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MELODRAMMA COMICO
DI
ENRICO CECIONI
POSTO IN MUSICA
DA GUmO TACCHINARDI
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MELODRAMMA COMICO
DI
ENRICO CECIONI
POSTO IN MUSICA
DA GUIDO TACCHINARDI
per rappresentarsi AL TEATRO NUOVO DI FIRENZE nella Stagione di Autunno 1872.
FIRENZE
'TIPOGRAFIA DI GIUSEPPE MARIAIfl 1872.
PEE80MGGI
Domenico Belfiore, ricco possidente, padre di
lEl-vira, amante di
Kinaiaiiao, giovane paesano
Oonte Dei-Sere, giovane nobile e dissoluto.
jPepolino, servo del Conte.
Filomena, cameriera d' El- vira.
Nespola, negoziante d'Anti- caglie.
Sig. Antonio Baldellt Signora Emma Nascio. Sig. Giovanni Parmizini
Sig. Gustavo Panìzza. Sig. Cesare Giusti.
Signora N. N.
Sig. 'N. N.
Coro di Servitori, Contadini, Mercanti e Creditori.
Il' azione è in un villaggio della Lombardia.
ATTO PRIMO.
Piazza del villaggio con mercato. — Vari banchi ove stanno dei venditori gridando le loro merci. Ad un banco coperto di busti, statuette, quadri ec, sta Nespola. Popolani che esaminano e comprano.
Coro di Venditori.
Buona tela, fazzoletti. Miglio e semi per gli uccelli Belle gioie, belli anelli. Mode varie e novità. Compratori, a me venite. Io vi vendo a buon partito: Questa è roba d'un fallito. Chi la vuole, venga qua.
SCEN^ II.
Entra Domenico e s' accosta al banco di Nespola ;. i venditori j^i popoluni gli si fanno intorno.
DoM. Amico Nespola,
Che ci hai di bello? Nesp. Una Madonna
Di Raffaello.
Alcuni
Altri
Altri
Tutti
— 4 —
DoM. Mostrala subito.
Nesp. Eccola qua. {Mostrandogliun quadro)
DoM. Oh che portento^,
Che rarità ! {con enfasi) Pittore angelico^ Gran Raffaello \ Si vede subito Il suo pennello. Coro. Signor Domenico,
Compra faceste? DoM. Fui felicissimo.
Perchè di queste (mostrando il quadro) Non se ne trovano Già da per tutto. Coro Misericordia ! . . . *
Ve', com' è brutto. DoM. Eh ! via, bestioni.
State in disparte : Volete intendervi D' oggetti d' arte ? I grandi artisti salgono Col mezzo del pennello, Ovver dello scalpello. Air immortalità. Ciò che a voi stolti sembra Informe scarabocchio. Sublime appare air occhio Di chi apprezzar lo sa. Ma questo, sol comprendere Lo può r uomo d' ingegno. Non voi, teste di legno {Accennaìido Piene d' oscurità. il quadro) Or questo, per esempio.
Non sembra un quadro bello; So eh* è di Raffaello Ci trovo la beltà. Coro Scusate, ma da ridere
|
Ci fate in verità. |
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DoM. |
Burlate pure^ o zotici^ |
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La vostra asinità. |
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Coro |
Non cedete che quel muso |
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Non ha naso, non ha orecchi ? |
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DOM. |
Fra gli antichi oravi Fuso |
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Tali inezie trascurar. |
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Coro |
Sono inezie ? ah ... ah ... ah . . |
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DoM. |
Mi destate, inver, pietà. |
Vano è dire a voi villani, arti belle ognor profani.
Perchè mai mi tengo cara
Una tela così rara : Sulle pecore, montoni.
Frutta, biade, formentoni. Dar potete con criterio
Un giudizio giusto e serio ; Ma sull'arte dei pittori? . . .
Non è roba da fattori.
^OENA. III.
Il Conte e l^epolino Che vengono passeggiando e discorrendo fra loro, e l>etti.
Coro Ecco il Conte. DoM. Qui dimora ?
Coro Nulla certo ancor si sa. (7 venditori si ri- Urano a poco a poco trasportando i loro danchi ; Domenico affida il suo quadro ad un popolano, raccomandandogli d'averfie cura). Pepol. (Piano al Conte, accennandogli Domenico), Signor, quello è Domenico, Padre alla bella Elvira, Per la cui ricca dote Più d' un garzon sospira ;
Egli si crede d' essere Dottissimo antiquario, E un di, per un Papiro, Fe' acquisto d' un lunario. Sogna diventar Sindaco Per darsi grave aspetto. Ma non gli fu possibile Finora essere eletto. Conte A me la cura lasciane,
Ho un tal progetto in mente. Che, se riesce, vivere Potremo allegramente. Pep. Se amico ve lo fate.
Certa vittoria eir è Conte Fai conto sulla vincita.
Lascia pur fare a me. {Pepolino si allon- tana; il Conte si accosta a Domenico e lo saluta)» Conte Servo suo. Signor. DoM. Buon di.
Conte Mio padron. DoM. La riverisco.
(da se) (A me parla il Conte qui ! Che vorrà?) Conte Parlarvi ardisco ;
Perdonate ... DoM. Mi fa onore.
Conte Anzi, lei . . . DoM. Troppa bontà.
Conte Sono il nobile Del- Sere. DoM. Il figliuol del conte Alberto ?
Conte Esso appunto. DoM. Ne ho piacere.
Conte É a Domenico Belfiore Amator delle arti belle Ch' io mi volgo ? DoM. Si, signore,
A un discepolo d'Apelle.
— 1-
Conte Amo anch' io le antichità: Offro a voi schietta amistà; Accettate ? DoM. ' Si figuri ! . . ,
(Nella pelle più non sto). Venga meco, se si degna, A veder la galleria, Che posseggo in casa mia. Conte (con premura) Volentieri ci verrò. Se voi pur^ caro amico. Verrete al mio palazzo, Vedrete qual magnifico Cervello tengo in guazzo ; Che sia di frate Angelico Ho qualche serio indizio : Posseggo poi d' Abramo Il dente del giudizio. DoM. {da sé) (Oh me fortunatissimo 1
Non mi par proprio vero. Nel Conte ora ritrovo Un uom del mio pensiero ; Antichità rarissime Possiede com' io bramo ; Il cervel dell' Angelico, Col giudizio d' Abramo f) Conte Dunque amici noi saremo
Per la morte e per la vita. DoM. Per la morte e per la vita
Sempre amici noi sarem. Conte e Parlerem di Raffaello, DoM. a 2 Michelangioio, Masaccio, Brunellesco, Donatello, Giotto, Andrea^ Dante, Boccaccio. Di que' grandi, nelle vene Egual sangue Dio ci die ; Noi possiam capirli bene. Che sappiam l'arte cos'è. {Partono)
Sala in casa di Domenico, Varie statue su piedistalli; alle pareti sono appese armi antiche, medaglioni, quadri ec, da un lato un gran caminetto. Elviira sola,
Elv. Il Conte con mio padre Ho visto adesso insieme. Costui già m' ama, e tenta Forse di conquistarlo in suo vantaggio; Ma invano spera. A Rinaldin soltanto Io porto imme^iso affetto. Ma cosa fa, che ancora Non viene presso a me ? L' ora è trascorsa e '1 suo segnai non sento ; Quel dolce canto che mi scende air alma. RiNALD. \di Ascolla, o diletta dentro) Fanciulla del cor,
Del tuo fido amante Il canto d' amor ; Ei parte da un labbro Che anela il tuo piè Gentile baciarti^ Giurandoti fè ; Da un core che vive Di speme e d'amor. Che lungi da Elvira Non ha che dolor. Elv. Oh! Rinaldin diletto.
T'amo d'immenso amor. La tua soave immagine Scolpita ho nella mente, Sempre vederti sembrami Dinanzi a me languente. Bello qual' astro splendido Che brilla in mezzo al ciel.
Ti chiamo ognor con V anima. Te sempre in sogno vedo, ' Solo per te so vivere. Solo al tuo amore io credo ; Senza di te, impossibile Saria la vita in me.
FiloMena entrando affannata, e dletta.
FiL. Signora Elvira, il Conte
Qui viene col padrone. Elv. 0 ciel ! elle sento. Corri, Affacciati al balcone. Se vedi Rinaldino, V allontana . . . Digli che vien mio padre in questa stanza. Veder non voglio alcuno ; Dirai. . . che duolmi il capo. {Filomena parte) U alma pensando a lui trova riposo : Lo voglio e lo sarà, ah si, mio sposo. Sol sua desidero Ed esser vo'. Ho detto d'esserla E la sarò. I mille ostacoli Sventar saprò ; Son donna, e vincere Voglio, e potrò. {Parte)
SCENA. TT. Domenico ed il Oonte.
DoM. Entrate, entrate, o Conte,
E vedrete le altre opere importanti.
Conte {da sé) Di veder la ragazza m'interessa. DoM. {giostrandogli il caminetto) Vedete quel camino ? Conte È grande, gigantesco ! DoM, Già, già . . . ma non è tutto ;
Se sapeste chi è che Y ha costrutto ! Quel camin lo fè Vitruvio
Per comando di Epulone
Onde cuocervi una cena
Per trecento e più persone ; A cui diede dell' arrosto
Di beccacce e fringuellotti,
Beccaflchi ed ortolani.
Tordi, passere, merlotti. Bovi, daini, cinghiali.
Lepri, pecore, montoni.
Cervi, struzzi, anatre, cigni.
Galli, d'india, oche, pavoni. Tutto questo lo assicura
Un'antica pergamena.
Che qualcun dei convitati
Scrisse certo dopo cena. Con. Ha una storica importanza
D' impagabile valore ! DOM. Voi vedrete in altra stanza
Più preziose rarità. {cìiiamando) Filomena. . . .
SCEN-A. ■VII. FilomenaL e iOetti^ poi Elvira.
FiL. Signore DoM. Chiama la figlia mia.
FiL. Offesa è da dolore
Alla testa DOM. Che fia ?
La figlia mia ammalata t . . ,
11 _
Và, corri dal dottore;
La voglio risanata. Elv. {entrando) 0 padre, eccomi qua. DoM. Deh ! figlia mia, mio core.
Che hai ? . . . come ti senti ? EJlv. Un poco di dolore
Che presto passerà. DoM. {presentando Elvira al Conte)
Conte, mia figlia è questa. Con. Affé ! bella ragazza.
Elv. Ahimè ! mi duol la testa ....
DoM. Maledetto malor ! . . .
Con. Conosco il mio dovere ;
Signori, io mi ritiro ; DoM. Dovete pria vedere
Le mummie che ho di là. Elv. {alConte) Servitevi, signore.
Siccome più vi aggrada ;
É lieve il mio malore.
Spero mi cesserà. Conte M'arrendo a voi signora.
(Non credo a questo male). DoM. Al viso sembra Flora,
Che mal si sentirà ? Conte Vostra figlia, caro amico,
È una perla per vaghezza.
Una rosa per freschezza.
Una stella per beltà. La mia mano ed il mio grado
Offro a lei, se consentite DoM. La grandezza voi m' offrite f . . •
Anch' io stesso a voi mi do. Elv. (da sé) (Fanno i conti senza Toste. . •
Vedrem poi chi vincerà^. DoM. {da se') (La mia Elvira una contessa
Quanto prima diverrà ? . . . . Fortuna inarrivabile.
— 12 —
Letizia inaspettata ! Anch' io sarò invidiabile Persona titolata; E potrò dir: carissimo Marchese, come state ? Barone eccellentissimo. Oh ! cavalier, che fate ? Non può il mio labbro esprimere Il giubilo del cuore: Ho un fuoco nelle viscere Che delirar mi faj. Elv. (Vuol essere da ridere
Allor che s' avvedranno Che il loro intrigo sciogliere Posso con un bel no. Affetto inestinguibile A Rinaldia giurai, .Nè sarà mai possibile Che a lui maachi di fé.) Conte (La sposa è un poco ignobile^ Ha ruvide maniere. Per divenir la nobile Contessa dei Dei-Sere ; L'orgoglio aristocratico Però deve tacere Presso al cosi simpatico Suon degli scudi d' ór) DoM. Venite, caro conte,
Cioè... genero mio :
La galleria ci aspetta, {inchinandosi con Bella contessa, addio, caricatura a Mv.) (Il Conte e Dom. partono. Elvira rimane pensierosa)
13 —
SCENA, vni.
!Riiia.l(liiio e Detta.
RiN. Contessina I (con ironia)
Elv. Rinaldino I
RiN. Contessina t
Elv. Vuoi tacere ?
Rirs. Nobil sangue... un damerino...
Elv. Sempre il conte sprezzerò.
RlN. Meno fuoco !
Elv. Io già non V amo !
RiN. L' amerai.
Elv. ^ Pria vo' morire.
RiN. E comune questo dire...
Poi^ si vive per gioir.
Elv. Non hai dunque in me più fede ?
RiN. A quel conte sempre unita !
Sarà un Eden la tua vita.
Elv. e parlar mi puoi cosi ?
Tu mi credi una fraschetta Mentre io sono a te fedele; Tale insulto è si crudele^ Che a te caro costerà.
Vuoi del conte sia la sposa ? La sarò per tuo dispetto; Ma pur troppo il cor nel petto Dal dolor mi scoppierà. RiN. Se a costui non porti affetto.
Perchè mai gli desti ascolto. Quando fìsso nel tuo volto Favellava a te d' amor ?
0 mia Elvira, soffro troppo; Deh ! discaccia il mio rivale : Rio furore il cor m' assale Nel vederlo insieme a te.
— 14 —
Sarai mia? Elv. No; voglio il Conte
RiN. Che mai dici? Elv. Tu sospetti
Del mio cor... Rm. Va lungi, ingrata!
Mai per me provasti amore. Elv. Del mio affetto hai dubitato...
(Ora voglio vendicarmi.) RiN. Per pietà non disprezzarmi.
Troppo vivo è 'I mio dolor. Elv. a sentirsi dir: contessa I...
Una donna è lusingata. RiN. Vuoi tacer? Elv. Poi corteggiata
Da marchesi e cavalieri... RiN. Ogni detto il sen mi spezza !
Sei una donna senza cuor.
Ho deciso. Addio, signora, {s'avvia risolu- Elv. Dove andate? tamente per partire)
Rm. Che v'importa?
Siate certa che fra un' ora
Io cadavere sarò. Elv. {fra se) (Va' veder cosa sa fare.
Ma non va...) RiN. Però v' avverto
Che mi voglio vendicare,
E che il conte ammazzerò. Elv. (Va davvero) RiN. Addio per sempre...
Elv. Rinaldino... {agitata) RiN. Mi chiamate ? {con premura)
Elv. Non partir. RiN. Dunque, m'amate?
Elv. T' amo, si, con tutto il cuor.
Io scherzava. Rm. Dici il vero?
~ 15 ~
La speranza mi ridoni. Elv. Sprezzo il conte: mi perdoni? RiN. Se tu m' ami. Elv. amo, si.
Vieni, 0 diletto, Senti il mio core, Palpita in petto D' amor per te. Dei pensier miei V unico oggetto, Caro, tu sei. Credilo a me. 0 solo mio bene. Sarò tua consorte ; Soltanto la morte Può togliermi a te. RiN. La vita mi rendi
Di nuovo preziosa ; Sarai mia sposa. Io tuo sarò. Nuli' altro desio Che avere il tuo amore, Disprezza il mio core Ogni altra beltà.
^OENA. IX.
Entrano improvvisamente il Oonte e Domenico. Detti e poi F'ilomena.
DoM. Che è mai questa faccenda?... Elv. (0 ciel I... mio padre...) RiN. (0 Dio I...)
DoM. Chi r ha introdotto ? RiN. (Orrenda
Situazione I) Elv. (risolutamente) Io.
m
— 16 -
DoM. Ed avesti tanto ardire?
Elv. Perdonate.
DoM. Nulla ascolto.
Arrossir dovresti in volto; - Civettuola, via di quà. RiN. Finalmente io sono onesto;
Amo Elvira e son riamato. DoM. Taci, egli è delitto ques-to
Che pronunzi, o sciagurato. RiN. Il delitto è in chi contrasta
A due cuor felicità. DoM. Arrogante I basta... basta. (chiamando) Filomena, presto qua. {entra Filomena) Elv. (Sii prudente, e sarò tua.) {sottovoce a Rinaldo) RiN. (A te cedo, e non a lui.) (piano a Elvira) DoM. ^ Chi introdusse qui costui ? {a Filomena) FiL. Mio signore, nulla io so.
DoM. Fur traditi gli ordin miei ;
Saper voglio il traditore... Elv. Mio diletto genitore.... DoM. Non ti credo; via di qua. {a Filomena) Chiama Sguatteri, Staffieri,
Servitori, Camerieri,
Ortolani, Contadini,
Tutti quanti i miei vicini: Io li voglio esaminare.
Giudicare, condannare.
Ed il reo che troverò.
Di mia casa caccerò. {Filomena parte) Elv. {piano a Rinaldo)
Ti scongiuro, abbi pazienza. RiN. {ad Elvira piano)
Userò per te prudenza. Conte {da sé) (Fra di lor sono d'accordo^
Ma r intrigo guasterò.
17 -
Coro dli Sea*vitoi-Ì9 Oontadlini e Detti.
Coro Ci chiamaste ? Comandate.
DoM. Tutti intorno a me venite:
State attenti^ ed ascoltate
Quanto dire or vi saprò.
Qui si trova un traditore. Coro Che mai dite? Chi sarà?
DoM. Chi si fece introduttore
Di quel bel signore là. [accennando Ri- Coro Noi sappiamo. naldino)
DoM. Noi sapete?
Coro No, signor.
DoM. Lo trovo io.
Tutti fuori quanti siete. Elv. Padre mio !...
Coro. Signor, pietà.
DoM. {da sé pavoneggiandosi)
(Far per uno soffrir tutti
E grandezza da Sovrano;
Io ci avrei piuttosto mano
A far r uom d' autorità.) Ely. (da sé) (Per entrare in grazia al Conte
Fa l'austero, il padre mio;
Ma però ci sono anch'io,
Ed amor m'assisterà.) RiN. {da sé) (E in omaggio al mio i^ivale
Che si fa tal prepotenza;
Ma, col tempo e la pazienza.
Ogni cosa bene andrà.) Con. (da 5^') (La partita è guadagnata.
Ho il vecchietto dalla mia;
Ella ha un po' di ritrosia.
Ma col tempo cederà.)
— 18 —
Coro {fra (Il padron ci ha licenziati, lord) Mentre slam tutti innocenti;
Questo è far da prepotenti^ E dobbiamo protestar.) Elv. {a Do- Sol colpevole son io,
menico) L'ira vostra in me scagliate Gr innocenti perdonate .... DoM. Fu, fraschetta, dèi tacer
Con. Via, signor, siate indulgente.
Concedete a lor perdono. DoM. A voi cedo.
RiN. (A lui!...)
Con. Lda se) (Io sono
Già padron del suo voler.) DoM. {con importanza)
Perdono a tutti, — Sono clemente. La grazia faccio — Dell' amnistia : Sia r alma vostra — Riconoscente Del signor Conte — Alla bontà. Un solo escludo, — Quest'è il signore; {accen- Esca air istante — Di casa mia, nandù Rin.) E più non osi, — Il traditore. Di presentarsi — Dinanzi a me. RiN. Io scacciato ? . . .
Elv. {piano) (Taci, ah, taci) I . . .
RiN. Tal insulto ....
Elv. (Deh ! ti calma. . .
Lascia pur che il Conte rida. Io sua sposa mai sarò.) {da sé) (Per quante trame ordiscano Del nostro amore a danno. Resister non potranno Al mio fermo voler. Tutte le astuzie in opera Porrò del mio cervello, AUor, Contino bello, Vedrem chi vincerà)
— 19 —
RiN (da sé) (Ad un insulto simile
L' ira mi bolle in seno, A stento or qui mi freno, Ma pur vendetta avrò. Voglio che questo nobile. Spiantato ed arrogante, Mi venga un di davante Ad implorar pietà.)
Conte {da sè) (Mi fa pietà quel misero Giovane innamorato Che trovasi scacciato In faccia al suo rivai. Di gelosia V aculeo Nel core egli si sente ; Ve' come fieramente Lo sguardo volse a me).
DoM. {da sé) (Con questo mio procedere Magnanimo ed altero. Devo sembrare un vero Uomo di qualità. I Voglio mostrare al genero Che i modi da signore Non sono per Belfiore Punto una novità)
Coro. La nube alquanto torbida Che dianzi era addensata Dal volto del padrone. Scemò d'intensità. Il Conte ha tutto il merito D* averla dileguata. Si riconosce subito La vera nobiltà.
Fine dell' Atto Primo.
ATTO SECONDO
SCENA. 1.
La scena rappresenta un luogo solitario di campagna R;iiial<liiio pensoso^ con una lettere in mano.
RiN. Questa lettera Elvijra
Con premura mi manda.
Che mai vorrà? Sentiamo, • . '
{Legge) « Diletto Rinaldino
Questa sera del Conte nella villa Avrà luogo una festa ; ivi il contralto Sottoscriver dovrò delle mie 7iozze Con lui, Son disperata. A te, se m' ami, Spetta salvarmi da si triste fatto. » 0 ciel^ che sento ! Perdo la mia Elvira,. . . Come fare a salvarla? Amor, m'ispira. Quando ricordo i teneri
Sospiri e i dolci sguardi.
Che dentro al cor flggevansi
Siccome acuti dardi.
Più vivo sento il palpito
Soave deir amor. Come potrò dividermi
Da lei che '1 cor mi vinse ?
Come potrò riflettere
Che ad altri Imen l' avvinse?
Ah no I non è possibile,
È troppo rio dolor.
— 21 ~
SCENA. II. Ooro dli contailiiii e detto.
Coro Rinaldino ... RlN. Amici miei.
Coro Perchè qui tristo^, pensoso ?
RiN. Penso al bene che perdei.
Coro Che mai turba il tuo riposo ?
RiN. Di quel Conte mio rivale
Gli ingannevoli artifìci.
Coro Come, il Conte tuo rivale ?
Non temerlo, fatti cor. Di città se n' è scappato Deludendo, i creditori. Che lo voglion carcerato Se non paga il suo dover. Ora cerca avere in moglie La fanciulla che tu adori. Ma r oggetto di sue voglie È la dote^ e non F amor. RiN. Dite il ver ?
Coro Non dubitare.
Senza indugio i creditori Di costui devi cercare, E condurli tutti qua. - Quando il padre deir Elvira Chi sia il Conte apprenderà. Tu vedrai che acceso d' ira Di sua casa il caccerà. RiN. Buoni amici, vi ringrazio ;
Gran servizio è stato questo. Coro Và, procura di far presto,
Se no il Conte te la fa. Hai capito? Addio. RiN. Addio
— 22 -
Cono Ritorniamo a lavorar, {partono)
RiN. Di quale immenso giubilo.
Mi sento pieno il core I Ritorna in me il vigore. La fè neir avvenir. Di questi giorni torbidi Trascorsi nel dolore, D'Elvira il puro amore Compenso a me sarà.
SCENA. HI. Il Conte in abito da caccia, e detti.
RiN. {da sé) Conte {da sé)
RiN. {c. s.) Conte
RiN.
Conte
RlN.
Conte
RlN.
Conte
Rin. {risoluto)
(Viene il conte. Vado o resto?) (Qui costui? In questi luoghi Se ne vien solingo e mesto, Poveretto, a sospirar, (Di parlarmi non ardisce) Si va ben di qui al villaggio? Torna forse dal viaggio. Come Flik, in Oceàn? Da cacciar son di ritorno (Fa r arguto, il giovinotto I) Ha ammazzato ?
Un sol merlotto Ebbi sorte d* incontrar. Pur, ci sono —
Si, davvero. Dei merlotti è proprio il posto. Vale a dir ? Conte {senza rispondergli) Non son disposto Per le selve a camminar. Più m' alletta, del paese Il cacciar le forosette. RiN. State in guardia f
|
— 23 — |
|
|
Conte |
Le vendette |
|
Dei gelosi so sprezzar. |
|
|
Qui, nel prossimo villaggio. |
|
|
C è un' angelica ragazza |
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|
Che d' amor sembrava pazza |
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|
'Per un timido garzon: |
|
|
Io mi sono offerto a lei, |
|
|
Ella ha subito accettato. |
|
|
Tanto è ver, che stipulato |
|
|
Il contratto oggi sarà. |
|
|
RlN. |
E r amante ? |
|
Conte |
Ebben, l'amante |
|
Passeggiando la campagna. |
|
|
Piange, spasima, si lagna |
|
|
Di colei che lo tradì. |
|
|
Non lo nego, compassione |
|
|
A me fa quel poveretto. |
|
|
RiN. {da sé) |
(Se sapesse il mio progetto |
|
Cesserebbe di burlar). |
|
|
Permettete che alle nozze |
|
|
Io provveda gV invitati ? |
|
|
Conte |
Volentier. |
|
RiN. |
Mi saran grati |
|
Certamente del favor. |
|
|
Conte |
Giovinetto; son sicuro |
|
Che da rider ci sarà. |
|
|
Non è ver ? |
|
|
RiN. |
Per voi, chi sa ! |
|
Conte |
Come, no? |
|
RlN. |
Vedremo allor. |
|
Conte (da sé) (Le sue parole ascondono |
Qualche risoluzione; Però non potrà nuocermi. Codesto semplicione. Sarebbe bella, diamine. Che il timido garzone Potesse a un tratto giungere
— 24 —
A farla in barba a me.) RiN. {da sé) (Se tu sapessi, o stolido. La mia risoluzione Più non potresti ridere Pensando alla prigione. Sarà pur bella, diamine. Vedere il semplicione Tutto ad un tratto giungere A farla in barba a te.)
Conte Dunque, addio.
RiN. A questa sera.
Conte Gr invitati ?
R[N Condurrò.
Conte Vogliam rider.... non mancate
RiN. Siate certo che verrò.
[Partono da opposte parti).
SCENA. IV.
Sala in casa di i>o2M.eiiico, come nelV atto primo. Elvira entra pensierosa,
Ely. Povero Rinaldino ! Ognor mi sembra
Ascoltar la tua voce. Che mai sarà di me da te divisa, E divisa per sempre? A tal pensier la mia ragion si perde. E fuggir non poss'io la trista sorte! Nuir altro a far mi resta. Che rassegnarmi al mio crudel destino. Addio dorati sogni. Addio speranze amate, Saran le mie giornate Trascorse in mezzo al duol. Più nulla omai possiedo Di caro nella vita.
— 25 —
Da me s' è dipartita Ogni felicità. Ed io dovrò soffrire
Che mi si spezzi il core. Che di mia vita il fiore Si debba avvelenar ? Badi bene, il signor Conte, Tenga gli occhi sempre aperti. Che, se poi mi salta l'estro. Mi potrei vendicar I... Ma che dico, sciagurata? Quali mai progetti ho in mente f Meglio, 0 Elvira, esser paziente. Che mancare al tuo dover.
Domenico in veste da camera, e <letta.
DoM. Elvira, figlia mia.
Ascolta che bel sogno mi son fatto. Elv. Ci fu il Conte . . . DoM. Lo so.
Che degno gentiluomo ! Mi promise Di farmi elegger Sindaco . . . capisci ? Avverato il mio sogno alOn sarà. Stanotte T, ho sognato. Vien qui, tei vo' narrare. Attenta stai, E di sale, scommetto, resterai. Mi sognai d' essere un pesce Dentro un piccolo stagnetto. Che crescendo a poco a poco Diveniva un bel laghetto ; Ed io pure, a colpo d' occhio. Mi cambiava in un ranocchio. Tosto un mar diviene il lago ; Io mi cambio in pesce- spada.
— 26 —
E discerno un pescatore^ Che seduto sulla rada. Tende a me 1' amo con V esca Tutto attento a si gran pesca:
Quando il mar, dianzi tranquillo. Forte scroscia e va in furore. La bufera indiavolata Fa scappare il pescatore ; Ed io poi, da furios' onda, Son gittato sulla sponda.
Sbalordito dal grand' urto Mi rinvengo a poco a poco : Apro gli ocelli .... e con sorpresa Mi ritrovo in un bel loco. Pieno, zeppo in tutti i lati
animali smisurati. Io li osservo attentamente E che vedo ? Ruminanti, Pachidermi, batrachiani. Sciami immensi di ronzanti : Parea insomma, credi a me. Proprio r arca di Noè.
SCENA. VI.
Entra frettolosamente Filomena e detti^
FiL. Ah ! padrone.
DoM. Non seccarmi.
FiL. Senta, veh ! . . .
DoM. Lasciami andare.
DoM. {stizzito) Mi vuoi lasciare ? {Filomena parte) {continuando a 7%arrare il sogno)
FiL
DoM.
FiL.
V è di là . . .
Ora non posso.
Che ho da dir ? ... .
— 27 —
Quando a un tratto, sparisce la luce,
E quel luogo divien bujo e truce. Sorge il sol . . . Si presenta allo sguardo
L'evo medio feroce e gagliardo. Con le bestie, che dianzi abbiam visto.
Or crociati al sepolcro di Cristo; Ed io stesso mi trovo cangiato Nel somaro, che fu si beato Di portar sulla groppa smagrita Nientemeno che Pier 1' Eremita. Per aver queir uom servito Con costanza e devozione. Vengo subito insignito Del bel grado di barone. Divenuto un pezzo grosso Per ricchezza e per blasone. Tosto a me vengono addosso D'ogni classe le persone. Di più voci sento un chiasso Che mi fanno grandi evviva; Io le guardo d'alto in basso Con freddezza e dignità. FiL. {rientrando) Sor padrone, è un brutto affare. DoM. {voltand. incollerito) Vai... nè più mi disturbare.
(Filomefia si ritira in disparte,) {seguitando il sogno,)
Cosi reso notabile. Per esser titolato, - M' atteggio a diplomatico^ Chiacchero dello stato, E sopra i miei spropositi Serba silenzio ognun. Cito Pandette, Codici,
Benché di legge ignaro ; Alfln mi fanno sindaco ! Bel Potestà somaro ! {ved. Filomena) Mi sveglio.... Che insistenza!
— 28 —
Ebben ? FiL. Molte persone
Di là vogliono udienza. DoM. Udienza ? FiL. Si, padrone.
Dicon che siete stato Eletto potestà. DoM. Io?!... FiL. Lo dicon.
DoM. Figlia mia,
Vedi? il sogno s'avverò. Elv. V è qui sotto qualche imbroglio^
Io però lo scoprirò. DoM. Sento il cor, per T allegrezza, Palpitare a più non posso : Fino al colmo dell' ebbrezza Trasportato è il mio pensier. Comandare ai magistrati 1 Dominare gli impiegati ì Far le strade, case, ponti, E al cassier mandare i conti ! Far immense espropriazioni Di migliaia e di milioni ! Far promesse in abbondanza E poi nulla mantener.. .. Oh che sindaco solerte. Operoso che sarò ! A te vengo, umano greggie , Io guidarti ben saprò.
Fine dell'atto secondo
ATTO TERZO
Sala da dallo nella villa del Conte, Oampag-nuoli ciie danzano; mdi il Comte e JPepolino.
Conte Come va. Popolino?
Pep. a meraviglia !
Tutto, tutto va ben. Conte II notaro ? Pep. Fra poco sarà qui.
Conte Alfln vincemmo. Pep. e là vittoria è bella.
Conte Ma il rivai ?
Pep. Brucierassi le cervella.
Conte E questa festa chi la pagherà ? Pep. Voi no. Le rose toccano agli sposi;
Le spine si riserbano al papà. Conte Amici, questa sera
Voglio che stiamo allegri;
Con lieti canti e con giulive danze
Vo'si festeggi il mio nuzial contratto.
Popolino. Pep. Signore. Conte Mesci del vino a questa brava gente. Coro Tocchiam del conte al merito.
Si, si, tocchiam, tocchiam.
{vengono portali MccMeri e vino da dei servitori) Mesci, adorabile Servo devoto.
— 30
Non far che il calice Rimanga vóto.
Nel vino scordasi Ogni dolore, E in mezzo al giubilo Trascorro!! V ore.
La vita rapida Fugge e sen va ; Il tempo involaci Grazia e beltà; E allor che restaci, D' ogni piacere ? Quello che trovasi Dentro al bicchiere Conte Evviva il limpido
Caro licor
Che il gaudio suscita In ogni cor. Beviamo intrepidi. Orsù, beviam I . . . Coro Del Conte al merito
Tutti tocchiam.
SCENA. II-
I>oiiieiiico9 'EH-vis-n. e dietti. I coristi SÌ allontanano
passeggiando,
DoM. Eccomi, conte genero;
È giunto alfìn l'istante... Conte Che al Sindaco davante
L' Elvira sposerò. Elv. {da sé) (S' appressa il gran momento,
E Rinaldin non viene.) DoM. (Già sento nelle vene
Scorrermi il sangue bleu.)
— 31 ^
Conte Poiché vedo tardare V amico
Che doveva condurmi i padrini. Per non perdere un tempo prezioso Suppliremo con due contadini.
J)OM.{dasé) (J)\xe villani padrini d'un Conte? —
Manderei . vo' mandar tutto a monte.)
Conte Dico ben ?
DoM. Ma che bene ? benone !
Quando parla, mi par Salomone.
{Il Conte parte)
SCENA. III. XiTinaldìiio vestito all' Orientale, e detti
RiN. {piano ad Elvira e non veduto da Domenico)
Siamo salvi Elv. {riconoscendolo Sei tu Rinaldino ? RiN. Si; mi lascia col padre un istante:
Due parole gli dico, e il Contino Senza sposa, vedrai, resterà. {Elvira si RiN. {avvicinandosi a Domenico) allontana)
Scusi, mio buon signore.
Il Sindaco ? DoM. Son io.
RiN. Permette due parole?
DoM. Dica. Che cosa vuole ?
RiN. Io sono un negoziante.
Che dopo molti stenti.
Ritorno dal Levante
Con perle sorprendenti.
Smeraldi, opal, brillanti
Di mille qualità. DoM. Oggetti di tal sorte
Son belli . . . sono vaghi . . .
Ma, a me, non me ne importa.
— 32 —
RiN. Non preme; ella mi paghi.
DoM. Vi paghi?
RiN. Signor si.
DoM. Che cosa?
RiN. Il conto e qui.
DoM. Che conto?
RiN. (^^m fuoyn delle carte) "Vuol vedere?
Son trentamila lire.
Che devemi il Del- Sere. DoM. (Mi fa rabbrividire.)
RiN. ' Per posseder tal genero
Ella mi pagherà. DoM. Volete il Conte offendere
Con delle falsità. RiN. Le pare inverosimile ?
Stia dunque ad ascoltar. Egli è tanto rovinato Per il giuoco e ballerine^ Che di notte è qui scappato Onde giungere al confine; Incontrò la vostra figlia, E pensier tosto mutò. Ma r amor che in cor gli nacque La fanciulla non destava. Fu la dote che gli piacque. Che con quella egli sperava I suoi debiti pagar. Ed il suocero burlar. DoM. {da se) (Ma sarebbe proprio vero Ch' egli sia un indebitato. Della career nel sentiero Già bel bello indirizzato? Se si avvera questo dubbio Io lo mando a far squartar.)
SCEISTA IV.
Il Conte con due testimoni. Poi Elvira e Coro di creditori.
Conte Trovato ho i testimoni ;
Suocero, a voi, firmate. RiN. Se prima non pagate {piano a Domenico)
Io non vi lascio andar. Conte Ma dunque... che si attende ? {Entrano Elvira ed i creditori, i quali circondano il Conte) Coro Signor, pria di firmare
Vogliateci pagare. Conte Cielo ! chi veggo qui. Coro (Tu credevi, o sciagurato^ {piano al Conte)
Di fuggirci dalle mani ;
Non avresti mai pensato
D'esser preso all'indomani:
Or non più ci fuggirai.
Se non paghi il tuo dover.) Conte (Se tardavi un solo istante
Che potessi tòr la sposa
Con la dote in bel contante
Rimediavo ad ogni cosa ; . I miei debiti pagavo
E tornavo ad esultar,) Elv. e Rin. Quella nube che off'uscava
L'avvenir dei nostro amore^
Or la sorte dileguava
Discacciando ogni timore :
Dal piacer, dalla speranza^
T5rna V alma ad esultar, DoM. (È rimasto di granito
Al vedere quei signori :
Com' è brutto Y uom fallito
- e34 —
Quand' è in mezzo a' creditori ! Chi direbbe un nobil uomo Esser debba quello là.) RiN. {a Domenico) Dunque ? DoM. Lo mando al diavolo
Conte Parola avete dato
DoM. D' avere un nobil genero^,
Ma non un disperato. Elv. {prendendo per mano Rinaldino)
Padre mio, siate indulgente, Consentite al nostro amore. DoM. {sorpreso) Con chi mai?... con quel d'Oriente I
Cos' è questa novità ? RiN. {smascherandosi)
V'ingannate, mio signore. Io non son che Rinaldino. DoM. Rinaldino i ...
RiN. Per parlarvi
Mi vestii da Levantino; Altrimenti, a voi dinanzi Non osava comparire. DoM. (Fa r umile, il bricconcello.
Dirà poi la verità ?) {a Rinald. e ad Elvira)
V'appressate, buona lana; E voi pure, signorina. Faccia men la modestina. Alzi gli occhi . . e ascolti me. V* amerete ? Elv. e Rin. Eternamente. DoM. Proprio, proprio ?
Elv. e Rin. Ah padre I Si.
DoM. Siate felici, e al diavolo
Sen vada ogni rancor. Elv. e Rin. Di gioia esulta l'anima
E fa balzare il cor. DoM. Ed ora, caro amico.
— 35 —
0 paghi, 0 vada in carcere:
Io so quello che dico.,.
Non falla il Potestà. Conte (Svanito è il sogno splendido^
Ritorno nel dolor.) Coro Signor, v' aspetta il carcere
Serbato al debitor. {Il conte parte, se- guito da alcuni creditori)
Elv. {a Rinaldino)
Con Tamor, con la costanza^ Noi sfidammo il rio destino; Non fu vana la speranza Perchè giunse il lieto di. A te unita, niun dolore L' alma mia toccar potrà. {agli altri) Fate evviva al nostro amore. Alla nostra fedeltà. Coro e Dom. Cosi ognor sorrida il fato Alla vostra fedeltà.
FINE.