Lit¬ toria. L’Agro Pontino è attraversato dalla via Appia con un rettilineo di 41 chilometri, il più lungo d'Italia, che arriva presso Terracina, città situata sulla groppa scendente del promontorio di M. Circeo, la cui vetta più alta è la ovest, alta m. 541, mentre la vetta sema¬ forica di S. Felice è alta m. 447. Nell'Agro Pontino sboccano le vallate dei Monti Lepini e si raccolgono le acque di tutto il versante. Ai piedi di questi monti vi è una fitta rete di canali del F. Utente e il canale della Selcella che si riuniscono poi al F. di Badino. Più ad est, tra i M. Lepini e i M. Ausoni scorre 1' Amaseno, mascherato dal M. Saiano (m. 415). Il canale della Botte corre parallelo alla via Appia e il F. Sisto, prima tortuoso, poi anch’esso quasi parallelo alla via Appia, raccoglie le acque e s'immette a sud nel F. delle Volte e quindi nel F. di Badino presso Terracina, Le quote della zona variano tra 15 e 40 metri. A nord di M. Circeo vi sono i laghi costieri di Fogliano, Mo¬ naci, Capolace e Paola. — 130 — Sovrastano l'Agro Pontino una serie di catene montuose, men¬ tre pochi abitati sono sparsi sulle alture. Le vallate sono ben colti¬ vate, sulle falde prosperano gli ulivi e sulle vette dominano i boschi. Ai M. Lepini s'attaccano le alture degli abitati di Sermoneta (m. 257), Sezze (m. 319) e Piperno (m. 150), poi il M. Acquapuzza (m. 612), il M. Nero (m. 412), il M. Trevi (m. 505), il M. Saiano (m. 415). Dietro sovrastano le vette più alte : M. Lupone (m. 1378), M. della Noce (m. 1223), M. Gorglione (m. 935), M. Ardicara (m. 1420) col contrafforte di M. Pizzone (m. 710), M. Semprevise, che è la vetta più alta di tutte (m. 1536) e sovrasta l'abitato di Sezze, M. Erdigheta (m. 1330), M. della Difesa (m. 923), M. Nero (m. 550) e Colle S. Angelo (m. 382). A questa dorsale si attaccano ancora dietro le altre catene mon¬ tuose di M. Pilocco (m. 1111), M. Alto (m. 1430), M. Giammottara (m. 1436), M. Gemma (m. 1460), M. Sentinella (m. 1112), M. Cacume (m. 1095), M. Calvello (m. 926), Colle Santo (m. 813), M. Campolo- spino (791). Tutte queste serie di catene formano parte del complesso si¬ stema montuoso dei M. Lepini. A sud-est s'innalzano i M. Ausoni che, dalla falda di M. Cro¬ ce, presso Terracina, si elevano sino al M. delle Fate (m. 1090). Procedendo da nord a sud vi sono le alture di M. Pisterzo (m. 466), l'abitato di Roccasecca dei Volsci (m. 376), le due vette di M. Alto (m. 821 e m. 822), M. Pero (m. 479), l'abitato di Sannino (m. 430), M. delle Fate (m. 1090) che sovrasta, M. Remano (m. 863), M. S. Stefano (m. 744), M. Calvo (m. 566), M. Pasignaro (m. 521 e infine, presso Terracina, M. S. Giusto (m. 670) e M. Leano (m. 876). Dietro il M. delle Fate vi è il M. Spargo (m. 834), il M. Pizzuto (m. 903), la Cima del Nibbio (m. 1056), il M. Caribo (m. 1102) e gli abitati di Amaseno (m. 112) e Vallecorsa (m. 350). Lo sguardo orografico offrirà poi una adeguata spiegazione dei caratteri climatici che competono a Littoria. 11 presente lavoro dà il primo contributo allo studio climatico di Littoria, in confronto di Roma e di Napoli. Per i dati finora rac¬ colti mi sono avvalso di quelli pluviometrici di Roma e di Littoria ottenuti per il 1934 dal Servizio Idrografico del G. C., Sezione di Roma dati ancora inediti e gentilmente favoriti all'Istituto di Fisica Terrestre della R. Università di Napoli e di quelli raccolti a Littoria e a Napoli dal suddetto Istituto. 131 Quantità di pioggia 1934 Gennaio Febbraio Marzo Aprile Data R L N R L N R L N R L N 1 1.4 9.0 0.2 _ 3.2 0.8 30.9 42.4 8.8 9.9 _ 2.3 2 — 2.6 2.7 6.9 7.6 19.3 28.8 36.6 20.1 4.6 — 5.2 3 — » — — 5.6 27.0 13.8 6.7 12.2 0.7 1.0 8.0 _ 4 — — — 2.5 1.8 3.8 — — — 2.0 7.5 — 5 — — — 1.4 14.6 3.6 — — — 17.7 8.5 44.7 j 6 — — — — — 1.6 — 0.8 — 3.2 18.0 4.8 7 2.5 3.7 5.9 8 — — — — — — 0.4 — — 7.6 4.8 — 9 2.3 — — 10 — 1.4 — — — — — — 0.9 0.8 6.7 2.5 11 — — — — — — 0.4 0.8 — — — — 12 — — — — — — 1.4 — — — — — 13 10.9 3.8 11 5 — — — 0.3 — — — — — 14 12.6 13.2 13.4 — — — — — — 0.1 0.7 — 15 — — — — — 1 _ 1.1 — 0.1 - — 2.4 16 1.4 1.0 5.5 — — — 7.4 1 7.6 3.6 — — — 17 0.7 1.6 — — — — 152 | 10.4 13.6 — — — 18 — — — — — — 19.1 11.0 6.6 — — — 19 — — — — — — 1.9 15.4 6.7 — — — | 20 — 0.2 — — — — 0.8 4.4 5.4 — — — 21 0 5 22 — — — — — — 0.1 5.0 — — — — 23 — — — — — — 1.8 — — 0.4 0.4 -- 24 — — — — — — 9.6 4.6 — 1.2 — — 25 — — — — — — 1.1 1.8 — 6.0 6.2 9.2 26 — — - 1.2 — — 1.4 — — 0.1 1.4 3.7 27 — — — 0.7 — — 0.2 0.6 0.6j 5.4 17.3 4.8 28 8.1 8.6 5.7 9.2 19.0 — 0.8 7.2 1.1 — — — 29 6.6 5.8 10.0 4.7 0.6 — — . — — 30 — — 1.4 3.4 6.6 6.2 — — — 31 — — 10.8 18.2 6.4 9.3 R = Roma. L — Littoria. N = Napoli. I dati sono espressi in millimetri di altezza. 132 segue : Quantità di pioggia. 1934 Maggio Giugno Luglio Agosto Data R L N R L N «ì L N R L N 1 _ _ _ _ _ _ _ 5.2 23.4 _ _ _ _ 2 — — — — 1.0 0.9 — 0.4 — — — — 3 0.3 — — 0.1 — — — — — — — — 4 7,8 19.0 10.0 — — — — — — — — — 5 3.2 — 2.9 2.7 — — — — — — — — 6 9.1 — — 2.0 2.1 0.7 — — — — — — 7 0.5 8.0 7.2 — — 0.1 — — — — — — 8 2.9 4.2 1.4 — — — — — — — — — 9 0.6 0.4 3.6 — 10 0.2 9.5 3.9 — — — — — — — — 0.5 11 — — — — — 0.3 — — — — 1.0 — 12 4.6 4.0 3.0 — — — — — — — 1.4 0.4 13 22.0 0.9 5.7 16.7 0.4 16.9 — — — — — — 14 3.5 26.1 3.2 — 7.3 50.8 — — — 0.2 1.0 — 15 — ! — 13.7 — 1 — — — — — — 1.0 1.2 16 — 1.4 — 4.3 0.4 — — — — — 0.6 — 17 0.2 17.8 29.4 — _ — — — 9.9 — — — 18 14.7 — — — — — — — — — — — 19 — — — _ _ — — — — — — — 20 — 21 — 5.2 _ _ _ _ — — — 0.2 — — 22 — 23 — — — _ _ _ — — — 0.1 — 9.3 24 — — _ _ _ _ _ — — 15.3 — 0.1 25 — — — _ — — — — 8.9 — — — 26 — — — — — — 0.8 — — — — — 27 — — — — _ _ — — — 17.7 28.8 4.7 28 — — — — — — ! — — 25.7 11.6 5.1 29 9.0 — — — _ 15.3 — — — — — — 30 31 — — 3.0 — — — — — — — — R — Roma L = Littoria N — Napoli 133 — segue : Quantità di pioggia. 1934 Settembre Ottobre Novembre Dicembre Data R L N R L N ! R L N R L N 1 4.6 5.2 _ _ _ _ 1.2 54.0 12.6 _ _ _ 2 8.7 6.0 0.3 3 — 3.6 0.5 4 — — — 3.5 12.0 — 22.6 94.5 — 1.1 1.0 — 5 — — — 1.9 15.5 7.5 4.6 6.0 4.7 — — — 6 — — — 0.3 — 4.0 1.8 56.3 6.6 — — — 7 — — — — — 34.7 13.2 8.4 7.1 — — — 8 — — — — — 11.6 27.5 21.4 2.6 — — — 9 — — — — 2.0 9.2 1.1 8.2 17.3 — — — 10 — — — — — 0.2 — — 0.5 — 2.3 — 11 — — — — 11.0 12.3 3.1 — 2.2 — — 12 — — — — — — 13.6 7.5 1 1.3 7.6 1 1.0 20.1 13 — — — — — — 7.4 24.0 36.4 12.6 62.2 1.8 14 0.5 — — — — — 4.1 15.3 1.9 28.9 18.0 4.6 15 — — 10.5 — — - 0.7 6.2 1.8 14.1 10.0 26.3 16 — — — 7.1 — — 5.5 25.2 0.4 14.3 36.1 5.2 17 — — — 0.4 — — 4.8 6.8 — 5.9 6.0 0.1 18 0.5 — — — 4.0 — — 5.5 — — — — 19 - — — — — 6.1 0.6 — — — 4.0 — 20 — — — — — — 1.0 — — 19.1 23.4 — 21 0.5 7.4 92.8 — — — 7.7 — 10.7 — — — 22 1.8 10.4 5.3 0.6 1.0 0.1 4.5 7.3 4.7 — — — 23 — — 0.2 — — 1.2 — 4.1 — — — — 24 25 O/S — — — — — — — 1.1 — — — — ZO 27 0 8 28 1 29 — i 30 — — — 3 i j — — — — — — — — 31 i 16.5 28.5 — — — — R = Roma. L = Littoria. N — Napoli. — 134 - Uno degli esami più interessanti è certamente quello delle ca¬ ratteristiche pluviometriche. Dai dati risulta che le forti piogge interessano tutte e tre le città : Roma, Littoria, Napoli. Precisamente a Littoria competono notevoli piogge per le forti precipitazioni di Roma o per quelle di Napoli. Un migliore esame può farsi raccogliendo i dati per totali men¬ sili, com'è indicato dal seguente specchietto : Gennaio Roma 42.2 8 Littoria 47.2 10 1 V Napoli 61.2 9 ( Roma 27.5 7 Febbraio ( Littoria 73.2 6 Napoli 42.9 6 ( Roma 155.7 23 Marzo 1 Littoria 164.4 18 ( Napoli 83.3 14 i Roma 65. 1 16 Aprile Littoria 83.2 12 f Napoli 85.5 10 { Roma 78.6 14 Maggio Littoria 89.3 11 ( Napoli 84.0 11 [ Roma 28.8 6 Giugno Littoria 14.5 7 Napoli 33.2 9 ( Roma 0.8 1 Luglio Littoria 5.6 2 f Napoli 33.2 3 / i Roma 59.2 6 Agosto Littoria 48.6 8 ( Napoli 21.3 7 ( Roma 16.6 6 Settembre ' Littoria 32.6 5 1 Napoli 114.6 6 135 - ( j Roma 30.3 7 Ottobre Littoria 74.0 7 V Napoli 114.6 10 V‘ ! Roma 125.0 18 Novembre Littoria 351.8 17 Napoli 118.6 14 ( Roma 105.8 9 Dicembre ) \ . Littoria 174.0 10 [ Napoli 60. 9 7 Per Littoria la quantità di pioggia è maggiore di quella di Roma e di Napoli nei mesi di febbraio, marzo, maggio, novembre e dicembre, resta minore nel solo mese di giugno, s'in¬ tercala per valore tra quella di Roma, che è minore, e quella di Napoli, che è maggiore, per i mesi di gennaio, aprile, luglio, set¬ tembre e ottobre, resta ancora intercalata per valore, nel mese di agosto, tra la quantità di Roma, che è maggiore, e quella di Napoli, che è minore. In generale risulta poi un numero di giorni piovosi a Littoria, intermedio tra i valori di Roma e di Napoli. Raccogliendo ancora i dati per trimestri abbiamo ( Roma 225.4 38 I trimestre Littoria 284.8 34 ( Napoli 187.4 29 ( Roma 172.5 36 II trimestre ■ Littoria 187.0 30 ( Napoli 288.4 30 1 Roma 76.6 13 T T T ‘ 111 trimestre Littoria 86.8 15 f Napoli 169.1 16 ( Roma 261.1 34 IV trimestre Littoria 599.8 34 ì Napoli 266.4 31 ( Roma 735.6 121 Anno Littoria 1158.4 113 ( Napoli 911.3 106 — 136 — Nel I e nel IV trimestre la quantità di pioggia misurata a Littoria supera quelle rispettive rilevate a Roma ed a Napoli. Nel II e III trimestre supera lievemente quelle di Roma e si mantiene inferiore alla quantità di pioggia misurata a Napoli. Complessivamente il totale annuale di Littoria supera V4 quello di Napoli e più di 4/ 3 quello di Roma. Il numero di giorni piovosi però resta compreso tra quello di Roma, superiore, e quello di Napoli, inferiore. Sappiamo, dalla classificazione generale, che le piogge possono essere divise in tre categorie : 1°) piogge di convezione prodotte dalle correnti ascendenti regolari che sono la conseguenza dei movimenti generali dell'atmo- sfera. A queste piogge di convezione , prodotte dai movimenti ascendenti, si aggiunge la pioggia dovuta al raffreddamento diretto dell'aria che passa da una regione calda ad una regione fredda ; 2°) piogge cicloniche, prodotte dai movimenti ascendenti che accompagnano le perturbazioni dello stato normale dell'atmosfera quali le depressioni barometriche, il vento, ecc. ; 3°) piogge oro¬ grafiche prodotte dai movimenti ascendenti che nascono quan¬ do una corrente di aria umida investe le catene montuose, e, forzata ad elevarsi, produce un'espansione dell’aria, e, per conseguenza, la pioggia. Ora, la causa delle maggiori quantità di pioggia rilevate a Littoria è di natura orografica, poiché le regioni montuose offrono una maggiore possibilità per la condensazione del vapore, e, sba¬ razzando il versante delle montagne esposte al vento dominante, apportano una maggiore quantità di pioggia in pianura. Tutta la catena dell'Appennino offre questa possibilità per cui, le regioni del versante Tirrenico, hanno maggiore quantità di pioggia delle regioni del versante Adriatico. Per l'Agro Pontino, le catene montuose dei Lepini e degli Ausoni creano dei massimi relativi di piogge orografiche. * * Un altro elemento climatologico importante, anche per l’Agri¬ coltura, è lo stato del cielo, in particolare per ciò che riguarda la e 1 i o f a n i a, ovvero il numero delle ore in cui il sole risplende. Per¬ ciò nella Tabella seguente riporto i dati relativi a Littoria. Tali dati esprimono le ore di sole registrate giornalmente durante il 1934. 137 — Littoria. — Eliofania (ore di sole). Data G. F. M. A. M. G. 1 L. A. s. O. N. D. 1 2.6 2.6 6.0 8.0 9.8 6.8 12.3 9.6 5.8 7.0 5.4 7.1 2 2.4 4.2 5.5 3.0 7.5 11.8 11.0 11.0 7.8 7.5 5.6 5.9 3 5.2 0,0 3.3 3.9 3.0 8.5 12.2 10.8 6.7 6.0 3.0 3.0 4 2,3 3.3 0.0 7.5 7.4 5.4 11.3 10.0 9.0 3.4 0.0 3.7 5 3.8 2.0 4.5 4.8 9.5 1.2 12.0 11.2 9.8 4.5 0.0 0.8 6 5.2 4.1 0.3 7.3 4.1 8.3 8.9 10.9 7.0 6.4 2.6 7.8 7 2,8 8.6 8.0 5.9 5.0 12.4 12.1 11.0 7.2 0.8 7.1 2.3 8 6.8 8.0 2.0 2.2 4.1 11.5 12.6 9.0 8.0 0.7 2.0 5.4 9 7.4 8.2 6.0 4.0 2.2 9.0 12.6 8.8 6.5 3.6 6.8 5.9 10 7.5 7.9 6.8 7.8 9.3 10.0 12.3 9.2 6.9 4.3 6.1 0.8 11 7.6 8.0 2.4 9.3 3.1 11.1 13.5 4.5 2.7 2.9 0.0 0.0 12 7.2 8.6 2.0 5.8 3.3 9.2 13.6 11.2 3.7 7.2 0.2 2.3 13 0.1 8.8 7.9 3.9 3.0 3.7 12.5 11.3 6.9 7.0 6.3 0.5 14 6.2 9.0 2.0 4.4 4.8 12.3 12.1 5.0 4.6 6.8 0.5 0.9 15 3.0 8.5 0.5 9.1 10.0 10.1 12.0 10.0 4.9 2.0 1.8 3.5 ; 16 4.5 4.8 0.0 8.5 3.8 8.2 9.4 11.3 7.0 1.5 0.3 1.0 17 6.8 7.0 6.2 4.5 5.0 8.0 11.5 11.1 7.2 2.2 7.1 6.2 18 8.5 5.0 3.3 4.0 8.8 12.0 12.1 10.4 8.0 3.7 6.4 7.4 ; 19 0.0 7.2 4.2 6.6 10.5 12.1 12.0 10.9 7.3 7.0 0.2 0.0 20 3.3 5.6 7.3 9.0 3.4 8.7 12.4 10.7 3.3 3.0 0.5 0.5 21 5.8 7.0 4.6 6.1 4.3 12.8 12.3 10.6 0.2 0.0 1.5 0.0 22 5.6 7.2 5.0 2,7 12.2 13.0 11.9 3.4 7.2 0.5 3.8 7.2 23 7.5 8.3 0.0 9.8 12.6 13.1 11.0 11.0 6.6 8.5 4.4 4.8 24 7.4 8.1 4.2 3.6 9.0 11.4 12.0 10.0 6.2 8.9 7.5 4.3 ; 25 6.2 2.2 2.2 0.5 9.2 12.6 10,8 10.1 6.3 8.0 6.8 1.8 26 6.9 3.0 0.1 0.0 12.0 13,5 11.0 5.0 6.9 8.2 8.4 7.5 ! 27 7.8 2.0 0.5 5.6 11.0 12.1 11.2 5.3 7.1 8.7 7.2 2.0 28 3.0 0.0 1.8 7.0 7.2 11.2 12.8 11.4 7.2 6.0 6.3 7.9 ! 29 5.8 0.9 9.8 12.5 8.0 12.6 10.2 8.1 4.7 4.5 0.5 30 0.8 7.2 9.4 12.4 9.2 12.5 11.6 8.0 3.2 6.2 0.0 ! 31 6.5 2.5 12.4 12.8 10.0 7.2 8.0 Totale 156.5 159.2 107.2 174.0 232.4 297.2 369.3 296.5 194.1 151.4 118.5 109.0 — 138 - Abbiamo i seguenti valori trimestrali e annuali : I trimestre Littoria Napoli ore 431.9 » 391.4 II trimestre Littoria Napoli 703.6 687.2 III trimestre Littoria Napoli » 859.9 » 838.8 IV trimestre Littoria Napoli 378.9 362.9 Anno Littoria Napoli 2374.3 2280.4 Sicché le ore di sole a Littoria sono notevoli e su¬ perano lievemente quelle di Napoli, località situata, come la riviera ligure, in condizione privilegiata; cioè soleggiata anche nei mesi in¬ vernali. Oltre himportanza della temperatura deir aria, giova conoscere le leggi con le quali le variazioni di temperatura si propagano, dalla superficie del suolo, in profondità. Teoricamente è : A = A0 e dove / jt ' =pV KT essendo A e A0 rispettivamente le ampiezze delle escursioni alla profondità p e alla superficie del suolo, K il coefficiente termico della conducibilità del calore nel suolo considerato, T la durata del periodo ed r il ritardo del massimo e del minimo, espresso, in frazione del periodo, alla profondità p. Inoltre nel coefficiente K entrano il calore specifico e la densità del suolo. Le cose in pratica si modificano molto. 139 — Riporto nel seguente specchietto i valori mensili dedotti, per il 1934, per la temperatura delParia a Littoria e a Napoli : M e d i e m assi m e G. F. M. A. M. G. L. A. S. O. N. D. 13.8 14.5 17.9 21.9 25.0 Littoria 27.5 29.4 28.0 27.0 21.5 18.3 16.5 12.8 13.8 16.7 21.8 25.5 Napoli 28.0 31.4 29.9 27.2 21.8 18.0 15.9 Medi e m inim e G. F. M. A. M. G. L. A. S. O. N. D. 7.8 8.2 10.8 13.6 16.0 Littoria 19.5 21.0 19.0 18.1 15.2 12.8 9.9 6.4 6.3 10.5 12.7 16.0 Napoli 19.1 21.2 20.7 18.5 14.2 12.1 9.5 quindi tura si d e ricava l'escursione medi 1 1' a r i a . a d e Ila tempera G. F. M. A. M. G. L. A. s. o. N. D. 5.0 6.3 7.1 8.3 9.0 Littoria 8.0 8.4 9.0 8.9 6.3 5.5 6.6 6.4 7.5 6.2 9.1 9.5 Napoli 8.9 10.2 9.7 8.7 7.6 5.9 6.4 Si rileva cioè che il mese più caldo è luglio, il più freddo è gennaio per Littoria, febbraio per Napoli e V escursione è minore per Littoria. Considerando l’elemento climatico di grande importanza, dato dalla differenza fra la temperatura media mensile del mese più caldo e quella del mese più freddo, si ha, eseguendo i calcoli: per Littoria il valore 17°, 3 e per Napoli 18°, 4 : ciò che fa classificare tutte e due le città nel clima temperato. La propagazione dell'escursione mensile nel suolo a Littoria ha — 140 - luogo, secondo i dati rilevati dal geotermometro situato a cm. 50 di profondità, con le seguenti amplitudini : G. F. M. A. M. G. L. A. S. O. N. D. 1.0 1.0 1.0 1.3 1.4 1.5 1.5 1.5 1.6 1.4 1.3 1.2 cioè l'amplitudine dell'escursione mensile nel terreno è circa l/6 di quella dell'aria. Vi è una certa stabilità nel valore col lieve spostamento del¬ l'epoca del massimo in settembre e dell’epoca del minimo in feb¬ braio - marzo. Ulteriori studi potranno portare un notevole contributo alla climatologia della nuova provincia e riuscire di grande vantaggio all'Agricoltura. Riassunto. I dati climatici di Littoria vengono confrontati, per il 1934, con quelli di Roma e di Littoria. I) Il totale annuale di pioggia di Littoria supera quelli di Napoli e di Roma ; mentre il numero di giorni piovosi resta compreso tra quello di Roma (superiore) e quello di Napoli (inferiore). Il massimo di quan¬ tità viene spiegato come pioggia di natura orografica. II) Le ore di sole a Littoria superano lievemente quelle di Napoli. Ili) L’escursione annuale della temperatura è di 18°, 4 a Napoli. IV) L’amplitudine dell’escursione della temperatura nel terreno è circa 1/6 di quella dell’aria. Finito di stampare il 20 novembre 1936 11 rione delle Mofete nei Campi Flegrei del socio Antonio Parascandola (Con le Tavole 6, 7 e 8) (Tornata deU’ll dicembre 1936 ) Tra il lago del Fusaro e quello del Lucrino sorge una collina la quale, con dolce declivio salendo dalle rive del primo lago, af¬ faccia poi con forme dirute sulle rive del secondo. Dal piede occidentale all'orientale di essa, e da sud a nord, e propriamente dall'orlo orientale del Fusaro a quello occidentale del Lucrino, e da punta dell' Epitaffio al confine con il colle della Gi¬ nestra è tutta pervasa da spiragli fumarolici (Fig. 1). Fig. 1 . — Il rione delle Mofete. - Scala 1 : 25.000 - I cerchietti indicano, dal basso verso l’alto, i punti della massima attività fumarol ca, rispettivamente: del «Gavone dell’Inferno», di quota 70, e dell’ orlo della collina sul Lucrino. Tutta questa zona è quella che deve intendersi come “ Rione delle Mofete „, e quindi in essa vengono compresi anche gli spi¬ ragli fumarolici che si incontrano lungo la via della Sella di Baia 142 — e sulla sommità della collina, affacciantesi sul Lucrino , detta di Tritoli o di Monterillo; in complesso una superficie di circa un kmq. Il primo che fece cenno, per quanto mi è noto, del Rione delle Mofete fu l’abate Teodoro Monticelli ■i); egli infatti dice: " È degno frattanto di particolare nota che nel terminare la eruttazione medesima ebbero luogo a Pozzuoli, al Fusaro ed a Li- cola dei fenomeni che il volgo attribuisce al Vesuvio, e che forse non vi appartengono. Perirono cioè tutti i pesci che vivevano nella peschiera del sig. Pollio , situata in un atrio della sua casa a Pozzuoli; perirono dodici a tredici cantaia di pesci nel Fusaro, ed a preferenza quelli che sogliono dimorare nel fondo dei laghi e del mare, come an¬ guille palaie, ecc. In questo stesso lago e nello stesso tempo perirono una grande quantità di ostriche che vivevano sul fondo, ma non furono mo¬ lestate quelle che vivevano attaccate agli scogli ed alle canne che vi sono. A Licola perirono parimenti i pesci del genere soprain¬ dicato. E qui è da parteciparvi che la collina, che dalle Stufe di Nerone si estende verso il Fusaro ha cinque fumaiuoli visibili men¬ tre prima ne aveva solo tre. Quindi se si volesse attribuire ad una mossa vulcanica la morte dei pesci e delle ostriche, sarebbe ben difficile definire se tale mossa derivava dal vulcano che ardeva o da qualche interna commozione di un suolo ancora caldo e fu¬ mante „. Nè Scipione Breislak, nè Spallanzani (Viaggio nel Regno delle due Sicilie fanno cenno del Rione delle Mofete). CosTa 2), nella sua relazione sulla mortalità del pesce nel Fu¬ saro, pubblicata nel 1860 ne dà un fugace cenno quando parla del " calor sotterraneo che conserva tutto il colle interposto tra Baia ed il Fusaro onde quel colle pare bipartito, e la porzione che resta a mez¬ zodì prende il nome di Monte di Bagoli, l'altra ch’è a set¬ tentrione dicesi Monterillo. Dal lato orientale di questo, fre¬ quenti sono le terme ed alla sua falda occidentale vi sono ancora d) Monticelli T. — Ninnato ammoniacale sublimato del Vesuvio. Atti della R. Acc. delle Se., voi. V, parte II. Memoria letta nella seduta del 2 dicembre 1834. Napoli, 1844. L'eruzione alla quale allude è quella del 28 luglio 1833. 2) Costa G. — Del Fusaro, delle sue industriey alterazioni avvenute, de' mezzi per allontanarle e dei miglioramenti da introdursi. Descrizioni e proposte . Napoli, 1860. — 143 — piccoli fumaiuoli. Ed è da questo lato appunto che scorrono le acque termali dei bagni ruderati che abbiamo descritto (le grotte ed il Moli Ilo). Laonde è chiaro non essere spento del tutto il fuoco vulcanico in quella contrada. Arroge il piccolo sgorgo di acqua sulfurea che viene presso la coda Per quello ch’è a mia conoscenza, dopo quanto è stato detto dai precedenti autori, nessun altro studioso ha fatto cenno della località fino al 1924, dal quale anno incominciarono le osservazioni di Signore, mie e di D'Erasmo. Le vie più facili per accedere alla sommità di questo rione sono : il sentiero che sale da Lucrino lungo la collina di Tritoli detta anche Monterillo ; quello accanto alla trattoria M Antichi Ro¬ mani „ sul Fusaro, vicino alla “ Grotta delT Acqua „ ; quello che parte dalle palazzine della Sella di Baia e che mena subito a quota 70, alla quale il Signore si è riferito all'inizio delle sue osserva¬ zioni, ed infine per le scale incise nella rupe della Punta Epitaffio. Accedendo al Rione dal Fusaro, la prima manifestazione ter¬ male è quella della " Grotta dell'Acqua „ lungo le rive del lago, dove la massima temperatura da me osservata non ha mai supe¬ rato 37°, 4. Il 12 gennaio 1925 il Signore trovò la temperatura dell'acqua che era di 40°, mentre il 14 settembre 1927, in occasione del fe¬ nomeno della mortalità del pesce nel Fusaro, aveva la temperatura di 38°, 5 4). La seconda manifestazione termale, sempre alla base occiden¬ tale della collina, è data dal pozzo esistente nella trattoria " Antichi Romani „ dove ho segnalato temperature variabili. Da tale pozzo, cavando una certa quantità di acqua, son riuscito ad avere nei di¬ versi giorni dei valori massimi di temperatura i quali sono rimasti stazionari anche continuando a vuotare. Questo avviene per tutti i pozzi della regione. In tal modo operando si hanno valori della temperatura che molto si avvicinano a quelli delle sorgenti termiche, venendo a diminuirsi le influenze dovute alle variazioni della massa d'acqua per aumenti di portata della falda. 9 Signore F. — Lettera inviata all’alto Commissario per la provincia di Na¬ poli il 27 settembre 1927, in occasione della mortalità del pesce nel lago Fusaro e pubblicata in nota al suo lavoro : Attività vulcanica e bradisismica nei Campi Flegrei. Annali del R. Oss. Vesuviano, IV ser., voi. Ili, (1931-32), Napoli 1935, pag. 179. — 144 — Salendo dal sentiero a destra della trattoria " Antichi Romani ,, si incontra la casa di Pasquale Iliana, oltrepassata la quale, dopo poco cammino, si perviene ad un largo chiamato dai locali “ Ga¬ vone dell'Inferno „ e citato da Signore e da me come il " Canalone Tale " Cavone dell'Inferno „ si presenta come uno spiazzo nel quale dalle acque correnti è stato inciso un canale (Fig. 1, Tay. 6), che ha una lunghezza di circa 60 metri ed ha andamento quasi parallelo al crinale della collina ; è orientato circa nord-sud ed è confinante colle proprietà Cainmarota Capuano e Guardascione. Il suolo si presenta sterile e qui e lì si arrampica una nana vegetazione, dove un congruo strato di humus permette il suo attecchimento. Al principio del " Cavone dell'Inferno „, a destra venendo dal Fusaro, si trovano due buche contigue (Fig. 2 e 3, Tav. 6), aventi spiragli dai quali fuoresce il vapore, e qui e lì vi sono altre sfuggite di vapore, delle quali alcune sono visibili ed altre no, perchè le acque dilavanti spesso le ricoprono di detriti; ma io più volte le ho messe in luce con opportuni scavi ed ho potuto così destare una attività latente, la quale vistosamente si manifestava con copiosi getti di vapore che fuoriuscivano con forte sibilio dalle varie fenditure. Diversi scavi ho fatto per scoprire gli spiragli fumarolici nel terreno coltivato a scaglioni sovrastante al "Cavone dell’ Inferno „ ed ho potuto osservare il graduale abbassarsi della temperatura nel terreno vegetale, per il disperdersi del calore attraverso le porosità del medesimo, dal piano del " Cavone dell' Inferno „ fino alla su¬ perficie coltivata. Oltrepassato il " Cavone dell' Inferno „, seguendo il sentiero che mena alla sommità della collina, a metà via, nella proprietà Guardascione ho rilevato altra fumarola non citata da altri 1). Pervenuti a quota 70, si riscontrano tre buche delle quali due sono alla sinistra del viottolo, che mena allo Scalandrone nuovo, ed una a destra del medesimo viottolo, al gomito di un sentiero che mena alle palazzine della Sella di Baia 2). Le prime due non 0 Parascandola A. — Osservazioni di temperatura nei Campi Flegrei. Boll, della Società dei Naturalisti in Napoli, voi. XLVII, 1935. 2) — — Osservazioni di temperatura nella zona del « Rione delle Mofete „ VII agosto 1931. Boll. Flegreo, anno V, 1931. Tale fumarola è la prima che si incontra venendo dalle palazzine della sella di Baia ; attualmente non si trova più accanto ad essa la pietra a segnale di termine che è citata nel mio lavoro. Ciò riferisco perchè gli studiosi non vengano disorientati dalla precedente indicazione. — 145 — sempre sono contemporaneamente attive, la terza ha manifestato sempre un violento e copioso sviluppo di vapore. Seguendo il viottolo citato che mena per lo Scalandrone nuovo sul Lucrino, si perviene ad una cava (Fig. 4, Tav. 6) abbandonata di pozzolana la quale trovasi a destra della palazzina deH'Ammini- stratore e conduce alla punta Epitaffio. Si notano quivi due spiragli fumarolici, uno sul versante che guarda il Lucrino, sottostante ai pali telegrafici, ed uno a metà via tra i medesimi e la piccola ferrovia Decauville che porta la poz¬ zolana dalla cava Giannone a Punta Epitaffio. Nella cava Coppola, che scarica su Baia, adiacente alla detta cava abbandonata, estraendo la pozzolana si riscontrano spesso zone a temperatura elevata, in ispecie nelle regioni confinanti colla Decauville ; ho qui riscontrata la massima temperatura di 77°. Quando fu cavata la trincea per la Decauville, anche lì la temperatura era elevata in tal modo da rendere penosi i lavori di scavo. Altre fumarole poi sono negli spacchi tufacei della discesa della rupe di Punta dell’Epitaffio e dello “ Scalandrone „. 11 Signore riscontrò nel n Cavone dell’ Inferno „, nei giorni 27-2-921; 13-4-923; 25-11-924; 12-1-925, sempre la temperatura massima di 99°, mentre per le buche a circa quota 70 sul livello del mare ottenne, nel 27-2-921 la temperatura massima di 93° e per gli altri giorni citati il valore massimo di 92°, 5. 11 12 gennaio 1925 riscontra gli stessi massimi per la quota 70 e pel " Cavone dell’Inferno „, cioè rispettivamente 99° e 92°, 5. Dopo il fenomeno della mortalità del pesce nel Fusaro nel¬ l’agosto - settembre 1927, al Rione delle Mofete, notai un abbassa¬ mento di temperatura per cui il valore massimo fu 50° (9-10-27) l), temperatura che non fu superata pur avendo prese le necessarie precauzioni ed avendo eseguiti opportuni scavi. Il 14 settembre 1927, il Signore 2) non ha riscontrato al Rione delle Mofete nessuna variazione di temperatura da quelle misurate il 12 gennaio 1925, cioè 99° e 92°, 5. Il 21 dicembre 1928 la massima temperatura raggiunta alle Mo¬ fete fu di 87° 3). ') Parascandola A. — Su di alcune misure di temperatura eseguite sul Rione delle Mofete e nel cratere del Monte Nuovo nei Campi Flegrei. Boll, della Soc. dei Nat. in Napoli, voi. XL, 1928. 2) Signore F. — 0/7. cit. 3) Parascandola A. — Op. cit. — 146 — Il 17 luglio 1929, il pozzo della trattoria “ Antichi Romani,, era a 40°, mentre al “Cavone deH’Inferno,, ebbi la massima temperatura di 102° e nessun valore inferiore a 101° ; a quota 70 la massima temperatura fu di 94° *). Il giorno 11 agosto 1931 il pozzo della trattoria “ Antichi Ro¬ mani „ segnò la minima temperatura di 40° e raggiunse la massima di 51°. Nel "Cavone dell'Inferno,, ebbi la temperatura massima di 90°, 5 ed a quota 70 la temperatura massima fu di 96°, 1 2). Feci rilevare che v'era un abbassamento di temperatura rispetto al mas simo del 17 luglio 1929 con il particolare che la massima tempe¬ ratura si aveva alla sommità della collina a quota 70, mentre al "Ca¬ vone deH’Inferno „ si riscontrava un abbassamento della medesima. Il 2 agosto 1935, al pozzo della trattoria “ Antichi Romani „ la temperatura fu come nell’ll agosto 1931. La temperatura massima al "Cavone dell'Inferno,, raggiunse 99°, 5 nella prima della coppia di buche che si incontrano venendo dal Fusaro e che per comodità distingueremo con i numeri 1 e 2 rispettivamente la prima e la seconda. A quota 70 la temperatura massima fu 86° nella fumarola al gomito del sentiero che mena alla Sella di Baia e che distin¬ gueremo col numero 3 (Fig. 5, Tav. 7). Il 30 agosto 1935 al pozzo della trattoria “ Antichi Romani „ si ebbe un massimo di 47°. Al “Cavone dell' Inferno,, le prime due buche emettevano copiosi sbuffi di vapori ; la buca n. 1 aveva due spiragli fumarolici, uno a 96° e l'altro a 99u; la buca n. 2 ne pre¬ sentava solo uno a 95°. A quota 70 la fumarola n. 3 diede il va¬ lore di 96°. Delle due buche che sono a sinistra del viottolo, allineato nord sud, e decorrente parallelamente al sottostante “Cavone dell'Inferno,, e che chiameremo n. 4 e n. 5, la 4 non emetteva vapori, ma la 5 (Fig. 6, Tav. 7) presentava due spiragli, dai quali copioso usciva il vapore. Questi spiragli, posti l'uno di fronte all’altro, a nord e a sud, raggiunsero 87°, 3 quello di nord, e 86°, 5 quello di sud. Allo Scalandrone ebbi, nelle fenditure della massa tufacea, la temperatura di 42° e lungo gli spacchi della rupe dell'Epitaffio, la temperatura massima raggiunta fu di 46°. 9 Parascandola A. — Osservazioni di temperatura nei Campi Flegrei nel 17 Luglio 1929 Boll. Flegreo, Anno IV, 1930. 9 — — Osservazioni di temperatura nella zona del " Rione delle Mo- ete „ ili agosto 1931. Boll. Flegreo, Anno V, 1931. 147 - Il 1° novembre 1935 al pozzo della trattoria "Antichi Romani,, la temperatura massima fu di 50°. Nel “Cavone dell'Inferno,, la buca n. 1 raggiungeva la temperatura di 91°, 2 nella parete destra; nella parete di fronte presentava due sfuggite di gas da due spacchi so. vrapposti : il superiore a 94°, 3, e l’inferiore a 97°, 1. La buca n. 2 raggiunse nell'unico spiraglio fumarolico la temperatura di 78° Avanzando lungo il "Cavone dell'Inferno „ notai molti spiragli fu- marolici a temperature molto diverse, così ottenni i valori di 48° 57°, 5; 45°, 5 ; finché, dove il sentiero si incanala da permettere appena il passaggio di una persona e fa gomito, notai la massima tempe¬ ratura di 100u. Oltrepassato il Cavone dell'Inferno la fumarola che trovasi in una buca larga m. 1 e profonda mezzo metro, in proprietà Guar- dascione, segnò la temperatura di 65° 1), svolgeva molto vapore acqueo e presentava poca anidride carbonica; non era stata indi¬ viduata da altri. A quota 70 la buca n. 3 raggiungeva la temperatura di 96° e la buca n. 5 la temperatura di 85°. Lungo lo Scalandrone e V E- pitaffio ebbi gli stessi valori del 30 - 8 - 935. Sul crinale della collina di Tritoli ebbi il valore di 73° nella fumarola sita presso i pali telegrafici sul versante del Lucrino (che chiameremo n. 6), e per quella, tra i pali telegrafici e la Decauville (che chiameremo n. 7), la temperatura fu di 65°. Ambe¬ due non erano state individuate da altri. Il 3 novembre 1935 il pozzo della trattoria "Antichi Romani,, emetteva vapori e segnò la temperatura massima di 51°. Le fumarole n. 1 e n. 2 al "Cavone dell’Inferno,, emettevano co¬ pioso vapore; la n. 1 aveva la temperatura di 100°; dalla n. 2 il vapore usciva fortemente sibilando dalla inferiore delle due fendi¬ ture sovrapposte la quale raggiungeva 101°. La fumarola a metà cammino tra il " Cavone dell'Inferno „ e quota 70, raggiungeva la temperatura di 57°. A quota 70 la fumarola n. 3 segnò 98°; la n. 4 e la n. 5 rispettivamente raggiunsero la massima temperatura di 80° e 87°. Sul crinale della collina di Tritoli la fumarola n. 6 segnava 76°, 5 e la fumarola n. 7 raggiungeva 65°;7. Lungo lo Scalandrone notai la massima temperatura di 42°, 5 ed alla punta dell’Epitaffio la mas¬ sima di 47°. 9 Parascandola A. — Vedi nota a pag. 144. — 148 - Il 29 luglio 1935, nel pozzo della trattoria " Antichi Romani ,, la temperatura dell'acqua era di 38°; vuotando di parecchio il pozzo ottenni la massima di 45°. Al "Cavone deH'Inferno,, la fumarola n. 1 segnò 90° e la n. 2, segnò 87°. Il vapore si svolgeva copioso da -entrambe. Cavando altre buche, da fratture del tufo giallo, usciva vapore copioso e sibilante, a temperature varie, e così ho notato la temperatura minima di 65°; da tre spiragli la temperatura di 90° e da un quarto la temperatura di 95°, la quale è stata la massima riscontrata al " Cavone dell'In¬ ferno „ in tale giorno. La fumarola a metà via prima di quota 70, segnò 52°. La fu¬ marola n. 3, che trovai copiosamente ricca di vapore, fu da me fatta notevolmente approfondire ed ottenni la temperatura di 87°. La fumarola n. 4 non emetteva vapori; approfondita la buca, con¬ statai la temperatura di 50° ; la seconda invece sviluppava copioso vapore e segnò la temperatura di 84° ; sul crinale della collina di Tritoli la n. 5 raggiunse la temperatura di 70°, la n. 7 la tempera¬ tura di 52°; ma in entrambe il vapore era abbondante. Lungo lo Scalandrone riscontrai la massima temperatura di 33° alle ore 7,30, mentre la temperatura deil’aria era di 20°. Il vapore sprigionantesi lungo le connessure dei blocchi tufa¬ cei nel muro di fronte alla Villa Rosa, lungo la via della Sella di Baia, raggiunse la temperatura di 55°, mentre sulla parete della collina di fronte al varco che presenta il muro, la temperatura massima fu di 51°. Debbo osservare che tutti questi spiragli fumarolici, col vapor d'acqua, emettono anche poca anidride carbonica la quale, mentre al "Cavone deH'Inferno,, non risultò presente fino alle osservazioni del 21 dicembre 1928; nelle seguenti osservazioni l'ho sempre, in tutti gli spiragli, constatata come anche in tutte le fumarole delle quali tratto. Sulla spiaggetta sottostante alle Stufe di Nerone, ai piedi di un "opus reticulatum „, rivestente il tufo della collina, ho rilevata la temperatura di 45°. Su questo tratto di spiaggia la massima temperatura raggiunta è stata 70°. Ad un metro di profondità nel mare, tre metri lontano dalla riva, la sabbia del fondo ha raggiunta la temperatura di 55° ; la temperatura dell'acqua del mare in cor¬ rispondenza, alla profondità di 50 cm., raggiunse 27° (ore 13). Dal fondo del mare, per un tratto di 10 metri dalla riva, ho notato svolgersi copiose bollicine gassose che venivano su ad intermittenza. — 149 — Nel pozzo della casa del " figulaio,, sul Lucrino, ho notato la temperatura di 50°. Nella vasca grande di Pollio, essendo basse le acque, vidi sorgere dall'orlo sabbioso di fronte allo sbocco della vasca nel Lucrino, due vivaci polle di acqua. Una, quella a sinistra, verso le cabine, raggiunse la temperatura di 56°, l'altra, quella a destra verso il mare, la temperatura di 55°. Ciò conferma quanto in un altro mio lavoro *) io diceva, cioè che gli abitanti della zona, ad acque basse nelle vasche, affermano che vengono su delle polle di acqua. Nella vasca piccola la tem¬ peratura fu di 35°. La copiosità dei vapori che si svolgevano al Rione delle Mofete in detto giorno mi ha permesso di osservare il fenomeno degli spettri di Brocken, che ho notato anche alla Solfarata il 28 agosto 1930. La immagine della persona rimaneva nettamente delineata sul fondo costituito dalla massa spessa dei vapori, mentre, mano mano che i vapori si diradavano avvicinandosi all'osservatore, una seconda immagine, sempre restando fissa la prima, e da questa dipartendosi, lentamente evanescendo si avvicinava all' osservatore fino a disperdersi tenuamente col disperdersi dei vapori. Si rileva in queste osservazioni del 29 luglio 1936 un abbas¬ samento nella temperatura del Rione delle Mofete rispetto alle pre¬ cedenti misure. Abbassamento di temperatura ho anche notato il 20 luglio 1936 alla bocca grande della Solfatara di Pozzuoli dove ho rilevata la temperatura di 140°. Il primo marzo del corrente anno, con mareggiata di scirocco e levante, avvenne un crollo della parete sottostante alla strada che da punta Epitaffio mena a Baia, e precisamente in corrispondenza di cava Coppola. In tale occasione gli operai, per fare l'escavazione per un cas¬ sone in calcestruzzo (Fig. 7, Tav. 7), incontrarono una falda di acqua caldissima che impediva di lavorare per cui bisognava o im¬ mettere acqua dal mare o attendere l'alta marea. Il giorno 9 marzo io potetti eseguire delle misure nella fan¬ ghiglia di tale fondazione, ed ebbi il valore massimo di 65°. In corrispondenza della stessa cava, v'è un tunnel al di sotto della l) Parascandola A. — Il bacino idrotermale del Lucrino e dell' Averno nei Campi Flegrei. Boll. Soc. Nat. Napoli, voi. XLVIII, 1936. 150 — strada nella parete che dà sul mare; ivi è uno spiraglio fumarolico a 55° (9 - 3 - 36). In tutte le fumarole, come su quest'acqua venuta a luce nella frana, ho sempre constatata, mediante fiamme, più o meno vistoso, il fenomeno della condensazione del vapore. Dalle riferite osservazioni di temperatura si rileva, come già altrove osservai, sia un migrare delle elevate temperature dall'alto della collina al basso di questa, sia una continua oscillazione ter¬ mica la quale può essere in connessione colle variazioni di massa dell'acqua della falda freatica e coll'attività endogena della regione, sopita ma non spenta. Il vapore, sprigionandosi direttamente dal magma vulcanico, seco trascina l'anidride carbonica e nel percorso dal punto di o- rigine alla superficie incontra la falda freatica, sottile o potente, la riscalda, l’arricchisce di anidride carbonica, e si manifesta in su¬ perficie in copia maggiore o minore secondo le interne condizioni e lo stato igrometrico dell'aria. Se, per obliteramento delle litoclasi interessanti la massa tufacea, il vapore non trova una via di uscita, ovvero se tale vapore si svolge in copia maggiore tal che le sud¬ dette vie più non risultano efficienti, può aprirsi un varco secondo altri spacchi piccoli o grandi, esistenti o formati per cause varie, e sfuggire da punti diversissimi della zona collinosa. Questo è confermato da diverse mie osservazioni. Nei miei frequenti sopraluoghi nella zona Fusaro - Lucrino, passando dal Rione delle Mofete, non ho mai trascurato di osser¬ vare attentamente la zona ed ho potuto constatare, come ho appena accennato in principio del lavoro, che determinati punti, che prima non manifestavano nessun segno di calore, lungo il “Cavone dell'In¬ ferno,, si sono manifestati poi altamente termici fino a raggiungere temperature elevate con emissione di vapore, per quindi quietarsi e non dare più segni sensibili di attività, la quale invece si era spo¬ stata in punti dove prima non era avvertita (Fig. 8, Tav. 7). Di quanto dico mi son ben sincerato con opportuni scavi, in specie dove intravedevo litoclasi nel tufo. Così l'alta temperatura di 102° dianzi riportata non è stata ri¬ scontrata alla buche n. 1 e n. 2, ma circa 20 metri lontano. Se noi teniamo presente le cose esposte, e l'alta temperatura della falda freatica all'orlo orientale del lago Fusaro, non possiamo non pensare ai mutamenti che falde termali arricchite in anidride carbonica e sfuggite di vapori ricchi dello stesso gas possono ap- 151 portare alle condizioni fisiche e chimiche del lago Fusaro, con ef¬ fetti deleteri per la vita animale. 10 ritengo che il fenomeno della mortalità del pesce nel Fu¬ saro nel 1927 sia proprio da attribuirsi ad uno spostamento del¬ l'attività fumarolica lungo le basse falde della collina delle Mofete dal fondo del lago di Fusaro, sommovendone il fondo melmoso, intorbidandone l'acqua, saturandola di anidride carbonica e deter¬ minando la morte dei pesci, la quale si iniziò, come raccontano i locali, proprio alla base del Rione delle Mofete. Questo fenomeno nel Fusaro si è verificato sovente per lo passato. Nell'opera citata il Costa dice che “quando nel 1822 avvenne la famosa eruzione vesuviana, alla quale seguì immensa caduta di cenere vulcanica, nel lago Fusaro vi fu mortalità di pesce ed o- striche (di che il signor Trentanella non si dolse per sue private ragioni) ed in quella occasione si trovarono ben pure dal lato esterno della foce, ossia sulla spiaggia del mare a quella adiacente, morte molte " tonninole „ (Donax trunculus) di cui è ricco quel banco di arena „. Anche moria fu nel 1834, citata prima da Monticelli, da Nio colini e poi da Costa, che a proposito della quale dice : “ Nel 1834 fu per la prima fiata lamentata dal tenitore del lago Fusaro straor¬ dinaria mortalità di pesce e di ostriche, avvenuta a suo detto tra gli ultimi giorni di agosto ed i primi del successivo mese di set¬ tembre. Epoca questa in cui una imponente eruzione avveniva nel nostro Vesuvio, e però alle sue emanazioni si imputava la causa della morte dei pesci e delle ostriche del lago „. Altre morie citate da Costa furono quelle dei 1845 e quella del 1848 1). 11 Signore riferisce che nel Fusaro la “ mortalità del pesce si verificò la prima volta nei giorni 8, 9 e 10 agosto, in seguito ad imbiancamento delle acque del lago, le quali divennero poi tor¬ bide e rossastre ; verso il 20 agosto le acque cominciavano a ri¬ schiararsi e sembrava che il lago avesse ripreso le condizioni nor¬ mali, ma dopo alcuni giorni il fenomeno si ripetè ed assunse la massima intensità tra il 10 ed il 12 settembre „. Dall’analisi chimica che fu eseguita, risultò una forte percen¬ tuale di anidride carbonica con assenza di idrogeno solforato ed 9 Per questa data vi è discordanza, perchè l’A. nella prefazione scrive 1849 e nel testo 1848. 152 — ammoniaca, per cui il Signore ritiene che la mortalità fosse dovuta a causa vulcanica e non biologica. A tale proposito riferisce che alla fine del luglio dello stesso anno riscontrò una ripresa di at¬ tività alla solfatara di Pozzuoli, dove il 31 luglio la Bocca Grande, da 162°, 5 della precedente misura, era salita a 174°, 5, e notò pure che a Bagnoli, lungo la spiaggia in vari punti, sabbia ed acqua erano caldissime. Alcuni studiosi ritengono che il fenomeno citato sia stato ef¬ fetto di cause biologiche con una concomitanza di fattori, fra cui le foci mal funzionanti del lago. Il professore Mazzarelli Gustavo gentilmente mi riferisce che il limnogramma del Fusaro, in quei giorni e nei precedenti, era in perfettissima normalità, dal quale fatto si deduce che le foci dove¬ vano ben funzionare, per cui è da escludersi la decomposizione delle sostanze organiche sul fondo del lago per acque non rinno- vantisi. Bisogna rilevare che nel 1834 il fenomeno si svolse tra gli ul¬ timi giorni di agosto ed i primi di settembre ; circa nello stesso periodo in cui si svolse nel 1927. m' • ?j f . . . — f 53* | CStùfV a Neb'mtkì* Fig. 2. Nel Rione delle Mofete noi troviamo la più alta temperatura dei Campi Flegrei dopo quella della Solfatara. Bisogna tener pre¬ sente che anche ad Agnano si hanno temperature aggirantisi intorno ai 100° e che una fumarola nella Stufa di S. Gennaro ha pure raggiunto 102° 1). Dopo la Solfatara di Pozzuoli, la prima manifestazione termica di un certo interesse è quella che si nota alla base del Monte Nuovo (61°) e poi man mano aumentando dal Lucrino, culmina sulla dorsale del Rione delle Mofete per declinare sul Fusaro. ') Signore F. — Primo contributo allo studio geofisico del cratere di Agnano. Società napoletana per le terme di Agnano, Napoli, 1924. — 153 — Nella figura 2 è rappresentata la sezione lungo il Rione delle Mofete, dal Lucrino al Fusaro, con i punti delle massime tempe¬ rature raggiunte. In questo mio lavoro ed in altro precedentemente pubblicato *),. si rileva come questa zona sia eminentemente attiva e che rappre¬ senti l'ultima propaggine visibile della attività endogena dei Campi Flegrei, la quale attualmente è tutta spostata verso il mare ed è compresa in una fascia (Fig. 9, Tav. 8), di attività vulcanica la quale comprende il Monte Nuovo, la Solfatara, Agnano e si chiude verso i Bagnoli e rimanendo aperto verso Baia dove, almeno per ora, non si hanno manifestazioni circa Fattività endogena, la quale come ultima estrinsecazione appare nella grotta dello Zolfo a Miseno. In tale fascia di attività vulcanica è pure localizzato il fenomeno bradisismico, il quale si manifesta più intenso dove Fattività vulca¬ nica è più forte, difatti si accentua da Pozzuoli a Baia, nel quale tratto la depressione è maggiore, e si attenua verso Napoli e l'e¬ stremo confine di Miseno, dove i segni dell'attività endogena non si rivelano. ') Parascandola A. — Il bacino idrotermale del Lucrino e dell' Averno nei Campi Flegrei. Boll, della Soc. dei Nat. in Napoli, voi. XLVIII, 1936. Riassunto. L’Autore fa uno studio sul rione delle Mofete, poco conosciuto nei Campi Flegrei e ne fa rilevare la importanza. 154 — Spiegazione delle Tavole 6, 7 e 8. Fig. 1. — Canale lungo il Cavone dell'Inferno (Canalone) a quota 50, lungo il quale si è verificata la massima temperatura. „ 2. — Le buche N. 1 e N. 2 al principio del Cavone dell’ Inferno (Canalone) (4-11-1935). Vi si nota la emissione di vapore. „ 3. — Le stesse, dopo essere state cimentate con fiamma, mostrano vistoso il fenomeno della condensazione del vapore (4-11-35). ,, 4. — Cava di pozzolana abbandonata, con a destra la " Decauville „ con¬ finante con la cava Coppola ; mostra i due pali telegrafici presso i quali si trovano le due fumarole N. 6 e N. 7. t, 5. — La buca N. 3 al gomito del sentiero che mena alla Sella di Baia (1-11-935). v 6. - La buca N. 5 con i due spiragli fumarolici (1-11-935). „ 7. — Costruzione del cassone per rialzare il muro di sostegno della strada che mena verso Lucrino prima di Punta Epitaffio, con venuta a luce dell' acqua termale, nella quale sono costretti a lavorare gli operai. „ 8. — Veduta da nord del Cavone dell' Inferno con la emissione di vapore. w 9. — Fascia della manifestazione dell' attività vulcanica attuale nei Campi Flegrei. Scala 1 : 60,000. Finito di stampare il 2G dicembre 1936- La triplice spaccatura del M. Orlando (Gaeta) del socio Francesco Castaldi (Con la Tav. 9 e 10) (Tornata del 18 maggio 1936) Tra la città di Gaeta ed il recente borgo di Elena , oggi am¬ ministrativamente fusi insieme, si solleva un modesto promontorio denominato M. Orlando, sulla cui cima, alta m. 167, è costruito l'antico mausoleo, trasformato in semaforo, di Lucio Munazio Planco, intimo di Cesare e di Orazio, console nel 42 a. C., a cui il Venosina consigliava in una splendida Ode di affogare gli affanni nel vino, perchè dopo i giorni tristi, sarebbero venuti quelli sereni : . tu sapiens finire memento tristitiam vitaeque labores molli, Plance, mero . ') All'estremità SW di tale promontorio , dove esso raggiunge una altitudine di poco superiore ai m. 80, si incontrano tre spaccature, che interessano, in direzione SE - NW, tutta la parte montagnosa alla quale, perciò, è dato comunemente il nome di Montagna Spaccata. Proprio dove si inabissano queste profonde fessure, sorge la Chiesa della SS. Trinità, alla quale è annesso il Santuario di Gesù Croci¬ fisso della Montagna Spaccata. Prima di giungere alla Chiesa, che dista un quarto d’ ora da Gaeta , lungo una via pittoresca per il panorama stupendo che si spiega dinanzi, si incontra, al margine estremo del sacrato, la prima spaccatura che ha m. 86 di altezza. Guardando in basso, dal parapetto a sinistra, si scorge il mare ru¬ moreggiante in una ampia caverna, conosciuta con l'appellativo di Grotta del Turco. Per giungere alla spaccatura centrale, bisogna oltrepassare la Chiesa ed entrare nel Convento ad essa annesso e ) Horat., Od., I, 7. — 156 percorrere tutto il corridoio scoperto, detto della " Via Crucis In fondo si trova la Cappella di S. Filippo, dalla quale incomincia una gradinata costruita nella fenditura della roccia, che s'inoltra, proce¬ dendo verso il basso, per m. 32 e termina al Santuario del Crocifisso, sospeso nelTinterno della fessura a quasi m. 40 sul mare, perchè edificato su un enorme macigno, staccatosi verso la fine del secolo XV dal ciglione destro ed incastrato fra le due pareti. Queste scen¬ dono a perpendicolo, distanti m. 7 fra di loro, per una profondità di m. 87. La terza spaccatura, un po’ più oltre, a destra della precedente, si inabissa per m. 80 fino al livello del mare. Caratteristica fonda- mentale delle tre spaccature è la loro disposizione a ventaglio, di- spiegantesi verso il mare aperto, mentre la cerniera è rivolta verso la spiaggia di Serapo. La sezione dell'apertura centrale , che si osserva esattamente discendendo per la scalinata suddetta fino al Santuario del Crocifisso, mostra, con grande evidenza, che tutti i punti rientranti o sporgenti dell’una parete hanno altrettanti punti corrispondenti , sporgenti o rientranti, nell'altra, in modo da poter combaciare esattamente tra loro, se si unissero. Il Giustiniani *) aveva già osservato, come altri scrittori di cose patrie, la stranezza di tale fenomeno ed a proposito scrive : “ Il monte che vedesi aperto, probabilmente da scuotimento di terra, è molto ammirabile ; e chiunque dal suo mezzo lo consideri , può immaginarsi di chiuderlo e combaciare assai bene le parti dell'una con quelle del pezzo opposto. Corre tradizione in Gaeta che si fosse aperta nella morte del nostro Redentore e che da quel tempo mai più fosse stata Gaeta soggetta a scuotimenti di terra „. Che le ultime pa¬ role del Giustiniani non corrispondano al vero è facilmente dimo¬ strabile, se si pon mente alle notizie riferite da Bartolomeo Fonzio e da Filippo Borgemense ; costoro fanno cenno di un forte terre¬ moto avvenuto nel 1456 o 1457. Il primo , infatti, scrive: “ An. 1456 nonis decembribus Nea- polis , Aversa , Capua, Gaetaque lacrimabili terraemotu quassatae sunt „. E l'altro: " Terraemotus permaximus anno 1457.. .. et potissimum Neapoli, Capuae, Gaetae, Aversae , caeterisque Cam- paniae urbibus „. Il Baratta 2\ inoltre, attribuisce un leggero terre- 5 Giustiniani L. — Dizionario geogr. rag. del Regno di Napoli. Napoli,, 1802, T. V, p. 22. 2) Baratta M. — / terremoti in Italia. Roma 1936. — 157 — moto locale a un centro sismico secondario fra Elena e Gaeta. I due succitati cronisti, accennando al rovinoso tachisisma, attribuiscono alle sue conseguenze la triplice spaccatura di M. Orlando. Ma la loro opinione è completamente falsa : basta, per dimostrarlo, ricordare la breve storia del Santuario del Crocifisso, edificato la prima volta da un certo Argeste di Gaeta, durante il regno di Alfonso di Aragona, cioè fra il 1436 e il 1440. Tuttavia la tradizione in Gaeta che la montagna si fosse spaccata alla morte di Cristo è ampiamente diffusa tuttora. Di questa ci hanno lasciato tracce per iscritto I'Addison, il Ferraro e lo Schroeder. Il primo l) scrive : “ Comincio ad essere cristiano . . conosco bene le matematiche, la fisica, la geologia .. . so le leggi necessarie, invariabili, prescritte da tali scienze : nella squarciatura di questa rupe le leggi naturali , fisiche , geologiche rimangono sospesè, le fratture di questa rupe non sono il prodotto di terremoto ordinario, che ne avrebbe separati i diversi strati, seguendo le vene che li distinguono, e spezzando i loro legami nei punti più deboli. Que¬ sto succede nelle rupi sconnesse da terremoti naturali ; qui è tut- t’altro. Il masso è diviso diagonalmente, e non sono i punti più deboli quelli aperti : la violenza maggiore è nei punti più vivi e consistenti,,. Il Ferraro2) a sua volta: "Esaminando scientifica- mente le fenditure, pare che la causa ultima e determinante ne sia stata un terremoto tectonico di forza straordinaria , di cui volle servirsi la Provvidenza, per fare che anche le pietre rendessero testimonianza della morte del Redentore „. Infine lo Schroeder 3) cerca di avvalorare la tradizione , riportando brani del Rossetti, del Baccio, del Capocelatro e del Baronio come conferma ; ma indubbiamente quanto ricordano e non dimostrano i cronisti sud¬ detti, è privo di qualunque valore scientifico , nè essi cercano di dimostrare Fasserto, ma si fanno semplici portavoce di una tradi¬ zione cristiana indubbiamente diffusasi nel Medioevo ed avvalorata, nel trascorrer del tempo, dalla fede dei devoti. Lo Schroeder an¬ cora, dopo di aver identificato il terremoto, di cui fa cenno Plinio 4), con quello avvenuto alla morte di Cristo, ricorda alcuni versi di ') Addison G. — Della religione cristiana, voi. II. 2) Ferraro S. — Memorie religiose di Gaeta , Napoli, 1903, pag. 263. 3) Schroeder P. — Brevi notizie del Santuario del Crocifisso nella Monta¬ gna Spaccata. Napoli, 1904. 4) Plinio N. H. — (II, 84): " Maximus terrae memoria mortalium extitit ino- tus, Tiberii Caesaris principati! duodecim urbibus Asiae lina nocte prostrata „. — 158 — Silio italico * 2 3 4) nei quali l’autore canta gli effetti di un terremoto disastrosissimo nei riguardi di una montagna , in cui “ dissiliens tellus nec parvos rumpit hiatos „ e crede che il poeta latino abbia voluto fare allusione alla Montagna Spaccata presso Gaeta. Oltre alla mancanza di qualsiasi dato, che possa militare a conferma della tesi dello Schroeder, è chiaro che la descrizione di Sino Italico è una fantasia, sia per la mancanza di qualsiasi dato di fatto, sia per il tono enfatico col quale questa procede. Per ultimi il Berger e il Decker 2) riportano che Plinio, nar¬ rando l'eruzione del Vesuvio nel 79 d. Cristo, parla anche della Montagna Spaccata nei Campi Flegrei ed afferma che questa spac¬ catura è diversa da quella di Gaeta, che definisce " miraculosum phaenomen „ ; ma ciò non significa, come crede lo Schroeder, che a “ miraculosum „ lo scrittore latino abbia dato significato di opera divina. Lo Schroeder aggiunge ancora 3) : “ Plinio , parlando in una nota a Marziale, suo amico, della villa di Munazio Planco, che, come abbiamo detto, sorgeva proprio sopra la spaccatura della Montagna Spaccata a Gaeta, ricorda anche la spaccatura a Gaeta Ma non si accorge che questo dato milita contro la sua stessa tesi affermata precedentemente 4) : " Siccome l'apertura fende quasi per mezzo la villetta di Planco, giudico di certo che la scissura acca¬ duta fosse prima della fondazione della villa, parendomi improba¬ bile che avesse voluto eleggere un luogo, in mezzo del quale vi fosse così orrendo precipizio „. Se davvero la fenditura avesse rotto a mezzo la villa di Planco, il fatto sarebbe stato così degno di nota, che Plinio non avrebbe potuto tacerne, dato che fa cenno di detta villa. Perciò , se i ruderi che attualmente si riscon¬ trano ai due lati della spaccatura veramente appartennero all’antica villa di Munazio, questa doveva sovrastare la precipite frattura per mezzo di un arco lanciato sul vuoto, per dare alla costruzione un'attrattiva maggiore, perchè alla delizia ed all'amenità del sito si aggiungesse quel bello che è proprio dell'orrido 5). In questo caso ]) Silio Ital. — V, 610 agg. 2) Berger e Decker — Encyclopédie Ecclesiast. ; L. IV, Chiese e Monu¬ menti di Gaeta. 3) Schroeder — Op. cit., p. 34. 4) Schroeder — Op. cit., pp. 25-26, 5) Il Corcia N. Storia delle Due Sicilie, Napoli , 1843, T. I, p. 480, crede che la villa di Planco sorgesse ai piedi di M. Orlando « dove tuttora si osservano avanzi di arcate ed altre fabbriche antiche, e più grandiosi ruderi vi — 159 — il “ miraculosum phoenomen „ avrebbe dovuto già sussistere nel primo secolo avanti Cristo , se Planco aveva partecipato con Ce¬ sare nella guerra gallica e civile e se nel 42 era stato console in Roma e nel 12 censore. D’altra parte, se il terremoto avesse pro¬ dotto proprio nell'epoca della morte di Cristo le fratture, negli scrittori romani si sarebbe avuto un'eco considerevole del grande avvenimento, perchè un terremoto così potente avrebbe arrecato grandissimi danni alle sontuose ville che sorgevano all'intorno, se non proprio a Gaeta *), almeno in tutto il* litorale, specialmente nel tratto di Formia 2), ed effetti considerevoli si sarebbero risentiti fino a Roma. rimarrebbero, se dopo il 1536 non venivano in gran parte abbattuti , quando Carlo V, ampliando Gaeta, cingevala di nuove mura, fondate in parte su quelle rovine». Altri, invece, come il Gesualdo (Osservazioni critiche ecc. Napoli, 1754, p. 48), credettero che l'edificio sorgesse in cima al colle. Forse è vero, perchè, oltre i ruderi ricordati, attualmente si osservano sulla Chiesa della Trinità cinque bellissimi archi, che sostenevano serbatoi di acqua ed infatti il condotto ancora è conservato nell'ultimo, che doveva immettere nella villa di Munazio. Simili gusti di ricercare il bello nell’orrido spesso si ritrovavano fra i Romani. Plinio (N. H., Ili, 9, 6) descrive il luogo dell'antica Ausonia col nome di Spelunca , oggi Sper- longa, così detta da una naturale caverna che si apriva sulla via Fiacca, là dove sorgeva il Palazzo di Tiberio, mentovato da Tacito e Svetonio. Le cavità interne della grotta, dalla cui volta ora pendono varie stalattiti , erano parti integranti della villa e convertite in camere. Di questo sono testimonianze non solo gli avanzi di manufatti romani, ma quanto rieriscono vari autori. Pausania (VI, 5) e Valerio Massimo (IX, 12) raccontano che l’Imperatore un giorno pranzava insieme con Seiano ed altri nella predetta Villa di Sperlonga , il cui triclinium era costruito nella grotta. Ma all'improvviso, presso l'ingresso, parte della volta andò in rovina e l'Imperatore riuscì a salvarsi, perchè lo protessero dallo sfa¬ sciume e dalle pietre cadenti (Tacit. Annal. IV, 59 ; Sueton. in Tiber, 39) Seiano e Polidamante. ’) Tutti gli scrittori antichi, che fanno menzione di Gaeta (Cic., prò lege Manilia, VII; ad Att ., 1,2, 3; Stat., Sylv , I, 3, 84; Martial, Epigr.M, 1, 5; X, 30, 8; Flor. I, 16; Solin. cap. 2; Valer. Max., I, 4, 5), non ricordano la città, ma il porto come appartenente alla prossima città di Formia. Anche lo Hùlsen (in Pauly-Wissowa, Real-Encyclopàdie, s. v.) concorda in tale opinione ; perfino Cassiodoro (Chron. Opp. p. 359), non nomina la città, ma il porto sol¬ tanto, sicché solo dopo il V secolo dell'era volgare cominciarono le prime noti¬ zie. Così il Biondo (Italia illustr. p. 64) e il Gesualdo (op. cit. pp. 103 e 125) scrivono che verso l'842, dopo la distruzione di Formia , si originò 1' odierna città di Gaeta. ) Formia fu città cospicua e popolosa. Vi si recavano spesso Lelio e Sci¬ pione, e Cicerone (De Orai ., II, 37), fa dire a Scevola che insieme ai due grandi uomini andava cercando nicchi e conchiglie per la spiaggia di Gaeta. Plutarco I — 160 — Si tenga ancora presente che mentre le tre spaccature verso la cerniera, cioè in direzione di Serapo, presentano un'apertura di pochi metri , questa, nel lato opposto, cioè verso il mare aperto, diventa amplissima, dispiegandosi a maniera di cono ; questo slab¬ bramelo è opera esclusiva del mare e in minima parte degli altri agenti esogeni, attraverso il lavorio di centinaia, se non migliaia di anni. Così ad esempio, la frattura centrale, larga quasi m. 7 al Santuario del Crocifisso, si protende con un cono di m. 60 ; quella esterna, che ha inizio in una fessura larga pochi centimetri , pre¬ senta al lato opposto una larghezza di m. 60 e quella del Turco, cioè la frattura verso il monte, di m. 20. Infine lo Schroeder cita, a conferma del suo asserto, la con¬ statazione che gli scrittori romani, anteriori alla morte di Cristo, non fecero cenno della triplice frattura, mentre notizie son ripor¬ tate negli autori posteriori. A questo potrei obiettare che solo nella fine del I secolo avanti Cristo e nell'epoca imperiale Formia, come città, e Gaeta, come porto, acquistarono rinomanza ; tuttavia queste spaccature non dovettero essere sconosciute agli antichi naviganti che si spinsero alla volta dell'Italia, se merita fede la notizia ri¬ portata da Stradone, che fa derivare il nome di Gaeta dal vocabolo greco naidxa , con cui i Laconi appellavano tutte le caverne : e " grandi spelonche „, commenta il Corcia, “ si veggono infatti su tutta la mentovata spiaggia e notabili soprattutto sono le grandi fenditure verticali del promontorio di Gaeta „ l). Le citate parole, (in Vii. Scip.) scrive che Scipione vi ebbe sepoltura. Cicerone {Ad Alt. II, 14 e XIV, 9), oltre la sua villa, ricorda quelle di Anio, Seboso, Lepido, e di Filippo congiunto di Cesare. *j Corcia N., op. cit. p. 4 6. Il passo di Strabone (III, 233) è il seguente : a é|rj<; òè doppiai Àaxamxòv xxiapa éariv, 'Oppiai Àeyópevov òià tò euoppov. xaì ròv pexa^ù òè xóÀJtov èxeìvoi Kaiaiav wvópaaav, rà yàp xoìÀa jravta 'xaiàrag’ oi Adxoveg Tcpoaayopeiiouaiv Altrove (Vili, 357) lo stesso geografo antico dice che gli Spartani chiamassero xì'ieroi i crepacci prodotti dai terremoti, onde la prigione di Sparta, che era una specie di caverna, venne denominata Ceeta. Lo stesso si¬ gnificato avrebbe l’appellativo dato da Omero {II., II, 581 ; Od. IV, 1) a questa città, se all’attuale xrjTtóeaaa del testo critico, si sostituisce la lez. xaierdeaaa , suggerita da Eustath. (in Hom. p. 1478). Dunque i Greci avrebbero denominato in tal modo la città tirrenica per la triplice spaccatura, già nota ai primitivi na¬ viganti, ma se la notizia di Strabone può apparire infondata, certo è preferibile alla leggenda della nutrice di Enea cantata da Virgilio {Aen. VII, 1 sgg.) e da Ovidio (Met. XIV, 442 sgg). Altri poi (Serv., ad Verg. 1. c. ; Orig. gent. Rom. 10) collegano di nome di Gaeta con xaieiv e col mito secondo il quale la flotta dei Troiani fu qui bruciata dalle loro donne. Timeo (ap. Diodor. IV , 56) e Li- - 161 - in effetto, corrispondono al vero, perchè di caverne naturali da Minturno alla spiaggia di S. Agostino, dopo Gaeta, ne ho contate e visitate moltissime, ma per quanto abbia cercato di spiegarmi la presenza dei Laconi su questo lido e di accertare il significato di xaidta in dialetto laconico l) non mi è riuscito. Comunque nel caso nostro l'etimologia riferita da Strabone e accettata dal Corcia ci appare lusinghiera. Ora bisogna osservare da vicino le condizioni geologiche e morfologiche di M. Orlando e ricercare la causa probabile che diede origine alla triplice spaccatura. * Hs * Osservando con diligenza gli strati più bassi della ripida sponda meridionale di M. Orlando, si nota che questi sono formati di terreno liassico, forse del Lias medio, comprendente una certa po¬ tenza di calcare rossastro zonato , e cristallino compatto bruno, leggermente roseo, con crinoidi e piccole turricolate. Questo terreno costituisce la maggior parte dei monti della regione, che si esten¬ dono dalla valle Itri-Formia fino a tutta la costa tirrenica , com¬ presa fra Gaeta e Sperlonga. Benché sia difficile constatare in detta sponda meridionale del nostro promontorio l'imbasamento liassico, tuttavia ce ne danno assicurazione gli strati prospicienti al mare, che appaiono in continuazione e corrispondenza degli strati liassici di M. Lambone , aneli’ esso prospiciente al mare , al di là della cofrone (Al. 1024) attestano che il nome in origine suonasse Airjrr], figlio del Sole e della oceanide Perseis (Hesiod. Theog. 956; cfr. Apoll. I, 9,1) e marito di Idiia (Hesiod. ibid. 960), signore di Ea, nella Colchide , ma che prima aveva avuto dal padre la signoria di Corinto, secondo narrava il poeta Eumelo (ap. Schol. Pind., 01. XIII, 53 = fr. 2 in E. G. F. K. p. 188). Del mito si serve il Bérard V., (Les Phéniciens et l'Odissée, Paris, 1926) per un' audace ricostru¬ zione. Circe è figlia del Sole e di Perse, ma Perse in greco non offre alcun si¬ gnificato, mentre nella Scrittura, cioè in semitico, "pers'a „ indica un uccello da preda, 1* " haliaectus ossifragus „, specie di aquilotto, secondo i commentatori. Perse sarebbe il nostro promontorio del Volturno, le due parole Perse-Volturno dovrebbero essere messe nel medesimo rapporto di Aiè-Kirkè; così abbiamo da una parte un doppio greco semitico, dall'altra un doppio latino semitico. I nomi Kaieta-Aietes sono nel medesimo rapporto. Se Circe ha per fratello il pernicioso Aquilotto, Aietes, è perchè il primo nome del promontorio Kaieta fu, secondo gli antichi, Aietès ; questo si presenta con una facies greca: è aietóg l'aquilotto. ') Questo nome non è notato da Bechtel F., Die griechischen Dialekte, II, B., Berlin, 1923. 162 spiaggia di Serapo, nei punti detti La Nave, Torre Viola e Torre Scessura i). Sovrastante al liassico, si estende il cretacico, che comparendo a M. Orlando, ove forma la parte superiore di quel promontorio, ricopre o contorna il liassico a guisa di ferro di cavallo , perchè da M. Orlando prosegue alle contigue colline che si elevano sulla spiaggia Gaeta-Formia, fronteggianti l'antico comune di Elena, ed ai monti della sponda sinistra della valle Formia-Itri e di là, pro- traendosi per i monti Rauti, Forca e Calvo , raggiunge le alture adiacenti alla pianura di Fondi e oltre, fin quasi a Sperlonga. Nei calcari cretacici, Toucasia e Sphaerulites costituiscono i pochi esem¬ plari di fossili, ma nei monti che contornano la rada di Gaeta, cioè M. Orlando, l'altura dell'Atratina, M. Santagata , M. Rotondo e M. Conca si rinvengono solo in abbondanza esemplari di Sphae¬ rulites. A M. Orlando, poi, oltre alle citate rudiste, si trova un'o¬ strica che il De Stefani determinò appartenente alla specie Gry- phaea) la quale fece ritenere al Cassetti la presenza in detta lo¬ calità del terreno cenomaniano. Ma in una escursione posteriore, il Cassetti *) potè constatare che i calcari contenenti la suddetta ostrica formano un unico deposito con quelli contenenti le sferuliti e di ciò è data conferma dalla perfetta corrispondenza, nel senso stra¬ tigrafico, coi vicini calcari a Toucasia ritenuti dell’Urgoniano. Così egli ne trae la conseguenza che detti calcari debbano riferirsi ad un medesimo piano. Però nei monti di Gaeta non è possibile stabilire una sepa¬ razione tra i calcari a Toucasia e quelli a Gryphaea , sia per la continuità stratigrafica, sia per mancanza di evidenti e considere¬ voli differenze litologiche. In quanto al turoniano non è da esclu¬ dersi che sia rappresentato in questa zona, a cominciare da M. Orlando, ma questo è impossibile accertare. In conclusione i terreni del cretacico e del liassico sono gli unici costituenti le alture della regione in parola, però , se esiste una leggerissima discordanza di stratificazione, come appare evi¬ dente al M. Conca, questa non è accertabile sotto M. Orlando, per¬ chè ivi le testate degli strati liassici e cretacei formano una po¬ tente pila, che si innalza sul livello del mare con la medesima di¬ sposizione, su di una costa a picco. >) Cfr. Cassetti M. — Nuove osservazioni geologiche sui monti di Gaeta , in Boll. R. Coni. Geol., XXXI, ( 1900>, pp. 177 sgg. — 163 — Tuttavia, dal punto di vista della tettonica, tanto il deposito cretacico che quello liassico sottostante di M. Conca e di M. Or¬ lando formano una leggerissima sinclinale, di modo che la super¬ ficie delle rocce formanti il fondo della rada trovasi a scarsa pro¬ fondità sotto il livello del mare (Fig. 1). È ancora da ricordare che lo stesso Cassetti ’) durante la prima escursione nella medesima zona, attribuendo al Cenomaniano e al Turonianoi terreni di M. Orlando e di M. Calvo, volle ricostruirne una cupola ideale, che avendo origine da M. Orlando, raggiungesse M. Calvo, attraverso M. Ro¬ tondo, Rione Le Vignole, M. Rigliano (Fig. 2). Ma la ricostruzione di tale cupola a me non pare possibile, perchè da accurate osserva¬ zioni, ho potuto constatare che la direzione degli strati di M. Or¬ lando, dal lato della marina di Serapo, è perfettamente opposta a quella indicata dal Cassetti. Premessi questi brevi cenni geologici e tettonici, passo ad elencare ed esaminare le cause che hanno potuto originare la tri¬ plice spaccatura : 1) Un movimento tettonico, coevo alla formazione del monte. 2) Un terremoto. 3) L'erosione carsica. 4) Un movimento bradisismico. 5) Uno sprofondamento del fianco meridionale. La prima ipotesi è poco verisimile, perchè in tal caso dovremmo ammettere l'esistenza della cupola ricostruita dal Cassetti. Ma an¬ che ciò premesso come vero, il movimento orogenetico, che in¬ curvò gli strati, non avrebbe potuto generare le spaccature in que¬ stione, perchè in tal caso queste avrebbero dovuto attraversare l'asse di direzione della cupola e non presentarsi ad esso parallele. D’altra parte avrebbero dovuto interessare una zona in minore tensione. Altra causa sarebbe stato un terremoto in epoca anteriore alla dominazione romana. È vero che di frequente, durante i terremoti si aprono voragini che talvolta si richiudono al cessare della scossa o restano aperte. Queste si presentano come crepacci rettilinei o a zig - zag o con disposizioni radiali. Il Parona 1 2) a tal proposito 1) Cassetti M. - Sulla costituzione geologica dei monti di Gaeta , in Boll* R. Comitato geologico d'Italia, XXVII, (1895) p. 42. 2) Parona. - Trattato di Geologia , Milano, 1903, pp. 285 sgg. Cfr. pure Pirona Q. e Taramelo T. Sul terremoto del Bellunese del 29 giugno 1876, in Atti R. Istituto Veneto, 1873. Lo stesso è riportato da De Marchi L., Trattato di Geografia fisica , Milano, pp. 126 sgg. / - 164 - O Fig. 2. — Sezione dal M. Calvo al M. Orlando (da Cassetti). : calcari a Br^achiopodi (Lias medio) - Urg. : calcari a Requienie (Urgoniano) - le. : calcari a Ostreidi (Cenomaniano) Tu.: calcari ippuritici (Turoniano). — 165 — ricorda che nella Nuova Zelanda, in occasione del terremoto del 1828, si formò una fenditura lunga 110 Km. e un'altra lunga 145 Km. nel 1885. Così nel terremoto di Belluno del 29 giugno 1873 e nel famoso terremoto di Calabria si riscontrò una fenditura estesa per 12 Km. A tal proposito si possono fare due considerazioni. In primo luogo, come il Baratta afferma, la zona di Gaeta presenta un centro sismico secondario, poi basta osservare altre due spac¬ cature, simili a quelle descritte, che si rinvengono a due terzi di altezza di M. Conca. Queste sono allineate lungo una medesima direzione NE - SW, quasi ad angolo retto con quelle di M. Or¬ lando e separate da un solco erosivo. Anch’esse presentano le due pareti a perfette sporgenze e rientranze e nella prima , cioè in quella che più si protende verso la spiaggia di Vindicio, un masso, caduto dal ciglio si è incuneato nella parte superiore della fen¬ ditura. È impossibile attribuire ad un terremoto la causa efficiente delle une e delle altre, perchè la genesi delle fenditure di M. Conca è differente da quella che ha originato le fenditure di M. Orlando. Basta solo considerare che quest'ultime sono anteriori alla conquista romana, mentre le prime posteriori. Infatti in quelle di M. Conca la parete che guarda il mare è inclinata verso questo ; ho visitato e studiato con grande accuratezza due grotte quasi alla base del predetto monte, ricchissime di incrostrazioni calcaree, che saranno oggetto di un mio prossimo studio : anche in queste grotte è evi¬ dente una inclinazione degli strati costituenti la volta e le pareti verso il mare quasi a testimoniare un fenomeno di profondamento, anzi di collasso della parte inferiore dell'altura verso SE. Il suolo, poi, è ingombrato da enormi massi staiattici , spezzati e crollati ; numerose colonne formate dalla unione di stalattiti e stalagmiti sono anch’esse spezzate e il piano di frattura si presenta inclinato verso il mare. A proposito del M. Conca il Niccolini l) scrive : " S’ incontra una scala discendente ad un piccolo seno di mare, nomato la Conca , forse perchè scaturisce dal fianco della collina in quel punto una limpidissima vena di acqua . . . 2). Guardando 9 Niccolini A. - Tavola metrica cronologica delle varie altezze tracciate dalla superficie del mare fra la costa di Amalfi e il promontorio di Gaeta, Napoli, 1839, pp. 7-8. 2) E questa 1 ’ " Artacie fons „ ricordata da Omero ( Odyss . X, 108). Il Cluverio ( Italiae antiq aitate s, p. 1073) riconosce nella famosa fonte la stessa che — 166 — dal mare , questa costa si presenta come una falda troncata della descritta collina di pietra calcarea ... Gli antichi Romani appog¬ giarono a quella falda troncata vari grandi edifizi, i quali, come quelli di Pozzuoli e di Baia, rovinarono prima di invecchiare verso la fine del sesto secolo dell'era cristiana, lasciando aderenti alla roccia i loro attacchi : e qui appunto le speranze che io aveva concepite, di rinvenire un qualche indizio dell’alto livello del mare, ebbero effetto oltre ogni mia aspettativa, stantechè milioni e mi¬ lioni di foracchiature di Foladi coprono in lunghissima estensione la superficie della roccia , nonché le anzidette reliquie dei muri, restate ad essi aderenti, le quali attestano luminosamente che \\ mare soggiornò all'altezza di quelle Foladi in epoca posteriore alle rovine dei descritti edifizi e sopra un suolo non vulcanico „ .. Un movimento di bradisisma interessò , dunque , le costruzioni romane , attaccate alle pendici di M. Conca sommergendole ed in seguito ad una forma di collasso subita dall’ altura alla base, si dovettero aprire le predette voragini. È vero che quelle di M. Orlando sono di gran lunga anteriori, ma la medesima forma di frattura è indizio che anche tali voragini sono state originate da un collasso o meglio da uno sprofondamento verificatosi alla base del monte. Segni evidentissimi dimostrano che la zona di Gaeta fu soggetta a movimenti bradisismici, come del resto tutto il litorale campano. In una mia peregrinazione geologica rinvenni lungo la spiaggia dell’Arenauta, oltre M. Lombone , una piccola grotta, con evidenti tracce di fenomeno carsico, le cui pareti sono completamente foracchiate da litodomi fino a m. 5 di altezza, con¬ cordemente all'altezza raggiunta dai fori dei litodomi a Capri e nella Penisola Sorrentina ’). Dopo l'epoca romana, si ebbe un no- scorreva nella villa di Cicerone. Il Principe di Caposele ( Antichità Ciceroniane, pp. 35-38) dice che ad imitazione della figlia del famoso re di Lamia, ad un vi¬ cino pozzo formato da questa fonte si recano le contadine ad attingere acqua. ’) Bellini R., Alcune note sui depositi fossiliferi della Regione Flegrea, in "Boll. Soc. Natur. in Napoli,,, XXX (1917) p. 105. Confronta a questo riguardo, fra i numerosi lavori Gììnther, R. T., Contributions to thè study of Earth-mo - vements in thè Bay of Naples, Oxford, 1903; De Lorenzo G., I Campi Flegrei, Bergamo, 1909; Gùnther R, T., Pausilypon, Oxford, 1913; D' Erasmo G., / crateri della pozzolana nei Campi Flegrei , Atti R. Acc. Se. Fis. Mat., S. 2, Voi. XIX, n. 1, Napoli, 1931; Marzullo A., La grotta marina della costa di Amalfi, in Riv. Staz. cura, ecc., Vili, n. 12, Roma, 1932; Majo E., Il Bradisi¬ sma flegreo, in Ann. R. Oss. Vesuv., II, Napoli, 1933; Parascandola A., Il — 167 tevole abbassamento, come dimostrano i fori dei litodomi sui ru¬ deri indicati dal Niccolini, mende nei tempi più prossimi a noi la linea di spiaggia ha cominciato ad ^avanzare ed avanza tuttora. In cinquantanni, secondo quanto mi ha dichiarato il prof* Fantasia, chiaro studioso gaetano , gli scogli del porticciuolo di Elena ed uno scoglio di rimpetto alla spiaggia di S. Agostino , oltre 1’ Are- nauta, sono emersi. Ma ritorno alia genesi di Montagna Spaccata. Più volte ho fatto cenno che la parete meridionale di M. Or¬ lando precipita a strapiombo per m. 68 di altezza ed al bacio dei- tonda si presenta profondamente intaccata dall’azione meccanica del mare. Dall’altro versante il promontorio degrada con dolce pendio ; ho esaminato attentamente le spaccature, da una barca, nella parte opposta alla spiaggia di Serapo ed ho notato che le pareti di sinistra, rispetto a quelle di destra, mostrano una chiara inclinazione verso la punta estrema che termina con la costa alta, a picco. La mancanza di un bacino idrografico considerevole (il piccolo promontorio è nettamente staccato dalla costa mediante Tistmo di Serapo) e la forma della triplice spaccatura a sporgenza e rientranze non danno luogo a pensare assolutamente ad incisioni carsiche. L’unica ipotesi ammissibile è che le tre spaccature siano state originate da un collasso della parte meridionale del promontorio, causato da un'immensa frana a causa del profondo e continuo scalzamento dell’acqua marina. Ne è riprova la disposizione stessa delle tre spaccature. Il materiale di accumulo sarebbe stato aspor tato gradatamente dalle forti correnti che interessano la zona in questione. M. del Pericolo, ecc. in “ Boll. Soc. Nat. in Napoli, XLVIII, 1936 ; D'Erasmo G., Il Bradisismo di Paestam, Pubbl. 11 dell'Ente Antichità e Monum. Prov. Salerno, 1935 ; Jacono L. (Note di Archeologia marittima , in " Neapolis „, I fase. Ili— IV, pp. 357-367) nega, in base a ricerche archeologiche, la tesi soste¬ nuta dal Gùnther, ma quanto afferma, specie per il litorale di Gaeta, a me pare insostenibile per un complesso di ragioni, che esporrò in un prossimo studio sul bradismo campano. Per il fondo marino fra M. Conca e M. Orlando , cfr. pure D'Arrigo A., Ricerche sulla linea neutra inerente al G. di Gaeta ecc., in «Annali Lavori Pubblici, LXXII, novembre, 1934. Riassunto. In base ad osservazioni morfologiche si cerca di spiegare l’origine della triplice spaccatura nella parete meridionale del M. Orlando presso Gaeta. — 168 — Spiegazione della Tavola 9 e 10. Fig. 1. — Veduta generale di M. Orlando. Le tre spaccature attraversano l'estre¬ ma punta a S-SW ; sulla sommità di questa è segnata la Chiesa della SS. Trinità. „ 2. — Veduta di M. Orlando da Serapo. Al di sopra della Chiesa deila SS. Trinità è l'inizio delle tre spaccature. „ 3. — Particolare della Fig. 2. Si osservino l'inizio delle tre spaccature , la costa alta e le tracce di scalzamento operato dal mare alla base. „ 4. — Scala di accesso al Santuario del Crocifisso ; si osservino le sporgenze e le rientranze delle pareti. „ 5. — Veduta generale della spaccatura centrale e Santuario del Crocifisso. „ 6. — Tratto superiore della spaccatura centrale slabbrata dall'erosione degli agenti esogeni. „ 7. — Inio della terza spaccatura (parte superiore). „ 8, — Inio della spaccatura centrale (parte superiore). Finito di stampare il 20 dicembre 1936. La visibilità del paesaggio sottomarino dal- l’idrovolante del socio Giovanni Platania (Tornata del 30 marzo 1936) Plus on étudie de pres les phénomènes naturels, plus ils acquièrent d’ importance et de grandeur. F. Arago Il fondo del mare, con la sua grande varietà di forme, non è visibile dalla superficie se non in circostanze peculiari e fino a pro¬ fondità molto limitata, la quale dipende dalla diversa trasparenza delle acque marine, dall'energia luminosa ricevuta e riflessa dagli oggetti sommersi e dalla superficie del mare, dallo stato di questa superficie e da altri fattori di cui dirò fra breve. Come esempio di visibilità eccezionale si può citare ciò che narra il naturalista De Quatrefaqes (1), di un'insolita limpidezza, come egli scrive , che gli permetteva di scernere con grandissima precisione i ciuffi di alghe e di fuchi, i movimenti della sabbia, in un fondo di circa 33 metri di profondità, nella costa settentrionale della Sicilia, nelle adiacenze delLIsola delle Femmine. Non minore è la visibilità del fondo nelle acque di Capri, tanto rinomate per la loro eccezionale trasparenza. Per migliorare le condizioni della visibilità si ricorre talvolta ad opportuni accorgimenti: le gocce di olio sparse dai pescatori intorno al battello eliminano l’effetto nocivo deH’increspamento della superficie acquea prodotto da venti leggieri; la molta luce esterna, riflessa dalla superficie del mare viene in gran parte soppressa a- doperando un ombrello scuro, aperto sulla testa dell’osservatore, o meglio il così detto cannocchiale da acqua (chiamato volgarmente specchio), che è un tubo tronco-conico con la base maggiore chiusa di una lastra di vetro a facce piane e parallele, e la minore 170 — adattata intorno agli occhi. Il compianto prof. Aurelio De Gasparis ideò, nel 1914, un apparecchio da lui chiamato Talassoscopio (2), costituito da un cilindro alla cui estremità inferiore, pescante in mare, si trovava un obbiettivo di grande apertura e di grandissima distanza focale, connesso con un sistema galleggiante. L'osservatore col capo ricoperto da un mantice nero in maniera da ricevere la luce soltanto dal fondo marino, poteva spostare il galleggiante per mezzo di un’elica mossa da un pedale. Il De Gasparis, che affer¬ mava di aver raggiunto la visibilità del fondo fino a 80 metri, e- seguì varie ricerche biologiche nel golfo di Napoli, i cui risultati, mi si disse, sono raccolti in un volume tuttora inedito. Intanto , anziché ricorrere a queste osservazioni occasionali del fondo marino, gli studiosi del mare pensarono di fare indagini dirette sulla trasparenza delle sue acque, abbassando man mano un disco bianco e misurando l’estremo limite della sua visibilità, cioè la profondità alla quale esso cessa di esser visibile. Dalle prime determinazioni di von Kotzbue (1817), di Xavier de Maistre nel golfo di Napoli (1832), di Dumont d’URViLLE (1837), di Wilkes (1838), di Bérard (1845) e di altri, si giunge alle diligenti ricerche del P. Angelo Secchi (1865), al largo del golfo di Gaeta, sulla pi¬ rocorvetta "Immacolata Concezione,, della Marina Pon¬ tificia (3). Le precedenti misure con dischi erano state eseguite oc¬ casionalmente, in generale senza i necessarii accorgimenti per eli¬ minare le cause di errore. Gli esperimenti del Secchi furono intra¬ presi e continuati in varie condizioni con l’aiuto del personale di bordo, con piatti di maiolica e dischi di tela bianchi, di diverse dimensioni, e più tardi anche con dischi colorati. Egli prese in esame l'influenza dell'altezza solare, dell'ombra portata alla super¬ ficie del mare, dell' altezza dell’ osservatore sulla superficie stessa (dal battello, dal ponte della nave, dalle sartie) , delle dimensioni del disco ; saggiò l’effetto di polarizzatori , di cannocchiali, ecc., sicché nei trattati di Oceanografia al disco per queste osservazioni si dà bene a ragione il nome del Secchi. Da allora si sono moltiplicate le osservazioni con questo me¬ todo, nei diversi mari, ottenendo come profondità di scomparsa, 30, 46, 50 metri, con un valore massimo di 66,5 trovato dal Krum- mel nel Mare di Sargassi. Da quanto è stato ricordato si può concludere che il letto marino è visibile, da un’imbarcazione, in condizioni ordinarie, fino a profondità di circa 25 metri e il disco del Secchi fino a profondità — 171 — di 35 m. considerando i valori più elevati come dipendenti da condizioni locali eccezionalmente favorevoli. I materiali solidi in sospensione sono più abbondanti nelle acque costiere, e ciò è causa della diminuita trasparenza ottica in vicinanza delle coste, rispetto al mare profondo. •i» # * Dal fatto che da un posto elevato, a picco sul mare, si vede talvolta il paesaggio sottomarino per una grande estensione, si era creduto che da alta quota la visuale penetrasse più profondamente anche in direzione nadirale. Già il Secchi aveva rivolto la sua attenzione a questo pro¬ blema, esaminando “ Finfluensa dell'altezza dell'osservatore sopra la superficie dell'acqua „. Dai suoi esperimenti egli conclude che " non rimane poi provato che vi sia alcun vantaggio a mandare in alto su gli alberi (della nave) gli osservatori, come dice Arago Anzi due osservatori, uno sulle sartie e l’altro in coffa, perdettero di vista il disco prima del Secchi, che era più da presso alla su¬ perficie del mare. " La ragione di ciò, egli soggiunge, sembra essere che i riflessi in alto sono maggiori, e colà è difficile impe¬ dirli, mentre da vicino all'acqua si possono assai diminuire col¬ l'ombra gettata sull'acqua stessa Ma qui si trattava di altezze relativamente piccole. L’opinione che l'osservatore si avvantaggi con l’elevarsi sul mare, è esatta, nel senso che se un punto Q" (v. Fig.), per esempio, non può esser visto dall'osservatore in A (quando AM sia la misura della tra- — 172 — sparenza del mare) esso diviene visibile all'osservatore innalzatosi in O, perchè il segmento S" Q” del raggio visuale, nel suo percorso entro l'acqua, è eguale ad AM, laddove AQ" > AM. Dunque l'osservatore ad alta quota, in idrovolante , scorgerà gli oggetti immersi in un campo molto più esteso che l’osservatore presso la superficie del mare ; ma non sembra esservi alcuna ra¬ gione perchè egli veda più profondamente di M, sulla verticale OM. Se abbassando in mare il disco del Secchi, questo sparisce alia profondità a, per esempio di 30 m., nel caso che l'osservatore sia con l'occhio alla superficie del mare in A, e che l'acqua sia otticamente omogenea, il disco sparisce sempre alla stessa distanza a da A, in qualunque direzione. La superficie di estrema visibilità è perciò, in questo caso, un emisfero di raggio a, e la sua sezione, col piano verticale passante per A, è un semicerchio. Se l'osservatore si trova in O, all'altezza h sul mare, la super¬ ficie di estrema visibilità è allora una superficie di rivoluzione, e la sua sezione, col piano verticale passante in O, è una curva della famiglia delle concoidi. Ho dimostrato (4) che l'equazione di questa curva è _ h _ ~|2 V ì ~ (a - ^ J di *2 — ( a 2 - /) 1 + essendo a la misura della trasparenza, h l’altezza dell'osservatore sul mare, n l'indice di rifrazione relativo fra l’aria e l'acqua, e sup¬ ponendo che la superficie del mare sia piana (com'è, sensibilmente, per una grande estensione). A questa curva ho dato il nome di concoide rifratta, perchè se nell'equazione (I) si pone n = 1, si ottiene l'equazione della concoide di Nicomede. Ho dimostrato altresì (5) che la curva apparente per l’osserva¬ tore in O, è anch’essa una concoide di Nicomede la cui equazione è - / 1 1 + h X \ n2 y ) ( y ! (il) che può chiamarsi la rifrattoide della concoide rifratta. Quando, per le considerazioni che precedono, ebbi l’occasione di trovare queste e altre curve della stessa famiglia, pensai anzitutto di farne comunicazione alla nostra Società (6), dando pure conto 173 — di alcuni esperimenti di controllo, da me eseguiti nelle acque trasparentissime di Capri. Più tardi, con altri studi, esperimenti e pubblicazioni esaminai alcune proprietà di queste curve e confer¬ mai la importanza delle applicazioni di esse. Con mia meraviglia apparve allora, nella " Rivista di cultura marinara „ (7), una dimostrazione - peraltro erronea - che col cre¬ scere dell’altezza dell'osservatore cresce la profondità di visibilità, senza precisare che nella direzione nadirale ciò non avviene. Avevo inoltre presentato, in due successivi concorsi ministeriali, alcune pubblicazioni nelle quali vengono poste in luce le nuove curve algebriche da me trovate in occasione di studii e di esperimenti sulla visibilità in mare da alta quota, e ne sono esaminate le ap¬ plicazioni, che uno studioso di navigazione marittima ed aerea non dovrebbe ignorare. Ma le due Commissioni, nominate dall'Accademia dei Lincei (8), sollevarono " alcune riserve circa l'intervento pos¬ sibile di molteplici cause perturbatrici, che l'autore ha in parte trascurate A me peraltro non sembra chiaro quale cosa mai venga perturbata da queste enigmatiche cause, che io avrei tra¬ scurate. Le ragioni di questi dissensi possono essere varie ; fra esse la principale è, forse, che una più compiuta conoscenza dei problemi del mare si acquista navigando. Navigare necesse est , non sola¬ mente per il predominio marittimo, ma anche per intendere i fenomeni del mare ; il quale, poi, se meglio si conosce più facil¬ mente si può dominare. Ho detto che se gli studiosi di oceanografia non tengono conto della teoria ora esposta, possono facilmente cadere in errore. Per esempio, P. Biessonoff, dell’aviazione russa, in un suo studio su " L'impiego dell’aviazione marittima per la protezione dalle forze navali,, (9), afferma che in condizioni di mare tranquillo e di buona illuminazione solare, il sommergibile, se è immerso a profondità non superiore a 15 metri, può esser visto dal velivolo " entro una superficie circolare di raggio non superiore a 400 metri „. Evi- dentemente questa affermazione è inesatta : dalla formula ( I) risulta che, se la trasparenza del mare per un sommergibile è di 15 metri, questo non può essere avvistato, ‘qualunque sia l’altezza del velivolo, se non quando, immerso a 15 m. di profondità , esso si trova sulla verticale passante per l’occhio dell’osservatore. Se il sommer¬ gibile dista 400 m. da questa verticale e l’ idrovolante è alto, per esempio, 400 m., sarà di m. 17,6 il percorso, dentro il mare, del — 174 — raggi° luminoso che giunge adocchio dell’osservatore. E intanto 10 stesso Biessonoff afferma, con inconsapevole contraddizione, che oltre i 15 m. il sommergibile non è affatto visibile. Per avvistarlo nelle condizioni su dette, esso dovrebbe trovarsi alla profondità di m. 12.7, come risulta da gli abachi preparati col calcolo della formula (I), per diversi valori di a, h e Anzi in pratica bisogna tener conto di altri fattori derivanti dall’inclinazione dei raggi (di¬ minuzione dell’energia luminosa rifratta, aumento della luce celeste riflessa dalla superficie del mare, assorbimento dello strato atmosfe¬ rico interposto). Coloro che hanno pratica del mare trattano sì fatte questioni in modo soddisfacente : in una lettera, che ho pubblicato altrove (10), comunicatami dal ch.mo Prof. Giuseppe Mazzarelli, il mari¬ naio P. Mancuso, addetto al R. Osservatorio di Idrobiologia per la Sicilia, precisa la profondità e la distanza alle quali egli scorge 11 pesce-spada dall’alto dell’antenna della feluca sulla quale egli è vedetta per tale pesca nello stretto di Messina; e i dati da lui comunicati corrispondono sensibilmente ai valori che si ottengono dal calcolo. D’altra parte, pensando che ad alta quota cresce la profondità di visione, molti sono indotti a interpretare che essa cresca pari- menti nella direzione nadirale. E cosi in alcune scuole, anche in quelle speciali per la preparazione dei naviganti, si insegna che " elevandosi a grandi altezze, l'occhio può penetrare a profondità abbastanza rilevanti. A Cherbourg p. es., da un’ altezza di 1700 metri si poterono constatare i più minuti particolari sino a 60-80 metri,, (Mazelle) (11). Questi dati non furono forse controllati : a distanza così grande l'immagine retinica diviene piccolissima, si che non possono scorgersi i particolari minuti. La notizia, della quale il Mazelle non cita la fonte, è tratta evidenteinenie dalla grande opera di Giovanni Marinelli, “ La Terra „, dove sono riportate queste osservazioni come fatte in aerostato da A. Moret, nel 1874. Una notizia dello stesso genere è quella data da Arago, il quale afferma che W. Scores y nelle regioni artiche vide il fondo fino a 130 metri di profondità, notizia intorno alla quale il Cialdi, per l’autorità del relatore, rimase perplesso. Nella pregevole opera 11 Fotografia aerea „ di F. Volla e F. Porro (12), tanto ricca di insegnamenti e di illustrazioni fotografiche, sono varie vedute, prese dall’aeromobile, della superficie marina e di oggetti sommersi. " Con luce zenitale, dicono gli autori, la vi- — 175 — sione sottomarina può essere spinta fino a profondità di oltre 20 m., facilitando lo studio dei fondali rocciosi nelle zone di rifugio del naviglio, fondali che possono essere rilevati fotogrammetricamente A questo proposito è da considerare che il paesaggio sottoma¬ rino appare deformato per la rifrazione; ma, come risulta dall'esame della equazione II, poiché h in pratica è grandissimo rispetto ad at crescendo considerevolmente il raggio di curvatura della rifra- toide, la deformazione dell’immagine diventa trascurabile e non ha grande influenza sulla sovrapposizione delle fotografie in serie. * * Un gruppo di esperimenti fu eseguito adoperando una sfera bianca, invece del disco, la quale veniva abbassata da una lancia A ferma, e osservata obliquamente da una lancia B, portata suc¬ cessivamente a diverse distanze da A. La profondità di scomparsa dall'imbarcazione A forniva il valore di a ; quella misurata sempre verticalmente da A quando la sfera veniva perduta di vista all'os¬ servatore in B, dava il valore di y. A varie distanze x tra B ed A si ottenevano i diversi valori di y della curva, avente sempre il suo vertice sulla verticale della lancia B. Nelle misure da me eseguite con questo metodo nel 1932 i valori osservati di y furono sensibil¬ mente uguali a quelli calcolati dalla equazione ( I ), tenendo op¬ portunamente conto dello cause perturbatrici (10). Il Secchi non tralasciò di fare osservazioni di questo genere : “ Il mare essendo tranquillissimo, egli scrive, si profitta di questo stato per andare a varie distanze dalla verticale che corrisponde al disco, per scoprire se riesce meglio visibile. Si fa alzare ed ab¬ bassare più volte, ma sempre si ottiene la stessa profondità, e se la distanza obliqua è grande, la profondità diviene un poco minore, ma non di molto „. Egli non pensò peraltro di determinare con precisione queste differenze. Il De Gasparis affermava che, guardando col suo talassoscopio e servendosi di un forte riflettore elettrico, si può ottenere la vi¬ sibilità fino a profondità di un centinaio di metri; ma con la sola luce solare non si possono superare i 40 m. Nelle sterminate re¬ gioni dei fondali marini, oltre questo limite, la nostra vista non può penetrare. Dall'idrovolante perciò il fondo del mare non è visibile se non in circostanze speciali, per profondità relativamente piccolis- 176 — sime. Quella parte della piattaforma litoranea compresa tra la linea di spiaggia e l'isobata di 30 metri ha larghezza relativamente molto piccola, e inoltre, appunto su di essa, le acque, per la vicinanza della costa, sono meno trasparenti, particolarmente in prossimità dei porti e delle foci dei fiumi. Ben presto l'aeromobile sorvola tratti di mare dove la profondità cresce considerevolmente, e il fondo marino non è più visibile. Come dice al divino Poeta (Pa¬ radiso XIX), l'aquila, il sacrosanto simbolo dell'Impero: La vista che riceve il vostro mondo com’occhio per lo mar, dentro s’interna, che, benché dalla proda veggia il fondo, in pelago no ’l vede, e non di meno è lì, ma cela lui Tesser profondo. E lo cela, si può aggiungere oggi, qualunque sia la quota alla quale s'innalza l'osservatore. Riassunto Da varie osservazioni del fondo marino guardato dalla superficie del mare, risulta che esso è visibile, in condizioni favorevoli, fino a pro¬ fondità non superiori a 25 metri. Le osservazioni di trasparenza del mare eseguite col disco del SECCHI, dànno valori, in casi eccezionali, fino a 67 metri. L’A. aveva già trovato che il campo di estrema visibilità, per un osservatore a quota, è una superficie di rivoluzione, la cui sezione, col piano verticale passante per Tocchio dell’ osservatore, è una curva che LA. ha chiamato concoide rifratta. Si riportano misure eseguite guardando obliquamente, da un battello, una sfera immersa da un secondo battello a distanze varie del primo : i valori osservati di profondità di scomparsa corrispondono sensibil¬ mente ai valori calcolati per mezzo della concoide rifratta. La profondità di scomparsa della sfera, in direzione nadi- r a 1 e , non cresce col crescere della quota delTosservatore. Si conclude che il paesaggio sottomarino non è mai visibile dall’ i- drovolante, salvo per brevi tratti della piattaforma litoranea tra la linea di spiaggia e Tisobata di 30 metri, e soltanto in circostanze eccezional¬ mente favorevoli. — 177 — BIBLIOGRAFIA (1) 1854. De Quatrefages. — Souvenir s d'un naturaliste. Paris. (2) Nel numero 1-2 novembre 1925 del giornale politico « Il Mezzo¬ giorno » che si pubblicava in Napoli, comparve una intervista col De Gasparis, dalla quale sono tolte queste notizie. (3) 1866. Cialdi A. — Sul moto oìidoso del mare e su le correnti dì esso, ecc. 2a edizione Roma, 1866. La Memoria del P. Angelo' Secchi è inserita in quest’opera (pag. 258-287). (4) 1930. Platani a G. — La trasparenza del mare e la visibilità da alta quota. Notiziario tecnico dell’Aeronautica, Roma, voi. 6. (5) 1931. — — Trasparenza del mare e visibilità da alta quota * Nuovo Cimento, voi. 8. (6) 1929. — La trasparenza del mare da alta quota. Boll. Soc. Natur., Napoli, voi. 4L (7) 1931. Piatti V. — L’Oceanografia - Talassografia. Riv. Cultura. marinara, Roma, voi. ò. (8) 1930. Le relazioni delle due Commissioni giudicatrici sono pubbli¬ cate negli Atti della R. Acc. Naz. dei Lincei : la prima in Ren¬ diconti dell’adunanza solenne del 1° giugno 1930, Roma 1930 la seconda in Rend. dell’ adunanza solenne del giugno 1934,. Roma 1934. (9) 1932. Cfr. Rivista aeronautica, Vili, 6, Roma. (10) 1934. Platania G. — La super fide di estrema visibilità in mare da alta quota. Ann. R. Ist. Super. Navale, voi. III. (11) 1910. Mazelle E. — Meteorologìa e Oceanografia . 2a ed. Trieste,. pag. 144. (12) 1932. Volla F. - Porro F. — Fotografia aerea itegli usi civili e militari. Milano, Hoepli. f- inito di stampare il 30 dicembre 1936. Bollettino della Società dei Naturalisti in Napoli Rendiconti deile Tornate ed Assemblee Generali (PROCESSI VERBALI) PROCESSI VERBALI DELLE TORNATE ORDINARIE ED ASSEMBLEE GENERALI Assemblea generale del 2 marzo 1936. Presidente : Carrelli Segretario : Zirpolo. Soci presenti : Pierantoni, Forte, D’Erasmo, Ruggiero P., Rug¬ giero L., Majo, Salvi, Augusti, De Lerma, Parascandola, Fedele. La tornata è aperta alle ore 17 in seconda convocazione. Il Presidente comunica che nella prossima tornata sarà presentato il bilancio consuntivo. Comunica inoltre che date le attuali condizioni del commercio della carta il C. D. ha deliberato di concedere ai soci per questo anno non più di sei facciate. Il Segretario presenta le pubblicazioni pervenute in dono. Il socio Salvi legge un lavoro dal titolo: Ricerche sperimentali sulla patogenesi del veleno di Viperidae , e ne chiede la pubblica¬ zione nel Bollettino. Il socio Parascandola legge una nota: Il bacino idrotermale del Lucrino e dell1 Averno nei Campi Flegrei , e ne chiede la pubblica¬ zione nel Bollettino. Si procede all’elezione di tre revisori dei conti in base all’art. 14 del nuovo Statuto. Sono eletti ad unanimità : Ruggiero Placido, Penta Francesco e Augusti Selim (supplente). Il socio Carrelli fa una comunicazione verbale sulle recenti ricerche del Fermi sulla radioattività artificiale per opera di neutroni. - La seduta è tolta alle ore 19. Assemblea generale del 30 marzo 1936. Presidente : Carrelli. Segretario : Salfi. Soci presenti : Gargano senior, Ruggiero L., Ruggiero P., Zolèo, Parascandola, De Lerma, Trotter, Guidone, Maione, Penta, Pierantoni, Zirpolo, Salvi, Platania, Rodio, Fedele. IV Assistono alla seduta il Prof. Arpino, il Sig. Cafiero, il Dott. Rodino. La tornata è aperta alle ore 17,15. Il Presidente comunica ai soci l’ammissione dell’Ing. Zolèo a socio ordinario. Il Segretario presenta un gruppo di pubblicazioni del Prof. Prospero Guidone inviate in dono dal figlio Giuseppe, nostro socio. Presenta inoltre i primi fascicoli della Rivista: « La conquista della terra » inviati in dono dall’Opera Nazionale Combattenti. Il Segretario legge il processo verbale dell’Assemblea generale del 2 marzo 1936 che è approvato. Il Presidente dà la parola al socio Platania il quale svolge una comunicazione dal titolo : La visione del paesaggio sottomarino dall1 idrovolante, e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. 11 socio Carrelli e il socio Ruggiero fanno alcune considerazioni in proposito, e il socio Platania conclude riassumendo e chiarendo. Il Presidente dà la parola al socio Salvi che svolge una comu¬ nicazione dal tema: Ricerche sperimentali sul potere proteolitico del veleno dei Viperidì, e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. 11 Presidente legge il bilancio consuntivo 1935. Il socio Ruggiero anche a nome del socio Penta, quali revisori dei conti, legge la re¬ lazione sul bilancio consuntivo del 1935. Il Presidente pone in votazione il Bilancio che è approvato ad unanimità. La seduta è tolta alle ore 18,45. Tornata ordinaria del 18 maggio 1936. Presidente ff.: Pierantoni. Segretario : Salfi. Soci presenti : Gargano C , Zirpolo, Augusti, Eller, Conti, Rug¬ giero P., Ruggiero L., Platania, Penta, Longo, Ippolito, Rodio, Car¬ relli, Parascandola. La seduta è aperta alle ore 18,15. Il Segretario legge il processo verbale dell’Assemblea generale del 30 marzo 1936 che è approvato. Il Presidente dà la parola al socio Platania che legge un lavoro dal titolo : La grotta del sole nell1 Isola di Ischia e il bradisisma » e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. Il socio Penta chiede alcune delucidazioni e il socio Platania fornisce gli opportuni chiarimenti. Il socio Penta anche a nome del socio Longo, espone i risultati delle ricerche da loro fatte sulla : Recisione della Lignina per la distinsione tra ligniti e litantraci , e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. Il socio Penta legge una nota dal titolo: Sulla fluorescensa delle solusioni dei carboni fossili nei solventi organici , e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. Il Segretario legge una nota del socio Castaldi : Osservasioni morfologiche sul Monte Orlando (Gaeta), e ne chiede la pubblica¬ zione nel Bollettino a nome dell’Autore assente. Il socio Parascandola legge tre note: 1) Il Monte del Pericolo nei Campi Flegrei ; 2) Genesi e deposisione delle sabbie magnetiche nell' Isola di Procida e nel littorale jlegreo ; 3) I vulcani occidentali di Napoli, e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. La seduta è tolta alle ore 19. Assemblea generale dell’ Il dicembre 1936. Presidente : Carrelli. Segretario : Salfi. Soci presenti: Platania, Parenzan, Augusti, Penta, Ippolito, Longo L., Volpicelli, Ruggiero P., Maione, Ruggiero L. La tornata è aperta alle ore 18 in seconda convocazione. Il Presidente invita il Segretario a dare lettura del processo ver¬ bale della tornata precedente che è approvato. Il Presidente dà la parola al socio Parenzan, che svolge una comunicazione dal titolo : Nuovo apparecchio per pescate planctoni¬ che , e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. Il Segretario legge a nome del socio Parascandola un lavoro di quest'ultimo dal titolo : Il Rione delle Mojete nei campi Flegrei, e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino a nome dell'Autore. Il Segretario legge un lavoro del socio Castaldi : Note e appunti sul Bradisismo campano , e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino a nome dell’Autore. 11 Presidente fa una relazione sulla produzione di altissimi po¬ tenziali. Dopo approvato il presente processo verbale, la tornata è tolta alle ore 19. CONSIGLIO DIRETTIVO PER L’ANNO 1937 Carrelli Antonio Pier Antoni Umberto Salfi Mario De Derma Baldassarre Palazzi Eugenio Zirpolo Giuseppe Parascandola Antonio ‘Presidente Vice - Presidente Segretario Vice — Segretario jdmmin istra tore Redattore del bollettino bibliotecario ELENCO IDEI SOCI (31 dicembre 1936) SOCI ORD1NARII RESIDENTI 1. ! 6-4-902 2. 12-7-924 3. 28-3-920 4. 8-6-924 5. 22-2-930 6. 5-3-922 7. 30-5-921 8. 6-4-902 9. 15-3-903 IO. 17-11-918 11. 6-7-932 12. 25-1-934 13. 8-7-923 14. 14-6-930 15. 28-12-932 16. 26-7-925 17. 16-12-923 18. 20-1-932 19. 16-3-929 20. 14-6-930 21. 13-8-921 22. 25-5-919 23. 5-3-922 24. 26-7-925 25. 11-1-885 Aguilar Eugenio — Vico Neve a Materdei 27 . Andreotti Amedeo — Ist. Fisica terr. R. Univ ., Napoli. . Arena Ferdinando — Piazza S. Ferdinando . Augusti Selim — Via Cavallerizza a Ghiaia 46. Aurino Salvatore — R. Osserv. Capodimonte, Napoli . Bakunin Maria — R. Politecnico, Napoli. Biondi Gennaro — Corso Garibaldi 109, Portici. Bruno Alessandro — Nuovo Rione Fenice a Ottoc. 32. Caroli Ernesto — Stazione Zoologica , Napoli. Carrelli Antonio — 5. Domenico Soriano 44. Casaburi Vittorio — Via Foria 76. Castaldi Francesco — Aniello Falcone 260. Colosi Giuseppe — Ist. Anat . Comp. R. TJn., Napoli. Coniglio Luca — Via dei Mille , 48. Covello Mario — Corso Umberto 1 , 311. Cutolo Costantino — Via Tommaso Caravita 10. D’Aquino Luigi — Piazza Lattila 23. De Lerma Baldassarre — Ist-it. Zool. R. Un., Napoli. D’Erasmo Geremia — Ist. Geologia R. Univ., Napoli. Dohrn Rinaldo — Stazione Zoologica , Napoli. Fedele Marco — Largo Regina Coeli, 8. Fenizia Gennaro — Via Fo^ia 184. Fiore Maria — Corso Vittorio Emanuele 466. Foà Anna — R. Suola Sup. Agric., Portici. Forte Oreste — Via Carlo Poerio 15. X 26. ! 28-3-909 27. 1-12-932 28. 31-12-913 29. 25-5-919 30. 30-12-936 31. 31-12-913 32. 6-6-931 33. 11-5-936 34. 16-3-924 35. 4-2-923 36. 1-12-932 37. 9-6-933 38. 4-12-887 39. 1-1-929 40. 25-1-934 41. 4-2-922 42. 3-4-933 43. 21-8-921 44. 2-5-931 45. 28-12-930 46. 15-6-934 47. 18-3-900 48. 20-1-924 49. 4-2-922 50. 14-6-930 51. 11-5-913 52. 2-6-925 53. 16-12-92 54. 16-12-92 55. 16-3-929 56. 29-2-932 57. j 29-6-919 58. 31-12-928 59. 7-3-906 60. 29-4-923 61. 1-12-932 62. 25-5-890 Gargano Claudio — Via S. Lucia 62. Gargano Claudio — Piazza Aurelio Padovani 12. Giordani Francesco — Corso Umberto /, 34. Giordani Mario — Corso Umberto I, 34. Ippolito Felice — Egiziaca a Pizzofalcone 41. Iroso Isabella — Via Foria 118. Longo Biagio — R. Orto Botanico, Napoli. Longo Luigi — R. Orto Botanico, Napoli. Maione Vincenzo — Via Torino 90. Majo Ester — Ist. Fisica terrestre R. Univ., Napoli. Majo Ida — Ist. Fisica terrestre R. Univ., Napoli. Maranelli Carlo — Via Luca da Penne 1. Mazzarelli Giuseppe — Ist. Zoologia R. Un., Messina. Monticelli Nunziante d’Afflitto G.na- Via Tasso Palazzi Eugenio — Viale delle Acacie - Vomero. Palombi Arturo — 5. Pasquale a Ghiaia 62. Pannai n Ernesto — 5. Giovanili Maggiore 25. Parascandola Antonio — Ist. Minerai. R. Un., Napoli. Parenzan Pietro — Via Nuova Bagnoli 78, Napoli. Patroni Carlo — Via Mariano Semmola 45. Penta Francesco — Politecnico, Napoli. Pierantoni Umberto — Galleria Umberto I, 27 . Platania Giovanni — Salita Stella 10. Pozzi Olimpio — Mer gellina 2. Quercigh Emanuele — Ist. Minerai. R. Un., Napoli. Quintieri Quinto — Via Amedeo 18. Ranzi Silvio — Stazione Zoologica, Napoli. Riccio Raffaele — Via Depretis 114 Rodio Gaetano — R. Orto Botanico, Napoli. Ruggiero Placido — Via L. Mar sicario a Materdei 4. Ruggiero Lelia — Via L. Marsicano a Materdei 4. Salfi Mario — Via Mezzocannone 53. Salvi Pasquale — Via Luigi Palmieri 14. Schettino Mario — Via Raff. De Cesare a S. Lucia 31. Torelli Beatrice — Stazione Zoologica, Napoli. Trotter Alessandro — R. Istituto Sup. Agr., Portici. Viglino Teresio — Piazza Dante 4L XI 63. ; 2-6-925 64. j 28-11-912 65. | 1 i 30-3-936 i 1. 17-4-913 2. 28-3-919 3. 30-11-924 4. 31-12-916 5. 1 -6-902 6. 16-3-929 7. 14-3-931 8. 6-2-903 9. 20-11-929 10. 31-12-929 11. 22-2-930 12- 22-3-925 13. 2-6-925 14. 1-6-913 15. 1-4-919 16. 21-11-931 17. 2-6-928 18. 31-12-929 19. 31-12-891 20. 28-7-929 21. 4-2-923 22. 9-6-933 23. 29-4-923 24. 5-3-922 25. 46-3-924 Volpicelli Mario — Viale Elena 23. Zirpolo Giuseppe — Via Duomo 50. Zoleo Amedeo — Via Foria 118. SOCI ORDINARI NON RESIDENTI Alfano G. B. — Piazzetta Cangi a Materdei 7 Califano Luigi — Stazione Zoologica , Napoli. Candura Giuseppe -A*. Oss. Fitopatologico, Bolzano. Celentano Vincenzo — Via Veterinaria 7. Cerruti Attilio — Via Peripato, Taranto. D’Ancona Umberto — Ist. Zoologia R. Univ ., Pisa. Eller -Veinicher Isabella Conti — Via dei Mille 16 . Foà Jone — Corso Marrucino 154 , Chieti. Gambetta Laura — Corso Galileo Ferraris 138, Torino. Guadagno Giuseppe — Via Foria 193. Guidone Giuseppe — Largo Avellino 15. Imbò Giuseppe — R. Osserv. Vesuviano, Resina. Jucci Carlo — Ist. Zoologia R. Univ., Pavia. Magliano Rosario — R. Liceo, Potenza. Mazzarelli Gustavo — Ist. Geofis. R. Univ., Messina . Montalenti Giuseppe — Ist. Zoologico R. Un., Roma. Morgogiione Ferdinando — R. Lic. Scienti f. Avellino. Pasquini Pasquale— Ist. Zool. Anat. R. Un., Padova. Piccoli Raffaele — Corso Marrucino 154 , Chieti. Romeo Antonino — R. Scuola Sup. Agric., Portici. Signore Francesco — Corso Viti. Emanuele, 7. Sorrentino Stefano — UJf. Geologico , Milano. Trezza Ugo — Via Tarsia 56. Valerio Rosaria — Sala di Caserta. Viggiani Gioacchino — Potenza. SOCI ADERENTI 1. - 12-7-918 - Cutolo Claudia — Villa Claudia, Vomero, Napoli. L’ ELENCO DELLE PUBBLICAZIONI CHE PERVENGONO IN CAMBIO È STATO RIPORTATO NEL VOLUME XLV. INDICE ATTI (memorie, note e comunicazioni) Majo E. — I raggi gamma emessi dal tufo vulcanico flegreo nella Grotta di Cuma . Covello M. — L'anestesina e lo studio di alcuni suoi derivati aciclici. Parascandola A. — Il bacino idrotermale del Lucrino e dell’A- verno nei Campi Flegrei . Parascandola A. — I vulcani occidentali di Napoli Parascandola A. — Genesi e deposizione delle sabbie magnetiche nell'Isola di Procida e nel litorale flegreo . Parascandola A. — Il Monte del Pericolo nei Campi Flegrei Imbò G. — Assorbimento della radiazione solare da parte del va¬ pore acqueo . Penta F. — Sulla fluorescenza delle soluzioni dei carboni fossili in solventi organici . Penta F. e Longo L. — Sulla " reazione della lignina „ per la di¬ stinzione fra ligniti e litantraci . Salvi P. — Studii sull'ofidismo sperimentale . Andreotti A. — Note climatiche comparative di Littoria Parascandola A. — Il rione delle Mofete nei Campi Flegrei Castaldi F. — La triplice spaccatura del M. Orlando (Gaeta) Platania G. — La visibilità del paesaggio sottomarino dall' idro¬ volante . 57 67 81 // 87 « 91 „ 119 „ 129 141 „ 155 n 169 RENDICONTI DELLE TORNATE (PROCESSI VERBALI) pag. ili VII Processi verbali delle tornate 1936. Consiglio Direttivo per l'anno 1937. Elenco dei soci . IX TAVOLE / ■ Soli della Società dei Naturalisti, Voi. 4 Tav. ! A. Parafandola - 11 bacino idrotermale del 1 gali, della Socielà dei Naturalisti, Voi. 48. A- Parascandola - Il bacino idrotermale del Lucrino ecc. Lago d' Aoerno Tav. I Pr‘JiU ‘Epùajjrùi $oll. della Società dei Naturalisti, Voi. 48. A. Parascandola - I vulcani occidentali di Napoli. Tav. 2. 5. Èoll. della Società dei Naturalisti, Voi. 48. Tàv. 3. A, Parascandola — I vulcani occidentali di Napoli. 1 A. Parascanrola - Genesi e deposizione Boll, della Società dei Naturalisti, Voi. 48. Tav. 4. Pereto I~cL PROCI DA A. Parascandola - Genesi e deposizione delle sabbie ecc. n m A. Pabascandola - Il Monte del Pericolo nei Campi Flegrei. Tav. 5. fòoll. della Società dei Naturalisti, Voi. 48. gali. della Società dei Naturalisti, Voi. 48. A. Parascandola - Il rione delle Mofete ecc. Tav. 6. ffioll. della Società dei Naturalisti, Voi. 48. A. Parascandola - Il rione delle Mofete ecc. Tav. 7. Soli della Società dei Naturalisti Tav. 8. «“■s.0***} ra / gQ &«* Wm'» 3 |*.4< t^/r ■f7f.//«.«^ì ,■>>' V . ! osili! pò •;\T. '19 « 4p\ 1 ■‘'St* Piriti) S (t,-,‘< g1? trWVfiiìt* A. Parascandola - li rione delle Mofet< fiali, della Società dei Naturalisti, Voi. 48. Tav. 8. ^ Parascandola - 11 rione delle Mofete ecc. Boll, della Società dei Naturalisti » Voi. Tav. 9. F. Castaldi - La triplice spaccatura del M#| Boll, della Società dei Naturalisti, Voi. 48. Tav. 9. F, Castaldi - La triplice spaccatura del M. Orlando (Gaeta). ■ . • ...f Boll, della Società dei Naturalisti F. Castaldi - La triplice spaccatura Boll, della Società dei Naturalisti, Voi. 48. F. Castaldi - La triplice spaccatura del M. Orlando (Gaeta). Tav. IO. Per quanto concerne la parte scientìfica ed amministrativa dirigersi al REDATTORE DEL BOLLETTINO Prof. Giuseppe Zirpolo presso la Sede della Società Via Mezzocannone - R. Università - Napoli. Direttore responsabile : CLAUDIO Gargano. QtX>)l£X ►» ) m i® >» Pi S5 55 §1 appai s> > jiS □pillo p_^ wj >^> j>») -té S»E 8E3CP j §£ Iffi SI jR 5if il |I3j vJLm neg® [XjgÉy ji 3RO fS»J